Davide Racca
Su Impronte sull’acqua di Francesco Marotta
*
proprio sul margine è la prima
prova, il tuo alfabeto
già respirato dal silenzio
se arrivi appena a
pronunciare un nome
sfiorando la veglia di
anime abbracciate
per agonia di una
risposta attesa, se
a fare ombra intorno
è un vento, un
tuffo a labbra ferite
nel cammino, la chioma
scomposta di lampade
che si rincorrono
si urtano, non
si riconoscono, ma
sono state il rosa di ogni pelle
la seta, l’oro che fascia
crudeltà di gesti
la fine del racconto
o forse il canto
con quella voce, l’ultima
in movimenti d’opera
con quelle mani a strali
e sulla lingua un
laccio di sere
che stringe astri e
maree, quando in vuoti
bruniti di luce porta un paese
a spasso, dice nascimi
un sogno, nascimi ancora
strade incuranti del
ricordo, lasciami un
segno, un’
impronta d’acqua
da “Impronte sull’acqua” di Francesco Marotta
*
Tocco l’acqua che mi tocca. Io sfioro lei, lei sfiorandomi. Qui, in questo punto, so che non posso andare oltre se voglio sentirla ancora così, in questo modo. Se solo immergo il dito, lui viene fagocitato e non sentirò altro che acqua intorno. Se il dito lo ritraggo, avrò bisogno di sentire pur qualcosa, ma non sarà la stessa cosa.
Se pongo un dito sulla superficie dell’acqua, senza immergerlo, si arriva al punto di tangenza sensibile con essa e si fa viva la sua pressione sul polpastrello: allora il dito diviene un’idròmetra in sosta.
L’acqua è elemento mutevole, adattivo e dirompente, stagnante, catastrofico e sorgivo per natura. Non ha una sua identità precisa. Assorbe tutto, tutto lascia scorrere. Lei può sommergerti, annientarti. E darti vita. Tu hai bisogno di lei, non lei di te.
Tu puoi pugnalarla, ma immediatamente si richiude intorno alla lama. Puoi canalizzarla. E servirtene ai tuoi scopi. E puoi adulterarla… e qui mi fermo, perchè qui si impone la tua identità.
*
L’identità, automaticamente, per un riflesso burocratico, di garanzia, la associamo all’impronta.
Ma un’identità fatta di impronte-digitali adultera l’identità individuale. Rende un uomo riconoscibile nello statuto del consorzio umano. Controllabile, coercibile.
L’identità fondata sulle impronte-digitali è una falsificazione dell’umano, perché racconta la sua storia sulla scorta di un codice formale, non sul lascito di un’esperienza.
Un uomo non è la sua impronta-digitale. È soprattutto l’impronta che sulla pelle gli incide la vita.
*
La poesia di Marotta non è una poesia di identità. Perché non vuole imporsi. Ma è una poesia di impronta. Un’impronta sul calco vitale di un’altra impronta, quando, toccandosi, l’idròmetra e l’acqua sono un’unica cosa, perché l’idròmetra si posi e cammini sull’acqua e l’acqua glielo permetta senza affondarla.
In questo senso la parola di Marotta non trattiene la realtà. La tocca, perché la realtà diventi un unico con la parola.
Perché la parola si posi e cammini sulla realtà e la realtà glielo permetta senza affondarla.
Davide Racca





