venerdì, giugno 20, 2008
II^ Serata di Canti e Discanti
Milano, 23 giugno 2008 - ore 21
CAM Garibaldi Corso Garibaldi 27 – Milano
(a cura di Adam Vaccaro e Giuliano Zosi)
Incontri di FormePartiture in musica e poesiaPoesia Sonora: performance di Massimo Arrigoni, Nicola Frangione, Giuliano Zosi
Poesia e Musica:composizioni di Rocco Abate e Giuliano Zosi, per soprano, flauto e pianoforte, con testi dei poeti Giancarlo Majorino e Adam Vaccaro.
A cura del TEMA Ensemble
Una prima parte vede performance di cultori contemporanei di poesia sonora, che ha i suoi precursori nella parolibera di Martinetti e nei dadaisti.
Una seconda parte riguarderà, invece, prime esecuzioni di opere nate dall’incontro tra poeti e compositori di musica contemporanea. La musica ha sempre ricevuto sollecitazioni forti dai poeti, tradotte qui in una collaborazione tra artisti delle due discipline, che pongono attenzione alla transitività e al senso sociale del loro fare.
 
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domenica, giugno 08, 2008

About Cepollaroarte's Weblog

 

Nel nuovo blog dedicato all’arte visiva Cepollaroarte's Weblog vi sono le categorie In contemporanea che accoglie immagini e testi di artisti contemporanei, appunto, e Dialoghi con l’arte che include dialoghi veri e propri con artisti o letture critiche che dialogano con l’opera.

Per ora, oltre ai riferimenti alle mie opere visive, vi è un’immagine e una lettura di Fausto Pagliano (In contemporanea) e uno scambio epistolare con Nicola Ponzio (Dialoghi con l’arte), già in precedenza apparso altrove e qui ricollocato.

L’intenzione del blog è quella di raccogliere le mie opere visive e le mie riflessioni sull’arte ma anche i contributi di altri autori nel luogo di confluenza tra arti visive e scrittura poetica.

Sia nello specifico delle opere attraverso le immagini, sia sul versante della critica o della lettura, grazie a testi dedicati.

 

Non è un blog di poesia visiva perché credo che questa etichetta , già in passato contestata, ancor più oggi non sia utilizzabile. Si tratta piuttosto di arte visiva tout-court e di testualità tout court.

E non si tratta neanche di un blog dedicato all’arte digitale…Ma ciò sarà evidente nel farsi  e nel manifestarsi del lavoro stesso…

 

Biagio Cepollaro

 

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mercoledì, giugno 04, 2008
Un luogo di incontro tra arte e poesia. Il mio nuovo blog dedicato all’arte.
Ho deciso di dedicare un blog alle arti visive. Il Cepollaroarte's Weblog intende raccogliere non solo immagini e riflessioni sull’arte ma anche quelle prospettive particolari che nascono da chi considera- o ha esperienza- dell’arte visiva a partire dalla poesia e viceversa.
Si tratta di specifici punti di vista che non possono non arricchire l’esperienza del fare arte e del fare poesia.
Biagio Cepollaro
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domenica, giugno 01, 2008
Prima serata di Canti e Discanti e minima esposizione di opere visive
di Biagio Cepollaro
6 giugno 2008 – ore 21, CAM, Via Garibaldi, 27, Milano.
Tre incontri di voci e ricerche
a cura di Adam Vaccaro e Giuliano Zosi
 
Corpi del Suono
Poesia lineare e Lettura scenica
Letture dei poeti:
Luigi Cannillo,
Laura Cantelmo,
Biagio Cepollaro,
Gabriella Galzio,
Franco Romanò. 
 
Lettura scenica di Mariella Paravicini
dell’Atto unico Storia privata di una donna qualunque,
di Bianca Maria Neri.
Nell’ambito di questa serata minima esposizione di opere visive di Biagio Cepollaro
Biagio Cepollaro,Voci-2  
Biagio Cepollaro, Voci-2, 2008. (particolare)
Stampato su cartoncino telato, formato A4.
Interventi successivi con tecnica mista.
 
 L’INCOMBERE DELLE COSE, 2008
Due serie da tre pezzi ciascuna di opere stampate su carta pergamena formato A4.
Interventi successivi con tecnica mista.
 
 
PAGINA, 2008
Serie di tre pezzi stampati su cartoncino telato formato A4.
Interventi successivi con tecnica mista
 
VOCI, 2008
Serie di tre pezzi stampati su cartoncino telato formato A4.
Interventi successivi con tecnica mista
 
C’è la scrittura, ci sono le ‘cose scritte’ e c’è l’atto dello scrivere, il movimento del braccio e della mano nella percezione del contatto con il supporto. E c’è un atto dello scrivere che è un vero e proprio atto sacrificale in cui la parola appena scritta è sin dall’inizio solo una traccia e uno strato della nuova (che magari è la stessa) parola scritta e così, tendenzialmente, all’infinito.
L’atto dello scrivere a questo punto è un fare strato su strato che non è cancellazione ma sedimentazione della traccia…(B.C.)
 
INFO:
Biagio Cepollaro
cell: 3394200299
 
 
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venerdì, maggio 23, 2008

Le due serie dei Trigrammi ora su Youtube

Immagini dal fuoco della scrittura (2008)

Un ringraziamento a Paolo Rassatti per l’ideazione e la realizzazione del video dedicato alle due serie dei Trigrammi ora su Youtube.

Ringrazio anche Silvia Zanrusso per il ritratto e Giuseppe Cepollaro per la musica.

Biagio Cepollaro

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domenica, maggio 18, 2008

21 maggio ore 20.00 presso La Camera Verde primo incontro del ciclo dedicato al Tiresia di Giuliano Mesa

 

A Giuliano Mesa La Camera Verde dedica un ciclo di incontri.

Non si tratta di una rituale presentazione ma dell’avvio di un dialogo ‘vivo’ tra testo, autore e lettore.

Un dialogo che si approfondisce nel tempo e che chiama a reagire poeti e critici disposti a mettersi in gioco, a porre e a rischiare la propria esperienza e il proprio gusto nel campo di attrazione di una poesia tra le più significative degli ultimi decenni. Prospettive diverse da cui leggere l’opera ma anche possibilità di verificare tali prospettive grazie alla presenza di Mesa, tanto aperto ad accogliere i diversi apporti quanto rigoroso nel rigettare fraintendimenti.

 

Gli incontri con l’autore sono previsti alle ore 20.00 di mercoledì 21 maggio, 4 giugno, 11 giugno, 18 giugno e 25 giugno con la presenza di volta in volta  di Marco Giovenale, Bruno Torregiani, Andrea Raos, Luigi Severi, Florinda Fusco, Andrea Inglese e Francesco Forlani.

 

Ritengo il ciclo di incontri dedicato ad un autore, anche come formula, un segnale mandato da Semerano relativo alla necessità che vi è di ‘fermare’ ciò che vale la pena di ‘fermare’, una sorta di antidotto al flusso di informazioni che costituisce la comunicazione sociale e, in particolare, un’alternativa possibile al rumore che confonde e distrae.

L’adozione di questa formula oggi è coraggiosa perché richiede dai partecipanti e dal pubblico concentrazione e profondità di approccio.

D’altra parte anche una parte del pubblico non ne può più, questa è la mia sensazione, di essere trattato come un consumatore onnivoro e indifferente.

In fondo la scommessa è di riuscire a far incontrare le ragioni profonde della poesia con le ragioni profonde della lettura…

 

Biagio Cepollaro

 

Centro Culturale

»LA CAMERA VERDE«

Via Giovanni Miani, 20, 20/a, 20/b - 00154 Roma

Cell. 340 5263877

e-mail: lacameraverde@tiscalinet.it

www.lacameraverde.com

 

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martedì, aprile 29, 2008

La Camera Verde, Il Libro dell’immagine, volume quinto. A cura di Giovanni Andrea Semerano.

Sono quindici anni, da quando è venuto a mancare quel prodigioso organizzatore e promotore di cultura che è stato Gianni Sassi www.giannisassi.org , forgiato dall’esperienza Fluxus e dall’amicizia di Cage che non incontravo un ‘luogo’ che mi comunicasse le stesse energie e la stessa qualità intellettuale e morale. Il luogo non è a Milano ma a Roma ed è La Camera Verde ‘curato’ da Andrea Semerano.

Un luogo è qualcosa di fisico, di geografico, certo, ma lo è solo in forza di una sua realtà interiore: il luogo lo fa chi lo pensa e lo abita.

Che si promuovano valide iniziative culturali in Italia non è raro malgrado l’antropologico degrado che sembra non arrestarsi mai e che sempre più trova la sua peculiare voce, al di là del senso comune in cui si è radicato da almeno un ventennio, nelle forme e nella sostanza delle istituzioni. Ma che ci si possa trovare non di fronte a irrelate iniziative ma ad un ‘contesto generante’ il cui spessore e la cui storia sono animate da rigorose e precise coordinate culturali, questo  si è davvero raro, anzi: rarissimo. Anche perché spesso ciò che proviene dalla cosiddetta cultura critica oggi spesso non ha vitalità, vuoi per l’irrigidimento ideologico, vuoi per la stanchezza degli attori, vuoi per la pura e semplice mancanze di idee.

Ho ripensato al mio amico Gianni Sassi leggendo il Volume Quinto del Il libro dell’Immagine edito appunto da La Camera Verde. Al di là dell’alta qualità degli interventi testuali e visuali, al di là del valore del libro stesso come oggetto, ciò che mi preme sottolineare è ciò che , a lettura terminata, mi resta di quest’esperienza.

Bene, tra le righe e dentro le righe del lavoro di Semerano (di tutto il lavoro: organizzazione, critica, promozione, azione dentro l’arte, tra le diverse arti, cinema, fotografia, letteratura, pittura etc etc) ciò che fermerei sono tre punti:

1) Il riferimento agli strumenti della critica (riferimento non generico, non casuale ma per intima assimilazione, ma per cosciente attualizzazione).

2) Il presupposto vitale del fare cultura (uomini in carne ed ossa che si appassionano, che comunicano la loro passione, che proprio per questo non fanno il teatrino, perché ci sono e non ci fanno…).

3) L’importanza del luogo di coagulo, di incontro, di produzione e di ricezione: La Camera Verde, appunto, in via Miani 20, a Roma.

 

E qui i nomi non sono solo nomi amministrati con indifferenza e irresponsabilità. Qui le parole pesano, non sono solo parole.

E se si cita Nietzsche, Bataille, Debord, Artaud, Bene, Fortini, Pasolini, Penna, Celine, Deleuze, Bresson, Rossellini è perché ogni frase si è incarnata o tende ad incarnarsi in un gesto, in un punto di vista, in un’assunzione di responsabilità morale.

Citazioni come quelle da Rossellini punteggiano le pagine e i giorni.

Provocano risonanze, chiamano consonanze, creano incontri, generano affetti, moti di stima, gratitudini…

Sono citazioni di una chiarezza che non lascia scampo, parole di chi ‘guardava’ le cose pensandole:

‘Quando vuoi parlare di qualcuno devi conoscere la cosa. Quando conosci bene la cosa puoi dire cos’è essenziale. Quando non la conosci bene ti perdi in mezzo a un sacco di cose ugualmente suggestive. Io rifiuto le cose suggestive.’

Cosa resterebbe di valido oggi se mettessimo in pratica questo pensiero? Poche cose. E bisogna avere la forza e la capacità di farlo. Perché altrimenti non ne vale la pena. Perché altrimenti resta solo il rumore che è fuori e dentro la rete, che è nelle teste.

Ma allora cos’è questo luogo che tanto mi rincuora al termine della notte?

Cito Semerano: ‘Un piccolo grande vetro in costruzione che da sei anni mette insieme idee diverse fino a farne un corpo nella Stanza. Si cercano le cose e si fanno le cose, non tutto chiaramente riesce e può capitare che schegge di vetro vadano in frantumi ma l’Officina resta aperta e soprattutto mai, mai perdere la tenerezza dello sguardo.’ (pag.4).

Oppure la comunicazione tra mancanze di Bataille trova concreta realizzazione nelle indicazioni di fondo, esortazioni, richiami a ciò che dovrebbe essere ovvio ma che in questi tempi non lo è per nulla : ‘Cercare di avere un orientamento che non risponda a vezzi o calcoli di pseudo bigotte transavanguardie che defluiscono nell’indecenza dei salotti, ognuno con la sua caratteristica, cioè i poeti da una parte, i pittori dall’altra, i romanzieri di là, i registi di qua, e eccetera, a fare fischi nel naso che il critico di turno delinea come arte il puerile mocciolo che mira alla gloria!

L’artista non deve essere un malato, un presenzialista del nulla..(…)’

Le coordinate culturali sono tali perché sono continuamente verificate: sia sul piano di ciò che si richiede (alle persone, agli artisti, agli interlocutori di un’ora), sia sul piano di ciò che si offre (alle stesse persone, artisti, interlocutori di un’ora).

Questo implica una riflessione radicalmente personale sull’oggetto del proprio sguardo, sia esso un testo, un quadro, un film o un gatto che sguscia via all’angolo di una strada.

L’organizzazione della cultura, la sua promozione, la critica non possono non respirare la stessa aria, lo stesso ritmo, la stessa altezza delle cose di cui parlano, che maneggiano. Non può non esserci che un’aria di famiglia tra questi momenti diversi di uno stesso flusso, di una stessa corrente creativa (che è poi energia umana, desiderio di configurare senso e bellezza).

Chi fa seriamente arte lo sa e a naso distingue, a naso si accorge quando c’è teatrino e fuffa, quando non c’è reale ricerca.

E la reale ricerca si accompagna alla lucidità della diagnosi: ‘Questa è di nuovo l’epoca della propaganda, e tutto viene concimato e deglutito nelle pastoie dell’apparire, abbiamo comici intelligenti che devono pagare le bollette e scendono in piazza quando viene tagliato loro il fondo, abbiamo poeti centauri sul picchio consunto di un’avanguardia sterile e noiosa, abbiamo critici che scrivono pettegolezzi e altri futili manovre (…)’(pag.143).

Biagio Cepollaro

 

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lunedì, aprile 14, 2008

Su Leggere variazioni di rotta, dal blog Liberinversi a Le voci della luna, 2008

http://liberinversi.splinder.com/tag/antologia_di_liberinversi

Ho seguito dall’inizio con sorpresa e interesse quanto Massimo Orgiazzi stava raccogliendo intorno a sé col suo blog. La sorpresa e l’interesse dipendevano dal fatto che Orgiazzi sin dall’inizio si è posto innanzitutto come un lettore e come tale curioso di esplorare i testi altrui direttamente senza preconcetti soverchi e senza precipitare immediatamente nelle classificazioni e nelle etichette. Vi era insomma della freschezza in quel giro di commenti e di commentatori del suo blog, talvolta anche ingenuità, ma appunto genuina, di quella su cui si può crescere perché troppa malizia fa le gambe corte.

Vi era soprattutto rispetto per testi e autori senza quei salamelecchi che avvelenano l’aria e rendono impossibile la serenità del confronto. Vedere questo ulteriore segnale mi faceva contento e speranzoso su di una nuova civiltà letteraria che si andava costruendo a partire dalla rete…

Era il modo di fare per me importante perché presupposto delle cose che poi si fanno…Come disgiungere il lavoro da fare dal modo di farlo? Il con che cosa dire dal come e dal cosa dire?

Bene, quest’antologia sedimenta, in una delle prime occasioni in Italia, la volatilità della rete e l’essenza spartana del pdf in carta, in libro.

Un libro coraggiosamente editato da Fabrizio Bianchi che evidentemente è sulla stessa lunghezza d’onda di chi ci crede alla poesia come valore da condividere e non come orpello da sbandierare. E questo, anche questo, è decisamente bello.

I curatori, gli antologizzatori hanno provato a motivare le loro scelte di lettura senza fare metalinguaggio critico ma nel corpo a corpo col singolo testo. E questo è ancora più importante.

Perché la critica non si legittima con l’assunto teorico ma con la sua capacità di penetrazione del testo, con la lettura, appunto. L’imbarazzo della critica oggi è anche l’imbarazzo di vedere critici professionisti incapaci di entrare in un testo, incapaci, per mancanza di gusto non di categorie e strumentazioni linguistiche, di distinguere il meglio dal peggio…

Come definiva il degrado dei nostri tempi un grande violinista: l’incapacità di distinguere il meglio dal peggio…E anche questo è un buon segnale per la critica futura…

Ognuno poi potrà sentire congeniale o estraneo un modo di leggere o un testo, ma quel che conta è che chi parla non sia discosto da ciò che dice e se ne assuma la responsabilità intera (il suo percorso di lettore, i suoi incontri, le sue personali mitologie, le sue piccole verità).

Si attendeva che la rete partorisse una forte coagulazione del suo flusso. E credo che questo esempio sarà seguito da molti.

Il cartaceo richiede analiticità e lentezza. Ecco oggi abbiamo bisogno di analiticità e lentezza. Meglio se si costringesse la rete stessa ,contro la sua natura, ad essere analitica e lenta. Ma anche questo si è provato a fare e si prova.

Scegliere non vuol dire necessariamente escludere: semplicemente potrebbe voler dire documentare un incontro che per alcuni motivi è stato possibile fare (una poesia che non ci piace oggi perché non dovrebbe piacerci domani, quando in mezzo sarà passato magari un altro pezzo di vita con le sue anche pesanti variazioni di rotta?).

Biagio Cepollaro

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giovedì, febbraio 21, 2008

Omaggio ad Amelia Rosselli a Milano, il 27 febbraio, Teatro I, via Gaudenzio Ferrari,11.

Un incontro dedicato ad Amelia Rosselli  in due sessioni.

A) Alle 18.00

Presentazione del volume

La furia dei venti contrari. Variazioni Amelia Rosselli con testi inediti e dispersi dell’autrice, a cura diAndrea Cortellessa, fuoriformato, Le Lettere 2007;

Proiezione parziale di Amelia Rosselli…e l’assillo è rima, documentario in dvd

di Stella Savino e Rosaria Lo Russo accluso alla pubblicazione Le Lettere

intervengono:

Edoardo Esposito a colloquio con Marisa Bulgheroni, Andrea Cortellessa,

Anna Lamberti Bocconi e Antonio Loreto

B) Alle 20.30

I testi di Amelia Rosselli letti dai poeti:

Federica Fracassi, Alessandro Broggi, Franco Buffoni,

Marosia Castaldi, Biagio Cepollaro,

Tiziana Cera Rosco, Michelangelo Coviello,

Maurizio Cucchi, Enzo Di Mauro,

Gabriela Fantato, Umberto Fiori, Milli Graffi,

Emilio Isgrò, Tomaso Kemeny,

Vivian Lamarque, Anna Lamberti Bocconi,

Annalisa Manstretta, Alda Merini,

Giampiero Neri, Giulia Niccolai,

Vincenzo Ostuni, Daniele Piccini,

Maria Pia Quintavalla, Antonio Riccardi,

Tiziano Rossi, Italo Testa, Cesare Viviani,

Edoardo Zuccato e Aldo Nove

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venerdì, febbraio 01, 2008

Dialogo tra Jacopo Galimberti e Davide Racca su Oltremarescuro

Due poeti al di sotto dei trent’anni, uno trasferitosi a Parigi, l’altro a Berlino che dialogano su di un testo, per comprendere e per comprendersi. Quando ciò avviene vi ritrovo i migliori momenti vissuti attraverso la cosiddetta attività letteraria. Queste battute via mail -non so perché- mi tiravano dentro col mio indirizzo ‘per conoscenza’. Per conoscenza, appunto.

Biagio Cepollaro

 

 

Caro Davide,

dopo aver letto con attenzione il tuo libro ho deciso di cercare di dare una forma ad alcune delle riflessioni e delle emozioni che sono emerse. Il disordine spero non ti dia fastidio, trattandosi di una comunicazione privata non cerco si sistematizzare le cose.

Il titolo (una lunga digressione). Un colore la cui definizione può darsi in termini matematici. Un colore industriale, standardizzato, che garantisce uniformità nelle comunicazioni. Con qualche particella in più o in meno “blu oltremarescuro” diviene “blu di prussia” o “blu cobalto”. Però, il nome insolito di questo colore rende manifesto un paradosso.  Non ci avevo mai pensato, “oltremarescuro” sembra essere una denominazione seriosa di qualcosa che non si dà, per definizione: l’orizzonte, l’alterità altera degli abissi, la brumosità giuridica delle acque internazionali. Il blu è l'oscurità divenuta visibile.    

Insomma, la vertigine degli orizzonti, delle profondità, gli obbiettivi remoti che ci prefiggiamo. Il fascino che essi esercitano è tuttuno con il non appartenerci (forse siamo noi che apparteniamo ad essi). Credo di dire ovvietà, quando mai le cose una volta raggiunte appaiono tali e quali le immaginavamo “anelandole”? Le mete sono mutevoli, l’adempimento non è alla fine, le derive si possono rivelare un approdo. Quando riusciremo a far insorgere questa dimensione all'interno di una cultura ancora profondamente “classica”, che vede nella compiutezza il giusto, il maturo, l’auspicabile? Se la nostra vita non ha porto, quando ci libereremo della scarica pacificatoria di immaginarcela come tale?

 "Una luce in fondo al mare si riconta a partire da meno-infinito", mi piace questo verso. Mi sembra raccogliere in sè tutta questa matassa di ragionamenti.

Tutto ciò mi pare si leghi alla tematica del romanticismo, che appare sin dalla citazione di Keats. Vi è molto sospetto oggi per il romanticismo. Nella cultura “classica” il romanticismo è cattiva immediatezza, prestidigitazione, passione da astinenza, solipsismo, megalomania piccolo borghese, etc. L’infinita mediazione del tutto di cui si diceva qualche anno fa, parlando di post-moderno, era in fondo una virata neo-classica?

Ad ogni modo, anch’io nutro molte riserve rispetto al romanticismo. Certo, ne ho una visone scolastica e wikipedesca ma non mi impedisco di parlartene. Le mie perplessità sono piuttosto relativo all’aristocraticismo dei poeti romantici. Il Poeta romantico è un aristocratico dello spirito. Ora, ai tempi di Keats con i livelli di alfabetizzazione che ci possiamo immaginare il Poeta romantico era, in effetti, un eletto. Oggi però con l’università di massa le cose sono diverse, allora perché Keats? Perchè le melodie non ascoltate sono meglio di quelle che percepiamo? ( un bel libro da leggere sull'invisibilità o il silenzio come supremo estetico: "il capolavoro invisibile" di Belting)

Il tuo verso: La santità non si misura con la potenza della divinità. La passione- Essa rende sacre anche le cose più infime. Ma qual'è la passione che rende sacro un pesce? E' la passione, la forza malgrado tutto del poeta? dell'individuo o del gruppo che affronta la visione crudele?

La scorciatoia è sempre meglio dello scorsoio o di questo acre odore di santità. Cos'è la santità ? Io penso che i santi sono un compromesso con un irrudicibile politeismo "popolare".

Il tuo libro è percorso da immagini connotate religiosamente (in senso cristiano): la spina, il pesce, la salvezza dell’uomo, la rinascita dopo tre giorni, la preghiera, pane e sangue, etc.

I primi cristiani ricorrevano spesso a un’iconografia “pagana” per esprimere contenuti almeno in parte estranei alla cultura pagana ( la cultura del pagus, delle campagne) Così Socrate diventava Cristo, il banchetto l’ultima cena etc…. Penso che nei limiti del possibile è meglio evitare di farsi prendere in questo tranello. Le immagini non sono forme vuote adattabili a qualsiasi contenuto. Cioè, sono arbitrarie ma storicamente ricchissime. L’arbitrarietà del segno è purtroppo solo teorica.

Mi pare più necessario cercare di creare un iconografia laica (meglio, atea) piuttosto che approfittare della potenza delle immagini “religiose” per drammatizzare il “laido” o, più semplicemente, il quotidiano (strategia di Dario Bellezza, Pasolini con Bach anche…, lo stesso Guttuso coi suoi operai come “cristo uomo di dolore”, Bill Viola, etc.). Il tuo verso, come un povero cristo sulla pala dell’altare.

Certo a volte la radice cattolica è ridicolizzata beati quelli che non sanno che pesci pigliare. In effetti,  però, mi rendo anche conto anche della ricorrenza delle immagini precristiane, ma cristianizzate in seguito l’Averno, la sirena, Giona etc.

Cos’è un iconografia atea? E’ in qualche modo legata alla grande tematica del corpo (buona ancora nei ’60 ma ormai assolutamente di maniera, vd. Biagini)?

Torno indietro, alle Contemplazioni di una sirena. Mi piace moltissimo l'immagine del mollusco che vola via, delle onde pastose. Questa poesia parla per me degli scogli, del loro essere antico pericolo per i navignati, del loro essere la terra di una fauna viscida, anfibia, di una flora salmastra e floscia perennemente all'ascolto dell rollio statico del mare ( lo stallo dell'acqua).

Torno indietro. L'occhio del mare sonnecchia del pesce. Qui inizia tutto, prima dell'io del noi, del pesce. Prima di tutto c'è lo sbirciare di un occhio, un fruscio, un deglutire, un non sapere ancora di essere nati salvi.

Torno indietro, la bellissima foto. Semplice, lacerante.

 

Caro Jacopo,

il libro OLTREMARESCURO è più che un tentativo di fare poesia. Forse non è neanche poesia – Ma scrittura che apre il proprio laboratorio.

Dentro, a ben guardare – vi è tutto – intendo, in nuce, in-forme – in risonanze – il materiale che avevo dentro – emotivo e culturale, esperienziale. Non chiuso. Non demarcato. Sfumato. Attraversato. Polimorfico. Che – spero – lasci pensare. Che mi ha dato da pensare. Un tutto – voglio dire – elaborato – forse necessariamente – per prendere distanze da simboli ingombranti, da voci, assilli. Ma la distanza – questa – è giocata sul piano delle più equoree verità, delle condizioni simboliche più intime – almeno le mie.

Forse ho scritto solo per me – ed è da me che prendo le distanze, ora.

Il mare è ciò che non so definire – ma ce l’ho in petto. È la distanza che cerco sempre – talmente mi è dentro. È la stria blu che attraversa il limite – un mare che “oltre” si fa “scuro”. Così – per i riferimenti cristici – biblici – cattolici… (forse, questi riferimenti sono emersioni dal fondo culturale cui quotidianamente attingiamo semplicemente vivendo, osservando – anche da atei – per poi gettarli – anche capovolti – in quell’orizzonte dove le cose sono ambigue).

Siamo immersi nella nostra cultura. E la cultura a sua volta si fa momento “naturale”, pozza mitica – da demitizzare.

Ed è anche un commercio – come bene dici – questo “oltremarescuro” – sì, anche il “mare” sa essere venale – benché sempre e spudoratamente per volontà dell’uomo.

La campitura sulla tela – su carta, sulla malta fresca – ne è ulteriore manifesto… calcoli quanto colore ti serve perché i colori costano e il loro costo non ti fa dimenticare che sei nell’artificio. Perché  l’arte è artificiale.

E poi è artificiale anche perché il blu – pur essendo considerato colore primario – si può dire che primordialmente – in natura – non si dava immediato, come il rosso o il giallo. Ma poi i colori stessi sono astrazioni sopravvenute, epurazioni di carattere concettuale  – e i colori – all’origine – non erano spettri visivi (eccetto per l’arcobaleno) ma torba, sangue, derivati vegetali…

 L’OLTREMARESCURO è poi ulteriore artificio, elaborato chimico che solo in piccolissima dose scorgi nel mondo minerale – come anche tu dici. (Forse il solo blu esistente – non chimicamente trattato – è il lapislazzulo – ma è veramente esoso… e ad ogni modo non conosciuto dall’uomo primordiale).

Ogni colore – me lo dicono anni di studio, ma quanto ancora è da studiare – non è mai puro. Ed è questa la salvezza da ogni forma di speculazione astratta – benché ci sia vasta letteratura in merito. Il colore-pigmentum è in qualche modo un “principio” emancipato sin dall’origine dalla sua pretesa purezza.

In oltre, le indicazioni che se ne danno nell’uso – di questo pigmento in particolare, preso a tubetti o anche in polvere – sono di un colore solo parzialmente saturo, quindi non coprente del tutto, e che lascia intravedere, se c’è – il colore sottostante – e ne assume toni e ne asseconda forme.

Da monocromo, senza gradazione, questo blu è un’ossessione. Secondo il tuo stato psichico – però – sa essere anche salvifico. In ogni caso calamitico. Respirante.

La sensibilità di chi lo usa è però strettamente connesso alla sensibilità di chi lo osserva.  L’abitudine senziente è consuetudine con le cose, non solo con l’arte. E all’artista non deve darsi nessun privilegio di essere più sensibile degli altri – ma solo un medium – o una sonda – sempre subordinato al suo esporsi col corpo del cervello nel cuore della realtà.     

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martedì, gennaio 08, 2008

ISCRIZIONI ENTRO IL 26 GENNAIO

Un modulo di 4 incontri del Corso di Poesia Integrata inizierà il 1 febbraio, venerdì, ora 21.00, presso lo Spazio Gedeone, via Coni Zugna 4, Milano.

Per le iscrizioni, da effettuare entro il 26 gennaio 2008, scrivere a poesiaintegrata@hotmail.it o tel. al 3394200299.

Programma

Primo Incontro

venerdì  1 febbraio, ore 21.00-22.00

Introduzione alla poesia integrata.

Visualizzazione dell’immagine

 

Secondo Incontro

venerdì 8 febbraio, ore 21.00-22.00

Il suono e il rumore

La dimensione sonora del testo.

 

Terzo Incontro

venerdì 15 febbraio, ore 21.00-22.00

Il senso.

 

Quarto Incontro

venerdì 22 febbraio, ore 21.00-22.00

Interpretazione e analisi del testo.

Conclusione del modulo.

 

L’attivazione del corso è subordinato al raggiungimento dell’iscrizione della quota minima di partecipanti.

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mercoledì, gennaio 02, 2008

E-book del Corso di Poesia Integrata all’Istituto Virgilio di Milano

Poesia Integrata al Virgilio

Corso di Aggiornamento per insegnanti di italiano.

La bottega della poesia

Anno scolastico 2007-2008.

 

Il Corso di Poesia Integrata come Corso di Aggiornamento per gli insegnanti di italiano dell’Istituto Virgilio di Milano, La bottega della poesia,  ha dato vita ad un e-book  che documenta la ‘parte scritta’ del lavoro.

Il Corso si è sviluppato nell’ambito di dieci incontri della durata di due ore ciascuno, realizzati tra ottobre e dicembre 2007. Si sono iscritti tredici insegnanti alcuni dei quali hanno prodotto i testi che costituiscono l’e-book. I testi studiati sono stati di Amelia Rosselli e di Andrea Zanzotto.

Agli insegnanti che vi hanno partecipato va tutta la mia gratitudine e la mia ammirazione.

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venerdì, dicembre 14, 2007

POESIA INTEGRATA COME CORSO DI AGGIORNAMENTO-5

‘La bottega della poesia’, corso di aggiornamento

per insegnanti di italiano dell’istituto Virgilio di Milano.

Il contributo di Sara Jelmini si riferisce a due testi di Andrea Zanzotto (Idioma ,1986), su cui è stato pubblicato il mio post precedente. In particolare si fa riferimento alla sessione sul ‘suono’ e alla rete di connessioni e associazioni stabilite a partire da fonti sonore ‘esterne’ ai testi e dalle fonti sonore ‘interne’ al testo, secondo i modi specifici della ‘poesia integrata’.

Colgo l’occasione per ringraziare tutti i partecipanti al corso per la qualità alta dei loro contributi e qui Sara Jelmini per le belle, appassionate e acute pagine che seguono. (B.C.)

 

Tanto rumore, ma non per nulla

 

Secondo incontro nell’ambito del nostro corso di poesia integrata, centrato sull’ascolto di rumori. Il rumore come tramite per veicolare il senso di una poesia di Zanzotto (anche se conosceremo l’identità del poeta solo  dopo). Il rumore come occasione per compiere una regressione ipnotica che dal testo poetico ci conduce, in un viaggio centrifugo, nel nostro io. Per poi tornare, invertendo la rotta, ricchi del carico aggiunto, in senso centripeto, al nucleo della poesia. Questa volta, memore del significato di questo viaggio ad elastico, mi sento a  mio agio. Decido di spegnere le aspettative, e di stare in ascolto, fiduciosa che qualcosa accadrà. Senza aspettative, non si risveglia alcun senso di inadeguatezza in me. Sento l’energia del gruppo, che è come se si fosse moltiplicata, perché ci conosciamo meglio e la capacità di ascolto reciproco si è affinata.

Leggiamo il testo. Parte la prima serie dei rumori. Torniamo di nuovo sulla poesia. E il testo poetico è già diverso: si è acceso in alcune parole, condensato in certi suoni, rappreso in grumi di consonanti o vocali iterate. Già si intravede un senso, di là dal velo multiforme, brulicante dei rumori.

Ma una dolcezza ancora mi risuona dentro: è il suono della campana tibetana, che scandisce con la sua fissità aurea la seconda serie di rumori. Non è più il suono protratto, inscalfibile, scavato dentro a un vuoto pneumatico, della prima volta. Con la sua aura d’eterno, scandita e come franta in rintocchi, il suono della campana rimanda a qualcosa che non sosta in superficie, ma rinvia al profondo, anche se ad essa si interpolano brusii, tramestii, scoppiettii di tutt’altra natura. Quei rumori appartengono alla dimensione del reale, del tempo, del particolare. Il tocco della campana, col suo tendersi all’infinito, si sostanzia di un anelito all’universale, all’eterno, ad un mondo più autentico. Un mondo che forse sta sotto la scorza delle cose, non la trascende, perché ad essa è intimamente intrecciato. Un’armonia che si dà nel caos, un caos inscindibile dal cosmo: divina desuetudine. Il prefisso de allude a un allontanamento: desuetudine assume un significato diverso da “consuetudine”, in quanto allude alla necessità di allontanarsi dal reale, ma solo  per addentrarsi più profondamente in esso; sottende l’istanza di interporre una distanza tra sé e le cose, ma soltanto per metterle a fuoco meglio, per penetrarne l’essenza più profonda. L’eco dorata della campana scorre sotterranea, ma nel suo scorrere continuo è fissa, permane. Sopra le scoppiettano come fuochi d’artificio suoni disarmonici, stonati,  intossicati. Il suono della campana ne esce senz’altro un po’ sporco, ma non intaccato nella sua essenza. Come una pietra preziosa offuscata, ma di cui s’intuisce lo splendore. Il caos dei rumori fa avvertire la bipolarità dell’esistenza, che presenta  due dimensioni: una spirituale, l’altra superficiale, attinente  al lato materico, fisico della realtà. Essere, contrapposto a divenire; spirituale, in antitesi con materiale; e ancora: universale,  particolare; eterno,  temporale; profondo, superficiale. Il brusio sordo, l’inquinamento acustico  del mondo reale impreziosiscono la nota d’oro della campana.  Così come la tonalità permanente, sempre uguale a se stessa, di quest’ultima, rende sopportabile l’eterogeneità del caos fonico e ne ridimensiona la dissonanza (lesività combinate) con un effetto rassicurante, quasi catartico.  Insomma, sono i rumori che increspano la superficie a fare apprezzare il silenzio di fondo, così come le nuvole velano il sole, ma non lo oscurano. Tanto rumore si carica dunque di senso, non è stato per nulla.

Nella terza fase di somministrazione dei rumori, suggestionata dall’interpretazione di un collega, sento un flusso d’acqua che scorre, ora libera e scrosciante come una cascata, ora ingorgata come un rivo strozzato; ora stillicidio di gocce in una grotta materiata di stalattiti. In ogni caso, tutto continua, inesorabilmente e invariabilmente, a scorrere. Ed è un divenire che si sostanzia dell’essere, come goccia d’acqua cristallizzata nella roccia. Per divina desuetudine (il prefisso de sembra ora alludere a un movimento dall’alto verso il basso) tutto, nel suo eterno scorrere, si annulla, ed è.  Se si vuole tendere verso l’alto, bisogna comunque essere ben radicati a terra. Mi viene in mente il viaggio di Dante, che arriva in paradiso passando attraverso l’inferno. Mi risuonano le parole di Pascal, secondo cui chi si esalta, va umiliato, riportato a terra; chi si abbassa, va innalzato. Torna alla mente, richiamata da Biagio, la favola antica del serpente (simbolo dell’aderenza a una dimensione esclusivamente materiale della vita) e del pavone (ovvero una concezione estetizzante, narcisistica che mira esclusivamente alle sfere più elevate e prescinde dai livelli più bassi). Comprendo adesso che i vari tasselli del nostro percorso si stanno inanellando, che c’è un senso e un’armonia che li lega.

Torno a ripercorrere la mia regressione ipnotica innescata dall’ascolto dei rumori. Un’estremità del filo si è tesa: ora l’elastico si allenta; si torna nel centro, si riapproda alla poesia. La rileggo. Questa volta,  ho per un attimo la percezione di chiarezza e la vedo, sotto un’altra luce. L’onda sonora della campana, nella sua vibrazione fissa, si visualizza come un raggio luminoso: mi s’ illumina la parola raggi d’emblema, che è anche l’incipit della seconda parte della poesia. A questa immagine ricollego santificato, ovvero un autunno cristallizzato nel suo esordio di luce; un autunno  sacro, in quanto irradiato di luce così potenziata rispetto al grado naturale, da sembrare ultraterrena, sovrumana. La luce è l’elemento della realtà fisica più prossimo alla dimensione spirituale.  Comprendo dunque anche il silenzio altissimo, e lo metto in rapporto con  la vibrazione prolungata all’infinito della campana tibetana, al raggio di luce fissa da essa emanato. Ricollego il tutto a lampada accesa e ad ogni oggetto [che]  s’illustra. Illustra contiene il suffisso in: l’illuminazione si riceve guardando le cose da dentro, più in profondità.  Non è infatti la lampada ad identificare  la fonte di luce, perché quest’ultima è interna alla realtà e ogni oggetto si illumina da dentro, diviene lampada accesa. Le cose si sostanziano della nostra visione interiore. Mi viene in mente la visione di Dio nell’ultimo canto del Paradiso, che si approfondisce ed arricchisce man mano che Dante penetra più internamente in essa.

Se non si dà una realtà oggettiva, non esiste neanche il tempo. Le cose non cambiano, nessun tempo è mai passato. La dimensione temporale viene annullata, perché appartiene alla categoria della relatività, del particolare, che viene assorbita da ciò che è eterno, universale. Se il tempo non esiste più, non c’è più futuro: vengono meno le nostre aspettative, le nostre speranze ed in questo modo possiamo sottrarci al vuoto disperante  delle illusioni e delle delusioni. Anche il passato viene vanificato: nessuna memoria, nessuna semenza. Nessun ricordo, nessuna traccia dei conflitti genitoriali e delle conseguenti proiezioni: si spezza la coazione a ripetere, in base alla quale tendiamo a perpetrare il teatrino dei nostri conflitti familiari nei nostri rapporti con l’altro e a rifare gli errori dei nostri genitori. Capisco adesso l’espressione, prima criptica, alludente alle lesività combinate: intuisco un disegno nel dolore umano, un senso nel nostro scombinato viaggio. Questa volta sembra che il calcolo dei dadi torni, e nessuna banderuola giri più all’impazzata, sospinta da chissà quale forza arcana: tutto è consistenza. Ricordo che nella prima fase di somministrazione dei rumori, mi si era impresso questo suono, che finiva in enza (semenza, consistenza). Tutto torna, tutto mi sembra chiaro, adesso: magari è solo per un attimo, ma questa sensazione di chiarezza è dolce e profonda, e non ha nulla a che vedere con la chiarezza mentale. C’è di più. Per un attimo si spegne il brusio, si fa silenzio e si intravede il rifulgere di un raggio d’oro. Scompare il tempo, e non c’è più frattura, in quanto cessa ogni contrasto, ogni discontinuità; scompare lo spazio, perché tutto s’illumina e si appiana, e non c’è più alcuna increspatura nell’orizzonte (clivo); si annulla la memoria, si cancella l’appartenenza. Là, mai fu, là-unicamente-accogliere. In quell’attimo, l’attimo della visione, dell’illuminazione, tutto viene meno, ogni conflitto, storico e individuale, viene superato; in quel punto, in cui Montale e Leopardi incontrano il nulla, il nostro poeta incontra la consistenza, e semplicemente, unicamente,  la accoglie.

Torno a me, alla mia professione di docente, e rifletto sulla ricaduta didattica del corso di poesia integrata di Biagio Cepollaro. Intanto, la parola stessa integrata ora si carica di ben altre risonanze: le note dorate, persistenti  della campana tibetana si mescolano ai toni ferrigni di rumori prosaici e disparati. Comprendo che abbiamo integrato, nel nostro viaggio sulle piste dorate della poesia, varie dimensioni del nostro essere: quella intellettuale, culturale, e quella emotiva, spirituale. Abbiamo volato basso e alto: dai rumori sparsi e domestici del bagno e della cucina, dalla betoniera onnivora come una “grande madre”, ai silenzi di un autunno sfolgorante di luce, agli aurei rintocchi di una campana antica. Tutto questo mi dice che non può non esserci una ricaduta didattica: sia nel caso si scelga di riproporre questo iter nel quinto anno per accostare ed  interpretare la poesia contemporanea; sia che ciò avvenga in modo trasversale, educando gli alunni a lavorare sulle proprie emozioni e ad attingere da lì motivazione, passione, desiderio di crescere.

Mi rendo conto, in ultima analisi,  del fatto che tutto questo sta motivando anche me, come docente. Mi si chiarisce, ineludibile, una necessità: per dare motivazione bisogna averla dentro,  come una luce interna che filtri parole, contenuti, idee, e dall’interno le rigeneri. 

Riconosco, infine, con gratitudine nei confronti di Biagio Cepollaro, che questo “non-corso di aggiornamento” si sta sempre più rivelando,  a tutti gli effetti,  un “corso di aggiornamento”. Senza nulla togliere, con questo,  alla peculiarità e all’intensità di un’esperienza che si costruisce solo col suo farsi e non si può comprendere se non partecipandovi, e vivendola dall’interno, dentro al raggio d’oro della poesia.

 

Sara Jelmini
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categoria:poesia, lettura, cepollaro, poesia integrata
giovedì, dicembre 06, 2007

 

Biagio Cepollaro su una stanza di Andrea Zanzotto, da Idioma (1986)

 

POESIA INTEGRATA COME CORSO DI AGGIORNAMENTO-4

‘La bottega della poesia’, corso di aggiornamento

per insegnanti di italiano dell’istituto Virgilio di Milano.

Il contributo si riferisce a due testi di Andrea Zanzotto (Idioma ,1986).

Pubblico qui la prima ‘parte scritta’ della mia analisi scaturita dal lavoro del gruppo di insegnanti sull’immagine, sul suono e sul senso secondo i criteri della poesia integrata.

 

Stanza immaginata o intravista

Raggi d’emblema e –santificato- incipiente autunno

Lesività combinate, fattive

ma ributtate da sempre, e uscite

in vero, altissimo silenzio!

Lampada accesa ogni oggetto s’illustra

per una divina desuetudine

e prepotenza,

nessun tempo è mai passato

ogni tempo –unicamente- verrà

Nulla in più da attendere, da nessun

clivo o frattura

da nessuna memoria né semenza

Là sta idea, consistenza, renitenza

Là fu, mai fu, là –unicamente- accogliere.

*

Il cielo è limpido sino ad

essere sconosciuto                                                   

Tutto è intossicato dal sole

Io tossisco sotto questo, in questo

brusire di entificazioni

e sono distratto

molto distratto dalla violenza

                          di un freddo

che pur non fa nulla di male

 

Adocchio solitudini

già mie              ora di se stesse

                          unicamente

Tutti i rimproveri pare si calmino

                          riverberando

Tutto è distrazione e

                          forse meno, un

poco meno del previsto, pena

 

*****

Elementi di analisi del testo

 

I

L’avverbio unicamente si ripete tre volte ed abbraccia entrambe le parti della poesia.

E’ tenuta insieme da un proposito di atteggiamento esistenziale generale che si concreta nell’iniziale opposizione tra ributtate ed accogliere. Rifiuto ed accoglimento sono le azioni, compiute e da compiere, gli attori sono: il Tutto e Io. Questo rapporto tra Io e Mondo tende a porsi come astratto, come concetto di una relazione ma nello stesso tempo sensazione tattile, concretissima: il freddo e sentimento psicologico: pena.

L’esterno del paesaggio e l’interno della stanza sono governati dallo stesso tipo di relazione Io- Mondo: straniamento, tendente all’omogeneo (brusìo di entificazioni).

La divina desuetudine degli oggetti corrisponde al cielo sconosciuto: la luce (lampada o raggi d’emblema) invece di illuminare, rivela l’unica mente (unicamente) che accomuna le entificazioni del mondo con i loro sommessi suoni indistinti (brusìo).