venerdì, giugno 20, 2008
II^ Serata di Canti e Discanti
Milano, 23 giugno 2008 - ore 21
CAM Garibaldi Corso Garibaldi 27 – Milano
(a cura di Adam Vaccaro e Giuliano Zosi)
Incontri di FormePartiture in musica e poesiaPoesia Sonora: performance di Massimo Arrigoni, Nicola Frangione, Giuliano Zosi
Poesia e Musica:composizioni di Rocco Abate e Giuliano Zosi, per soprano, flauto e pianoforte, con testi dei poeti Giancarlo Majorino e Adam Vaccaro.
A cura del TEMA Ensemble
Una prima parte vede performance di cultori contemporanei di poesia sonora, che ha i suoi precursori nella parolibera di Martinetti e nei dadaisti.
Una seconda parte riguarderà, invece, prime esecuzioni di opere nate dall’incontro tra poeti e compositori di musica contemporanea. La musica ha sempre ricevuto sollecitazioni forti dai poeti, tradotte qui in una collaborazione tra artisti delle due discipline, che pongono attenzione alla transitività e al senso sociale del loro fare.
 
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martedì, giugno 17, 2008
 
Massimo Rizzante, introduzione a La scoperta della poesia, Metauro Ed, 2008
 
Atelier, opera, “museo immaginario”
a.
I lettori e l’atelier. La parola «atelier», che traduce il termine italiano «bottega» o «officina» è tanto antica quanto l’arte. Forse per questa ragione è così piena di mistero e allo stesso tempo suo­na alle nostre orecchie di mercanti del XXI secolo un po’ démodé. L’opera è il prodotto di una tecnè, di un saper fare. La storia di un’arte è la storia di un sapere, di una «messa in opera» su una materia definita. Ora, il sapere implica un potere, e questo potere è il concentrato di due forze: del «talento» nascosto («in potentia») di colui che si è messo all’opera e del suo sforzo a superare la resi­stenza della materia. Il talento individuale senza tale sforzo non serve a molto. Infatti, ciò che misura la qualità estetica di un’opera è quello che Jean Clair, il grande critico d’arte, ha chiamato una volta il suo «coefficiente d’attrito». Aggiungerei che tale coefficiente, oltre che per la materia, vale anche nei confronti del tempo storico: più un’opera appartiene al suo tempo, ovvero non è in grado di superare le resistenze del momento in cui è prodotta, più il suo valore è infimo. In fondo, qui non faccio che ripetere ciò che Baudelaire ha affermato centocinquant’anni fa, e cioè che la mo­dernità, con tutto il suo senso del transitorio e dell’irripetibile, non è che «la metà dell’arte», essendo l’altra metà «l’eterno e immutabi­le». Per lui solo quest’ultima metà può permettere all’arte moderna di aspirare alla dignità delle arti antiche. Il presente dell’arte non si oppone al suo passato, ma vi è incastonato come un diamante che fa risplendere della sua luce fuggevole tutta la sua storia. D’altra parte, per quale bizzarro masochismo l’arte e la poesia del XX secolo si sono fatte voluttuosamente divorare da Cronos, invece di rispettare il loro compito antico di divincolarsi dalla sua presa? E sia detto con buona pace di tutte le avanguardie di questo mondo!
Quando frequentavo l’atelier di Milan Kundera, la prima cosa che ho dovuto fare è imparare a porgli delle domande. Le domande a cui l’artista è interessato sono quelle alle quali egli stesso, attra­verso l’opera, ha cercato di rispondere, trovando spesso altre do­mande. Sono domande oscure, incomprensibili. Se non fosse così, l’opera non avrebbe ragione di esistere. Per imparare a porre delle domande che potevano interessarlo, ho dovuto lentamente liberar­mi dalle pastoie delle teorie letterarie, che non sono altro che delle risposte preconfezionate a domande poste da altre teorie: un mon­do parallelo all’arte, con le sue leggi e il suo galateo. Ho dovuto liberarmi dall’impressionismo critico. Essere personali è sì l’unico modo di essere universali, ma a patto che si rispetti l’opera in tutta la sua totalità. La critica è un atto di umiltà nei confronti di qualcosa che ha un «coefficiente d’attrito» enormemente superiore a quello che ogni sua lettura può mettere in campo. Ho dovuto imparare a comparare in concreto le opere con altre opere, senza prendere la scorciatoia delle teorie (che per quanto siano complicate restano una scorciatoia).
b.
I lettori e l’opera. Nel corso degli ultimi decenni la parola «ope­ra» è stata sostituita da altre, come «testo», «scrittura». A una cer­ta altezza degli anni Ottanta del secolo scorso il mondo era diventa­to un «logogrifo», un grande Testo. Non c’era via di scampo. Un vero fiasco per tutti i materialismi e i realismi d’occidente! Nel frattempo le cose non sono molto migliorate. Grazie alla testualizzazione del mondo, l’opera d’arte è stata talmente spoglia­ta del suo potere che oggi i cacciatori di testi divorano le loro prede in un angolo di deserto. La parola «opera» incute ancora uno strano timore. O forse, più semplicemente, non è merce di scambio alla borsa dei titoli universitari. Ho una mia idea a questo proposito. Anzi l’idea è di Schopenhauer, io la ripeto con alcune variazioni. Il filosofo tedesco distingueva le «opere» dagli «atti». Per lui le opere non erano puri avvenimenti, «atti» che dipendevano dalla concomitante azione del caso, della Storia, della politica o di altre cause oscure, bensì il frutto cosciente di un’attività deliberata su determinati materiali. Qui la nozione di «opera» si congiunge con quella di «atelier»: da troppo tempo ormai il voler fare dell’artista ha preso il posto del poter fare, per cui oggi la cosiddetta arte con­temporanea, al culmine delle sue pretese romantiche – perchè il voler fare un quadro, una poesia, un’opera indipendentemente dal­la sua storia, dal suo oggetto o dalle modalità di produzione di quel­l’oggetto è una variante dell’idea romantica di «genio» – si è com­pletamente dimenticata del mestiere e dello sforzo di superare le resistenze della materia. Ecco un’altra cosa che ho dovuto impara­re con fatica: la disaffezione dell’arte, della poesia, del romanzo rispetto al loro habitus artigianale è una grandiosa mistificazione che ha impoverito il mondo. Da questa povertà si può rinascere, a patto che si ricominci dai rudimenti di ogni singola arte. A patto che la libido della creazione non prenda il posto del piacere per l’ope­ra.
c.
I lettori e il «museo immaginario». Il museo immaginario è il titolo di un’opera di André Malraux, che uscì per la prima volta nel 1947. Lo scrittore francese fu ministro gollista nell’immediato dopo guerra. Ritornò in carica dal 1959 al 1969. Fu amico di grandi artisti come Picasso, Giacometti, Braque, Matisse. A lui si deve la nascita di quell’amministrazione statale dell’arte che ancor oggi è un vanto nazionale per molti francesi. Era, inoltre, un collezionista di reperti archeologici e di opere d’arte. All’inizio della carriera la sua pas­sione gli costò alcune spiacevoli avventure. Nei primi anni venti partì con la moglie Clara, una donna ricchissima, per l’Indocina, dove rubò alcune statue da rivendere in Europa. Fu arrestato e rilasciato poco tempo dopo grazie a un intervento della diplomazia francese. Anticolonialista convinto, ripartì per quel paese e vi fon­dò un giornale, «L’Indochine enchaînée». Fu arrestato di nuovo. Di lì a un anno, nel 1924, finito sul lastrico a causa di alcuni cattivi investimenti in borsa, non trovò di meglio che trafugare un bassori­lievo da un tempio sacro di Angkor. Condannato a tre anni di prigio­ne, fu rilasciato pochi mesi dopo grazie alla mobilitazione di alcuni intellettuali francesi dell’epoca. Dico tutto questo perché Malraux, al di là della sua contraddittoria vicenda politica di ex comunista fedele alla politica conservatrice di quell’incantatore di serpenti che fu De Gaulle, era tutto fuorché un accademico o un ideologo. La sua nozione di «museo immaginario» si fonda su un’idea liberatri­ce: le opere, quando si ritrovano esposte in uno stesso luogo, si affrancano da ciò che rappresentano e dal contesto storico e poli­tico in cui sono state create. Subiscono quella che Malraux chiama una «metamorfosi». Per colui che le guarda, l’arte diventa un inin­terrotto confronto di metamorfosi. Una crocifissione del Trecento, posta accanto a un quadro di Bacon, ad esempio, si metamorfizza. Queste due opere, entrando in reciproca relazione, trasformano la nostra relazione con ciascuna di loro. Ci permettono così di pren­dere coscienza di tutto ciò che è possibile, ci spingono a mettere in discussione i paradigmi della storia dell’arte, ci stimolano a stabilire coesistenze imprevedibili tra opere di diverse epoche.
Ogni artista, ogni poeta ha nella sua testa un «museo immagina­rio», una sinfonia di relazioni contraddittorie di opere di tutti i tempi. Dipende dalla nostra relazione contraddittoria e immaginaria di let­tori con le opere di tutti i tempi esplorarne la sua unicità.
È questo almeno ciò che mi propongo di fare alle soglie di que­sto libro.
Massimo Rizzante
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sabato, giugno 14, 2008
QUANDO SCRIVERE DI POESIA E’ BADARE ALLE OPERE E NON ALLE GRIGLIE: ‘LA SCOPERTA DELLA POESIA’ A CURA DI M.RIZZANTE E CARLA GUBERT, METAURO ED.
Per chi volesse avvicinarsi alla poesia degli ultimi anni paradossalmente sarebbe oggi disorientato dalla quantità, in cartaceo e in rete, di testi disponibili. Dico paradossalmente perché proprio questa superfetazione crea molta confusione ed è disorientante. Il disorientamento aumenta quando ci si trova di fronte ad una sorta di crisi profonda dell’autorità e dell’autorevolezza.
Dal momento che l’autorità e il prestigio, un tempo associati a determinate case editrici o a determinati nomi legati alla ricerca universitaria, oggi lasciano perplessi e increduli soprattutto chi un poco di queste cose se ne intende, non si sa letteralmente come fare dopo l’ennesima lettura deludente.
Certo, per chi è buon navigatore anche il mare più tempestoso non è ostacolo insormontabile, ma perché richiedere tanta destrezza quando è anche in fondo un diritto poter accedere ad opere serie, filtrate da persone di gusto e quindi diffuse secondo i canali tradizionali dell’editoria?
E’ ancora possibile un approccio critico alla poesia, insieme sapiente e credibile? E’ ancora possibile che i poeti stessi dall’interno trovino accoglienza e consonanza con i temi e le ricerche della critica, contribuendone all’evoluzione?
E’ proprio in questo contesto che vede la luce uno dei libri più significativi relativi alla poesia degli ultimi tempi.
Il titolo è ‘La scoperta della poesia’ e i curatori sono Massimo Rizzante e Carla Gubert, uscito in questi giorni presso la Metauro Edizioni.
Questo libro giunge alla fine di un lungo lavoro di ricerca e di confronto realizzato, come recita il quarto di copertina, con l’obiettivo di ‘riportare i contenuti poetici- come dire le opere invece che le griglie- al centro dell’attenzione, introducendo gli insegnanti, gli studenti e i lettori all’interno dell’atelier degli autori.’
Su questo libro mi prometto di tornare in altri post, di pubblicarne dei brani, grazie alla gentilezza dell’editore e dei curatori.
Biagio Cepollaro
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giovedì, giugno 12, 2008
Milano, Milanocosa e Adam Vaccaro contro la corrente anomica.
 
I luoghi e le intenzioni di aggregazione a Milano, forse anche in questi anni, non hanno mai conosciuto sostanziali flessioni, ma di certo la chiarezza dei progetti portanti e la esplicitezza degli obiettivi non sono elementi che sono apparsi  molto evidenti.
In particolare la tradizione del confronto tra discipline diverse in vista del radicamento e del coinvolgimento territoriale, la tradizione di una novecentesca funzione di critica della cultura, la tradizione di un linguaggio tanto rigoroso quanto consapevole di ciò che letterario o artistico non è, del mondo delle cose, insomma, anche nella sua tragicità, tutto questo non ha avuto molti modi di esprimersi, lasciando per lo più, anche per questo, in molti un generale e generico senso di spaesamento e disgregazione.
Non sono venute meno le iniziative in città, semplicemente è venuta meno l’intensità della tensione verso coloro che si occupano di altro, anche in seguito a scelte di gestione della cosa pubblica privilegianti strutture già consolidate e, in qualche modo, autoreferenziali.
Ed è proprio in questo contesto, contro la corrente anomica, che hanno lavorato Adam Vaccaro e la sua associazione Milanocosa. E di questo bisogna dar loro atto. Dare atto ai suoi collaboratori e a lui, motore instancabile di tante iniziative. Di un lavoro decennale che ha partorito un numero considerevole di imprese ed eventi culturali ed ha tenuto, quasi per resistenza strenua, contro le forze che agivano in senso contrario, fosse anche semplicemente la pigrizia degli attori, magari degli stessi artisti non sempre disponibili al confronto e alla reciproca lettura, al dialogo.
Ora questa realtà di Milanocosa ha un suo sito rinnovato http://www.milanocosa.it/ che ospita, tra l’altro, una rivista in pdf, attiva dal giugno del 2006, Adiacenze http://www.milanocosa.it/adiacenze
che in qualche modo supporta e concentra lo sforzo verso ‘voci, intrecci, progetti per una cultura senza barriere’.
Su questo tema centrale lo stesso Adam Vaccaro scrive con gli strumenti della psicanalisi e della sociologia ma anche con un occhio a ciò che è oggi  il sentire comune, di chi incontra in città:
 
‘Cos’è e cosa sintetizza Milanocosa, con questo suo termine composto dal nome della città in cui viviamo e dal suffisso ”cosa”, il più semplice e più complesso, il più vicino e il più distante, tra i termini di uso frequente. Termine di ricerca per eccellenza e incrocio ossimorico di lingue, perché coinvolge le modalità descrittivo-razionali dell’Io, le profondità della cosa mai raggiunta dell’Es, ma anche le finalità etiche del Superìo.
 Milanocosa è la trasposizione di tali sensi complessi sul territorio, luogo di incrocio di lingue, che può essere letto e continuamente riappropriato solo con un approccio interdisciplinare: territorio come testo e viceversa, entrambi come mappe mentali da ricostruire senza sosta. Cosa è termine dunque tra i più ricchi di fascinazione emotiva e di sensi, per cui non è un caso che linguaggi e ambiti molto diversi – dalla poesia alla psicoanalisi, dall’industria alla politica – se ne siano serviti. Termine interdisciplinare e anagramma di caos, che implica sempre una domanda e una ricerca attiva rispetto a una crisi generale o particolare. Un poeta come Antonio Porta, rilevò per esempio come negli anni ’80 quel termine divenne il nome di una moto, quale segno di risposta di un settore messo in crisi dall’aggressività dell’industria giapponese. 
L’iniziativa dell’Associazione Culturale Milanocosaè nata dall’esperienza del disagio generato dalle modalità di sviluppo (o inviluppo) della Milano degli ultimi decenni. Disagio che a volte sembra rimasto il solo tratto comune in cui possano riconoscersi coloro che vivono al suo interno.
Con l’avvio della prima serie di iniziative, nella prima metà del 1999, abbiamo sintetizzato l’attuale mappa di Milano in una serie di luoghi chiusi o non-luoghi: acquari caratterizzati da persone e linguaggi che tendono a separarsi e a non avere contatti o scambi con altri.
Di qui l’accumulo di un disagio comune, derivante dalla mancanza di un senso di appartenenza relativo all’insieme-Milano. Insieme che viene vissuto sempre più come qualcosa di estraneo e di indefinibile che sfugge. Come un nonluogo, appunto, che attua la prima violenza separando individualità e appartenenza. Il fatto è che l’una non esiste senza l’altra; la vera individualità con una sua definibile identità, implica e indica una specificità che tuttavia si riconosce e viene riconosciuta in tratti comuni dell’ambito referente. La mancanza di questo senso doppio, vissuto e verificato nella quotidianità, produce una perdita di senso del termine identità, che non è tanto una questione semiologica o terminologica. L’esperienza del crollo dei referenti sociali diventa, all’interno dei soggetti, fonte di squilibrio di quella funzione complessa e complessiva che chiamiamo mente (che in ogni caso continua a elaborare le interazioni positive o negative con l’ambiente), nonché di sofferenze avvertite e scaricate nel corpo.’ (da http://www.milanocosa.it/)
 
Dunque un’associazione per agire materialmente nel campo del simbolico, per dare una concretezza di vita all’attività culturale. Ciò che colpisce è l’atteggiamento non ‘decorativo’ dell’azione, è la consapevolezza sia dei paesaggi mutati sia della necessità di tenere ferma la barra del timone nella navigazione a vista di questi tempi. L’associazione è costituita tra gli altri da: Claudia Azzola,
Maurizio Baldini, Laura Cantelmo, Daniela Dente, Gio Ferri, Mariella Parravicini, Cesare Vergati
Giuliano Zosi ,Donatella Bianchi Luigi Cannillo.
Per le numerose iniziative rimando al sito http://www.milanocosa.it/
Biagio Cepollaro
 
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domenica, giugno 08, 2008

About Cepollaroarte's Weblog

 

Nel nuovo blog dedicato all’arte visiva Cepollaroarte's Weblog vi sono le categorie In contemporanea che accoglie immagini e testi di artisti contemporanei, appunto, e Dialoghi con l’arte che include dialoghi veri e propri con artisti o letture critiche che dialogano con l’opera.

Per ora, oltre ai riferimenti alle mie opere visive, vi è un’immagine e una lettura di Fausto Pagliano (In contemporanea) e uno scambio epistolare con Nicola Ponzio (Dialoghi con l’arte), già in precedenza apparso altrove e qui ricollocato.

L’intenzione del blog è quella di raccogliere le mie opere visive e le mie riflessioni sull’arte ma anche i contributi di altri autori nel luogo di confluenza tra arti visive e scrittura poetica.

Sia nello specifico delle opere attraverso le immagini, sia sul versante della critica o della lettura, grazie a testi dedicati.

 

Non è un blog di poesia visiva perché credo che questa etichetta , già in passato contestata, ancor più oggi non sia utilizzabile. Si tratta piuttosto di arte visiva tout-court e di testualità tout court.

E non si tratta neanche di un blog dedicato all’arte digitale…Ma ciò sarà evidente nel farsi  e nel manifestarsi del lavoro stesso…

 

Biagio Cepollaro

 

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sabato, giugno 07, 2008
 
Jacopo Galimberti in dialogo con Vanni Santoni
Caro Vanni,
mi piacerebbe aver la competenza per inserire il tuo libro nel suo panorama, cioè confrontarlo con libri apparentemente simili usciti in questi anni. Questo sarebbe il lavoro da fare (à la Bourdieu...) ancor prima di lanciarsi in dettagliate analisi sulla struttura e lo stile che a due settimana dall'uscita sono premature per chiunque (tuttavia piu' avanti alcune cose le diro'). Questo lavoro comparativo potrebbe mostrare, ad esempio, un'idea portante che, se non colta, porta al totale fraintendimento del romanzo: questo tuo libro non è un romanzo generazionale, non è un romanzo manifesto, non è un romanzo sulle droghe (una battuta circola già su internet, « gli interessi in comune » ovvero: tuo figlio si droga). L'obiezione più ovvia che potrebbe essere fatta è che, in realtà, essendo la negazione di tutto questo, il romanzo ripropone in negativo quello che pretende di non essere. In quest'ottica si tratterebbe allora di un libro su di una generazione che si droga senza costruire intorno alle droghe un'identità o dei 'valori', su di una generazione che non ha nulla in comune e che di questo fa il suo Credo.
Secondo me uno delle questioni cruciali è infatti proprio questa: il libro propone qualcosa di nuovo, magari addirittura un nuovo genere (il lavoro di « Personaggi precari » si sente e produce dei cortocircuiti con la narrazione di ampio respiro), oppure il romanzo mette semplicemente il segno meno a delle forme canoniche, oggi un po' trite, come il romanzo generazionale, il romanzo sulla droga etc.?
Mi piacciono i particolari. Mi piacerebbe andare a vedere frase per frase quello che non mi convince e quello che mi piace e perché, argomentare, litigare costruttivamente, insomma, l'editing; ma in fin dei conti quel che è fatto è fatto e poi credo che per te quello che conta adesso è avere delle riflessioni che riguardino l'insieme. Faro' quindi questo.
 
1)      Il problema piu' grosso che ho riscontrato è che ci sono troppi personaggi. Di per sé non sarebbe un male ma il fatto è che ho trovato molto difficile identificare le caratteristiche di ciascuno. Cosi' per esempio a pag. 137 il Paride si accorge che il Mella era diverso. Non dubito che a cercare nel libro da qualche parte questa diversità era gia venuta a galla ma nella marea di personaggi io non me n'ero accorto e penso di non essere stato l'unico. A pag. 140 si trova una specie di concisa descrizione del Mella, forse andava messa prima.
2)      Mi è piaciuto molto come, strisciante, si svolga un confronto con la generazione precedente, anzi direi quasi La Generazione, quella che ha monopolizzato il discorso sulle generazioni, insomma, la metafisica generazione del '68. Quando dici, per esempio, « Sembra l'analisi di gruppo » riferendoti al bisogno di parlare e confessarsi che inducono le anfetamine, in un attimo riesci ad aprire a una riflessione molto delicata: magistrale. La stessa cosa quando i protagonisti sbeffeggiano il trio delle meraviglie « Sesso, Droga e rock 'n Roll ».
3)      Una serie di « novità » tecnologiche o commerciali entrano nella vita dei protagonisti dal '95 al 2006, cellulari, voli low cost, etc. non hai messo una cosa non da poco: l'immigrazione, dall'africa dall'asia e dell'est europa, peccato.
4)      Stupendo come riesci a descrivere l'effetto delle sostanze. Non so quanto verrà apprezzato ma penso che qui si veda più che altrove la maestria verbale, il lavoro di editor sulla Sic, la ricerca documentaria per le uscite, le sparate leggendarie etc. Michaud ti fa una pippa. Interessante sarebbe capire le metafore di fondo, ho notato una delle « piste », l'acquatica: la marea, la piena, il plasma, l'etere, il liquido amniotico. Nonostante questo, arrivati a pagina 200, malgrado la tua inventiva, le avventure psichedeliche possono stufare
5)      Il lavoro sulla lingua, il lavorio per trovare delle formulazioni del gergo giovanile è eccellente. Qualcuno, temo, si attaccherà a questo per dire che hai fatto un libro corrivo, un libro piacione, un libro da Mtv. Preparati.
6)      « Il Malpa, da solo, che balla: sta perdendo capelli [...] ma è figo. » pag. 248. Questo stilema, cioé la frase ellittica del tipo, invento, « Il Malpa che scende in pista. Il Malpa che balla. » è molto interessante. Fa parte di quella ricerca sul gergo giovanile di cui sopra, qui si vede una cosa molto interessante. A partire dalla Nouvelle Vague il linguaggio filmico ha definitivamente rotto i ponti con un tipo di narrazione ancora legata al romanzo ottocentesco. Ci sono dellle eccezioni precedenti, ovvio, ma all'inizio degli anni '60 il fenomeno s'impone ad un pubblico internazionale. Tuttavia è solo dopo che il nuovo linguaggio diventa mainstream e, infine, onnipresente nei cartoni animati giapponesi (e oggi pure nei videogiochi...). Il linguaggio giovanile è, secondo me, pervaso da questo tipo di stacchi irrelati che il lavoro di montaggio renderà espliciti. « Il Malpa che scende in pista. Il Malpa che balla. », sono due tronconi di frase letterariamente poveri e sgrammaticati che il lettore giovane, forse non piu' solo lui, percepisce come aventi una grammatica pertinente perché ragiona in termini visivi, « filmici ». Per capire molte delle tue scelte linguistiche (cosi' come quelle dei locutori giovani) bisogna andare a vedere come sono montati i cartoni animati giapponesi. Da qualche parte dici che l'unica cosa che i giovani condividono è l'aver visto i cartoni animati. Tu lo dici ma, soprattutto, la mostri col tuo linguaggio.
7)      Manca quasi del tutto una riflessione sul come ottenere denaro quando si studia. Come le famigle danno o non danno e in cambio di cosa, le sottili dinamiche che presiedono a queste transazioni tendenzialmente non capitalistiche.
8)      « Vorrei vederli Rousseau, Voltaire, Cesare Beccaria (Cesare Beccaria?!), rimbombati da questi funghi... », pag. 218. Quello che mi interessa qui è quello che c'è tra parentesi. Lo fai relativamente spesso, una specie di interpolazione d'autore. Un' interpretazione strettamente letteraria fraintenderebbe completamente la cosa e potrebbe limitarsi a dire che la voce narrante indica perplessità e ironizza. Anche qui, come al punto 6, con strumenti strettamente letterari non si coglierebbe una cosa fondamentale, da dove vengono queste insolite interpolazioni d'autore? Secondo me vengono dai « racconti fatti alla compagnia ». Con « racconto da compagnia » intendo una situazione tipo: seduti sui motorini e o su una panchina, o un muretto (canne alcolici e quant'altro) si racconta agli astanti un'avventura. La gestualità del narratore, l'istrionismo verbale, il brio, la verve da gigione sono assolutamente preponderanti rispetto alla veridicità della storia che non interessa a nessuno e che serve, nella maggior parte dei casi, ad ammazzare il tempo. Queste tue interpolazioni sono, secondo me, la traccia della gestualità che il « narratore da compagnia » dispiega per tutta la durata del racconto, ribadendo nei codici del gruppo a cui appartiene che è ben consapevole di stare sviluppando qualcosa di inverosimile e di mitopoietico.      
9)      Nella maggior parte delle storie che riguardano gruppi di amici una cosa la fa spesso da padrone: i legami inossidabili, l'amicizia formativa. L'assenza di tutto cio' nel tuo gruppo di amici è uno degli argomenti più forti contro l'idea che si tratti di un romanzo commerciale (cioé pensato e fatto con il solo desiderio di essere venduto al maggior numero di persone possibile). I legami vengono accettati come transitori, esposti al mutare dei contesti, strumentali talvolta, la cosa migliore è peraltro che la cosa non viene descritta come una sconfitta. E' cosi', piaccia o no, punto.
10)  A pagina 246 c'è tutta una varia umanità sugli scalini di Santa Croce, secondo me non è un pezzo riuscito. Nei momenti migliori di « Personaggi precari » un dettaglio getta luce su una mitologia personale, un'ansia generale, una fisima collettiva, etc. spietatamente o con pietà ma senza mezzi termini. Qui sulla scalinata invece il dettaglio fa il lavoro opposto, getta luce sul fatto che chi guarda ragiona per stereotipi. Certo, è il personaggio Iacopo che guarda, pero' la cosa si presta a essere letta come una presentazione oggettiva data dalla voce narrante.
 
Penso che si sia capito, questo libro mi è piaciuto molto. L'ho trovato esilarante (ci sono battute e scene da antologia), narrativamente ben strutturato, pieno di estro linguistico e, seppur io manchi di un po' competenza in merito, mi pare assolutamente unico; non nel suo genere ma proprio nel costituire qualcosa di inedito che non spetta a me definire. Il lavoro sulla « lingua giovane » meriterebbe l'attenzione di un consumato linguista capace pero' di prendere in considerazione anche le realtà fattuali della produzione lessicale, come ho cercato di spiegare. Due o tre descrizioni delle esperienze psichedeliche dovrebbe essere dichiarate patrimonio dell'umanità.
Jacopo Galimberti
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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categoria:lettura
mercoledì, giugno 04, 2008
Un luogo di incontro tra arte e poesia. Il mio nuovo blog dedicato all’arte.
Ho deciso di dedicare un blog alle arti visive. Il Cepollaroarte's Weblog intende raccogliere non solo immagini e riflessioni sull’arte ma anche quelle prospettive particolari che nascono da chi considera- o ha esperienza- dell’arte visiva a partire dalla poesia e viceversa.
Si tratta di specifici punti di vista che non possono non arricchire l’esperienza del fare arte e del fare poesia.
Biagio Cepollaro
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domenica, giugno 01, 2008
Prima serata di Canti e Discanti e minima esposizione di opere visive
di Biagio Cepollaro
6 giugno 2008 – ore 21, CAM, Via Garibaldi, 27, Milano.
Tre incontri di voci e ricerche
a cura di Adam Vaccaro e Giuliano Zosi
 
Corpi del Suono
Poesia lineare e Lettura scenica
Letture dei poeti:
Luigi Cannillo,
Laura Cantelmo,
Biagio Cepollaro,
Gabriella Galzio,
Franco Romanò. 
 
Lettura scenica di Mariella Paravicini
dell’Atto unico Storia privata di una donna qualunque,
di Bianca Maria Neri.
Nell’ambito di questa serata minima esposizione di opere visive di Biagio Cepollaro
Biagio Cepollaro,Voci-2  
Biagio Cepollaro, Voci-2, 2008. (particolare)
Stampato su cartoncino telato, formato A4.
Interventi successivi con tecnica mista.
 
 L’INCOMBERE DELLE COSE, 2008
Due serie da tre pezzi ciascuna di opere stampate su carta pergamena formato A4.
Interventi successivi con tecnica mista.
 
 
PAGINA, 2008
Serie di tre pezzi stampati su cartoncino telato formato A4.
Interventi successivi con tecnica mista
 
VOCI, 2008
Serie di tre pezzi stampati su cartoncino telato formato A4.
Interventi successivi con tecnica mista
 
C’è la scrittura, ci sono le ‘cose scritte’ e c’è l’atto dello scrivere, il movimento del braccio e della mano nella percezione del contatto con il supporto. E c’è un atto dello scrivere che è un vero e proprio atto sacrificale in cui la parola appena scritta è sin dall’inizio solo una traccia e uno strato della nuova (che magari è la stessa) parola scritta e così, tendenzialmente, all’infinito.
L’atto dello scrivere a questo punto è un fare strato su strato che non è cancellazione ma sedimentazione della traccia…(B.C.)
 
INFO:
Biagio Cepollaro
cell: 3394200299
 
 
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