POESIA INTEGRATA COME CORSO DI AGGIORNAMENTO-5
‘La bottega della poesia’, corso di aggiornamento
per insegnanti di italiano dell’istituto Virgilio di Milano.
Il contributo di Sara Jelmini si riferisce a due testi di Andrea Zanzotto (Idioma ,1986), su cui è stato pubblicato il mio post precedente. In particolare si fa riferimento alla sessione sul ‘suono’ e alla rete di connessioni e associazioni stabilite a partire da fonti sonore ‘esterne’ ai testi e dalle fonti sonore ‘interne’ al testo, secondo i modi specifici della ‘poesia integrata’.
Colgo l’occasione per ringraziare tutti i partecipanti al corso per la qualità alta dei loro contributi e qui Sara Jelmini per le belle, appassionate e acute pagine che seguono. (B.C.)
Tanto rumore, ma non per nulla
Secondo incontro nell’ambito del nostro corso di poesia integrata, centrato sull’ascolto di rumori. Il rumore come tramite per veicolare il senso di una poesia di Zanzotto (anche se conosceremo l’identità del poeta solo dopo). Il rumore come occasione per compiere una regressione ipnotica che dal testo poetico ci conduce, in un viaggio centrifugo, nel nostro io. Per poi tornare, invertendo la rotta, ricchi del carico aggiunto, in senso centripeto, al nucleo della poesia. Questa volta, memore del significato di questo viaggio ad elastico, mi sento a mio agio. Decido di spegnere le aspettative, e di stare in ascolto, fiduciosa che qualcosa accadrà. Senza aspettative, non si risveglia alcun senso di inadeguatezza in me. Sento l’energia del gruppo, che è come se si fosse moltiplicata, perché ci conosciamo meglio e la capacità di ascolto reciproco si è affinata.
Leggiamo il testo. Parte la prima serie dei rumori. Torniamo di nuovo sulla poesia. E il testo poetico è già diverso: si è acceso in alcune parole, condensato in certi suoni, rappreso in grumi di consonanti o vocali iterate. Già si intravede un senso, di là dal velo multiforme, brulicante dei rumori.
Ma una dolcezza ancora mi risuona dentro: è il suono della campana tibetana, che scandisce con la sua fissità aurea la seconda serie di rumori. Non è più il suono protratto, inscalfibile, scavato dentro a un vuoto pneumatico, della prima volta. Con la sua aura d’eterno, scandita e come franta in rintocchi, il suono della campana rimanda a qualcosa che non sosta in superficie, ma rinvia al profondo, anche se ad essa si interpolano brusii, tramestii, scoppiettii di tutt’altra natura. Quei rumori appartengono alla dimensione del reale, del tempo, del particolare. Il tocco della campana, col suo tendersi all’infinito, si sostanzia di un anelito all’universale, all’eterno, ad un mondo più autentico. Un mondo che forse sta sotto la scorza delle cose, non la trascende, perché ad essa è intimamente intrecciato. Un’armonia che si dà nel caos, un caos inscindibile dal cosmo: divina desuetudine. Il prefisso de allude a un allontanamento: desuetudine assume un significato diverso da “consuetudine”, in quanto allude alla necessità di allontanarsi dal reale, ma solo per addentrarsi più profondamente in esso; sottende l’istanza di interporre una distanza tra sé e le cose, ma soltanto per metterle a fuoco meglio, per penetrarne l’essenza più profonda. L’eco dorata della campana scorre sotterranea, ma nel suo scorrere continuo è fissa, permane. Sopra le scoppiettano come fuochi d’artificio suoni disarmonici, stonati, intossicati. Il suono della campana ne esce senz’altro un po’ sporco, ma non intaccato nella sua essenza. Come una pietra preziosa offuscata, ma di cui s’intuisce lo splendore. Il caos dei rumori fa avvertire la bipolarità dell’esistenza, che presenta due dimensioni: una spirituale, l’altra superficiale, attinente al lato materico, fisico della realtà. Essere, contrapposto a divenire; spirituale, in antitesi con materiale; e ancora: universale, particolare; eterno, temporale; profondo, superficiale. Il brusio sordo, l’inquinamento acustico del mondo reale impreziosiscono la nota d’oro della campana. Così come la tonalità permanente, sempre uguale a se stessa, di quest’ultima, rende sopportabile l’eterogeneità del caos fonico e ne ridimensiona la dissonanza (lesività combinate) con un effetto rassicurante, quasi catartico. Insomma, sono i rumori che increspano la superficie a fare apprezzare il silenzio di fondo, così come le nuvole velano il sole, ma non lo oscurano. Tanto rumore si carica dunque di senso, non è stato per nulla.
Nella terza fase di somministrazione dei rumori, suggestionata dall’interpretazione di un collega, sento un flusso d’acqua che scorre, ora libera e scrosciante come una cascata, ora ingorgata come un rivo strozzato; ora stillicidio di gocce in una grotta materiata di stalattiti. In ogni caso, tutto continua, inesorabilmente e invariabilmente, a scorrere. Ed è un divenire che si sostanzia dell’essere, come goccia d’acqua cristallizzata nella roccia. Per divina desuetudine (il prefisso de sembra ora alludere a un movimento dall’alto verso il basso) tutto, nel suo eterno scorrere, si annulla, ed è. Se si vuole tendere verso l’alto, bisogna comunque essere ben radicati a terra. Mi viene in mente il viaggio di Dante, che arriva in paradiso passando attraverso l’inferno. Mi risuonano le parole di Pascal, secondo cui chi si esalta, va umiliato, riportato a terra; chi si abbassa, va innalzato. Torna alla mente, richiamata da Biagio, la favola antica del serpente (simbolo dell’aderenza a una dimensione esclusivamente materiale della vita) e del pavone (ovvero una concezione estetizzante, narcisistica che mira esclusivamente alle sfere più elevate e prescinde dai livelli più bassi). Comprendo adesso che i vari tasselli del nostro percorso si stanno inanellando, che c’è un senso e un’armonia che li lega.
Torno a ripercorrere la mia regressione ipnotica innescata dall’ascolto dei rumori. Un’estremità del filo si è tesa: ora l’elastico si allenta; si torna nel centro, si riapproda alla poesia. La rileggo. Questa volta, ho per un attimo la percezione di chiarezza e la vedo, sotto un’altra luce. L’onda sonora della campana, nella sua vibrazione fissa, si visualizza come un raggio luminoso: mi s’ illumina la parola raggi d’emblema, che è anche l’incipit della seconda parte della poesia. A questa immagine ricollego santificato, ovvero un autunno cristallizzato nel suo esordio di luce; un autunno sacro, in quanto irradiato di luce così potenziata rispetto al grado naturale, da sembrare ultraterrena, sovrumana. La luce è l’elemento della realtà fisica più prossimo alla dimensione spirituale. Comprendo dunque anche il silenzio altissimo, e lo metto in rapporto con la vibrazione prolungata all’infinito della campana tibetana, al raggio di luce fissa da essa emanato. Ricollego il tutto a lampada accesa e ad ogni oggetto [che] s’illustra. Illustra contiene il suffisso in: l’illuminazione si riceve guardando le cose da dentro, più in profondità. Non è infatti la lampada ad identificare la fonte di luce, perché quest’ultima è interna alla realtà e ogni oggetto si illumina da dentro, diviene lampada accesa. Le cose si sostanziano della nostra visione interiore. Mi viene in mente la visione di Dio nell’ultimo canto del Paradiso, che si approfondisce ed arricchisce man mano che Dante penetra più internamente in essa.
Se non si dà una realtà oggettiva, non esiste neanche il tempo. Le cose non cambiano, nessun tempo è mai passato. La dimensione temporale viene annullata, perché appartiene alla categoria della relatività, del particolare, che viene assorbita da ciò che è eterno, universale. Se il tempo non esiste più, non c’è più futuro: vengono meno le nostre aspettative, le nostre speranze ed in questo modo possiamo sottrarci al vuoto disperante delle illusioni e delle delusioni. Anche il passato viene vanificato: nessuna memoria, nessuna semenza. Nessun ricordo, nessuna traccia dei conflitti genitoriali e delle conseguenti proiezioni: si spezza la coazione a ripetere, in base alla quale tendiamo a perpetrare il teatrino dei nostri conflitti familiari nei nostri rapporti con l’altro e a rifare gli errori dei nostri genitori. Capisco adesso l’espressione, prima criptica, alludente alle lesività combinate: intuisco un disegno nel dolore umano, un senso nel nostro scombinato viaggio. Questa volta sembra che il calcolo dei dadi torni, e nessuna banderuola giri più all’impazzata, sospinta da chissà quale forza arcana: tutto è consistenza. Ricordo che nella prima fase di somministrazione dei rumori, mi si era impresso questo suono, che finiva in enza (semenza, consistenza). Tutto torna, tutto mi sembra chiaro, adesso: magari è solo per un attimo, ma questa sensazione di chiarezza è dolce e profonda, e non ha nulla a che vedere con la chiarezza mentale. C’è di più. Per un attimo si spegne il brusio, si fa silenzio e si intravede il rifulgere di un raggio d’oro. Scompare il tempo, e non c’è più frattura, in quanto cessa ogni contrasto, ogni discontinuità; scompare lo spazio, perché tutto s’illumina e si appiana, e non c’è più alcuna increspatura nell’orizzonte (clivo); si annulla la memoria, si cancella l’appartenenza. Là, mai fu, là-unicamente-accogliere. In quell’attimo, l’attimo della visione, dell’illuminazione, tutto viene meno, ogni conflitto, storico e individuale, viene superato; in quel punto, in cui Montale e Leopardi incontrano il nulla, il nostro poeta incontra la consistenza, e semplicemente, unicamente, la accoglie.
Torno a me, alla mia professione di docente, e rifletto sulla ricaduta didattica del corso di poesia integrata di Biagio Cepollaro. Intanto, la parola stessa integrata ora si carica di ben altre risonanze: le note dorate, persistenti della campana tibetana si mescolano ai toni ferrigni di rumori prosaici e disparati. Comprendo che abbiamo integrato, nel nostro viaggio sulle piste dorate della poesia, varie dimensioni del nostro essere: quella intellettuale, culturale, e quella emotiva, spirituale. Abbiamo volato basso e alto: dai rumori sparsi e domestici del bagno e della cucina, dalla betoniera onnivora come una “grande madre”, ai silenzi di un autunno sfolgorante di luce, agli aurei rintocchi di una campana antica. Tutto questo mi dice che non può non esserci una ricaduta didattica: sia nel caso si scelga di riproporre questo iter nel quinto anno per accostare ed interpretare la poesia contemporanea; sia che ciò avvenga in modo trasversale, educando gli alunni a lavorare sulle proprie emozioni e ad attingere da lì motivazione, passione, desiderio di crescere.
Mi rendo conto, in ultima analisi, del fatto che tutto questo sta motivando anche me, come docente. Mi si chiarisce, ineludibile, una necessità: per dare motivazione bisogna averla dentro, come una luce interna che filtri parole, contenuti, idee, e dall’interno le rigeneri.
Riconosco, infine, con gratitudine nei confronti di Biagio Cepollaro, che questo “non-corso di aggiornamento” si sta sempre più rivelando, a tutti gli effetti, un “corso di aggiornamento”. Senza nulla togliere, con questo, alla peculiarità e all’intensità di un’esperienza che si costruisce solo col suo farsi e non si può comprendere se non partecipandovi, e vivendola dall’interno, dentro al raggio d’oro della poesia.
Sara Jelmini