Jacopo Galimberti in dialogo con Vanni Santoni
Caro Vanni,
mi piacerebbe aver la competenza per inserire il tuo libro nel suo panorama, cioè confrontarlo con libri apparentemente simili usciti in questi anni. Questo sarebbe il lavoro da fare (à la Bourdieu...) ancor prima di lanciarsi in dettagliate analisi sulla struttura e lo stile che a due settimana dall'uscita sono premature per chiunque (tuttavia piu' avanti alcune cose le diro'). Questo lavoro comparativo potrebbe mostrare, ad esempio, un'idea portante che, se non colta, porta al totale fraintendimento del romanzo: questo tuo libro non è un romanzo generazionale, non è un romanzo manifesto, non è un romanzo sulle droghe (una battuta circola già su internet, « gli interessi in comune » ovvero: tuo figlio si droga). L'obiezione più ovvia che potrebbe essere fatta è che, in realtà, essendo la negazione di tutto questo, il romanzo ripropone in negativo quello che pretende di non essere. In quest'ottica si tratterebbe allora di un libro su di una generazione che si droga senza costruire intorno alle droghe un'identità o dei 'valori', su di una generazione che non ha nulla in comune e che di questo fa il suo Credo.
Secondo me uno delle questioni cruciali è infatti proprio questa: il libro propone qualcosa di nuovo, magari addirittura un nuovo genere (il lavoro di « Personaggi precari » si sente e produce dei cortocircuiti con la narrazione di ampio respiro), oppure il romanzo mette semplicemente il segno meno a delle forme canoniche, oggi un po' trite, come il romanzo generazionale, il romanzo sulla droga etc.?
Mi piacciono i particolari. Mi piacerebbe andare a vedere frase per frase quello che non mi convince e quello che mi piace e perché, argomentare, litigare costruttivamente, insomma, l'editing; ma in fin dei conti quel che è fatto è fatto e poi credo che per te quello che conta adesso è avere delle riflessioni che riguardino l'insieme. Faro' quindi questo.
1) Il problema piu' grosso che ho riscontrato è che ci sono troppi personaggi. Di per sé non sarebbe un male ma il fatto è che ho trovato molto difficile identificare le caratteristiche di ciascuno. Cosi' per esempio a pag. 137 il Paride si accorge che il Mella era diverso. Non dubito che a cercare nel libro da qualche parte questa diversità era gia venuta a galla ma nella marea di personaggi io non me n'ero accorto e penso di non essere stato l'unico. A pag. 140 si trova una specie di concisa descrizione del Mella, forse andava messa prima.
2) Mi è piaciuto molto come, strisciante, si svolga un confronto con la generazione precedente, anzi direi quasi La Generazione, quella che ha monopolizzato il discorso sulle generazioni, insomma, la metafisica generazione del '68. Quando dici, per esempio, « Sembra l'analisi di gruppo » riferendoti al bisogno di parlare e confessarsi che inducono le anfetamine, in un attimo riesci ad aprire a una riflessione molto delicata: magistrale. La stessa cosa quando i protagonisti sbeffeggiano il trio delle meraviglie « Sesso, Droga e rock 'n Roll ».
3) Una serie di « novità » tecnologiche o commerciali entrano nella vita dei protagonisti dal '95 al 2006, cellulari, voli low cost, etc. non hai messo una cosa non da poco: l'immigrazione, dall'africa dall'asia e dell'est europa, peccato.
4) Stupendo come riesci a descrivere l'effetto delle sostanze. Non so quanto verrà apprezzato ma penso che qui si veda più che altrove la maestria verbale, il lavoro di editor sulla Sic, la ricerca documentaria per le uscite, le sparate leggendarie etc. Michaud ti fa una pippa. Interessante sarebbe capire le metafore di fondo, ho notato una delle « piste », l'acquatica: la marea, la piena, il plasma, l'etere, il liquido amniotico. Nonostante questo, arrivati a pagina 200, malgrado la tua inventiva, le avventure psichedeliche possono stufare
5) Il lavoro sulla lingua, il lavorio per trovare delle formulazioni del gergo giovanile è eccellente. Qualcuno, temo, si attaccherà a questo per dire che hai fatto un libro corrivo, un libro piacione, un libro da Mtv. Preparati.
6) « Il Malpa, da solo, che balla: sta perdendo capelli [...] ma è figo. » pag. 248. Questo stilema, cioé la frase ellittica del tipo, invento, « Il Malpa che scende in pista. Il Malpa che balla. » è molto interessante. Fa parte di quella ricerca sul gergo giovanile di cui sopra, qui si vede una cosa molto interessante. A partire dalla Nouvelle Vague il linguaggio filmico ha definitivamente rotto i ponti con un tipo di narrazione ancora legata al romanzo ottocentesco. Ci sono dellle eccezioni precedenti, ovvio, ma all'inizio degli anni '60 il fenomeno s'impone ad un pubblico internazionale. Tuttavia è solo dopo che il nuovo linguaggio diventa mainstream e, infine, onnipresente nei cartoni animati giapponesi (e oggi pure nei videogiochi...). Il linguaggio giovanile è, secondo me, pervaso da questo tipo di stacchi irrelati che il lavoro di montaggio renderà espliciti. « Il Malpa che scende in pista. Il Malpa che balla. », sono due tronconi di frase letterariamente poveri e sgrammaticati che il lettore giovane, forse non piu' solo lui, percepisce come aventi una grammatica pertinente perché ragiona in termini visivi, « filmici ». Per capire molte delle tue scelte linguistiche (cosi' come quelle dei locutori giovani) bisogna andare a vedere come sono montati i cartoni animati giapponesi. Da qualche parte dici che l'unica cosa che i giovani condividono è l'aver visto i cartoni animati. Tu lo dici ma, soprattutto, la mostri col tuo linguaggio.
7) Manca quasi del tutto una riflessione sul come ottenere denaro quando si studia. Come le famigle danno o non danno e in cambio di cosa, le sottili dinamiche che presiedono a queste transazioni tendenzialmente non capitalistiche.
8) « Vorrei vederli Rousseau, Voltaire, Cesare Beccaria (Cesare Beccaria?!), rimbombati da questi funghi... », pag. 218. Quello che mi interessa qui è quello che c'è tra parentesi. Lo fai relativamente spesso, una specie di interpolazione d'autore. Un' interpretazione strettamente letteraria fraintenderebbe completamente la cosa e potrebbe limitarsi a dire che la voce narrante indica perplessità e ironizza. Anche qui, come al punto 6, con strumenti strettamente letterari non si coglierebbe una cosa fondamentale, da dove vengono queste insolite interpolazioni d'autore? Secondo me vengono dai « racconti fatti alla compagnia ». Con « racconto da compagnia » intendo una situazione tipo: seduti sui motorini e o su una panchina, o un muretto (canne alcolici e quant'altro) si racconta agli astanti un'avventura. La gestualità del narratore, l'istrionismo verbale, il brio, la verve da gigione sono assolutamente preponderanti rispetto alla veridicità della storia che non interessa a nessuno e che serve, nella maggior parte dei casi, ad ammazzare il tempo. Queste tue interpolazioni sono, secondo me, la traccia della gestualità che il « narratore da compagnia » dispiega per tutta la durata del racconto, ribadendo nei codici del gruppo a cui appartiene che è ben consapevole di stare sviluppando qualcosa di inverosimile e di mitopoietico.
9) Nella maggior parte delle storie che riguardano gruppi di amici una cosa la fa spesso da padrone: i legami inossidabili, l'amicizia formativa. L'assenza di tutto cio' nel tuo gruppo di amici è uno degli argomenti più forti contro l'idea che si tratti di un romanzo commerciale (cioé pensato e fatto con il solo desiderio di essere venduto al maggior numero di persone possibile). I legami vengono accettati come transitori, esposti al mutare dei contesti, strumentali talvolta, la cosa migliore è peraltro che la cosa non viene descritta come una sconfitta. E' cosi', piaccia o no, punto.
10) A pagina 246 c'è tutta una varia umanità sugli scalini di Santa Croce, secondo me non è un pezzo riuscito. Nei momenti migliori di « Personaggi precari » un dettaglio getta luce su una mitologia personale, un'ansia generale, una fisima collettiva, etc. spietatamente o con pietà ma senza mezzi termini. Qui sulla scalinata invece il dettaglio fa il lavoro opposto, getta luce sul fatto che chi guarda ragiona per stereotipi. Certo, è il personaggio Iacopo che guarda, pero' la cosa si presta a essere letta come una presentazione oggettiva data dalla voce narrante.
Penso che si sia capito, questo libro mi è piaciuto molto. L'ho trovato esilarante (ci sono battute e scene da antologia), narrativamente ben strutturato, pieno di estro linguistico e, seppur io manchi di un po' competenza in merito, mi pare assolutamente unico; non nel suo genere ma proprio nel costituire qualcosa di inedito che non spetta a me definire. Il lavoro sulla « lingua giovane » meriterebbe l'attenzione di un consumato linguista capace pero' di prendere in considerazione anche le realtà fattuali della produzione lessicale, come ho cercato di spiegare. Due o tre descrizioni delle esperienze psichedeliche dovrebbe essere dichiarate patrimonio dell'umanità.
Jacopo Galimberti