venerdì, agosto 01, 2008

Biagio Cepollaro, da Le Qualità, work in progress

 

10.

 

la maglia tiene caldo eppure

non ne basta una a far pensare

ad altro

per strada si lamentano

come se il freddo fosse

risalito alla superficie

delle mani dopo esser stato

affondato col peso

d’un sasso.

 

la mano che si screpola

sposa gli occhi allarmati

ma né la maglia più

pesante né il cerchio

che riporterà l’estate

persuade.

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giovedì, luglio 24, 2008

Biagio Cepollaro, Su L’Uomo avanzato di Mariano Baino, Le Lettere, 2008

 

 

1. La metafora del naufrago è solo lo spunto iniziale, un pretesto, per avviare un’indagine sul senso del titolo: ‘L’uomo avanzato’. Una ricognizione della piena maturità di Baino che sceglie, come punto di osservazione, una terra che non è propriamente una terra –piccola isola- e un orizzonte tanto vasto e preciso quanto ‘inattendibile’, giacchè questo è il mare e insieme la condizione naturale dell’uomo. Per rovesciamento dei significati: la natura seconda, artificiale, metropolitana  avrebbe il pregio dell’attendibilità, mentre la natura prima no.

E questo rovesciamento porta con sé la corrosione dell’ironia ma anche la posizione del problema: per l’uomo avanzato non c’è propriamente un luogo in cui collocarsi e riconoscersi. E’ avanzato sia perché è un di più rispetto alla direzione che la Storia ha preso, sia perché testimonia di un ‘più’ rispetto alle vulgate ideologiche che provano ad acclimatare gli uomini nelle odierne società occidentali. E sembra che questi due sensi del termine ‘avanzato’ siano uno conseguenza dell’altro.

 

2. Nel radicale isolamento fisico è possibile saggiare la costitutiva natura sociale dell’uomo. Ma questi altri uomini, organizzati in società, sembrano non soddisfare le richieste di prossimità e vicinanza che il sogno della sparizione della solitudine esige.

 

3. Il personaggio all’inizio si mostra accondiscendente ma anche inquieto. La nave-crociera raccoglie in emblema la convenzionalità delle relazioni: è chiaro che qualcosa deve accadere, che le azioni compiute apparentemente per confermare tali convenzioni finiranno per sabotarle.

Il divieto viene trasgredito: il contatto diretto –assolutamente proibito- con la dimensione dell’Anima (il mare burrascoso) quasi per un lapsus viene realizzato. L’uomo perde l’equilibrio e finisce in mare, risucchiato dal mare degli archetipi e restituito ad un piccolo isolotto, cioè: ad un punto di vista assolutamente personale, critico, essenziale, impietoso e lirico, insieme.

 

4. Da questo punto di vista la scrittura tende a diventare bianca. Scrittura che appare denotativa ma il cui oggetto è già in prima battuta una connotazione. Guardare e descrivere all’interno di una situazione metaforica ha la concretezza del viaggio figurale.

 

5. In epigrafe al libro le citazioni da Eliot, Merton ed Eraclito. Cammino a ritroso verso il sapienziale a partire dallo scacco del Novecento.

 

6. Condizione postmoderna è assenza di futuro pur in presenza dello scorrere del tempo. Paradosso per il quale la storia non finisce ma i suoi racconti deperiscono in nulla, in nichilismo.

‘Si, io sono come intrappolato in una zona del tempo in cui manca il futuro. L’avvenire potrebbe riguardarmi solo se io vivessi in una collettività e se una collettività vivesse in me. devo imparare a perdermi nell’attuale, in una miriade di presenti...’ (pag.41).

 

7. A partire da questo sentirsi eccedenza, sia pure piombata in un punto di vista, il mondo appare una ‘confusa iniquità’ (pag.47).

 

 

8. Nella scissione c’è solo infinita descrizione dei resti. Prolissità vegetale, escrescenze delle spiagge. Fantasie, ricordi, allucinazioni: alghe che ‘avanzano’ ipertrofiche (sovralimentate da simboli) sul suolo disumanizzato della mente. E’ il narcisismo della scrittura che viene meno alla sua natura relazionale. Il mondo attendibile è iniquo ma è anche l’unico mondo in cui la parola ha davvero il suo senso. Al di fuori di esso risuona come , ancora una volta, un’escrescenza del silenzio.

 

9. La resa e la lotta ad oltranza, come quella che fu del soldato giapponese di cui il personaggio trova la spada.

 

 

10. Nella scissione c’è il germe della follia. Ma prima della follia vi è la lucidità del paradosso. Che è quello del nostro tempo che ci costringe a fare a meno della storia (della comunità, del legame sociale, della narrazione condivisa) pur in presenza dell’avanzare del tempo biologico tendenzialmente privo di articolazione di senso.

 

11. Non c’è soluzione in questo dramma, Lo si capisce non tanto dal fatto che la scissione non viene ricomposta neanche con il semplice ritrovamento del naufrago, quanto dal fatto che il pensiero critico ha fallito o mentito. ‘Questa è un’avanguardia, questa una retroguardia, questa è la scuola di Francoforte: volta la carta, Hiroo, ci vedi il denaro!’ (pag.102).

 

 

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giovedì, luglio 10, 2008

 

3) Cinque interventi sul poema di Giancarlo Majorino. Gherardo Bortolotti.

 

Dopo gli sguardi ad ampio raggio di Biagio e di Alessandro, io mi limito a segnalare un aspetto particolare del testo, uno dei tanti tratti che compongono un’opera così complessa come “Viaggio nella presenza del tempo”.

 

Premetto, velocemente, che questa scelta è dovuta sia ad una specie di empatia immediata che provo verso determinate scritture e modalità di immaginare un testo letterario, sia perché trovo che questo tratto sia la caratteristica principale di molti testi degli ultimi anni e mi sembra, in qualche modo, una strategia retorica efficace per interrogare lo spirito dei tempi, per così dire, lo stato delle cose.

 

Questo tratto è, in una parola, l’accumulo.

 

L’accumulo sia come stratificazione di voci narranti, stili, registri linguistici, materiali testuali, eventi - tutti aspetti evidenti di questa opera di Majorino. Ma soprattutto quello che chiamere “accumulo strutturale” - che mi sembra costituire la vera “anima” del testo, ovvero l’accumulazione di singoli tentativi di interpretazione, di comprensione, di resoconto, rappresentati dai singoli testi/canti.

 

Ecco, è su questo aspetto che vorrei interpellare l’autore. Cerco, quindi, di chiarire meglio come vedo questo accumulo all’opera nel Viaggio, quali siano le sue caratteristiche.

 

Nel testo si fa riferimento, tra i tanti autori citati, anche a Robert Musil e, in effetti, mi sembra possibile un paragone tra il Viaggio di Majorino e l’idea musiliana che sta alla base dell’Uomo senza qualità, ovvero l’idea di opera letteraria come soluzione per sommatoria di singole soluzioni, all’interno di un programma modernista di gestione in un’opera - un romanzo nella fattispecie - della complessità del mondo.

 

Mi sembra però, anche, che ci sia una differenza e che questa differenza sia uno degli aspetti più interessanti e vivi di questo testo, del suo concetto, per così dire, e della sua organizzazione. Un tratto, per altro, che allontana il Viaggio dai testi modernisti, di cui magari può conservare alcuni elementi stilistici ma su una base concettuale, mi sembra, profondamente diversa.

 

Il fatto è che, in Musil, i singoli elementi del testo, i singoli capitoli, hanno un valore proprio come elementi di un disegno a priori più ampio, e unitario, appunto il romanzo, completo a suo modo anche se non concluso. Nel Viaggio nella presenza del tempo, invece, i singoli canti sembrano il risultato di autonomi tentativi di significazione, di comprensione e che poi vengono raccolti, accumulati appunto, nel testo, che ne risulta essere un ordinamento a posteriori.

 

La differenza non è solo di tempi logici - cioè che in Musil l’ordine è anteriore, nascosto nel motore romanzesco e nel progetto unitario e totalizzante, mentre in Majorino l’ordine sembra posteriore, nonostante la struttura chiusa e forte, in libri e parti, del poema - anzi forse proprio questa organizzazione dimostra l’essere a posteriori della struttura, come l’incompletezza dell’Uomo senza qualità ne riflette un’unitarietà intima e infinita.

 

Come dicevo, comunque, non è solo una questione di tempi logici, ma della diversa intuizione che sta al fondo degli elementi base delle due opere. Il capitolo musiliano è giustificato dal disegno generale, dal suo essere elemento di una vicenda complicata, inconclusa, disfatta ma comunque coerente, organica, e come tale viene sussunto nell’opera e nel suo sforzo generale di costruzione di senso. Il canto di Majorino sembra invece valere come singolo tentativo di comprensione, come momento, come evento letterario e esistenziale di senso. Allora vediamo il movimento di prima ribaltarsi ed avere un’opera, il poema, investito del valore dei sui singoli elementi.

 

In qualche modo, quello che succede mi sembra sia questo. Nel caso di Musil, e comunque nel caso di un’opera modernista, il tentativo totalizzante di significazione del mondo viene rimandato ad uno spazio astratto, che è quello a priori dell’unità ideale dell’opera, in quel suo stato di oggetto platonico precedente e nel suo tempo eterno, extra-storico. Nel caso di Majorino, invece, quello che conta sono i singoli tentativi di comprensione e la traccia – ripeto: la traccia – che se ne trova nei singoli testi e, così, il tempo dell’opera viene calato nel tempo storico, nel tempo della scrittura, dell’autore e del lettore. In questo senso, mi sembra che il dato biografico, la stesura quasi quarantennale del Viaggio, sia una testimonianza ed una conferma.

 

Ecco, concludo dicendo che questo valore di traccia dei testi, il loro accumularsi nel corso del tempo e la realizzazione finale dell’opera come ordinamento a posteriori mi sembrano introdurre una nuova dimensione esistenziale, direi etico-politica, alla scrittura e dare luogo ad un tipo di autorialità diversa, basata sul valore etico del tentativo di ordinamento del mondo, piuttosto che sul valore gnoseologico del capire e/o sapere il mondo - e questo tratto, questo tipo di accumulo mi sembra davvero quella proposta nuova, molto dinamica, molto interessante e, credo, ricca di possibili strumenti per il futuro, a cui accennavo all’inizio del mio intervento.

 

Ecco, ora leggo un brano, scelto tra i tanti che possono dare conto delle cose che ho detto. Si tratta del XXVII canto, che ho scelto sia per l’uso della prosa (una prosa che non è né prosa poetica né prosa romanzesca e che mi interessa direi personalmente, come autore, come lettore) sia perché, con la sua natura di sequenza di appunti, mi sembra sia abbastanza esemplificativo, in qualche modo paradigmatico, del punto che ho cercato di sottolineare.

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mercoledì, luglio 09, 2008

2) Cinque interventi sul poema di Giancarlo Majorino. Biagio Cepollaro

 

Su Giancarlo Majorino, Viaggio nella presenza del tempo, Mondadori, 2008.

 

In apertura

Occorreranno anni per metabolizzare sul piano critico un poema così complesso e stratificato. Ciò che mi sento di dire oggi è che sin dall’inizio si possono suggerire delle chiavi di indagine, delle tracce, delle coordinate che, come strumenti di navigazione, possono orientare e indicare dove e cosa cercare, piuttosto che riferire ritrovamenti o illustrare zone particolari della vasta aerea che qui si può solo fisicamente sorvolare. Con queste mie parole riprendo una strada cominciata venti anni fa, una  strada  che in modi diversi molti di noi qui hanno fatto, conoscendo Giancarlo da meno o più tempo: quella del dialogo e del comprendere, del tentare di accogliere lo specifico pur sentendo come in un moto di simpatia umana ciò che accomuna. Lo sfondo insomma è il simil- diverso, o il simil-dissimile, la relazione che non si crea ma si riconosce giacchè è data sin dall’inizio, presso gli umani. E con quest’ultima considerazione si è già dentro al poema e ci si è già imbattuti in  uno dei suoi temi preferiti.

Ne esco subito per elencare ciò che chiamo ‘campi di tensione’ e che sono secondo me alcuni segnali luminosi utili per la navigazione e per la lettura. Un campo di tensione è tale perché scaturito da opposte polarità o da poco riducibili differenze, si fa luogo di elaborazione e di produzione del senso. Sono convinto che a generare la poesia di Majorino siano proprio questi campi che nel tempo non hanno mai perso la loro ‘tensione’ e che appartengono tanto a lui, alla sua biografia, forse anche alla sua personalità umana, quanto al modo con cui la nostra storia dal Dopoguerra si è raccontata, anche qui un singolare intreccio tra un modo di rappresentarsi e un fascio di rappresentazioni collettive, in cui poi in definitiva consiste la cultura di un’epoca, la stessa produzione simbolica. E questo intreccio di storie non è subìto ma costantemente cercato, direi programmaticamente cercato, rientrando tale ricerca in quella che una volta si chiamava dimensione etica della poesia e si voleva dire questa storica, attiva eticità. E credo di poter riconoscere questo carattere perché proprio nel momento in cui stava per dissolversi alla metà degli anni ’80, almeno in una sua certa forma, personalmente chi scrive ne veniva a contatto, pieno di curiosità e pronto ad assumersene la responsabilità.

Dunque i campi di tensione da me individuati, non esaurendone con questo ovviamente il numero né il tipo, sono relativi sia al piano stilistico-formale, sia a quello dei temi, realizzandosi molto spesso tra gli uni e gli altri radicate simmetrie.

 

 

Splendore e oggettività della lingua

Il primo campo, per me il più evidente, è quello che viene instaurato ponendo insieme due istanze per loro natura contraddittorie ma che risultano molto produttive una volta poste a contatto: mi riferisco alla tensione verso ‘lo splendore della lingua’ e la tensione verso ‘l’oggettività della lingua’.

Da un lato la lingua viene lavorata e ‘slogata’ perché , per così dire, fiorisca nella sua autonomia, perché possa segnalare la libertà sensuosa e gioiosa del dire intorno, su, prima, dopo l’oggetto significato, dall’altro la lingua viene disciplinata e ritrovata così com’è, così come risulta dal processo collettivo dei parlanti, e quindi spesso lingua pre-codificata, o dal gergo o dalla filosofia (e quest’ultimo per la verità è già un altro campo di tensione che con il precedente s’interseca).

E di fatto la mia analisi in campi di discorsi per comodità espositiva procede in senso orizzontale ma la realtà testuale prevede un intreccio verticale tra i campi di tensione che necessariamente una descrizione, ancorchè sommaria come questa, non può restituire.

 

Energia e immobilità della lingua.

Il secondo campo di discorso, attiguo al primo, è costituito dalla tensione che si genera tra l’energia della lingua e la sua immobilità, per intenderci: tra il piano pre-verbale che di tanto in tanto muove il sorgere e il concatenarsi dei versi e quello della citazione, del lacerto, più o meno adattato, più o meno addomesticato. Tra pre-verbale e gestuale da un lato e campionatura antologica dall’altro, tra energia e massa verbale.

 

Realismo e sperimentazione.

 

Un terzo campo di tensione, connesso profondamente ai primi due, riguarda i grandi progetti estetici. Da un’istanza di partenza che è quella del realismo alla dissociazione tra questa istanza e la poetica corrispondente. Dal momento che Majorino come Pagliarani e Di Ruscio, per citare nomi a me familiari, hanno in un certo senso dovuto rispondere, in modi diversi, a quell’impasse che si era creato alla metà degli anni ’50 tra coloro che insistevano per il primato contenutistico-ideologico e coloro che sentivano come retorico in quegli anni questo primato. E tra i migliori di quella generazione c’è sempre stato del ‘nervosismo’ testuale, cioè la consapevolezza che lo specifico dell’arte risiedesse nell’invenzione di modi non previsti di ri-attraversamento di temi comuni, di storie concrete, di tangibili umanità. Ed è in questa chiave , secondo me, che va letta la componente sperimentale di Majorino: l’adozione del montaggio a freddo o a caldo, l’uso di pre-fissi e calembours, lo spaziare tra i diversi registri del colloquiale, fino alla singola deformazione microlinguistica. Dico componente perché lo sperimentale è solo un polo del campo, l’altro è la riconoscibilità, l’opposta pulsione dell’idiolettale, la pedagogia.

 

Accumulo ed ellissi

Un quarto campo di tensione è a livello propriamente retorico. Si tratta di una strategia che permette di tenere insieme materialmente, cioè a livello testuale, sia l’istanza realistica che quella sperimentale, realizzando l’ossimoro della ‘bellezza slogata’: l’accumulo e l’ellissi. Accumulo ed ellissi sono due figure che rendono il dire contemporaneamente sovraffollato e reticente. Accumulo e reticenza. O, anche, ripetizione e reticenza. La funzione mimetica dell’accumulo viene utilizzata soprattutto per far muovere le masse all’interno di storie metropolitane, ma è la metropoli stessa che sembra generare per sua natura l’accumulo dei nomi e delle situazioni. La funzione mimetica della reticenza addita al contrario ciò che non viene detto, che viene taciuto e che sottende spesso il movimento di quelle masse, lo snodarsi di quelle storie metropolitane. Per le nuove generazioni credo risulti quasi incomprensibile il fatto che le generazioni precedenti abbiano sentito nel proprio dna una spinta utopica, che questo dna sembrava essere confermata dalla storia e dalle illusioni collettive.

 

Hegel, Marx, Scuola di Francoforte ma anche Merlau-Ponty e Sartre

Un quinto campo di tensione è offerto direttamente dalla storia della filosofia e dalle questioni che nascevano dal dover correggere il marxismo, o almeno la sua versione economicista, con iniezioni di esistenzialismo, fenomenologia e psicoanalisi. Questo campo di tensioni codificava a livello formalizzato e concettuale ciò che si andava vivendo. Era in gioco la rappresentazione del collettivo alle prese con la rappresentazione dell’individuale. Questa tensione sarebbe poi stata spazzata via dal postmoderno fino a costringerci oggi a parlare di anomia sociale o, anche, a non parlarne più.

Ma intanto, al di là del particolare periodo storico, la poesia , come sempre, si rivolgeva al versante di lungo periodo, giungendo a non solo a testimoniare di un’esperienza storica ma anche ad indicare una direzione di felicità. E in tal senso riproponendo come inevitabile la relazione tra i due piani di rappresentazione. E’ il tema, appunto, dei simil-dissimili e della necessità di trovare una via d’uscita al solipsismo ma anche al conformismo sociale o ideologico.

 

Poesia e prosa

Un sesto campo di tensione viene instaurato tra poesia e prosa, sia nello sciogliersi per sfumature tonali dell’una nell’altra, sia per giustapposizione. D’altra parte sia il verso che la prosa narrante sono animate dalla stessa ansia che produce contrazione e andamento sincopato. Ciò che fa la differenza e crea tensione è la misura versale che come tale impone una pausa e una concentrazione dell’attenzione e dell’udito sulle singole parole, sulle singole assonanze o figure fonico-ritmiche. Ciò che fa la differenza non è tanto l’intensificazione del dettato quanto la possibilità di introdurre qualcosa che possa funzionare come lirica o come intervallo riflessivo e meditante.

 

La formula e il prolisso

Settimo e ultimo campo di tensione mi pare che sia stabilito tra la tendenza a precipitare in formula, sigla, epiteto e l’opposta tendenza ad una sorta di prolissità caotica e divergente.

Da un lato vi è come il desiderio di coniare un formulario che possa ridurre la molteplicità ad un solo termine, spesso composto ma comunque coniato di fresco, dall’altro vi è la tendenza a includere ogni oggetto e quindi ogni termine che l’immaginazione onirica propone, stipandolo così come affiora sulla soglia della coscienza. Questo campo di discorso evidentemente si connette a quello dell’accumulo e dell’ellissi, restituendo sul piano macroscopico ciò che avviene sul piano microscopico della figurazione retorica.

 

All’altezza dgli anni ‘80

Più che concludere vorrei qui indicare alcuni tratti in qualche modo extratestuali ma che ritengo importanti. Intanto un debito di gratitudine che ho contratto a partire dalla metà degli anni ’80 con Majorino. Ed è un debito che credo di condividere con molti, soprattutto tra coloro che vivendo a Milano hanno avuto modo di frequentarlo, magari in anni diversi, ma con la stessa intensità di scambio. Da sempre si sapeva dell’esistenza di questo poema in progress.

Per quanto mi riguarda, l’apporto che riconosco proveniente dai suoi discorsi e dalla sua opera è sostanzialmente il richiamo alla dimensione realistica, oggettiva, metropolitana ed etica della lingua.

Per me, non ancora trentenne, il dialogo con Majorino ha rappresentato l’accesso vivo ai nodi essenziali della poesia e della cultura così come si erano andati configurando a partire dagli anni ’50 in Italia, nell’intreccio tra estetica, teoria critica e sociologia. Per me da poco trasferito a Milano, proveniente da una Napoli che nel corso degli anni ’70 aveva proseguito il lavoro della sperimentazione linguistica, l’incontro con Majorino, come con Pagliarani e dopo con Di Ruscio, ha rappresentato la possibilità di coltivare, all’interno della mia ricerca, la possibilità della narrazione in poesia, dissociando in modo liberatorio quest’istanza da certi modi della lirica e da certe narcisistiche fumosità.

Più di una volta Giancarlo, riferendosi alle reciproche influenze tra poeti tra loro dialoganti, ha usato l’espressione ‘plasticità’. E questa sua notazione aveva sempre nel tono della voce il segno della meraviglia e della sorpresa. Ritengo che questa plasticità sia anche una qualità del poema e forse il segreto felice della sua longevità.

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martedì, luglio 08, 2008

                               

Cinque interventi sul poema di Giancarlo Majorino. Alessandro Broggi.

 

Inizio qui a postare gli interventi dei relatori presenti all’incontro dedicato al poema  Viaggio nella presenza del tempo (Oscar Mondadori 2008) di Giancarlo Majorino che si è svolto presso La Casa della poesia di Milano, presso la Palazzina Liberty il 19 giugno scorso.

Gli interventi sono di Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Biagio Cepollaro, Andrea Inglese, Stefano Raimondi.

 

Alessandro Broggi

APPUNTI DI PRESENTAZIONE E PRIMISSIMI RAGIONAMENTI SU VIAGGIO NELLA PRESENZA DEL TEMPO DI GIANCARLO MAJORINO

 

Dopo 39 anni di scrittura e di laboratorio è in libreria Viaggio nella presenza del tempo, un poema-monumento di 450 pagine, che appare subito come un’opera cruciale per il Secondo Novecento e per la contemporaneità.

 

Il linguaggio scelto è carico di valenze, metaforiche e allegoriche, di quelli che Majorino chiama concetti-icona, cioè concetti coniugati con l’immagine. È ricco di una singolare molteplicità di stili e di livelli, in una spettacolare diversità organizzativa, con brani in poesia che adottano per lo più un verso lungo, libero ma con rovine di tradizione metrica, scarsamente punteggiato e diversamente spazializzato sulla pagina; e parti in prosa. Sul piano della sintassi, e quindi su quello del senso, parole e frasi sono sottoposte a torsioni e lacerazioni, a fusioni, dislocamenti, scorciature, scarti, frizioni, ramificazioni, neologismi e giochi linguistici, spesso in direzione di una mimesi critica del parlato, alla ricerca di un linguaggio nuovo, rivolto alla realtà oltre la rassicurante cornice letteraria della pagina. Il testo appare come una corrente anarchica complessa, fluida e onnicomprensiva, che scorre forte e tortuosa portando con sé pezzi traboccanti di mondo, pensieri, lacerti narrativi, divagazioni, espansioni, ricordi personali, accostamenti, citazioni d’autore, cambi di punti di vista, giochi verbali tra suono e senso e considerazioni sul proprio scriversi. Una sorta di Patterson del XXI secolo.

 

L’impalcato strutturale dell’opera, il cui titolo si potrebbe tradurre come “l’essere sempre presente nel presente continuo della letteratura e della realtà”, consta di tre grandi sezioni (e una quarta da interpretare come esito-appendice del volume), ciascuna divisa in libri (in tutto 20), a loro volta suddivisi in canti (in tutto 131): strutturalente, una sorta di incontro tra la Commedia dantesca e i classici greco-latini, soprattutto, come altri hanno sottolineato, Lucrezio. Da queste opzioni si deduce una duplice scelta di campo: per la dicibilità del mondo e per la poesia civile (e non per la poesia lirica) da una parte, e per una visione immanente, laica e materialistica del mondo (si veda il personaggio della Beatrice Nera, una “Beatrice laica” presente già nell’epigrafe del libro e che chiude il volume in un nient’affatto ultramondano “Paradiso nervoso”). Poesia e realtà, dunque: nel tentativo di dire il Novecento (il dopoguerra fino al ’68, e il clima mercificato degli anni ’80 fino al contemporaneo) attraverso gli strumenti linguistici e teorici disponibili: una poesia e una scrittura problematicamente immerse nel nostro tempo, che non si rifugiano nell’espressività dell’io lirico, ma propongono in presa diretta le tensioni stravolte del mondo presente (e di tutti i presenti che si sono succeduti negli ultimi decenni). Una contemporaneità, la nostra, che una poesia più che mai coinvolta nel sociale e nel quotidiano sfida sul suo stesso campo, facendoosi carico dei suoi idioletti e delle sue risorse, delle sue autoanalisi e dei suoi vettori nascosti, per creare un linguaggio nuovo e un mondo che, senza ignorarne i meccanismi, non si lasci normalizzare e vada oltre la volgarità distruttiva odierna, che tende a polverizzare quasi ogni residuo di autenticità in nome del dio profitto.

 

Il poema di Majorino, si diceva, ci informa che l’io isolato della lirica è una finzione insufficiente, così come l’oggettività è un’astrazione: perchè la condizione postmoderna dell’individuo è quella di essere sempre meno una monade staccata e sempre più il risultato di una somma di esperienze, un “singolo di molti, a loro volta singoli di molti, un corpo di corpi”, e “una spugna ininterrotta” rispetto a quello che Majorino ha chiamato il tempo del gremito: un tempo ingombro di cose, informazioni, immagini, eventi. Da quest’ottica, il medium del poema come agglomerato corale di stilemi, punti di vista, personaggi “in viaggio” e situazioni eterogenee, appare allora come eticamente più adatto della lirica individualistica. Se la scrittura, incalzante e a tratti ossessiva, alterna narrazione, constatazioni in presa diretta e rasegne su particolari apparentemente inessenziali è proprio perché “siamo popolazioni, grovigli di grovigli, di contagi, attriti, imitazioni, assorbimenti, scambi”, che ogni occasione è degna di attenzione da parte del lettore, ogni incontro merita cura e confronto e nulla è isolabile, perché tutto è essenziale.

 

È il tentativo di un ritorno forte della poesia, come “libertà che chiama altra libertà”, un ritorno del suo potere di metamorfosi, in un’opera programmaticamente ridondante che si oppone agli attuali stili di vita, schiacciati dalla fretta del produrre, dalla “dittatura dell’ignoranza” e dalla mercificazione indotta dall’ipnosi massmediatica. Una poesia forte, che però non teme di incorporare l’altro da sé, in un flusso che non tanto informa, “esprime” o intrattiene, ma agisce e trasforma, dando campo a quel fluttuare del senso che è l’encefalogramma dello stato di coscienza nella contemporaneità. Una “poesia critica”, insomma, nella quale le specificità linguistiche della lingua letteraria si accostano ai codici espressivi, alle connessioni/ disconnessioni discorsive e ai gergalismi di una società reale e concreta. Ma una poesia che insieme ipotizza - siamo all’ultima parte del poema - un modo di vita più ricco, dove le facoltà più preziose della persona non siano più tradite, come lo sono nella quotidianità accelerata del mondo contemporaneo.

 

Alessandro Broggi.

 

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martedì, luglio 01, 2008

LA CAMERA VERDE PER PAOLA FEBBRARO

 

Sabato 5 luglio 2008, ore 20:30

La camera verde

Roma, via G. Miani 20

 

PER PAOLA FEBBRARO

Letture di suoi testi, e presentazione di

Paola Febbraro, … di piccole foglie sparse e di giardini …

Poesie. Collana felix, La camera verde, Roma 2008

 

 

Nata nel 1956 a Marsciano, in provincia di Perugia, Paola Febbraro ha vissuto e lavorato a Roma, dove si è spenta nel maggio 2008. Ha scritto molti testi per la radio e per il teatro.
Con la silloge Turbolenze in aria chiara (1994) è stata finalista al Premio “Laura Nobile”. Nel 1996 ha curato, per la rivista «Galleria», Lezioni e Conversazioni di Amelia Rosselli, nel numero monografico a lei dedicato. Ha partecipato varie volte al Festival dei Poeti ad Ostia Antica (1994-1999). Ha pubblicato a fratello stefano (La Volpe e l’Uva, 2000) e La Rivoluzione è solo della Terra (Manni, 2002), come silloge vincitrice del Premio di poesia Renato Giorgi. Nel 2003 ha curato, per Stampa Alternativa, Ecchime, un’antologia di racconti e poesie di Victor Cavallo.

In Camera verde, sabato 5 luglio, alcuni poeti e amici di Paola si riuniranno per leggere suoi testi. Per ricordarla.

 

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venerdì, giugno 20, 2008
II^ Serata di Canti e Discanti
Milano, 23 giugno 2008 - ore 21
CAM Garibaldi Corso Garibaldi 27 – Milano
(a cura di Adam Vaccaro e Giuliano Zosi)
Incontri di FormePartiture in musica e poesiaPoesia Sonora: performance di Massimo Arrigoni, Nicola Frangione, Giuliano Zosi
Poesia e Musica:composizioni di Rocco Abate e Giuliano Zosi, per soprano, flauto e pianoforte, con testi dei poeti Giancarlo Majorino e Adam Vaccaro.
A cura del TEMA Ensemble
Una prima parte vede performance di cultori contemporanei di poesia sonora, che ha i suoi precursori nella parolibera di Martinetti e nei dadaisti.
Una seconda parte riguarderà, invece, prime esecuzioni di opere nate dall’incontro tra poeti e compositori di musica contemporanea. La musica ha sempre ricevuto sollecitazioni forti dai poeti, tradotte qui in una collaborazione tra artisti delle due discipline, che pongono attenzione alla transitività e al senso sociale del loro fare.
 
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categoria:poesia, poesia integrata
martedì, giugno 17, 2008
 
Massimo Rizzante, introduzione a La scoperta della poesia, Metauro Ed, 2008
 
Atelier, opera, “museo immaginario”
a.
I lettori e l’atelier. La parola «atelier», che traduce il termine italiano «bottega» o «officina» è tanto antica quanto l’arte. Forse per questa ragione è così piena di mistero e allo stesso tempo suo­na alle nostre orecchie di mercanti del XXI secolo un po’ démodé. L’opera è il prodotto di una tecnè, di un saper fare. La storia di un’arte è la storia di un sapere, di una «messa in opera» su una materia definita. Ora, il sapere implica un potere, e questo potere è il concentrato di due forze: del «talento» nascosto («in potentia») di colui che si è messo all’opera e del suo sforzo a superare la resi­stenza della materia. Il talento individuale senza tale sforzo non serve a molto. Infatti, ciò che misura la qualità estetica di un’opera è quello che Jean Clair, il grande critico d’arte, ha chiamato una volta il suo «coefficiente d’attrito». Aggiungerei che tale coefficiente, oltre che per la materia, vale anche nei confronti del tempo storico: più un’opera appartiene al suo tempo, ovvero non è in grado di superare le resistenze del momento in cui è prodotta, più il suo valore è infimo. In fondo, qui non faccio che ripetere ciò che Baudelaire ha affermato centocinquant’anni fa, e cioè che la mo­dernità, con tutto il suo senso del transitorio e dell’irripetibile, non è che «la metà dell’arte», essendo l’altra metà «l’eterno e immutabi­le». Per lui solo quest’ultima metà può permettere all’arte moderna di aspirare alla dignità delle arti antiche. Il presente dell’arte non si oppone al suo passato, ma vi è incastonato come un diamante che fa risplendere della sua luce fuggevole tutta la sua storia. D’altra parte, per quale bizzarro masochismo l’arte e la poesia del XX secolo si sono fatte voluttuosamente divorare da Cronos, invece di rispettare il loro compito antico di divincolarsi dalla sua presa? E sia detto con buona pace di tutte le avanguardie di questo mondo!
Quando frequentavo l’atelier di Milan Kundera, la prima cosa che ho dovuto fare è imparare a porgli delle domande. Le domande a cui l’artista è interessato sono quelle alle quali egli stesso, attra­verso l’opera, ha cercato di rispondere, trovando spesso altre do­mande. Sono domande oscure, incomprensibili. Se non fosse così, l’opera non avrebbe ragione di esistere. Per imparare a porre delle domande che potevano interessarlo, ho dovuto lentamente liberar­mi dalle pastoie delle teorie letterarie, che non sono altro che delle risposte preconfezionate a domande poste da altre teorie: un mon­do parallelo all’arte, con le sue leggi e il suo galateo. Ho dovuto liberarmi dall’impressionismo critico. Essere personali è sì l’unico modo di essere universali, ma a patto che si rispetti l’opera in tutta la sua totalità. La critica è un atto di umiltà nei confronti di qualcosa che ha un «coefficiente d’attrito» enormemente superiore a quello che ogni sua lettura può mettere in campo. Ho dovuto imparare a comparare in concreto le opere con altre opere, senza prendere la scorciatoia delle teorie (che per quanto siano complicate restano una scorciatoia).
b.
I lettori e l’opera. Nel corso degli ultimi decenni la parola «ope­ra» è stata sostituita da altre, come «testo», «scrittura». A una cer­ta altezza degli anni Ottanta del secolo scorso il mondo era diventa­to un «logogrifo», un grande Testo. Non c’era via di scampo. Un vero fiasco per tutti i materialismi e i realismi d’occidente! Nel frattempo le cose non sono molto migliorate. Grazie alla testualizzazione del mondo, l’opera d’arte è stata talmente spoglia­ta del suo potere che oggi i cacciatori di testi divorano le loro prede in un angolo di deserto. La parola «opera» incute ancora uno strano timore. O forse, più semplicemente, non è merce di scambio alla borsa dei titoli universitari. Ho una mia idea a questo proposito. Anzi l’idea è di Schopenhauer, io la ripeto con alcune variazioni. Il filosofo tedesco distingueva le «opere» dagli «atti». Per lui le opere non erano puri avvenimenti, «atti» che dipendevano dalla concomitante azione del caso, della Storia, della politica o di altre cause oscure, bensì il frutto cosciente di un’attività deliberata su determinati materiali. Qui la nozione di «opera» si congiunge con quella di «atelier»: da troppo tempo ormai il voler fare dell’artista ha preso il posto del poter fare, per cui oggi la cosiddetta arte con­temporanea, al culmine delle sue pretese romantiche – perchè il voler fare un quadro, una poesia, un’opera indipendentemente dal­la sua storia, dal suo oggetto o dalle modalità di produzione di quel­l’oggetto è una variante dell’idea romantica di «genio» – si è com­pletamente dimenticata del mestiere e dello sforzo di superare le resistenze della materia. Ecco un’altra cosa che ho dovuto impara­re con fatica: la disaffezione dell’arte, della poesia, del romanzo rispetto al loro habitus artigianale è una grandiosa mistificazione che ha impoverito il mondo. Da questa povertà si può rinascere, a patto che si ricominci dai rudimenti di ogni singola arte. A patto che la libido della creazione non prenda il posto del piacere per l’ope­ra.
c.
I lettori e il «museo immaginario». Il museo immaginario è il titolo di un’opera di André Malraux, che uscì per la prima volta nel 1947. Lo scrittore francese fu ministro gollista nell’immediato dopo guerra. Ritornò in carica dal 1959 al 1969. Fu amico di grandi artisti come Picasso, Giacometti, Braque, Matisse. A lui si deve la nascita di quell’amministrazione statale dell’arte che ancor oggi è un vanto nazionale per molti francesi. Era, inoltre, un collezionista di reperti archeologici e di opere d’arte. All’inizio della carriera la sua pas­sione gli costò alcune spiacevoli avventure. Nei primi anni venti partì con la moglie Clara, una donna ricchissima, per l’Indocina, dove rubò alcune statue da rivendere in Europa. Fu arrestato e rilasciato poco tempo dopo grazie a un intervento della diplomazia francese. Anticolonialista convinto, ripartì per quel paese e vi fon­dò un giornale, «L’Indochine enchaînée». Fu arrestato di nuovo. Di lì a un anno, nel 1924, finito sul lastrico a causa di alcuni cattivi investimenti in borsa, non trovò di meglio che trafugare un bassori­lievo da un tempio sacro di Angkor. Condannato a tre anni di prigio­ne, fu rilasciato pochi mesi dopo grazie alla mobilitazione di alcuni intellettuali francesi dell’epoca. Dico tutto questo perché Malraux, al di là della sua contraddittoria vicenda politica di ex comunista fedele alla politica conservatrice di quell’incantatore di serpenti che fu De Gaulle, era tutto fuorché un accademico o un ideologo. La sua nozione di «museo immaginario» si fonda su un’idea liberatri­ce: le opere, quando si ritrovano esposte in uno stesso luogo, si affrancano da ciò che rappresentano e dal contesto storico e poli­tico in cui sono state create. Subiscono quella che Malraux chiama una «metamorfosi». Per colui che le guarda, l’arte diventa un inin­terrotto confronto di metamorfosi. Una crocifissione del Trecento, posta accanto a un quadro di Bacon, ad esempio, si metamorfizza. Queste due opere, entrando in reciproca relazione, trasformano la nostra relazione con ciascuna di loro. Ci permettono così di pren­dere coscienza di tutto ciò che è possibile, ci spingono a mettere in discussione i paradigmi della storia dell’arte, ci stimolano a stabilire coesistenze imprevedibili tra opere di diverse epoche.
Ogni artista, ogni poeta ha nella sua testa un «museo immagina­rio», una sinfonia di relazioni contraddittorie di opere di tutti i tempi. Dipende dalla nostra relazione contraddittoria e immaginaria di let­tori con le opere di tutti i tempi esplorarne la sua unicità.
È questo almeno ciò che mi propongo di fare alle soglie di que­sto libro.
Massimo Rizzante
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sabato, giugno 14, 2008
QUANDO SCRIVERE DI POESIA E’ BADARE ALLE OPERE E NON ALLE GRIGLIE: ‘LA SCOPERTA DELLA POESIA’ A CURA DI M.RIZZANTE E CARLA GUBERT, METAURO ED.
Per chi volesse avvicinarsi alla poesia degli ultimi anni paradossalmente sarebbe oggi disorientato dalla quantità, in cartaceo e in rete, di testi disponibili. Dico paradossalmente perché proprio questa superfetazione crea molta confusione ed è disorientante. Il disorientamento aumenta quando ci si trova di fronte ad una sorta di crisi profonda dell’autorità e dell’autorevolezza.
Dal momento che l’autorità e il prestigio, un tempo associati a determinate case editrici o a determinati nomi legati alla ricerca universitaria, oggi lasciano perplessi e increduli soprattutto chi un poco di queste cose se ne intende, non si sa letteralmente come fare dopo l’ennesima lettura deludente.
Certo, per chi è buon navigatore anche il mare più tempestoso non è ostacolo insormontabile, ma perché richiedere tanta destrezza quando è anche in fondo un diritto poter accedere ad opere serie, filtrate da persone di gusto e quindi diffuse secondo i canali tradizionali dell’editoria?
E’ ancora possibile un approccio critico alla poesia, insieme sapiente e credibile? E’ ancora possibile che i poeti stessi dall’interno trovino accoglienza e consonanza con i temi e le ricerche della critica, contribuendone all’evoluzione?
E’ proprio in questo contesto che vede la luce uno dei libri più significativi relativi alla poesia degli ultimi tempi.
Il titolo è ‘La scoperta della poesia’ e i curatori sono Massimo Rizzante e Carla Gubert, uscito in questi giorni presso la Metauro Edizioni.
Questo libro giunge alla fine di un lungo lavoro di ricerca e di confronto realizzato, come recita il quarto di copertina, con l’obiettivo di ‘riportare i contenuti poetici- come dire le opere invece che le griglie- al centro dell’attenzione, introducendo gli insegnanti, gli studenti e i lettori all’interno dell’atelier degli autori.’
Su questo libro mi prometto di tornare in altri post, di pubblicarne dei brani, grazie alla gentilezza dell’editore e dei curatori.
Biagio Cepollaro
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categoria:poesia, lettura, cepollaro
domenica, giugno 08, 2008

About Cepollaroarte's Weblog

 

Nel nuovo blog dedicato all’arte visiva Cepollaroarte's Weblog vi sono le categorie In contemporanea che accoglie immagini e testi di artisti contemporanei, appunto, e Dialoghi con l’arte che include dialoghi veri e propri con artisti o letture critiche che dialogano con l’opera.

Per ora, oltre ai riferimenti alle mie opere visive, vi è un’immagine e una lettura di Fausto Pagliano (In contemporanea) e uno scambio epistolare con Nicola Ponzio (Dialoghi con l’arte), già in precedenza apparso altrove e qui ricollocato.

L’intenzione del blog è quella di raccogliere le mie opere visive e le mie riflessioni sull’arte ma anche i contributi di altri autori nel luogo di confluenza tra arti visive e scrittura poetica.

Sia nello specifico delle opere attraverso le immagini, sia sul versante della critica o della lettura, grazie a testi dedicati.

 

Non è un blog di poesia visiva perché credo che questa etichetta , già in passato contestata, ancor più oggi non sia utilizzabile. Si tratta piuttosto di arte visiva tout-court e di testualità tout court.

E non si tratta neanche di un blog dedicato all’arte digitale…Ma ciò sarà evidente nel farsi  e nel manifestarsi del lavoro stesso…

 

Biagio Cepollaro

 

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categoria:poesia, arti visive, lettura, cepollaro, poesia integrata
mercoledì, giugno 04, 2008
Un luogo di incontro tra arte e poesia. Il mio nuovo blog dedicato all’arte.
Ho deciso di dedicare un blog alle arti visive. Il Cepollaroarte's Weblog intende raccogliere non solo immagini e riflessioni sull’arte ma anche quelle prospettive particolari che nascono da chi considera- o ha esperienza- dell’arte visiva a partire dalla poesia e viceversa.
Si tratta di specifici punti di vista che non possono non arricchire l’esperienza del fare arte e del fare poesia.
Biagio Cepollaro
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categoria:poesia, arti visive, cepollaro, poesia integrata
domenica, giugno 01, 2008
Prima serata di Canti e Discanti e minima esposizione di opere visive
di Biagio Cepollaro
6 giugno 2008 – ore 21, CAM, Via Garibaldi, 27, Milano.
Tre incontri di voci e ricerche
a cura di Adam Vaccaro e Giuliano Zosi
 
Corpi del Suono
Poesia lineare e Lettura scenica
Letture dei poeti:
Luigi Cannillo,
Laura Cantelmo,
Biagio Cepollaro,
Gabriella Galzio,
Franco Romanò. 
 
Lettura scenica di Mariella Paravicini
dell’Atto unico Storia privata di una donna qualunque,
di Bianca Maria Neri.
Nell’ambito di questa serata minima esposizione di opere visive di Biagio Cepollaro
Biagio Cepollaro,Voci-2  
Biagio Cepollaro, Voci-2, 2008. (particolare)
Stampato su cartoncino telato, formato A4.
Interventi successivi con tecnica mista.
 
 L’INCOMBERE DELLE COSE, 2008
Due serie da tre pezzi ciascuna di opere stampate su carta pergamena formato A4.
Interventi successivi con tecnica mista.
 
 
PAGINA, 2008
Serie di tre pezzi stampati su cartoncino telato formato A4.
Interventi successivi con tecnica mista
 
VOCI, 2008
Serie di tre pezzi stampati su cartoncino telato formato A4.
Interventi successivi con tecnica mista
 
C’è la scrittura, ci sono le ‘cose scritte’ e c’è l’atto dello scrivere, il movimento del braccio e della mano nella percezione del contatto con il supporto. E c’è un atto dello scrivere che è un vero e proprio atto sacrificale in cui la parola appena scritta è sin dall’inizio solo una traccia e uno strato della nuova (che magari è la stessa) parola scritta e così, tendenzialmente, all’infinito.
L’atto dello scrivere a questo punto è un fare strato su strato che non è cancellazione ma sedimentazione della traccia…(B.C.)
 
INFO:
Biagio Cepollaro
cell: 3394200299
 
 
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venerdì, maggio 23, 2008

Le tue parole, Paola, con noi, con te…

 

uno scivolio di stelle

                           un singolo frenetico malumore

una singola avidità d'erba

un lago un lago singolo

e nessun bruciare

una piuma una piuma spuntata

dalla luce da una lieve inclinazione

tutto questi, vedi, è un improvviso

 

 

Paola Febbraro, da Fiabe,Poesia Italiana E-book, 2007. www.cepollaro.it/poesiaitaliana/FebbraTes.pdf

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categoria:poesia, lettura, cepollaro
venerdì, maggio 23, 2008

Le due serie dei Trigrammi ora su Youtube

Immagini dal fuoco della scrittura (2008)

Un ringraziamento a Paolo Rassatti per l’ideazione e la realizzazione del video dedicato alle due serie dei Trigrammi ora su Youtube.

Ringrazio anche Silvia Zanrusso per il ritratto e Giuseppe Cepollaro per la musica.

Biagio Cepollaro

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categoria:poesia, arti visive, lettura, cepollaro, poesia integrata
domenica, maggio 18, 2008

21 maggio ore 20.00 presso La Camera Verde primo incontro del ciclo dedicato al Tiresia di Giuliano Mesa

 

A Giuliano Mesa La Camera Verde dedica un ciclo di incontri.

Non si tratta di una rituale presentazione ma dell’avvio di un dialogo ‘vivo’ tra testo, autore e lettore.

Un dialogo che si approfondisce nel tempo e che chiama a reagire poeti e critici disposti a mettersi in gioco, a porre e a rischiare la propria esperienza e il proprio gusto nel campo di attrazione di una poesia tra le più significative degli ultimi decenni. Prospettive diverse da cui leggere l’opera ma anche possibilità di verificare tali prospettive grazie alla presenza di Mesa, tanto aperto ad accogliere i diversi apporti quanto rigoroso nel rigettare fraintendimenti.

 

Gli incontri con l’autore sono previsti alle ore 20.00 di mercoledì 21 maggio, 4 giugno, 11 giugno, 18 giugno e 25 giugno con la presenza di volta in volta  di Marco Giovenale, Bruno Torregiani, Andrea Raos, Luigi Severi, Florinda Fusco, Andrea Inglese e Francesco Forlani.

 

Ritengo il ciclo di incontri dedicato ad un autore, anche come formula, un segnale mandato da Semerano relativo alla necessità che vi è di ‘fermare’ ciò che vale la pena di ‘fermare’, una sorta di antidotto al flusso di informazioni che costituisce la comunicazione sociale e, in particolare, un’alternativa possibile al rumore che confonde e distrae.

L’adozione di questa formula oggi è coraggiosa perché richiede dai partecipanti e dal pubblico concentrazione e profondità di approccio.

D’altra parte anche una parte del pubblico non ne può più, questa è la mia sensazione, di essere trattato come un consumatore onnivoro e indifferente.

In fondo la scommessa è di riuscire a far incontrare le ragioni profonde della poesia con le ragioni profonde della lettura…

 

Biagio Cepollaro