giovedì, gennaio 29, 2009

Libreria del Mondo Offeso

SABATO 31 GENNAIO ALLE 18.00

“C’è qualcuno che piange qui?”

e

"17"

progetto realizzato da ilfilodipartenope

per il 60° anniversario della Carta dei Diritti Umani

con la partecipazione

di

Mimmo Sammartino, Cristina Balsotti, Marina Falco e Giuliano Tomaino.

CORSO GIUSEPPE GARIBALDI 50, MILANO (CORTILE INTERNO)

tel. 02 36 52 07 97 e-mail:libreriadelmondooffeso@fastwebnet.it

Ancora una volta Napoli, terra piena di contraddizioni produce poesia, tradizione, arte…

e a Napoli nasce IlfilodiPartenope: parole intrecciate sul filo della materia.

Fili di editoria artigiana nati da un’idea e da un progetto editoriale del laboratorio di

Alberto D’Angelo e Lina Marigliano.

Piccoli librini d’arte vestiti di carta materica che ci parlano del testo prima ancora di

essere aperti.

“C’è qualcuno che piange qui?” 17 esemplari realizzati in forma di libro, con

copertina di cuoio (quello usato per le suole delle scarpe) e carta di cartapaglia (quella

usata per incartare il pescato).

Con testi di Mariano Baino, Stefano Liberti e Mimmo Sammartino e piccole, preziose

“opere” degli artisti Vittorio Avella, Cristina Balsotti, Antonio Barbagallo, Alberto

Casiraghi, Giovanni Cerri, Riccardo Dalisi, Adriana Del Vento, Lello Esposito, Marina

Falco, Lucia Gangari, Daniela Morante, Daniela Pergreffi, Renata Petti, Amato Rak,

Rinedda, Mariano Sommella, Giuliano Tomaino.

"17" librino della collana perfiloepersegno nato sulla scia del

progetto "C'è qualcuno che piange quì" con testi di Stefano Liberti e

Mimmo Sammartino accompagnati da acqueforti di Giuliano

Tomaino.

ilfilodipartenope via della Sapienza 4 Napoli

 

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categoria:poesia, arti visive, lettura, cepollaro
lunedì, gennaio 26, 2009

Stelvio Di Spigno

 

 

Andrea Inglese, La distrazione, Roma, Sossella 2008.

 

 

   È possibile rendere con estro e distanza sufficienti la pura ripetizione degli oggetti e degli eventi, in una sorta di moltiplicazione del campo visivo che riduce e sottrae le facoltà vitali dell’io? E ancora, lo si può fare ponendosi di sbieco su quel periglioso crinale che divide (se ancora lo divide) un nucleo tematico ossessivo e vessatorio da una sua possibile reinvenzione letteraria, una modulazione catartica, insomma, una narrazione? È sul senso di questa domanda che risiede, senza essere mai definitivamente conclusiva, l’istanza di una comunicazione etica, un’ecologia della parola poetica sempre di là da venire, la sempre ricercata e provvisoria interazione tra oggettività e senso della propria esistenza riversata, filtrata, cauterizzata dai versi.

   Leggendo La distrazione di Andrea Inglese, la prima questione da mettere sul piatto è quanto conti, per un poeta post-formalista come lui (che è come dire post-fordista, non credendo più nelle catene di montaggio dell’estrema rarefazione verbale novecentesca), il retaggio dell’incomunicabilità delle cose. Sì, proprio quelle “cose” che anche la varia umanità di cui si sostanzia questo libro rappresenta. Interni ed esterni, microcosmi e massimi sistemi non si differenziano granché di fronte alla «pietra / apparente del reale». Qui parliamo di cose-oggetti, cose-uomini, cose-sentimenti, cose emotive, per dirla in breve.     

   Inglese, nella sua illuminata «distrazione», ne viene fuori dopo un lavorio durato anni. Tra le infinite soluzioni a portata di mano c’erano la resa alla complessità di ciò che attraversa un campo visivo ipertrofico, eppure non supponente né onnisciente, oppure una domanda di senso, che è sempre personale e isomorfa, su cosa sia la realtà, come scaturisca, dove vada a parare, quali modificazioni comporti per sé e per chi ne condivide la sorte (si legga pure “per noi”). Non c’era più bisogno di una forma astratta e regolare. Non bastava più l’ordine decaduto di una pura razionalizzazione dell’assurdo.

   La realtà è troppo indegna per entrare in noi; e forse non è neanche questa la strada maestra che un lettore medio si aspetta. La realtà va incanalata, attraverso un gioco di dighe e canali ottici, in un luogo dove può essere, ripeto, narrata. Intendo dire, che a fronte di una completa asetticità sentimentale, di cui l’io è incolpevole (e forse anche vittima), non vale e non basta né un sonetto, né qualche ammennicolo stilistico, e neanche un racconto sulla sua debordante estraneità (che così si tradurrebbe in una toccante privatezza, D’Elia docet). Narrare, qui, vuol dire far entrare le cose nel discorso con l’unico veicolo che un poeta ha per penetrarle, la sua lingua poetica peculiare. E per essere peculiare, riconoscibile, battuta sull’incudine di una fisionomia artistica personalizzata, c’è bisogno che essa maturi e si faccia pressante, come pressante è ciò di cui egli scrive.

   Inglese, in un testo posto come un’epigrafe smarrita a metà volume, parla dei modi in cui l’impresa gli è riuscita. Si parla di una «città nostra / filmata», del «monumento del visibile», di un «morente chiamato al microfono» al di sotto di «un’ombra organizzata». L’autore può anche rivendicare politicamente la riposta motivazione del mondo a farcela pagare. Ma, forse, il nucleo del suo lavoro si colloca altrove. È segmentato e ricomposto ad arte. Si tratta di una conoscenza che cade nel campo di «un’antica meccanica», che muove il mondo «da sempre». Di relazioni complementari che delineano il massacro della vita al di sopra della vitrea realtà, «in allegoria». Di un poematico sistema di discipline scientifiche e antropologiche che si annientano «nelle sottili fatiche dell’attraversare […] la folla / ben disseminata». E infine, di una raggiunta metacognizione delle multiformi ipotesi sul reale, che proprio per questo ora sono filmate, microforate, registrate da un occhio non umano, e per questo più fruibili da altri occhi troppo umani ma più indeboliti, perché troppo invischiati in esso.

   Questa metacognizione corrisponde all’esatta relatività della narrazione, un raggiungimento poetico intravisto più volte, ma solo ora raggiunto da Inglese, e pienamente. Se si sa di sapere, la realtà diventa narrazione, flusso, vita. Se ci si mette ad altezza d’uomo, rimane soltanto il dolore per l’occasione perduta di amare (o, per contrario, di possedere) la sua inestricabile presenza. Non che questo processo di maturità partecipata avvenga senza sofferenze, apatie, disincanti: quelle morti intime immolate alle divinità del sacrificio «prospettato / come utile». In questo senso, non sarebbe incongruo vedere ne La distrazione il punto di arrivo di un romanzo di formazione poetica, dove alla fine si ricava un sovrappiù di saggezza e un innalzamento della materialità a simbolo di salvezza intellettuale. Si può così meglio interpretare quel bel numero di testi che ci dicono di questa nuova consapevolezza, che ora ha trovato un punto d’osservazione dal quale soggiogare i propri dubbi:

 

E’ tremendamente idiota non avere

presente, non poter dire: sono qui,

guarda che bella camicia a righe,

e le scarpe nere, proprio a quest’ora,

sembra tutto organizzato da tempo

il mondo, per avermi qui, adesso,

a spiarlo  […]                              

 

                                                     Momento

 

   Pur non potendo desumere alcuna cronologia o diacronia dalla trama di questo libro, non ci si può sottrarre alla tentazione di recepire in esso una lenta, cadenzata direzionalità che ci porta (per dirla con Leopardi) da un io vecchio a un io nuovo. Ovvero, da un io che si libera del peso di un’anagrafe kafkiana rivendicando l’autenticità di tutto il suo percorso, a un io che, a fine libro, prende il coraggio di pronunciarsi e di dire che è esistito e che vuole ancora esserci. E sebbene esso scricchioli come l’armatura del Lancillotto di Bresson, nel suo modo pudico e petroso, vi si trova persino il coraggio di un lieve afflato lirico, una sortita nel territorio del rimpianto e del suo omologo al rovescio e al passato, il desiderio:

 

Ti voglio dire che sotto, in me,

laddove il mio cavo si congiunge

con l’immensa cavità

che divora nascosta la metropoli,

facendo sabbioso il basamento,

lì confluiscono le seti. L’ira dorme

finché i sepolti affondano

e non toccano il fondo. La pietra

che tu credi ultima o l’acciaio

è disegno provvisorio, caso,

che attende il taglio. La nube alta

dentro cui usciremo bianchi

spettri di polvere,

a brandelli nei nostri brandelli,

è la giustizia di sangue. […]   

 

                                            Presagi del passato

            

   Abbiamo pronunciato «realtà», ma dovremmo chiamarla, più opportunamente, «entità ambientale», «sussistenza del vivere», o in qualche altro modo che scongiuri un coinvolgimento con ciò che ancora, parassitariamente, chiama in causa il “realismo” con la sua infinita corona di dibattiti e accertamenti. Non si è mai compreso veramente cosa significhi realismo.

   Forse si tratta del vaniloquio di chi in un testo non vede altro che la sublimazione critica della propria impossibilità di vivere; dell’atteggiamento coattivo di qualche mente occlusa, per la quale solo un’accurata mimesi concettuale della realtà garantisce un micron di etica alla letteratura d’oggi; allo smarrimento di chi, pur occupandosi di una attività paradossale come l’arte, vorrebbe cesellarla in uno spazio angusto dal quale è più facile verificare le proprie anguste ipotesi su di essa.

   Bisogna avere un’opinione molto bassa della letteratura e delle arti in generale, per ridurle al semplice assioma del realismo, che potremmo riassumere nell’imperativo categorico di far muovere il linguaggio sotto l’egida di quanto sussiste solo materialmente, sotto la cappa di una coscienza ossessionata da se stessa, pesante come il ferro, quando non riesca provvidenzialmente a estraniarsi. Una coscienza individuale che un attimo dopo estenderà a tutto ciò che la circonda questa stessa deviante patologia dell’intelletto (magari facendola passare per segno d’elezione e marchio d’intelligenza).

   A questo punto, non varrebbe neanche più la pena di scrivere, perché se una forma di poesia può ancora esistere, essa non sarà diversa dal primo graffito trogloditico, dalle cetre sulle quali si dava forma verisimile a quella pulsione umana fondamentale che è l’evasione. Ecco, chiediamoci se la poesia odierna riesca ancora a far evadere chi la legge restando problematica, realisticamente problematica, quindi all’altezza della complessità dei sistemi linguistici e comunicativi del nostro tempo, rimanendo però se stessa, non diventando, cioè, critica sociale e letteraria in versi, ammasso di teorie annullatrici in rima e metro.

   Ne La distrazione, la realtà è una congerie di «tattili inezie». È attrice, sicuramente, ma è anche sfondo. E se un passo in avanti (metacognitivo, appunto) Inglese ha fatto in questi anni, è proprio quello di allontanarla e di renderla sempre più sfondo, senza che essa scompaia. Tutto è intrinsecamente reale: perché non dovrebbe esserlo anche l’io che si fa spazio in questo caos, che riconosce come propri anche l’abbandono momentaneo e l’immaginazione pacificata, anche se per poco. Il nocciolo della questione sta tutto qui. La vicenda personale, la «storia» di un soggetto che interroga il suo essere nella realtà ha, finalmente, pari dignità con ciò che ha scelto di non essere, un cacciatore d’immagini liricamente disdicevoli sul piano della responsabilità personale verso il proprio ecosistema. Scelta, osservazione, etica, morale. Ma anche denuncia di una repressione della propria umanità fatta di sogno, ricordo, libertà inventiva, che nel momento della maturità poetica vengono presentate come parte integrante della serietà del suo discorso:

 

Quando torneremo? Riluce.

Quando noi torneremo? In acqua,

tra ombre di pesci, o sulla grande magnolia

o di traverso tutte le carezze

quando si è ormai stanchi,

ancora vestiti, sul letto…

 

Riluce, lievissimo cielo,

comincia a dividere ombra

lungo gli spigoli, fin sui pavimenti,

quel poco colore che mantiene

a nuova luce. Quando

torneremo? Con te o con altri

per le stesse strade, lenti,

guardando l’alto dei rami

o a terra

dove ancora cade, fa colore,

il raggio di quella solita

stella, e chiama un’interna

sensibilità: la poca, residua

pietà dell’occhio.

 

                                         [Quando torneremo? Riluce…]

  

   C’è forse molto altro da dire, e certamente altri lettori lo diranno, presto e bene. Non posso concludere questo breve resoconto su La distrazione, se non con una nota a margine, che riguarda proprio il titolo del libro in questione. La “distrazione” è sempre stata un fardello apotropaico per la scrittura e l’ispirazione (mi si perdoni l’arcaismo), specialmente in poesia.

   Distrattamente si coagulano le parole, distrattamente s’intuisce qualcosa di nuovo su di sé e sul resto. Ma se “distrarre” fosse un’operazione di sottrazione e ruberia, di spostamento di zavorre, di eliminazione fisica di pregiudizi e falsi indizi – non vorrebbe dire che questo metodico (e per questo più titanico e faticato) lavoro di rifrazione della realtà nella focale del resoconto morale, possa arrivare a liberarla del tutto dalle nostre ingombranti visioni di come la vorremmo, di quanto ne abbiamo bisogno, del perché non ci assecondi, anche se essa, come uno spettro femminino, a stento si accorge di noi?

   Perché alla fine, il lascito più alto del lavoro di Inglese sta proprio nella sua solitaria confessione per la quale solo «quelli che hanno tenuto duro» potranno dire a se stessi «che sarebbe potuto accadere / qualcosa / che ti toglie la vecchia per la nuova / vita». Una vita «irriconoscibile», dirà l’autore a fine verso, ma pur sempre una nuova vita.

 

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categoria:poesia, lettura
venerdì, gennaio 16, 2009
Il fuoco di Cepollaro dalla poesia alla pittura
 
Dalla poesia alla pittura lungo la via della tecnologia digitale. Può riassumersi così la vicenda artistica del napomilanese Biagio Cepollaro, protagonista di una personale dal titolo «Nel fuoco della scrittura nello spazio Il Filo di Partenope (via della Sapienza 4, tel. 081.295922).
Ospite di Alberto D'Angelo e Lina Marigliano, Cepollaro lavora sull'ibridazione tra le tecnologie digitali e le tecniche pittoriche più tradizionali, elaborando lavori in cui esprime al meglio lo spirito del meraviglioso mondo creato dai due editori artigiani dove arte e letteratura viaggiano insieme spaziando, appunto, tra arte, libri e poesia.
In esposizione, introdotte da uno scritto di Mariano Baino, circa 40 di opere di varia dimensione di cui due tecniche miste su tavoletta di legno e, per il resto, tutte tele cartonate lavorate dapprima allo scanner e poi completate con interventi di pittura tradizionale. Partendo dalla rielaborazione allo scanner di immagini e oggetti preesistenti, si giunge ad un perfezionamento del lavoro con l'uso di pastelli, inchiostri, oli e l'inserimento di scritte e frasi poetiche d'uso puramente strumentale all'estetica delle composizione stesse.
Due le serie in rassegna, una, dedicata al «Tamburo di Shiva», l'altra a «I due serpenti»: la prima si riferisce al cosmo che rinasce continuamente, la seconda guarda al culto occidentale legato al caduceo di Hermes ma si riferisce pure alla bipolarità della cultura orientale nel binomio yin e yang. «Lavoro per entrambe allo stesso modo, spiega l'autore, focalizzandomi su temi archetipici come la freccia e la clessidra, su segni alchemici come quello dello zolfo, su oggetti comuni come una matassina del cotone piuttosto che una forma d'alluminio per tartine, guardo alla circolarità tra il digitale ed il manuale che per me diventano solo due differenti momenti di un solo stato, quello della materia, oggetto del mio interesse artistico».
Docente di storia e filosofìa, dopo anni di intenso impegno poetico, a metà degli anni '80, poi la stesura della trilogia «De requie et Natura» (poema sulla natura artificiale dei paesaggi metropolitani e dei molteplici linguaggi compresenti che l'attraversano), attualmente Biagio Cepollaro si concentra sulle arti visive.
 
Paola de Ciuceis, Il Mattino di Napoli, 15 gennaio 2009
 
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categoria:poesia, arti visive, lettura, cepollaro, poesia integrata
martedì, gennaio 13, 2009
Presentazione a Milano di Piove sul bagnato di Giorgio Mascitelli
 
Andrea Inglese e Carlo Oliva presentano
 "Piove sempre sul bagnato" di Giorgio Mascitelli, Coniglio editore,
alla libreria Odradek di via Principe Eugenio 28, Milano,
venerdì 16 gennaio 2009 alle ore 18.
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categoria:lettura
domenica, gennaio 11, 2009
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Biagio Cepollaro, Nel fuoco della scrittura, mostra e presentazione del libro omonimo, La Camera Verde, Roma, 2008, al Filo di Partenope, via Sapienza 4, Napoli, 2009
La mostra si concluderà il 25 gennaio
Info:
IL FILO DI PARTENOPE
arte, libri e poesia
80138 Napoli, via della Sapienza 4
(zona Museo-via Costantinopoli)
tel. 081295922 - 3388581875
 
ilfilodipartenope@libero.it
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mercoledì, gennaio 07, 2009
VENERDI' 9 GENNAIO ALLE ORE 18
IL FILO DI PARTENOPE
NAPOLI

INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA DI OPERE
DI BIAGIO CEPOLLARO
"NEL FUOCO DELLA SCRITTURA"
CON LA PRESENTAZIONE DI MARIANO BAINO

BRINDISI AL 2009 CON
INCHIOSTRO D'ISPIRAZIONE
AUTENTICO ARTIST'S COCKTAIL
PREPARATO DA CESARE GAGLIARDI
CON LA RICETTA DELL'ARTISTS CLUB DI RUE PIGALLE DI PARIGI
ILFILODIPARTENOPE80138 NAPOLIVIA DELLA SAPIENZA 4

(ZONA MUSEO-COSTANTINOPOLI)TEL 081295922, 3388581875

LA MOSTRA SARA' APERTA FINO AL 25 GENNAIO


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martedì, gennaio 06, 2009

Biagio Cepollaro da Nel fuoco della scrittura, La Camera verde, Roma, 2008.

Mostra e presentazione del libro a Napoli, Il Filo di Partenope, dal 9 gennaio 2009

Biagio Cepollaro,Tamburo-2,2008

Biagio Cepollaro, Tamburo di Shiva, 2008
Stampato su tela, formato A3, interventi successivi con tecnica mista.
(...)
 
le parole della poesia sono usate
in modo improprio sono oggetti
trovati nel dire comune
nei libri nell’esplodere
nuovo delle consonanti
o delle labiali in guerra
con le sibilanti
le parole della poesia sono quelle
più legate alla bocca che dice:
la bocca letteralmente fa
le parole grazie alle corde
(che vuol dire cuore)
e al resto ma il resto
del dire chi lo fa? la necessità
di sopravvivere si dice
lo strumento l’intelletto
che discrimina tra la fiamma
che scotta e la memoria
dell’infante alle prese
con una candela
ora libero le parole dall’inganno
di veicolare da sole un senso
e le guardo da fuori per ciò
che sono: tracce scure
o lucenti di un fuoco
segni dell’unico poema
che davvero scriviamo
quello dei passi sul bianco
sul punto di sbiancare
che mai abbiamo detto
-anche senza saperlo-
qualcosa che non fosse
attesa –anche ripetendo
il già detto- che il dire
è sempre futuribile
come lo è ogni istante
in cui cuore e coscienza
si aprono a quest’ordinaria
meraviglia di stare
e da questa prospettiva
si compone il tempo
di forze elementari:
un’energia che sale
che si congiunge
che cala e lascia…
 
*
davvero non sappiamo se questo
è stato il primo
universo a comporsi in unica
spirale di luce
e di anni
oppure è uno dei tanti
innumerevoli come quotidiane
esperienze di un demiurgo
che conta i suoi anni
in eoni
se così fosse fin qui
avremmo confuso una lirica
breve se non un epigramma
col grande poema
di chi sognando crea
e saremmo davvero più piccoli
messa così: cosmocentrici
altro che fissati sul minuto
che l’europa conobbe
di rinascenza…
 
anche per questo il piccolo
è tale solo perché si perde
in piccinerie mentre si sa
che il pericolo più grande
per il viandante è lasciarsi
distrarre lungo la via
e presumere di avere
amici che sanno
laddove ognuno di noi
ignora l’essenziale:
 
fa ridere
l’illuminismo: sembra
talvolta la boria dei ragazzi
che scendono in città
e credono le strade quelle
del paese che si può urlare
tenere lo stereo dell’auto
ad alto volume in cascate
di suono dall’aperte
portiere
ma un modo è ancora aperto
per accedere a cosmica
dignità : le movenze
di un gatto o anche certi
nostri silenzi di fronte
alla vita e persino
alcune nostre parole
continuano da piccoli
una grandezza che non avremmo
sperato
(...)
 
Biagio Cepollaro, Inaugurazione a Napoli della mostra Nel fuoco della scrittura
e presentazione del libro omonimo
9 gennaio 2009
Il Filo di Partenope, via della Sapienza,4, 80138 Napoli
(Zona Museo- Via Costantinopoli)
Tel. 081-295922-3388581875
 
 

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domenica, gennaio 04, 2009
PoesiaPresente in sinergia con il blog
UniversoPoesia

CReO PoesiaPresente – PRIMO SIMPOSIO ONLINE
sulle problematiche della poesia contemporaneaDa giovedì 8 gennaio a venerdì 22 maggio 2009 on line su
UniversoPoesia http://www.universopoesia.splinder.com/ <http://www.universopoesia.splinder.com/>
A cura del CReO PoesiaPresente, Centro Ricerca e Osservatorio PoesiaPresente e UniversoPoesiaCoordinamento Matteo Fantuzzi, Guido Mattia Gallerani, Eleonora Matarrese, Dome Bulfaro
 
8 gennaio
CReO PoesiaPresente – IL SIMPOSIO
Creare sinergie per scatenare Poesia

DIDATTICA D’AUTORE PER INSEGNARE POESIA CONTEMPORANEA
Bruno Munari ha segnato in modo indelebile la didattica in ambito artistico. La sua è una didattica d’Autore.
Ci sono numerosi musei - su tutti cito il Museo D’Arte Contemporanea di Rivoli - che da anni hanno sperimentano modalità didattiche mirate, non solo in forma laboratoriale, sempre più capaci di costruire una relazione matura tra arte contemporanea e formazione della persona fin dalla più tenera età. Il teatro è un motore che continuamente procrea scuole di pensiero a cui corrisponde una pratica e una didattica di formazione dell’attore. E la poesia italiana? Ci sono poeti italiani che propongono una didattica alternativa a quella che massacra tutti i giorni la poesia e ignora completamente o quasi ciò che è accaduto in Italia dopo Montale? Come conoscere queste nuove pratiche didattiche alternative?
Serve non solo un confronto serio sulla didattica per trasmettere l’amore per la poesia contemporanea ma una didattica d’Autore in quanto risultato metodologico di una poetica. 
 
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giovedì, gennaio 01, 2009

Biagio Cepollaro, Inaugurazione a Napoli della mostra Nel fuoco della scrittura

e presentazione del libro omonimo

9 gennaio 2009

 Il Filo di Partenope, via della Sapienza,4, 80138 Napoli

(Zona Museo- Via Costantinopoli)

Tel. 081-295922-3388581875

 

Biagio Cepollaro,aldilàdelbianco-2,2008

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