martedì, febbraio 24, 2009

Venerdì 27 febbraio

Libreria Odradek di Milano

 

 

Biagio Cepollaro presenta:

 

il romanzo di Francesco Forlani Autoreverse

(Ancora del Mediterraneo, Napoli, 2008)

&

il libro di poesia di Andrea Inglese La distrazione

(Sossella, Roma, 2008)

 

Saranno presenti i due autori che leggeranno brani dei loro libri.

 

Libreria Odradek
Via principe Eugenio 28
20155 Milano
02 314948

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lunedì, febbraio 23, 2009

Biagio Cepollaro, Su Autoreverse di Francesco Forlani, L’ancora del mediterraneo,2008

 

Le indicazioni di copertina sull’autore Francesco Forlani sono tanto scarne quanto precise: Forlani, viene detto, è scrittore, cabarettista e performer.

Le scarne indicazioni di copertina centrano, senza darlo a vedere, un tema fondamentale del romanzo che è quello della voce. Della voce in rapporto al libro, alla scrittura, al corpo dell’autore, alla posizione del lettore, ascoltatore, spettatore, della voce come interpretazione generale della letteratura, luogo intermedio tra verità di una persona e concretezza dell’opera, segno di vitalità e certificazione di senso della letteratura non museificata.

 

Il romanzo si presenta come un’inchiesta-saggio sul suicidio di Pavese. Ma poi si presenta anche come spaccato della Torino post-industriale, dei lavori precari, della polarizzazione della ricchezza e della nuova emigrazione. E ancora si presenta come una storia di amicizia e di amore, come una microstoria di una microsocietà, quella di un albergo, lo stesso della morte di Pavese.

Eppure fondamentalmente il tema del romanzo è il senso della letteratura. 

L’altezza e anche l’enormità del tema permettono a Forlani di crearsi uno spazio di divagazione entro cui far muovere personaggi e registri linguistici guidati dalla voce. La voce come oggetto di ricerca dell’inchiesta sull’esistenza di registrazioni pavesiane, la voce come ordine del parlato che viene trascritto, la voce che permette anche al testo scritto di descrivere paesaggi come può fare il testo scritto. E’ insomma la dimensione orale che assorbe la scrittura e la restituisce.

Il senso della letteratura è quello archetipico, quello de Le mille e una notte.

 

Qualsiasi sperimentazione linguistica dovrà discendere da quel senso che viene attualizzato: le storie possono salvare la vita. Le storie poi sono tutte dentro la voce. E’ lei che dice in sintesi le acquisizioni umane e culturali. E’ lei che tiene in vita perché dà la parola al desiderio ed evita il gorgo muto. Pavese, nel corso dell’ultima notte, pare abbia fatto delle telefonate. Sarebbe bastata forse una voce dall’altra parte…

 

Il senso della letteratura non è il mito della letteratura. Hanno bisogno di costruire miti coloro che mistificano la letteratura e ne fanno gossip ante litteram. Chi è dentro la voce non ha bisogno di inventare miti di vita e morte di scrittori, sta ai testi, sta alla voce. Si spiega così il senso del performativo di Forlani che dando corpo alla scrittura ne ribalta le gerarchie: la scrittura torna ad essere fondamentalmente un mezzo di memorizzazione, o una pura potenzialità. Dalla potenza si passa all’atto solo dando voce, cioè respiro a ciò che si pensa e si sente. Allora ciò che si pensa e si sente diventa visibile: questa è la performance. Essa stessa una domanda sull’utilità della letteratura per la vita.

 

Fare a meno dei miti è possibile, insegnano i personaggi orali di Autoreverse. Basta vivere e dar vita alle storie. Comunicare le storie è già infinito trattenimento, è già differimento della morte. La museificazione del libro ne è invece anticipazione.

 

Il linguaggio di Forlani è ricco di calembours, bisticci, equivoci nominali. Ma queste figure retoriche vengono mostrate non come artificio di linguaggio ma come contraddizioni della realtà. Non è l’invenzione della parola a creare paradosso ma è la realtà stessa ad essere paradossale. O anche comica, grottesca, semplicemente ridicola. A cominciare dall’ambiguità della toponomastica, della decisione amministrativa di dare origine ad un nome, ad una nascita, una provenienza. Il cabaret si nutre di questo sguardo che acutamente coglie le bizzarrie della vita presunta normale e ne mostra l’arbitrio e anche la violenza, talvolta.

I rapporti di potere, di classe, si sarebbe detto una volta, sono denunciati da questi piccoli dettagli, dal fatto che alle parole non corrispondono le cose.

E le cose sono quelle che si esperiscono in vite sottopagate, costrette a ruoli buffoneschi per divertire i signori. L’intera produzione culturale sembra rientrare sotto questo segno clownesco. Il mito serve anche a coprire la nuda realtà di potere. Il cabarettista scopre il gioco infantile e truffaldino dello scrittore.

La commedia dell’arte e l’avanspettacolo di tradizione dialettale sono chiamati a suggerire una nuova arte di arrangiarsi da espediente in espediente: non è più arguzia teatrale ma concretezza della sopravvivenza in una città (in un Paese) in dismissione. Il sovversivo si stempera nel tirare a campare e non c’è esultanza consolidata ma solo una felicità discreta costretta a smobilitare per restare tale.

 

Lo scrittore è l’altra faccia del portiere di notte, alter ego nel romanzo, lo scrittore non può separarsi da queste radici vitali, immerse sempre in un adesso, in una condizione servile e nella necessità di uscirne. E d’altra parte il portiere di notte vive solo attraverso la narrazione che raccoglie e distribuisce.

 

Dunque se la retorica con le sue figure sembra avere dignità ontologica, essere in re, si capisce perché non c’è niente da poetizzare con la scrittura, si tratta solo di rilevare, notare con precisione, montare con efficacia.

E soprattutto restituire opere come storie, cioè raccontarle, dirle.

Il pastiche linguistico non è costruzione di laboratorio ma è contaminazione di fatto, è già dentro il discorso sociale, nella sua dialogicità. La sperimentazione linguistica anche qui è costruzione di realismo, di effetti di realtà.

 

Il romanzo si chiude quasi con una conclusione utopica perché è resa possibile da una sorta di non ideologico esproprio proletario: i ricchi dimenticano anche ciò che posseggono in sopravanzo e per chi non ha nulla anche le loro briciole sono pietre su cui costruire una vita decente, sia pure casualmente.

Non sembra esserci un’altra via, un altro modo, un modo normale, astrattamente onesto, per superare quell’indegnità, che in altri modi e in altri contesti, aveva fermato il flusso della vita di Pavese.

 

Il caso è all’inizio e alla fine del libro ma il caso sarebbe nullo se non vi fosse una sorta di qualità boccaccesca di saper cogliere a volo l’opportunità, liberandosi da una morale tanto ipocrita quanto quotidianamente sconfessata dai suoi predicatori. Disincanto e passione vanno insieme, smascheramento dei falsi miti e creazione di una reale narrazione (intessuta cioè di vita) anche queste vanno insieme e, in definitiva, sono la stessa cosa.

 

Lo scrittore Forlani  ha fatto del suo cabaret di personaggi una performance narrativa. Ma anche: il cabarettista Forlani ha fatto della sua scrittura una performance. E infine il performer Forlani ha performato il suo cabaret in scrittura narrativa, piegandolo alle sue figure, alle sue strutture e, insieme, stravolgendo tutto questo come in un calembour vivente..

 

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domenica, febbraio 22, 2009

Biagio Cepollaro, Su Andrea Inglese, La distrazione, Sossella Ed., 2008

 

La faccia violenta della lirica

 

La distrazione è il secondo libro, dopo Inventari, di Andrea Inglese. Raccoglie e riconosce un percorso di cinque anni puntellato da pubblicazioni parziali e provvisorie ma già coaguli e segni di direzioni. Se di Inventari mi rimane come il retrogusto di uno sguardo metallico quanto freddo sulle cose, di questo secondo libro mi resta come la sensazione di una resa dialogica, di uno stare nelle cose e trovare un qualche modo per starci, rinunciando all’inventario, rinunciando a guardare da fuori per l’intollerabilità del dentro.

E di una sorta di resa coraggiosa e di sfida si tratta perché si tratta di riconoscere sin dall’inizio che l’autobiografia è una calamità necessaria, come recita un suo verso iniziale, e che la biografia è un’invenzione che presuppone la finzione di un ‘centro’ da cui partire. Dove il carattere di finzione è anche ipotesi ragionevole e non per forza evasione o compensatoria affabulazione.

 

La sfida sta nel fatto che questo libro deve giocare le sue carte sul tavolo della lirica dell’io sovvertendone sistematicamente le regole per non far torto all’intelligenza del linguaggio, alla consapevolezza della sua arbitrarietà, ma neanche alle necessità della vita, a ciò che semplicemente si vede e su cui non c’è sofisma o nominalismo che tenga, perché è il corpo, quello personale ma anche quello planetario, ad esserne martoriato. La biografia è l’enigma non il punto di partenza.

 

Si tratta allora di ‘mostrare la faccia violenta della lirica’. Stare nello spazio della biografia solo per mostrare meglio quanti oggetti, quanta oggettività, quanto non-io vi possa essere in una presunta autobiografia che invece di diventare autoreferenziale si rovescia nel suo opposto: cercavamo la storia di un io e ci ritroviamo con i paesaggi e le situazioni che sono comuni, comuni ma non partecipati, non detti o non detti abbastanza, con questo mondo che è di tutti, anche se a tutti, in diverso modo, a diverso titolo, viene negato. E’ la poesia della metropoli in questo caso a farsi tradizione (e penso, per i poeti più vicini a noi, a Pagliarani e a Majorino, ma i riferimenti andrebbero giù giù fino a Baudelaire…)

 

La faccia violenta della lirica è il quotidiano come sopravvivenza, la fatica, l’allegoria. Ad un certo punto Inglese lo formula dicendo ‘il massacro è la mia storia in allegoria’. Eppure con questo mondo c’è legame, fosse pure il paradosso di invertire i ruoli alle cose: l’inorganico sembra vivere di vita propria, le macchine domestiche respirano nella notte, mentre il vivo si interroga sulle sue percezioni ossificate, sulla sua biografia che è già un mistero, una sorta di archeologia fossile, la cui vitalità resterebbe come traccia e passato semisepolto.

 

Il tema dell’impermanenza ha un suo rilievo. Se non altro perché al divenire cieco delle cose, alla consumazione, usura, non c’è né risposta metafisico-religiosa né umanistica. E non c’è neanche l’esaltazione dionisiaca per il divenire, non c’è spirito tragico: c’è la ricognizione secca o dolente di chi legge la suola delle sue scarpe per risalire al suo andare, così come di scarpe si trattava da Van Gogh all’Heidegger dei Sentieri Interrotti.

Il detrito, il taglio, la consunzione dei bordi, l’abrasione dell’attrito: queste cose parlano della vita quando la vita di per sé è imparlabile.

 

L’oggettività di Inventari si scioglie un poco e si umanizza in un soggetto che interroga la prossimità degli oggetti e le sue stesse passioni. E’ il collasso del soggetto inventariante con la sua logica classificatoria (definire è già contenere) a vantaggio dell’esposizione al pericolo dell’elegia e della consolazione. Rischio da correre, il maggiore: quello dei passeri che spiccano il volo da una pagina all’ora del tramonto. E qui del metallico neanche l’ombra. Ma neanche l’ombra vi è della logica accumulante o combinatoria che pretenderebbe salvare solo in virtù di una presunta superiorità dell’intelletto, una sorta di stoicismo cerebrale.

 

La calamità dell’autobiografia è proprio questo dover attraversare i terreni minati del lirismo e riuscire a scansare le mine, o anche, a mettere nel conto che qualcuna possa esplodere e intanto attrezzarsi perché non risulti letale.

 E l’attrezzarsi è visibile in una poesia dove protagonisti sono gli asfalti e si capisce che passeri e asfalti fanno parte dello stesso mondo la cui violenza sfigura e sforma e che se c’è ancora da dire è proprio configurare insieme passeri e asfalti. Senza fare del manierismo (nella versione nichilista della sestina incatenata o nella versione trash e neo-pop della celebrazione apologetica del degrado naturalizzato).

Inglese esce dall’impasse di molta poesia sperimentale degli anni ’80 e ’90 proprio perché si tiene lontano da questo manierismo e perché cerca nell’esperienza diretta il rinnovarsi degli strumenti per una funzione intellettuale che non si vuole arrendere allo stato delle cose, né tanto meno trarne profitto.

Lirica di ciò che resta dell’io (io è ciò che resta dell’espropriazione sistematica e corporale compiuta dal mondo) e senza centro, oggetti imbevuti di pathos e poi raccolta e provvisoria collocazione in testi, in sequenze di parole, in poesia.

Inglese ci parla di una vita, la sua, dove l’accadere è sotto traccia, è sempre sfondo e dettaglio, è sempre al di sotto dell’occhio o al di sopra, o di fianco, dove l’orrore può anche essere allucinatorio movimento di oggetti, dove il tempo non ha svolgimento ma salti di traiettoria, indeterminati.

La sua non è una storia è una genealogia delle tracce: in controluce la violenza del mondo si staglia come per inferenza e deduzione.

 

Dal punto di vista formale Inglese per dar corpo a questa relazione e a quest’alleanza impossibile tra io e mondo deve rinunciare all’armatura paratattica e accumulante fino al parossismo di Inventari. Non scruta più l’oggetto per passare subito a richiamarne un altro, ma crea un discorso, si distende in frasi che descrivono, lega, collega, riflette nello spazio creato, si allontana dal clima sperimentante dell’inizio, dove la saturazione del campo è stilema distintivo.

E dunque se decide di interessarsi alla sua biografia è perché non c’è apporto conoscitivo al di fuori dell’esperienza. Ma la biografia invece di essere punto di partenza come nella poesia lirica tradizionale diventa il punto di arrivo.

Gli strumenti della poesia a servizio di un’intenzione veritativa, non ornamentale: era questo l’approccio più generale e condiviso della rivista Baldus che vede Inglese tra i redattori alla metà degli anni ’90. Era questo orientamento che teneva distanti dal manierismo alto o basso e spingeva all’invenzione formale solo perché necessaria a configurare realismi percepibili come contemporanei. Oggi il suo lavoro intenso sul blog collettivo Nazione Indiana continua ed esplicita tale dimensione propria alla funzione intellettuale: affrontare questioni scottanti di pubblico interesse ma con il respiro largo della cultura e della lentezza.

 

Con questo libro di poesia  l’intenzione veritativa e realistica assume il carattere concreto di un raccontare di sé attraverso e insieme al proprio venir meno, al proprio essere feriti, collezione di tracce, cataclismi, attraverso e insieme all’utilizzo di sé come di una lente per rivelare la ‘segreta lotta dei viventi’. E la distensione, la non contrazione, di questo secondo libro forse si spiega anche con il parallelo lavoro di critico della cultura, lavoro che assorbe appunto parte di quel risentimento etico che in Inventari irrigidiva a tratti il dettato e ne raffreddava l’andamento.

Anche per l’attività sul blog Nazione Indiana si tratta di rapporto tra io e mondo, anche lì si tratta di configurarlo…

 

Mi sono chiesto che tipo di legame intrecci questa forma di io con il mondo configurato da questi versi e da quel lavoro critico.

Mi sono chiesto che tipo di alleanza sia ravvisabile. E la risposta che mi sono dato è la sostanziale quanto impossibile corrispondenza tra la violenza che anima e sfregia il mondo e la violenza che anima e sfregia questa biografia. Un teatro doppio in cui si recita lo stesso soggetto.

 

 

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