2) Cinque interventi sul poema di Giancarlo Majorino. Biagio Cepollaro
Su Giancarlo Majorino, Viaggio nella presenza del tempo, Mondadori, 2008.
In apertura
Occorreranno anni per metabolizzare sul piano critico un poema così complesso e stratificato. Ciò che mi sento di dire oggi è che sin dall’inizio si possono suggerire delle chiavi di indagine, delle tracce, delle coordinate che, come strumenti di navigazione, possono orientare e indicare dove e cosa cercare, piuttosto che riferire ritrovamenti o illustrare zone particolari della vasta aerea che qui si può solo fisicamente sorvolare. Con queste mie parole riprendo una strada cominciata venti anni fa, una strada che in modi diversi molti di noi qui hanno fatto, conoscendo Giancarlo da meno o più tempo: quella del dialogo e del comprendere, del tentare di accogliere lo specifico pur sentendo come in un moto di simpatia umana ciò che accomuna. Lo sfondo insomma è il simil- diverso, o il simil-dissimile, la relazione che non si crea ma si riconosce giacchè è data sin dall’inizio, presso gli umani. E con quest’ultima considerazione si è già dentro al poema e ci si è già imbattuti in uno dei suoi temi preferiti.
Ne esco subito per elencare ciò che chiamo ‘campi di tensione’ e che sono secondo me alcuni segnali luminosi utili per la navigazione e per la lettura. Un campo di tensione è tale perché scaturito da opposte polarità o da poco riducibili differenze, si fa luogo di elaborazione e di produzione del senso. Sono convinto che a generare la poesia di Majorino siano proprio questi campi che nel tempo non hanno mai perso la loro ‘tensione’ e che appartengono tanto a lui, alla sua biografia, forse anche alla sua personalità umana, quanto al modo con cui la nostra storia dal Dopoguerra si è raccontata, anche qui un singolare intreccio tra un modo di rappresentarsi e un fascio di rappresentazioni collettive, in cui poi in definitiva consiste la cultura di un’epoca, la stessa produzione simbolica. E questo intreccio di storie non è subìto ma costantemente cercato, direi programmaticamente cercato, rientrando tale ricerca in quella che una volta si chiamava dimensione etica della poesia e si voleva dire questa storica, attiva eticità. E credo di poter riconoscere questo carattere perché proprio nel momento in cui stava per dissolversi alla metà degli anni ’80, almeno in una sua certa forma, personalmente chi scrive ne veniva a contatto, pieno di curiosità e pronto ad assumersene la responsabilità.
Dunque i campi di tensione da me individuati, non esaurendone con questo ovviamente il numero né il tipo, sono relativi sia al piano stilistico-formale, sia a quello dei temi, realizzandosi molto spesso tra gli uni e gli altri radicate simmetrie.
Splendore e oggettività della lingua
Il primo campo, per me il più evidente, è quello che viene instaurato ponendo insieme due istanze per loro natura contraddittorie ma che risultano molto produttive una volta poste a contatto: mi riferisco alla tensione verso ‘lo splendore della lingua’ e la tensione verso ‘l’oggettività della lingua’.
Da un lato la lingua viene lavorata e ‘slogata’ perché , per così dire, fiorisca nella sua autonomia, perché possa segnalare la libertà sensuosa e gioiosa del dire intorno, su, prima, dopo l’oggetto significato, dall’altro la lingua viene disciplinata e ritrovata così com’è, così come risulta dal processo collettivo dei parlanti, e quindi spesso lingua pre-codificata, o dal gergo o dalla filosofia (e quest’ultimo per la verità è già un altro campo di tensione che con il precedente s’interseca).
E di fatto la mia analisi in campi di discorsi per comodità espositiva procede in senso orizzontale ma la realtà testuale prevede un intreccio verticale tra i campi di tensione che necessariamente una descrizione, ancorchè sommaria come questa, non può restituire.
Energia e immobilità della lingua.
Il secondo campo di discorso, attiguo al primo, è costituito dalla tensione che si genera tra l’energia della lingua e la sua immobilità, per intenderci: tra il piano pre-verbale che di tanto in tanto muove il sorgere e il concatenarsi dei versi e quello della citazione, del lacerto, più o meno adattato, più o meno addomesticato. Tra pre-verbale e gestuale da un lato e campionatura antologica dall’altro, tra energia e massa verbale.
Realismo e sperimentazione.
Un terzo campo di tensione, connesso profondamente ai primi due, riguarda i grandi progetti estetici. Da un’istanza di partenza che è quella del realismo alla dissociazione tra questa istanza e la poetica corrispondente. Dal momento che Majorino come Pagliarani e Di Ruscio, per citare nomi a me familiari, hanno in un certo senso dovuto rispondere, in modi diversi, a quell’impasse che si era creato alla metà degli anni ’50 tra coloro che insistevano per il primato contenutistico-ideologico e coloro che sentivano come retorico in quegli anni questo primato. E tra i migliori di quella generazione c’è sempre stato del ‘nervosismo’ testuale, cioè la consapevolezza che lo specifico dell’arte risiedesse nell’invenzione di modi non previsti di ri-attraversamento di temi comuni, di storie concrete, di tangibili umanità. Ed è in questa chiave , secondo me, che va letta la componente sperimentale di Majorino: l’adozione del montaggio a freddo o a caldo, l’uso di pre-fissi e calembours, lo spaziare tra i diversi registri del colloquiale, fino alla singola deformazione microlinguistica. Dico componente perché lo sperimentale è solo un polo del campo, l’altro è la riconoscibilità, l’opposta pulsione dell’idiolettale, la pedagogia.
Accumulo ed ellissi
Un quarto campo di tensione è a livello propriamente retorico. Si tratta di una strategia che permette di tenere insieme materialmente, cioè a livello testuale, sia l’istanza realistica che quella sperimentale, realizzando l’ossimoro della ‘bellezza slogata’: l’accumulo e l’ellissi. Accumulo ed ellissi sono due figure che rendono il dire contemporaneamente sovraffollato e reticente. Accumulo e reticenza. O, anche, ripetizione e reticenza. La funzione mimetica dell’accumulo viene utilizzata soprattutto per far muovere le masse all’interno di storie metropolitane, ma è la metropoli stessa che sembra generare per sua natura l’accumulo dei nomi e delle situazioni. La funzione mimetica della reticenza addita al contrario ciò che non viene detto, che viene taciuto e che sottende spesso il movimento di quelle masse, lo snodarsi di quelle storie metropolitane. Per le nuove generazioni credo risulti quasi incomprensibile il fatto che le generazioni precedenti abbiano sentito nel proprio dna una spinta utopica, che questo dna sembrava essere confermata dalla storia e dalle illusioni collettive.
Hegel, Marx, Scuola di Francoforte ma anche Merlau-Ponty e Sartre
Un quinto campo di tensione è offerto direttamente dalla storia della filosofia e dalle questioni che nascevano dal dover correggere il marxismo, o almeno la sua versione economicista, con iniezioni di esistenzialismo, fenomenologia e psicoanalisi. Questo campo di tensioni codificava a livello formalizzato e concettuale ciò che si andava vivendo. Era in gioco la rappresentazione del collettivo alle prese con la rappresentazione dell’individuale. Questa tensione sarebbe poi stata spazzata via dal postmoderno fino a costringerci oggi a parlare di anomia sociale o, anche, a non parlarne più.
Ma intanto, al di là del particolare periodo storico, la poesia , come sempre, si rivolgeva al versante di lungo periodo, giungendo a non solo a testimoniare di un’esperienza storica ma anche ad indicare una direzione di felicità. E in tal senso riproponendo come inevitabile la relazione tra i due piani di rappresentazione. E’ il tema, appunto, dei simil-dissimili e della necessità di trovare una via d’uscita al solipsismo ma anche al conformismo sociale o ideologico.
Poesia e prosa
Un sesto campo di tensione viene instaurato tra poesia e prosa, sia nello sciogliersi per sfumature tonali dell’una nell’altra, sia per giustapposizione. D’altra parte sia il verso che la prosa narrante sono animate dalla stessa ansia che produce contrazione e andamento sincopato. Ciò che fa la differenza e crea tensione è la misura versale che come tale impone una pausa e una concentrazione dell’attenzione e dell’udito sulle singole parole, sulle singole assonanze o figure fonico-ritmiche. Ciò che fa la differenza non è tanto l’intensificazione del dettato quanto la possibilità di introdurre qualcosa che possa funzionare come lirica o come intervallo riflessivo e meditante.
La formula e il prolisso
Settimo e ultimo campo di tensione mi pare che sia stabilito tra la tendenza a precipitare in formula, sigla, epiteto e l’opposta tendenza ad una sorta di prolissità caotica e divergente.
Da un lato vi è come il desiderio di coniare un formulario che possa ridurre la molteplicità ad un solo termine, spesso composto ma comunque coniato di fresco, dall’altro vi è la tendenza a includere ogni oggetto e quindi ogni termine che l’immaginazione onirica propone, stipandolo così come affiora sulla soglia della coscienza. Questo campo di discorso evidentemente si connette a quello dell’accumulo e dell’ellissi, restituendo sul piano macroscopico ciò che avviene sul piano microscopico della figurazione retorica.
All’altezza dgli anni ‘80
Più che concludere vorrei qui indicare alcuni tratti in qualche modo extratestuali ma che ritengo importanti. Intanto un debito di gratitudine che ho contratto a partire dalla metà degli anni ’80 con Majorino. Ed è un debito che credo di condividere con molti, soprattutto tra coloro che vivendo a Milano hanno avuto modo di frequentarlo, magari in anni diversi, ma con la stessa intensità di scambio. Da sempre si sapeva dell’esistenza di questo poema in progress.
Per quanto mi riguarda, l’apporto che riconosco proveniente dai suoi discorsi e dalla sua opera è sostanzialmente il richiamo alla dimensione realistica, oggettiva, metropolitana ed etica della lingua.
Per me, non ancora trentenne, il dialogo con Majorino ha rappresentato l’accesso vivo ai nodi essenziali della poesia e della cultura così come si erano andati configurando a partire dagli anni ’50 in Italia, nell’intreccio tra estetica, teoria critica e sociologia. Per me da poco trasferito a Milano, proveniente da una Napoli che nel corso degli anni ’70 aveva proseguito il lavoro della sperimentazione linguistica, l’incontro con Majorino, come con Pagliarani e dopo con Di Ruscio, ha rappresentato la possibilità di coltivare, all’interno della mia ricerca, la possibilità della narrazione in poesia, dissociando in modo liberatorio quest’istanza da certi modi della lirica e da certe narcisistiche fumosità.
Più di una volta Giancarlo, riferendosi alle reciproche influenze tra poeti tra loro dialoganti, ha usato l’espressione ‘plasticità’. E questa sua notazione aveva sempre nel tono della voce il segno della meraviglia e della sorpresa. Ritengo che questa plasticità sia anche una qualità del poema e forse il segreto felice della sua longevità.