martedì, agosto 05, 2008

IL LARICE DI DAURIJA

 

Sabato 9 agosto 2008 ore 21.00

presso il Centro Culturale

»LA CAMERA VERDE«

Presentazione del libro

IL LARICE DI DAURIJA

dalla Kolyma ai Laogai

di

Tiziana de Novellis

interviene

Giuliano Mesa

 

Il larice è l’albero del gulag, testimone della deportazione di milioni di

uomini alla Kolyma [...] Della Cina si legge dei Giochi olimpici, degli eccezionali

rialzi del Pil, delle metropoli ultramoderne [...] Si legge della sanguinosa

repressione della rivolta tibetana. Della polizia che spara e uccide la folla

disarmata. Si può leggere finanche dei milioni di uomini deportati nei laogai

senza neanche un processo [...] Sui giornali si legge della dittatura feroce che

governa 1 miliardo e trecento milioni di uomini, come se il governo cinese

che uccide, reprime e tortura fosse qualcosa di diverso da quel governo con

cui le multinazionali occidentali stipulano joint-venture da miliardi di dollari

[...] La nostra ondivaga memoria vacilla cedendo il passo al disprezzo di qualunque

diritto umano, sempre meno universale.

 

Centro Culturale

»LA CAMERA VERDE«

Via Giovanni Miani, 20, 20/a, 20/b - 00154 Roma

Cell. 340 5263877

e-mail: lacameraverde@tiscalinet.it

www.lacameraverde.com

 

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giovedì, luglio 24, 2008

Biagio Cepollaro, Su L’Uomo avanzato di Mariano Baino, Le Lettere, 2008

 

 

1. La metafora del naufrago è solo lo spunto iniziale, un pretesto, per avviare un’indagine sul senso del titolo: ‘L’uomo avanzato’. Una ricognizione della piena maturità di Baino che sceglie, come punto di osservazione, una terra che non è propriamente una terra –piccola isola- e un orizzonte tanto vasto e preciso quanto ‘inattendibile’, giacchè questo è il mare e insieme la condizione naturale dell’uomo. Per rovesciamento dei significati: la natura seconda, artificiale, metropolitana  avrebbe il pregio dell’attendibilità, mentre la natura prima no.

E questo rovesciamento porta con sé la corrosione dell’ironia ma anche la posizione del problema: per l’uomo avanzato non c’è propriamente un luogo in cui collocarsi e riconoscersi. E’ avanzato sia perché è un di più rispetto alla direzione che la Storia ha preso, sia perché testimonia di un ‘più’ rispetto alle vulgate ideologiche che provano ad acclimatare gli uomini nelle odierne società occidentali. E sembra che questi due sensi del termine ‘avanzato’ siano uno conseguenza dell’altro.

 

2. Nel radicale isolamento fisico è possibile saggiare la costitutiva natura sociale dell’uomo. Ma questi altri uomini, organizzati in società, sembrano non soddisfare le richieste di prossimità e vicinanza che il sogno della sparizione della solitudine esige.

 

3. Il personaggio all’inizio si mostra accondiscendente ma anche inquieto. La nave-crociera raccoglie in emblema la convenzionalità delle relazioni: è chiaro che qualcosa deve accadere, che le azioni compiute apparentemente per confermare tali convenzioni finiranno per sabotarle.

Il divieto viene trasgredito: il contatto diretto –assolutamente proibito- con la dimensione dell’Anima (il mare burrascoso) quasi per un lapsus viene realizzato. L’uomo perde l’equilibrio e finisce in mare, risucchiato dal mare degli archetipi e restituito ad un piccolo isolotto, cioè: ad un punto di vista assolutamente personale, critico, essenziale, impietoso e lirico, insieme.

 

4. Da questo punto di vista la scrittura tende a diventare bianca. Scrittura che appare denotativa ma il cui oggetto è già in prima battuta una connotazione. Guardare e descrivere all’interno di una situazione metaforica ha la concretezza del viaggio figurale.

 

5. In epigrafe al libro le citazioni da Eliot, Merton ed Eraclito. Cammino a ritroso verso il sapienziale a partire dallo scacco del Novecento.

 

6. Condizione postmoderna è assenza di futuro pur in presenza dello scorrere del tempo. Paradosso per il quale la storia non finisce ma i suoi racconti deperiscono in nulla, in nichilismo.

‘Si, io sono come intrappolato in una zona del tempo in cui manca il futuro. L’avvenire potrebbe riguardarmi solo se io vivessi in una collettività e se una collettività vivesse in me. devo imparare a perdermi nell’attuale, in una miriade di presenti...’ (pag.41).

 

7. A partire da questo sentirsi eccedenza, sia pure piombata in un punto di vista, il mondo appare una ‘confusa iniquità’ (pag.47).

 

 

8. Nella scissione c’è solo infinita descrizione dei resti. Prolissità vegetale, escrescenze delle spiagge. Fantasie, ricordi, allucinazioni: alghe che ‘avanzano’ ipertrofiche (sovralimentate da simboli) sul suolo disumanizzato della mente. E’ il narcisismo della scrittura che viene meno alla sua natura relazionale. Il mondo attendibile è iniquo ma è anche l’unico mondo in cui la parola ha davvero il suo senso. Al di fuori di esso risuona come , ancora una volta, un’escrescenza del silenzio.

 

9. La resa e la lotta ad oltranza, come quella che fu del soldato giapponese di cui il personaggio trova la spada.

 

 

10. Nella scissione c’è il germe della follia. Ma prima della follia vi è la lucidità del paradosso. Che è quello del nostro tempo che ci costringe a fare a meno della storia (della comunità, del legame sociale, della narrazione condivisa) pur in presenza dell’avanzare del tempo biologico tendenzialmente privo di articolazione di senso.

 

11. Non c’è soluzione in questo dramma, Lo si capisce non tanto dal fatto che la scissione non viene ricomposta neanche con il semplice ritrovamento del naufrago, quanto dal fatto che il pensiero critico ha fallito o mentito. ‘Questa è un’avanguardia, questa una retroguardia, questa è la scuola di Francoforte: volta la carta, Hiroo, ci vedi il denaro!’ (pag.102).

 

 

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giovedì, luglio 10, 2008

 

3) Cinque interventi sul poema di Giancarlo Majorino. Gherardo Bortolotti.

 

Dopo gli sguardi ad ampio raggio di Biagio e di Alessandro, io mi limito a segnalare un aspetto particolare del testo, uno dei tanti tratti che compongono un’opera così complessa come “Viaggio nella presenza del tempo”.

 

Premetto, velocemente, che questa scelta è dovuta sia ad una specie di empatia immediata che provo verso determinate scritture e modalità di immaginare un testo letterario, sia perché trovo che questo tratto sia la caratteristica principale di molti testi degli ultimi anni e mi sembra, in qualche modo, una strategia retorica efficace per interrogare lo spirito dei tempi, per così dire, lo stato delle cose.

 

Questo tratto è, in una parola, l’accumulo.

 

L’accumulo sia come stratificazione di voci narranti, stili, registri linguistici, materiali testuali, eventi - tutti aspetti evidenti di questa opera di Majorino. Ma soprattutto quello che chiamere “accumulo strutturale” - che mi sembra costituire la vera “anima” del testo, ovvero l’accumulazione di singoli tentativi di interpretazione, di comprensione, di resoconto, rappresentati dai singoli testi/canti.

 

Ecco, è su questo aspetto che vorrei interpellare l’autore. Cerco, quindi, di chiarire meglio come vedo questo accumulo all’opera nel Viaggio, quali siano le sue caratteristiche.

 

Nel testo si fa riferimento, tra i tanti autori citati, anche a Robert Musil e, in effetti, mi sembra possibile un paragone tra il Viaggio di Majorino e l’idea musiliana che sta alla base dell’Uomo senza qualità, ovvero l’idea di opera letteraria come soluzione per sommatoria di singole soluzioni, all’interno di un programma modernista di gestione in un’opera - un romanzo nella fattispecie - della complessità del mondo.

 

Mi sembra però, anche, che ci sia una differenza e che questa differenza sia uno degli aspetti più interessanti e vivi di questo testo, del suo concetto, per così dire, e della sua organizzazione. Un tratto, per altro, che allontana il Viaggio dai testi modernisti, di cui magari può conservare alcuni elementi stilistici ma su una base concettuale, mi sembra, profondamente diversa.

 

Il fatto è che, in Musil, i singoli elementi del testo, i singoli capitoli, hanno un valore proprio come elementi di un disegno a priori più ampio, e unitario, appunto il romanzo, completo a suo modo anche se non concluso. Nel Viaggio nella presenza del tempo, invece, i singoli canti sembrano il risultato di autonomi tentativi di significazione, di comprensione e che poi vengono raccolti, accumulati appunto, nel testo, che ne risulta essere un ordinamento a posteriori.

 

La differenza non è solo di tempi logici - cioè che in Musil l’ordine è anteriore, nascosto nel motore romanzesco e nel progetto unitario e totalizzante, mentre in Majorino l’ordine sembra posteriore, nonostante la struttura chiusa e forte, in libri e parti, del poema - anzi forse proprio questa organizzazione dimostra l’essere a posteriori della struttura, come l’incompletezza dell’Uomo senza qualità ne riflette un’unitarietà intima e infinita.

 

Come dicevo, comunque, non è solo una questione di tempi logici, ma della diversa intuizione che sta al fondo degli elementi base delle due opere. Il capitolo musiliano è giustificato dal disegno generale, dal suo essere elemento di una vicenda complicata, inconclusa, disfatta ma comunque coerente, organica, e come tale viene sussunto nell’opera e nel suo sforzo generale di costruzione di senso. Il canto di Majorino sembra invece valere come singolo tentativo di comprensione, come momento, come evento letterario e esistenziale di senso. Allora vediamo il movimento di prima ribaltarsi ed avere un’opera, il poema, investito del valore dei sui singoli elementi.

 

In qualche modo, quello che succede mi sembra sia questo. Nel caso di Musil, e comunque nel caso di un’opera modernista, il tentativo totalizzante di significazione del mondo viene rimandato ad uno spazio astratto, che è quello a priori dell’unità ideale dell’opera, in quel suo stato di oggetto platonico precedente e nel suo tempo eterno, extra-storico. Nel caso di Majorino, invece, quello che conta sono i singoli tentativi di comprensione e la traccia – ripeto: la traccia – che se ne trova nei singoli testi e, così, il tempo dell’opera viene calato nel tempo storico, nel tempo della scrittura, dell’autore e del lettore. In questo senso, mi sembra che il dato biografico, la stesura quasi quarantennale del Viaggio, sia una testimonianza ed una conferma.

 

Ecco, concludo dicendo che questo valore di traccia dei testi, il loro accumularsi nel corso del tempo e la realizzazione finale dell’opera come ordinamento a posteriori mi sembrano introdurre una nuova dimensione esistenziale, direi etico-politica, alla scrittura e dare luogo ad un tipo di autorialità diversa, basata sul valore etico del tentativo di ordinamento del mondo, piuttosto che sul valore gnoseologico del capire e/o sapere il mondo - e questo tratto, questo tipo di accumulo mi sembra davvero quella proposta nuova, molto dinamica, molto interessante e, credo, ricca di possibili strumenti per il futuro, a cui accennavo all’inizio del mio intervento.

 

Ecco, ora leggo un brano, scelto tra i tanti che possono dare conto delle cose che ho detto. Si tratta del XXVII canto, che ho scelto sia per l’uso della prosa (una prosa che non è né prosa poetica né prosa romanzesca e che mi interessa direi personalmente, come autore, come lettore) sia perché, con la sua natura di sequenza di appunti, mi sembra sia abbastanza esemplificativo, in qualche modo paradigmatico, del punto che ho cercato di sottolineare.

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mercoledì, luglio 09, 2008

2) Cinque interventi sul poema di Giancarlo Majorino. Biagio Cepollaro

 

Su Giancarlo Majorino, Viaggio nella presenza del tempo, Mondadori, 2008.

 

In apertura

Occorreranno anni per metabolizzare sul piano critico un poema così complesso e stratificato. Ciò che mi sento di dire oggi è che sin dall’inizio si possono suggerire delle chiavi di indagine, delle tracce, delle coordinate che, come strumenti di navigazione, possono orientare e indicare dove e cosa cercare, piuttosto che riferire ritrovamenti o illustrare zone particolari della vasta aerea che qui si può solo fisicamente sorvolare. Con queste mie parole riprendo una strada cominciata venti anni fa, una  strada  che in modi diversi molti di noi qui hanno fatto, conoscendo Giancarlo da meno o più tempo: quella del dialogo e del comprendere, del tentare di accogliere lo specifico pur sentendo come in un moto di simpatia umana ciò che accomuna. Lo sfondo insomma è il simil- diverso, o il simil-dissimile, la relazione che non si crea ma si riconosce giacchè è data sin dall’inizio, presso gli umani. E con quest’ultima considerazione si è già dentro al poema e ci si è già imbattuti in  uno dei suoi temi preferiti.

Ne esco subito per elencare ciò che chiamo ‘campi di tensione’ e che sono secondo me alcuni segnali luminosi utili per la navigazione e per la lettura. Un campo di tensione è tale perché scaturito da opposte polarità o da poco riducibili differenze, si fa luogo di elaborazione e di produzione del senso. Sono convinto che a generare la poesia di Majorino siano proprio questi campi che nel tempo non hanno mai perso la loro ‘tensione’ e che appartengono tanto a lui, alla sua biografia, forse anche alla sua personalità umana, quanto al modo con cui la nostra storia dal Dopoguerra si è raccontata, anche qui un singolare intreccio tra un modo di rappresentarsi e un fascio di rappresentazioni collettive, in cui poi in definitiva consiste la cultura di un’epoca, la stessa produzione simbolica. E questo intreccio di storie non è subìto ma costantemente cercato, direi programmaticamente cercato, rientrando tale ricerca in quella che una volta si chiamava dimensione etica della poesia e si voleva dire questa storica, attiva eticità. E credo di poter riconoscere questo carattere perché proprio nel momento in cui stava per dissolversi alla metà degli anni ’80, almeno in una sua certa forma, personalmente chi scrive ne veniva a contatto, pieno di curiosità e pronto ad assumersene la responsabilità.

Dunque i campi di tensione da me individuati, non esaurendone con questo ovviamente il numero né il tipo, sono relativi sia al piano stilistico-formale, sia a quello dei temi, realizzandosi molto spesso tra gli uni e gli altri radicate simmetrie.

 

 

Splendore e oggettività della lingua

Il primo campo, per me il più evidente, è quello che viene instaurato ponendo insieme due istanze per loro natura contraddittorie ma che risultano molto produttive una volta poste a contatto: mi riferisco alla tensione verso ‘lo splendore della lingua’ e la tensione verso ‘l’oggettività della lingua’.

Da un lato la lingua viene lavorata e ‘slogata’ perché , per così dire, fiorisca nella sua autonomia, perché possa segnalare la libertà sensuosa e gioiosa del dire intorno, su, prima, dopo l’oggetto significato, dall’altro la lingua viene disciplinata e ritrovata così com’è, così come risulta dal processo collettivo dei parlanti, e quindi spesso lingua pre-codificata, o dal gergo o dalla filosofia (e quest’ultimo per la verità è già un altro campo di tensione che con il precedente s’interseca).

E di fatto la mia analisi in campi di discorsi per comodità espositiva procede in senso orizzontale ma la realtà testuale prevede un intreccio verticale tra i campi di tensione che necessariamente una descrizione, ancorchè sommaria come questa, non può restituire.

 

Energia e immobilità della lingua.

Il secondo campo di discorso, attiguo al primo, è costituito dalla tensione che si genera tra l’energia della lingua e la sua immobilità, per intenderci: tra il piano pre-verbale che di tanto in tanto muove il sorgere e il concatenarsi dei versi e quello della citazione, del lacerto, più o meno adattato, più o meno addomesticato. Tra pre-verbale e gestuale da un lato e campionatura antologica dall’altro, tra energia e massa verbale.

 

Realismo e sperimentazione.

 

Un terzo campo di tensione, connesso profondamente ai primi due, riguarda i grandi progetti estetici. Da un’istanza di partenza che è quella del realismo alla dissociazione tra questa istanza e la poetica corrispondente. Dal momento che Majorino come Pagliarani e Di Ruscio, per citare nomi a me familiari, hanno in un certo senso dovuto rispondere, in modi diversi, a quell’impasse che si era creato alla metà degli anni ’50 tra coloro che insistevano per il primato contenutistico-ideologico e coloro che sentivano come retorico in quegli anni questo primato. E tra i migliori di quella generazione c’è sempre stato del ‘nervosismo’ testuale, cioè la consapevolezza che lo specifico dell’arte risiedesse nell’invenzione di modi non previsti di ri-attraversamento di temi comuni, di storie concrete, di tangibili umanità. Ed è in questa chiave , secondo me, che va letta la componente sperimentale di Majorino: l’adozione del montaggio a freddo o a caldo, l’uso di pre-fissi e calembours, lo spaziare tra i diversi registri del colloquiale, fino alla singola deformazione microlinguistica. Dico componente perché lo sperimentale è solo un polo del campo, l’altro è la riconoscibilità, l’opposta pulsione dell’idiolettale, la pedagogia.

 

Accumulo ed ellissi

Un quarto campo di tensione è a livello propriamente retorico. Si tratta di una strategia che permette di tenere insieme materialmente, cioè a livello testuale, sia l’istanza realistica che quella sperimentale, realizzando l’ossimoro della ‘bellezza slogata’: l’accumulo e l’ellissi. Accumulo ed ellissi sono due figure che rendono il dire contemporaneamente sovraffollato e reticente. Accumulo e reticenza. O, anche, ripetizione e reticenza. La funzione mimetica dell’accumulo viene utilizzata soprattutto per far muovere le masse all’interno di storie metropolitane, ma è la metropoli stessa che sembra generare per sua natura l’accumulo dei nomi e delle situazioni. La funzione mimetica della reticenza addita al contrario ciò che non viene detto, che viene taciuto e che sottende spesso il movimento di quelle masse, lo snodarsi di quelle storie metropolitane. Per le nuove generazioni credo risulti quasi incomprensibile il fatto che le generazioni precedenti abbiano sentito nel proprio dna una spinta utopica, che questo dna sembrava essere confermata dalla storia e dalle illusioni collettive.

 

Hegel, Marx, Scuola di Francoforte ma anche Merlau-Ponty e Sartre

Un quinto campo di tensione è offerto direttamente dalla storia della filosofia e dalle questioni che nascevano dal dover correggere il marxismo, o almeno la sua versione economicista, con iniezioni di esistenzialismo, fenomenologia e psicoanalisi. Questo campo di tensioni codificava a livello formalizzato e concettuale ciò che si andava vivendo. Era in gioco la rappresentazione del collettivo alle prese con la rappresentazione dell’individuale. Questa tensione sarebbe poi stata spazzata via dal postmoderno fino a costringerci oggi a parlare di anomia sociale o, anche, a non parlarne più.

Ma intanto, al di là del particolare periodo storico, la poesia , come sempre, si rivolgeva al versante di lungo periodo, giungendo a non solo a testimoniare di un’esperienza storica ma anche ad indicare una direzione di felicità. E in tal senso riproponendo come inevitabile la relazione tra i due piani di rappresentazione. E’ il tema, appunto, dei simil-dissimili e della necessità di trovare una via d’uscita al solipsismo ma anche al conformismo sociale o ideologico.

 

Poesia e prosa

Un sesto campo di tensione viene instaurato tra poesia e prosa, sia nello sciogliersi per sfumature tonali dell’una nell’altra, sia per giustapposizione. D’altra parte sia il verso che la prosa narrante sono animate dalla stessa ansia che produce contrazione e andamento sincopato. Ciò che fa la differenza e crea tensione è la misura versale che come tale impone una pausa e una concentrazione dell’attenzione e dell’udito sulle singole parole, sulle singole assonanze o figure fonico-ritmiche. Ciò che fa la differenza non è tanto l’intensificazione del dettato quanto la possibilità di introdurre qualcosa che possa funzionare come lirica o come intervallo riflessivo e meditante.

 

La formula e il prolisso

Settimo e ultimo campo di tensione mi pare che sia stabilito tra la tendenza a precipitare in formula, sigla, epiteto e l’opposta tendenza ad una sorta di prolissità caotica e divergente.

Da un lato vi è come il desiderio di coniare un formulario che possa ridurre la molteplicità ad un solo termine, spesso composto ma comunque coniato di fresco, dall’altro vi è la tendenza a includere ogni oggetto e quindi ogni termine che l’immaginazione onirica propone, stipandolo così come affiora sulla soglia della coscienza. Questo campo di discorso evidentemente si connette a quello dell’accumulo e dell’ellissi, restituendo sul piano macroscopico ciò che avviene sul piano microscopico della figurazione retorica.

 

All’altezza dgli anni ‘80

Più che concludere vorrei qui indicare alcuni tratti in qualche modo extratestuali ma che ritengo importanti. Intanto un debito di gratitudine che ho contratto a partire dalla metà degli anni ’80 con Majorino. Ed è un debito che credo di condividere con molti, soprattutto tra coloro che vivendo a Milano hanno avuto modo di frequentarlo, magari in anni diversi, ma con la stessa intensità di scambio. Da sempre si sapeva dell’esistenza di questo poema in progress.

Per quanto mi riguarda, l’apporto che riconosco proveniente dai suoi discorsi e dalla sua opera è sostanzialmente il richiamo alla dimensione realistica, oggettiva, metropolitana ed etica della lingua.

Per me, non ancora trentenne, il dialogo con Majorino ha rappresentato l’accesso vivo ai nodi essenziali della poesia e della cultura così come si erano andati configurando a partire dagli anni ’50 in Italia, nell’intreccio tra estetica, teoria critica e sociologia. Per me da poco trasferito a Milano, proveniente da una Napoli che nel corso degli anni ’70 aveva proseguito il lavoro della sperimentazione linguistica, l’incontro con Majorino, come con Pagliarani e dopo con Di Ruscio, ha rappresentato la possibilità di coltivare, all’interno della mia ricerca, la possibilità della narrazione in poesia, dissociando in modo liberatorio quest’istanza da certi modi della lirica e da certe narcisistiche fumosità.

Più di una volta Giancarlo, riferendosi alle reciproche influenze tra poeti tra loro dialoganti, ha usato l’espressione ‘plasticità’. E questa sua notazione aveva sempre nel tono della voce il segno della meraviglia e della sorpresa. Ritengo che questa plasticità sia anche una qualità del poema e forse il segreto felice della sua longevità.

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martedì, luglio 08, 2008

                               

Cinque interventi sul poema di Giancarlo Majorino. Alessandro Broggi.

 

Inizio qui a postare gli interventi dei relatori presenti all’incontro dedicato al poema  Viaggio nella presenza del tempo (Oscar Mondadori 2008) di Giancarlo Majorino che si è svolto presso La Casa della poesia di Milano, presso la Palazzina Liberty il 19 giugno scorso.

Gli interventi sono di Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Biagio Cepollaro, Andrea Inglese, Stefano Raimondi.

 

Alessandro Broggi

APPUNTI DI PRESENTAZIONE E PRIMISSIMI RAGIONAMENTI SU VIAGGIO NELLA PRESENZA DEL TEMPO DI GIANCARLO MAJORINO

 

Dopo 39 anni di scrittura e di laboratorio è in libreria Viaggio nella presenza del tempo, un poema-monumento di 450 pagine, che appare subito come un’opera cruciale per il Secondo Novecento e per la contemporaneità.

 

Il linguaggio scelto è carico di valenze, metaforiche e allegoriche, di quelli che Majorino chiama concetti-icona, cioè concetti coniugati con l’immagine. È ricco di una singolare molteplicità di stili e di livelli, in una spettacolare diversità organizzativa, con brani in poesia che adottano per lo più un verso lungo, libero ma con rovine di tradizione metrica, scarsamente punteggiato e diversamente spazializzato sulla pagina; e parti in prosa. Sul piano della sintassi, e quindi su quello del senso, parole e frasi sono sottoposte a torsioni e lacerazioni, a fusioni, dislocamenti, scorciature, scarti, frizioni, ramificazioni, neologismi e giochi linguistici, spesso in direzione di una mimesi critica del parlato, alla ricerca di un linguaggio nuovo, rivolto alla realtà oltre la rassicurante cornice letteraria della pagina. Il testo appare come una corrente anarchica complessa, fluida e onnicomprensiva, che scorre forte e tortuosa portando con sé pezzi traboccanti di mondo, pensieri, lacerti narrativi, divagazioni, espansioni, ricordi personali, accostamenti, citazioni d’autore, cambi di punti di vista, giochi verbali tra suono e senso e considerazioni sul proprio scriversi. Una sorta di Patterson del XXI secolo.

 

L’impalcato strutturale dell’opera, il cui titolo si potrebbe tradurre come “l’essere sempre presente nel presente continuo della letteratura e della realtà”, consta di tre grandi sezioni (e una quarta da interpretare come esito-appendice del volume), ciascuna divisa in libri (in tutto 20), a loro volta suddivisi in canti (in tutto 131): strutturalente, una sorta di incontro tra la Commedia dantesca e i classici greco-latini, soprattutto, come altri hanno sottolineato, Lucrezio. Da queste opzioni si deduce una duplice scelta di campo: per la dicibilità del mondo e per la poesia civile (e non per la poesia lirica) da una parte, e per una visione immanente, laica e materialistica del mondo (si veda il personaggio della Beatrice Nera, una “Beatrice laica” presente già nell’epigrafe del libro e che chiude il volume in un nient’affatto ultramondano “Paradiso nervoso”). Poesia e realtà, dunque: nel tentativo di dire il Novecento (il dopoguerra fino al ’68, e il clima mercificato degli anni ’80 fino al contemporaneo) attraverso gli strumenti linguistici e teorici disponibili: una poesia e una scrittura problematicamente immerse nel nostro tempo, che non si rifugiano nell’espressività dell’io lirico, ma propongono in presa diretta le tensioni stravolte del mondo presente (e di tutti i presenti che si sono succeduti negli ultimi decenni). Una contemporaneità, la nostra, che una poesia più che mai coinvolta nel sociale e nel quotidiano sfida sul suo stesso campo, facendoosi carico dei suoi idioletti e delle sue risorse, delle sue autoanalisi e dei suoi vettori nascosti, per creare un linguaggio nuovo e un mondo che, senza ignorarne i meccanismi, non si lasci normalizzare e vada oltre la volgarità distruttiva odierna, che tende a polverizzare quasi ogni residuo di autenticità in nome del dio profitto.

 

Il poema di Majorino, si diceva, ci informa che l’io isolato della lirica è una finzione insufficiente, così come l’oggettività è un’astrazione: perchè la condizione postmoderna dell’individuo è quella di essere sempre meno una monade staccata e sempre più il risultato di una somma di esperienze, un “singolo di molti, a loro volta singoli di molti, un corpo di corpi”, e “una spugna ininterrotta” rispetto a quello che Majorino ha chiamato il tempo del gremito: un tempo ingombro di cose, informazioni, immagini, eventi. Da quest’ottica, il medium del poema come agglomerato corale di stilemi, punti di vista, personaggi “in viaggio” e situazioni eterogenee, appare allora come eticamente più adatto della lirica individualistica. Se la scrittura, incalzante e a tratti ossessiva, alterna narrazione, constatazioni in presa diretta e rasegne su particolari apparentemente inessenziali è proprio perché “siamo popolazioni, grovigli di grovigli, di contagi, attriti, imitazioni, assorbimenti, scambi”, che ogni occasione è degna di attenzione da parte del lettore, ogni incontro merita cura e confronto e nulla è isolabile, perché tutto è essenziale.

 

È il tentativo di un ritorno forte della poesia, come “libertà che chiama altra libertà”, un ritorno del suo potere di metamorfosi, in un’opera programmaticamente ridondante che si oppone agli attuali stili di vita, schiacciati dalla fretta del produrre, dalla “dittatura dell’ignoranza” e dalla mercificazione indotta dall’ipnosi massmediatica. Una poesia forte, che però non teme di incorporare l’altro da sé, in un flusso che non tanto informa, “esprime” o intrattiene, ma agisce e trasforma, dando campo a quel fluttuare del senso che è l’encefalogramma dello stato di coscienza nella contemporaneità. Una “poesia critica”, insomma, nella quale le specificità linguistiche della lingua letteraria si accostano ai codici espressivi, alle connessioni/ disconnessioni discorsive e ai gergalismi di una società reale e concreta. Ma una poesia che insieme ipotizza - siamo all’ultima parte del poema - un modo di vita più ricco, dove le facoltà più preziose della persona non siano più tradite, come lo sono nella quotidianità accelerata del mondo contemporaneo.

 

Alessandro Broggi.

 

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sabato, luglio 05, 2008

30 X 30, Quinta Edizione della collettiva.

Venerdì 4 luglio 2008, inaugurazione presso la copisteria La Copia, nello spazio d’arte ‘Piscina Comunale’, via Campiglio angolo via Grossich.

 

A Milano da qualche anno sta crescendo una realtà piuttosto singolare e in assoluta controtendenza rispetto al mondo dell’arte e delle gallerie. Il promotore di questa singolarità è Adriano che trasforma frequentemente la sua copisteria in una galleria d’arte.

Come Cenerentola la trasformazione avviene dopo una certa ora ma senza i limiti imposti a Cenerentola e senza la necessità di fuggire perdendo pezzi per strada. Qui, al contrario, tutto si conserva e il via vai di persone, artisti, pubblico, amici e curiosi, continua, rinnovandosi, fino a notte...Le persone restano fuori a parlare, si appoggiano alle auto parcheggiate, si siedono sui gradini, si allontanano di qualche metro e poi ritornano, oppure non ritornano e vengono sostituite da energie fresche...

Gli artisti non devono pagare per esporre e gli unici criteri di selezione, a parte il formato, riguardano l’intuito sul valore delle opere e il riconoscimento immediato che sostanziano da soli l’arruolamento.

Ciò che Adriano propone è il rifiuto di qualsiasi discriminazione, di qualsiasi tipo: ‘chiunque può partecipare con una propria opera senza limiti di fantasia, età, soggetto o tecnica ma con la sola impostazione tassativa del formato’. In tale esaltazione di libertà, vi è anche la consapevolezza di sfidare i due mostri che da una parte e dall’altra tendono a paralizzare la produzione, la circolazione e la fruizione dell’arte in città: un malinteso senso del ‘professionismo’ da parte delle gallerie e, al polo opposto, un malinteso senso della creatività da parte degli artisti.

Il formato ridotto permette di accostare in breve spazio una gran quantità di opere dando la possibilità prima di tutto agli artisti di confrontarsi, di ragionare sui propri limiti e sui propri pregi. Il clima che si crea rende possibile la comunicazione e lo scambio dei punti di vista, anche di fondo sull’arte, in una generale sensazione di convivialità e festosità. L’aria che si respira, insomma, in questo posto non lontano da Lambrate, è di un’altra città: la Milano invisibile che periodicamente si riesce a vedere.

 

 

Per informazioni:

Adriano 3476988612

e-mail: piscinacomunale@fastwebnet.it

 

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martedì, luglio 01, 2008

LA CAMERA VERDE PER PAOLA FEBBRARO

 

Sabato 5 luglio 2008, ore 20:30

La camera verde

Roma, via G. Miani 20

 

PER PAOLA FEBBRARO

Letture di suoi testi, e presentazione di

Paola Febbraro, … di piccole foglie sparse e di giardini …

Poesie. Collana felix, La camera verde, Roma 2008

 

 

Nata nel 1956 a Marsciano, in provincia di Perugia, Paola Febbraro ha vissuto e lavorato a Roma, dove si è spenta nel maggio 2008. Ha scritto molti testi per la radio e per il teatro.
Con la silloge Turbolenze in aria chiara (1994) è stata finalista al Premio “Laura Nobile”. Nel 1996 ha curato, per la rivista «Galleria», Lezioni e Conversazioni di Amelia Rosselli, nel numero monografico a lei dedicato. Ha partecipato varie volte al Festival dei Poeti ad Ostia Antica (1994-1999). Ha pubblicato a fratello stefano (La Volpe e l’Uva, 2000) e La Rivoluzione è solo della Terra (Manni, 2002), come silloge vincitrice del Premio di poesia Renato Giorgi. Nel 2003 ha curato, per Stampa Alternativa, Ecchime, un’antologia di racconti e poesie di Victor Cavallo.

In Camera verde, sabato 5 luglio, alcuni poeti e amici di Paola si riuniranno per leggere suoi testi. Per ricordarla.

 

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categoria:poesia, lettura
martedì, giugno 17, 2008
 
Massimo Rizzante, introduzione a La scoperta della poesia, Metauro Ed, 2008
 
Atelier, opera, “museo immaginario”
a.
I lettori e l’atelier. La parola «atelier», che traduce il termine italiano «bottega» o «officina» è tanto antica quanto l’arte. Forse per questa ragione è così piena di mistero e allo stesso tempo suo­na alle nostre orecchie di mercanti del XXI secolo un po’ démodé. L’opera è il prodotto di una tecnè, di un saper fare. La storia di un’arte è la storia di un sapere, di una «messa in opera» su una materia definita. Ora, il sapere implica un potere, e questo potere è il concentrato di due forze: del «talento» nascosto («in potentia») di colui che si è messo all’opera e del suo sforzo a superare la resi­stenza della materia. Il talento individuale senza tale sforzo non serve a molto. Infatti, ciò che misura la qualità estetica di un’opera è quello che Jean Clair, il grande critico d’arte, ha chiamato una volta il suo «coefficiente d’attrito». Aggiungerei che tale coefficiente, oltre che per la materia, vale anche nei confronti del tempo storico: più un’opera appartiene al suo tempo, ovvero non è in grado di superare le resistenze del momento in cui è prodotta, più il suo valore è infimo. In fondo, qui non faccio che ripetere ciò che Baudelaire ha affermato centocinquant’anni fa, e cioè che la mo­dernità, con tutto il suo senso del transitorio e dell’irripetibile, non è che «la metà dell’arte», essendo l’altra metà «l’eterno e immutabi­le». Per lui solo quest’ultima metà può permettere all’arte moderna di aspirare alla dignità delle arti antiche. Il presente dell’arte non si oppone al suo passato, ma vi è incastonato come un diamante che fa risplendere della sua luce fuggevole tutta la sua storia. D’altra parte, per quale bizzarro masochismo l’arte e la poesia del XX secolo si sono fatte voluttuosamente divorare da Cronos, invece di rispettare il loro compito antico di divincolarsi dalla sua presa? E sia detto con buona pace di tutte le avanguardie di questo mondo!
Quando frequentavo l’atelier di Milan Kundera, la prima cosa che ho dovuto fare è imparare a porgli delle domande. Le domande a cui l’artista è interessato sono quelle alle quali egli stesso, attra­verso l’opera, ha cercato di rispondere, trovando spesso altre do­mande. Sono domande oscure, incomprensibili. Se non fosse così, l’opera non avrebbe ragione di esistere. Per imparare a porre delle domande che potevano interessarlo, ho dovuto lentamente liberar­mi dalle pastoie delle teorie letterarie, che non sono altro che delle risposte preconfezionate a domande poste da altre teorie: un mon­do parallelo all’arte, con le sue leggi e il suo galateo. Ho dovuto liberarmi dall’impressionismo critico. Essere personali è sì l’unico modo di essere universali, ma a patto che si rispetti l’opera in tutta la sua totalità. La critica è un atto di umiltà nei confronti di qualcosa che ha un «coefficiente d’attrito» enormemente superiore a quello che ogni sua lettura può mettere in campo. Ho dovuto imparare a comparare in concreto le opere con altre opere, senza prendere la scorciatoia delle teorie (che per quanto siano complicate restano una scorciatoia).
b.
I lettori e l’opera. Nel corso degli ultimi decenni la parola «ope­ra» è stata sostituita da altre, come «testo», «scrittura». A una cer­ta altezza degli anni Ottanta del secolo scorso il mondo era diventa­to un «logogrifo», un grande Testo. Non c’era via di scampo. Un vero fiasco per tutti i materialismi e i realismi d’occidente! Nel frattempo le cose non sono molto migliorate. Grazie alla testualizzazione del mondo, l’opera d’arte è stata talmente spoglia­ta del suo potere che oggi i cacciatori di testi divorano le loro prede in un angolo di deserto. La parola «opera» incute ancora uno strano timore. O forse, più semplicemente, non è merce di scambio alla borsa dei titoli universitari. Ho una mia idea a questo proposito. Anzi l’idea è di Schopenhauer, io la ripeto con alcune variazioni. Il filosofo tedesco distingueva le «opere» dagli «atti». Per lui le opere non erano puri avvenimenti, «atti» che dipendevano dalla concomitante azione del caso, della Storia, della politica o di altre cause oscure, bensì il frutto cosciente di un’attività deliberata su determinati materiali. Qui la nozione di «opera» si congiunge con quella di «atelier»: da troppo tempo ormai il voler fare dell’artista ha preso il posto del poter fare, per cui oggi la cosiddetta arte con­temporanea, al culmine delle sue pretese romantiche – perchè il voler fare un quadro, una poesia, un’opera indipendentemente dal­la sua storia, dal suo oggetto o dalle modalità di produzione di quel­l’oggetto è una variante dell’idea romantica di «genio» – si è com­pletamente dimenticata del mestiere e dello sforzo di superare le resistenze della materia. Ecco un’altra cosa che ho dovuto impara­re con fatica: la disaffezione dell’arte, della poesia, del romanzo rispetto al loro habitus artigianale è una grandiosa mistificazione che ha impoverito il mondo. Da questa povertà si può rinascere, a patto che si ricominci dai rudimenti di ogni singola arte. A patto che la libido della creazione non prenda il posto del piacere per l’ope­ra.
c.
I lettori e il «museo immaginario». Il museo immaginario è il titolo di un’opera di André Malraux, che uscì per la prima volta nel 1947. Lo scrittore francese fu ministro gollista nell’immediato dopo guerra. Ritornò in carica dal 1959 al 1969. Fu amico di grandi artisti come Picasso, Giacometti, Braque, Matisse. A lui si deve la nascita di quell’amministrazione statale dell’arte che ancor oggi è un vanto nazionale per molti francesi. Era, inoltre, un collezionista di reperti archeologici e di opere d’arte. All’inizio della carriera la sua pas­sione gli costò alcune spiacevoli avventure. Nei primi anni venti partì con la moglie Clara, una donna ricchissima, per l’Indocina, dove rubò alcune statue da rivendere in Europa. Fu arrestato e rilasciato poco tempo dopo grazie a un intervento della diplomazia francese. Anticolonialista convinto, ripartì per quel paese e vi fon­dò un giornale, «L’Indochine enchaînée». Fu arrestato di nuovo. Di lì a un anno, nel 1924, finito sul lastrico a causa di alcuni cattivi investimenti in borsa, non trovò di meglio che trafugare un bassori­lievo da un tempio sacro di Angkor. Condannato a tre anni di prigio­ne, fu rilasciato pochi mesi dopo grazie alla mobilitazione di alcuni intellettuali francesi dell’epoca. Dico tutto questo perché Malraux, al di là della sua contraddittoria vicenda politica di ex comunista fedele alla politica conservatrice di quell’incantatore di serpenti che fu De Gaulle, era tutto fuorché un accademico o un ideologo. La sua nozione di «museo immaginario» si fonda su un’idea liberatri­ce: le opere, quando si ritrovano esposte in uno stesso luogo, si affrancano da ciò che rappresentano e dal contesto storico e poli­tico in cui sono state create. Subiscono quella che Malraux chiama una «metamorfosi». Per colui che le guarda, l’arte diventa un inin­terrotto confronto di metamorfosi. Una crocifissione del Trecento, posta accanto a un quadro di Bacon, ad esempio, si metamorfizza. Queste due opere, entrando in reciproca relazione, trasformano la nostra relazione con ciascuna di loro. Ci permettono così di pren­dere coscienza di tutto ciò che è possibile, ci spingono a mettere in discussione i paradigmi della storia dell’arte, ci stimolano a stabilire coesistenze imprevedibili tra opere di diverse epoche.
Ogni artista, ogni poeta ha nella sua testa un «museo immagina­rio», una sinfonia di relazioni contraddittorie di opere di tutti i tempi. Dipende dalla nostra relazione contraddittoria e immaginaria di let­tori con le opere di tutti i tempi esplorarne la sua unicità.
È questo almeno ciò che mi propongo di fare alle soglie di que­sto libro.
Massimo Rizzante
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sabato, giugno 14, 2008
QUANDO SCRIVERE DI POESIA E’ BADARE ALLE OPERE E NON ALLE GRIGLIE: ‘LA SCOPERTA DELLA POESIA’ A CURA DI M.RIZZANTE E CARLA GUBERT, METAURO ED.
Per chi volesse avvicinarsi alla poesia degli ultimi anni paradossalmente sarebbe oggi disorientato dalla quantità, in cartaceo e in rete, di testi disponibili. Dico paradossalmente perché proprio questa superfetazione crea molta confusione ed è disorientante. Il disorientamento aumenta quando ci si trova di fronte ad una sorta di crisi profonda dell’autorità e dell’autorevolezza.
Dal momento che l’autorità e il prestigio, un tempo associati a determinate case editrici o a determinati nomi legati alla ricerca universitaria, oggi lasciano perplessi e increduli soprattutto chi un poco di queste cose se ne intende, non si sa letteralmente come fare dopo l’ennesima lettura deludente.
Certo, per chi è buon navigatore anche il mare più tempestoso non è ostacolo insormontabile, ma perché richiedere tanta destrezza quando è anche in fondo un diritto poter accedere ad opere serie, filtrate da persone di gusto e quindi diffuse secondo i canali tradizionali dell’editoria?
E’ ancora possibile un approccio critico alla poesia, insieme sapiente e credibile? E’ ancora possibile che i poeti stessi dall’interno trovino accoglienza e consonanza con i temi e le ricerche della critica, contribuendone all’evoluzione?
E’ proprio in questo contesto che vede la luce uno dei libri più significativi relativi alla poesia degli ultimi tempi.
Il titolo è ‘La scoperta della poesia’ e i curatori sono Massimo Rizzante e Carla Gubert, uscito in questi giorni presso la Metauro Edizioni.
Questo libro giunge alla fine di un lungo lavoro di ricerca e di confronto realizzato, come recita il quarto di copertina, con l’obiettivo di ‘riportare i contenuti poetici- come dire le opere invece che le griglie- al centro dell’attenzione, introducendo gli insegnanti, gli studenti e i lettori all’interno dell’atelier degli autori.’
Su questo libro mi prometto di tornare in altri post, di pubblicarne dei brani, grazie alla gentilezza dell’editore e dei curatori.
Biagio Cepollaro
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giovedì, giugno 12, 2008
Milano, Milanocosa e Adam Vaccaro contro la corrente anomica.
 
I luoghi e le intenzioni di aggregazione a Milano, forse anche in questi anni, non hanno mai conosciuto sostanziali flessioni, ma di certo la chiarezza dei progetti portanti e la esplicitezza degli obiettivi non sono elementi che sono apparsi  molto evidenti.
In particolare la tradizione del confronto tra discipline diverse in vista del radicamento e del coinvolgimento territoriale, la tradizione di una novecentesca funzione di critica della cultura, la tradizione di un linguaggio tanto rigoroso quanto consapevole di ciò che letterario o artistico non è, del mondo delle cose, insomma, anche nella sua tragicità, tutto questo non ha avuto molti modi di esprimersi, lasciando per lo più, anche per questo, in molti un generale e generico senso di spaesamento e disgregazione.
Non sono venute meno le iniziative in città, semplicemente è venuta meno l’intensità della tensione verso coloro che si occupano di altro, anche in seguito a scelte di gestione della cosa pubblica privilegianti strutture già consolidate e, in qualche modo, autoreferenziali.
Ed è proprio in questo contesto, contro la corrente anomica, che hanno lavorato Adam Vaccaro e la sua associazione Milanocosa. E di questo bisogna dar loro atto. Dare atto ai suoi collaboratori e a lui, motore instancabile di tante iniziative. Di un lavoro decennale che ha partorito un numero considerevole di imprese ed eventi culturali ed ha tenuto, quasi per resistenza strenua, contro le forze che agivano in senso contrario, fosse anche semplicemente la pigrizia degli attori, magari degli stessi artisti non sempre disponibili al confronto e alla reciproca lettura, al dialogo.
Ora questa realtà di Milanocosa ha un suo sito rinnovato http://www.milanocosa.it/ che ospita, tra l’altro, una rivista in pdf, attiva dal giugno del 2006, Adiacenze http://www.milanocosa.it/adiacenze
che in qualche modo supporta e concentra lo sforzo verso ‘voci, intrecci, progetti per una cultura senza barriere’.
Su questo tema centrale lo stesso Adam Vaccaro scrive con gli strumenti della psicanalisi e della sociologia ma anche con un occhio a ciò che è oggi  il sentire comune, di chi incontra in città:
 
‘Cos’è e cosa sintetizza Milanocosa, con questo suo termine composto dal nome della città in cui viviamo e dal suffisso ”cosa”, il più semplice e più complesso, il più vicino e il più distante, tra i termini di uso frequente. Termine di ricerca per eccellenza e incrocio ossimorico di lingue, perché coinvolge le modalità descrittivo-razionali dell’Io, le profondità della cosa mai raggiunta dell’Es, ma anche le finalità etiche del Superìo.
 Milanocosa è la trasposizione di tali sensi complessi sul territorio, luogo di incrocio di lingue, che può essere letto e continuamente riappropriato solo con un approccio interdisciplinare: territorio come testo e viceversa, entrambi come mappe mentali da ricostruire senza sosta. Cosa è termine dunque tra i più ricchi di fascinazione emotiva e di sensi, per cui non è un caso che linguaggi e ambiti molto diversi – dalla poesia alla psicoanalisi, dall’industria alla politica – se ne siano serviti. Termine interdisciplinare e anagramma di caos, che implica sempre una domanda e una ricerca attiva rispetto a una crisi generale o particolare. Un poeta come Antonio Porta, rilevò per esempio come negli anni ’80 quel termine divenne il nome di una moto, quale segno di risposta di un settore messo in crisi dall’aggressività dell’industria giapponese. 
L’iniziativa dell’Associazione Culturale Milanocosaè nata dall’esperienza del disagio generato dalle modalità di sviluppo (o inviluppo) della Milano degli ultimi decenni. Disagio che a volte sembra rimasto il solo tratto comune in cui possano riconoscersi coloro che vivono al suo interno.
Con l’avvio della prima serie di iniziative, nella prima metà del 1999, abbiamo sintetizzato l’attuale mappa di Milano in una serie di luoghi chiusi o non-luoghi: acquari caratterizzati da persone e linguaggi che tendono a separarsi e a non avere contatti o scambi con altri.
Di qui l’accumulo di un disagio comune, derivante dalla mancanza di un senso di appartenenza relativo all’insieme-Milano. Insieme che viene vissuto sempre più come qualcosa di estraneo e di indefinibile che sfugge. Come un nonluogo, appunto, che attua la prima violenza separando individualità e appartenenza. Il fatto è che l’una non esiste senza l’altra; la vera individualità con una sua definibile identità, implica e indica una specificità che tuttavia si riconosce e viene riconosciuta in tratti comuni dell’ambito referente. La mancanza di questo senso doppio, vissuto e verificato nella quotidianità, produce una perdita di senso del termine identità, che non è tanto una questione semiologica o terminologica. L’esperienza del crollo dei referenti sociali diventa, all’interno dei soggetti, fonte di squilibrio di quella funzione complessa e complessiva che chiamiamo mente (che in ogni caso continua a elaborare le interazioni positive o negative con l’ambiente), nonché di sofferenze avvertite e scaricate nel corpo.’ (da http://www.milanocosa.it/)
 
Dunque un’associazione per agire materialmente nel campo del simbolico, per dare una concretezza di vita all’attività culturale. Ciò che colpisce è l’atteggiamento non ‘decorativo’ dell’azione, è la consapevolezza sia dei paesaggi mutati sia della necessità di tenere ferma la barra del timone nella navigazione a vista di questi tempi. L’associazione è costituita tra gli altri da: Claudia Azzola,
Maurizio Baldini, Laura Cantelmo, Daniela Dente, Gio Ferri, Mariella Parravicini, Cesare Vergati
Giuliano Zosi ,Donatella Bianchi Luigi Cannillo.
Per le numerose iniziative rimando al sito http://www.milanocosa.it/
Biagio Cepollaro
 
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categoria:lettura
domenica, giugno 08, 2008

About Cepollaroarte's Weblog

 

Nel nuovo blog dedicato all’arte visiva Cepollaroarte's Weblog vi sono le categorie In contemporanea che accoglie immagini e testi di artisti contemporanei, appunto, e Dialoghi con l’arte che include dialoghi veri e propri con artisti o letture critiche che dialogano con l’opera.

Per ora, oltre ai riferimenti alle mie opere visive, vi è un’immagine e una lettura di Fausto Pagliano (In contemporanea) e uno scambio epistolare con Nicola Ponzio (Dialoghi con l’arte), già in precedenza apparso altrove e qui ricollocato.

L’intenzione del blog è quella di raccogliere le mie opere visive e le mie riflessioni sull’arte ma anche i contributi di altri autori nel luogo di confluenza tra arti visive e scrittura poetica.

Sia nello specifico delle opere attraverso le immagini, sia sul versante della critica o della lettura, grazie a testi dedicati.

 

Non è un blog di poesia visiva perché credo che questa etichetta , già in passato contestata, ancor più oggi non sia utilizzabile. Si tratta piuttosto di arte visiva tout-court e di testualità tout court.

E non si tratta neanche di un blog dedicato all’arte digitale…Ma ciò sarà evidente nel farsi  e nel manifestarsi del lavoro stesso…

 

Biagio Cepollaro

 

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categoria:poesia, arti visive, lettura, cepollaro, poesia integrata
sabato, giugno 07, 2008
 
Jacopo Galimberti in dialogo con Vanni Santoni
Caro Vanni,
mi piacerebbe aver la competenza per inserire il tuo libro nel suo panorama, cioè confrontarlo con libri apparentemente simili usciti in questi anni. Questo sarebbe il lavoro da fare (à la Bourdieu...) ancor prima di lanciarsi in dettagliate analisi sulla struttura e lo stile che a due settimana dall'uscita sono premature per chiunque (tuttavia piu' avanti alcune cose le diro'). Questo lavoro comparativo potrebbe mostrare, ad esempio, un'idea portante che, se non colta, porta al totale fraintendimento del romanzo: questo tuo libro non è un romanzo generazionale, non è un romanzo manifesto, non è un romanzo sulle droghe (una battuta circola già su internet, « gli interessi in comune » ovvero: tuo figlio si droga). L'obiezione più ovvia che potrebbe essere fatta è che, in realtà, essendo la negazione di tutto questo, il romanzo ripropone in negativo quello che pretende di non essere. In quest'ottica si tratterebbe allora di un libro su di una generazione che si droga senza costruire intorno alle droghe un'identità o dei 'valori', su di una generazione che non ha nulla in comune e che di questo fa il suo Credo.
Secondo me uno delle questioni cruciali è infatti proprio questa: il libro propone qualcosa di nuovo, magari addirittura un nuovo genere (il lavoro di « Personaggi precari » si sente e produce dei cortocircuiti con la narrazione di ampio respiro), oppure il romanzo mette semplicemente il segno meno a delle forme canoniche, oggi un po' trite, come il romanzo generazionale, il romanzo sulla droga etc.?
Mi piacciono i particolari. Mi piacerebbe andare a vedere frase per frase quello che non mi convince e quello che mi piace e perché, argomentare, litigare costruttivamente, insomma, l'editing; ma in fin dei conti quel che è fatto è fatto e poi credo che per te quello che conta adesso è avere delle riflessioni che riguardino l'insieme. Faro' quindi questo.
 
1)      Il problema piu' grosso che ho riscontrato è che ci sono troppi personaggi. Di per sé non sarebbe un male ma il fatto è che ho trovato molto difficile identificare le caratteristiche di ciascuno. Cosi' per esempio a pag. 137 il Paride si accorge che il Mella era diverso. Non dubito che a cercare nel libro da qualche parte questa diversità era gia venuta a galla ma nella marea di personaggi io non me n'ero accorto e penso di non essere stato l'unico. A pag. 140 si trova una specie di concisa descrizione del Mella, forse andava messa prima.
2)      Mi è piaciuto molto come, strisciante, si svolga un confronto con la generazione precedente, anzi direi quasi La Generazione, quella che ha monopolizzato il discorso sulle generazioni, insomma, la metafisica generazione del '68. Quando dici, per esempio, « Sembra l'analisi di gruppo » riferendoti al bisogno di parlare e confessarsi che inducono le anfetamine, in un attimo riesci ad aprire a una riflessione molto delicata: magistrale. La stessa cosa quando i protagonisti sbeffeggiano il trio delle meraviglie « Sesso, Droga e rock 'n Roll ».
3)      Una serie di « novità » tecnologiche o commerciali entrano nella vita dei protagonisti dal '95 al 2006, cellulari, voli low cost, etc. non hai messo una cosa non da poco: l'immigrazione, dall'africa dall'asia e dell'est europa, peccato.
4)      Stupendo come riesci a descrivere l'effetto delle sostanze. Non so quanto verrà apprezzato ma penso che qui si veda più che altrove la maestria verbale, il lavoro di editor sulla Sic, la ricerca documentaria per le uscite, le sparate leggendarie etc. Michaud ti fa una pippa. Interessante sarebbe capire le metafore di fondo, ho notato una delle « piste », l'acquatica: la marea, la piena, il plasma, l'etere, il liquido amniotico. Nonostante questo, arrivati a pagina 200, malgrado la tua inventiva, le avventure psichedeliche possono stufare
5)      Il lavoro sulla lingua, il lavorio per trovare delle formulazioni del gergo giovanile è eccellente. Qualcuno, temo, si attaccherà a questo per dire che hai fatto un libro corrivo, un libro piacione, un libro da Mtv. Preparati.
6)      « Il Malpa, da solo, che balla: sta perdendo capelli [...] ma è figo. » pag. 248. Questo stilema, cioé la frase ellittica del tipo, invento, « Il Malpa che scende in pista. Il Malpa che balla. » è molto interessante. Fa parte di quella ricerca sul gergo giovanile di cui sopra, qui si vede una cosa molto interessante. A partire dalla Nouvelle Vague il linguaggio filmico ha definitivamente rotto i ponti con un tipo di narrazione ancora legata al romanzo ottocentesco. Ci sono dellle eccezioni precedenti, ovvio, ma all'inizio degli anni '60 il fenomeno s'impone ad un pubblico internazionale. Tuttavia è solo dopo che il nuovo linguaggio diventa mainstream e, infine, onnipresente nei cartoni animati giapponesi (e oggi pure nei videogiochi...). Il linguaggio giovanile è, secondo me, pervaso da questo tipo di stacchi irrelati che il lavoro di montaggio renderà espliciti. « Il Malpa che scende in pista. Il Malpa che balla. », sono due tronconi di frase letterariamente poveri e sgrammaticati che il lettore giovane, forse non piu' solo lui, percepisce come aventi una grammatica pertinente perché ragiona in termini visivi, « filmici ». Per capire molte delle tue scelte linguistiche (cosi' come quelle dei locutori giovani) bisogna andare a vedere come sono montati i cartoni animati giapponesi. Da qualche parte dici che l'unica cosa che i giovani condividono è l'aver visto i cartoni animati. Tu lo dici ma, soprattutto, la mostri col tuo linguaggio.
7)      Manca quasi del tutto una riflessione sul come ottenere denaro quando si studia. Come le famigle danno o non danno e in cambio di cosa, le sottili dinamiche che presiedono a queste transazioni tendenzialmente non capitalistiche.
8)      « Vorrei vederli Rousseau, Voltaire, Cesare Beccaria (Cesare Beccaria?!), rimbombati da questi funghi... », pag. 218. Quello che mi interessa qui è quello che c'è tra parentesi. Lo fai relativamente spesso, una specie di interpolazione d'autore. Un' interpretazione strettamente letteraria fraintenderebbe completamente la cosa e potrebbe limitarsi a dire che la voce narrante indica perplessità e ironizza. Anche qui, come al punto 6, con strumenti strettamente letterari non si coglierebbe una cosa fondamentale, da dove vengono queste insolite interpolazioni d'autore? Secondo me vengono dai « racconti fatti alla compagnia ». Con « racconto da compagnia » intendo una situazione tipo: seduti sui motorini e o su una panchina, o un muretto (canne alcolici e quant'altro) si racconta agli astanti un'av