Su Alfredo Giuliani, Intervista di A.Tagliaferri e saggio di Luigi Ballerini. Ed. Scritture,2008
La sbobinatura di un incontro tra Giuliani e Tagliaferri e il saggio di accompagnamento di Ballerini, presente nel 2005 alla manifestazione Macchine della poesia realizzata a Castell’Arquato, ci restituiscono con vivacità i tratti del poeta, critico, teorico e organizzatore di cultura scomparso pochi anni fa.
Con precisione ma anche con affetto, Ballerini commenta l’andamento dell’intervista, sottolineando gli aspetti che più rivelano il profilo di un intellettuale che fu tanto decisivo per la nascita de I Novissimi, quanto in un certo senso e in un modo particolare, schivo. Ciò che emerge dalla lettura è un Giuliani proteso verso l’affermazione di un modo diverso di intendere la poesia sullo sfondo degli anni ’50 e i primi anni ’60, ancora profondamente immersi in una cultura idealistico-crociana e poco sensibili alla ‘linguisticità’ della poesia.
Ciò che colpisce è che a parità di riferimenti letterari, Giuliani sembra spingere in avanti ciò che di nuovo giungeva in Italia per renderlo nutrimento concreto e pragmatico per il fare della poesia della sua generazione o dei poeti appena più giovani. Ballerini punteggia la formazione di Giuliani così come si configura dalle risposte alle sollecitazioni di Tagliaferri: filosofia e non-filosofia, atteggiamento teorico e autenticità creativa, ma soprattutto la drammaticità delle scelte e i conflitti all’interno dell’ambiente letterario.
Giuliani appare come entusiasta assertore di una sorta di necessità del nuovo e del rinnovamento, non riconducibile alla specificità di una singola esperienza poetica ma da rinvenire in un movimento della poesia, in un voltar pagina, che potesse tenere dentro, al di là delle sostanziali differenze, Sanguineti e Balestrini, Porta e Pagliarani e lui stesso, poeta in proprio. Ma in controluce, ed è uno dei motivi di interesse di questo libro, ciò che si rende visibile è la consapevolezza di segnare una sorta di passaggio ‘epocale’, di spartiacque, di stare per compiere qualcosa di pertinenza storica. Era accaduto già qualcosa del genere e in modo più evidente nelle arti visive e si trattava di colmare un ritardo, un ritardo storico, appunto.
Eppure questa necessità avvertita doveva fare i conti con gli aspetti ultrasoggettivi dei protagonisti, dei loro caratteri, delle loro idiosincratiche animosità. Ed è in questa chiave umana -e troppo umana- che vanno lette le indifferenze e le vere e proprie esclusioni o autoesclusioni di Villa, di Cacciatore e di Giuseppe Guglielmi dall’antologia che divenne la punta di diamante del Gruppo 63.
La costellazione assai variegata della ricerca di quegli anni (si pensi anche solo a Spatola per intendersi velocemente) finì con l’essere circoscritta brutalmente a pochissimi nomi quando la posta in gioco appariva l’attenzione della critica oppure l’oblio, così, senza mezze misure.
Ciò che colpisce oggi è la mancanza di esplicite motivazioni culturali e l’emergere piuttosto di antipatie e profonde avversioni, di orgoglio ferito e di domestica volontà di potenza.
Nell’intervista il candore di Giuliani permette al lettore di leggere tutte queste cose tra le righe, il critico non ci prova neanche a svicolare o a sublimare: le cose andarono proprio così. E il ricordo si fa rievocazione colorita, espressione anche dura e liquidatoria.
C’è da chiedersi se a compensare questo movimento idiosincratico (Sanguineti da una parte, Cacciatore dall’altro, Guglielmi da una parte, Porta dall’altro) non ci sia stato almeno in seguito un aggiustamento da parte della critica: insomma la storia delle antologie di poesia in Italia, viene da pensare, è stata sempre questa. Probabilmente nel concetto di militanza poetica è implicita una certa ingiustizia, velocità, casualità, superficialità L’intellettuale moderno che ci si poteva attendere, suggerito dal movimento di neoavanguardia, attrezzato fenomenologicamente da Anceschi , attento alla specificità degli stili, più che alle relazioni di potere di cortense memoria, pare non emergere come esplicito progetto da questo scambio di battute, e ciò nonostante l’attraversamento allora non scontato di Freud o di Jung, per non parlare di Marx..
Ma il riferimento iniziale del giovane Giuliani a Michelstaedter sembra lasciar trasparire un’altra volontà, un altro desiderio. Un altro modo di fare, una storia che poteva essere e non è stata, un’altra eredità, in definitiva.
E chi ha conosciuto Giuliani, la sua disponibilità al sorriso e alla comprensione dell’interlocutore, può anche pensare che quella iniziale volontà e quel desiderio di fare le cose in altro modo e responsabilmente, siano rimasti come costretti a covare inespressi sotto la cenere di un’Italia comunque rimasta al di qua di Chiasso, anche se ormai alfabetizzata.
Biagio Cepollaro





