giovedì, febbraio 21, 2008

Omaggio ad Amelia Rosselli a Milano, il 27 febbraio, Teatro I, via Gaudenzio Ferrari,11.

Un incontro dedicato ad Amelia Rosselli  in due sessioni.

A) Alle 18.00

Presentazione del volume

La furia dei venti contrari. Variazioni Amelia Rosselli con testi inediti e dispersi dell’autrice, a cura diAndrea Cortellessa, fuoriformato, Le Lettere 2007;

Proiezione parziale di Amelia Rosselli…e l’assillo è rima, documentario in dvd

di Stella Savino e Rosaria Lo Russo accluso alla pubblicazione Le Lettere

intervengono:

Edoardo Esposito a colloquio con Marisa Bulgheroni, Andrea Cortellessa,

Anna Lamberti Bocconi e Antonio Loreto

B) Alle 20.30

I testi di Amelia Rosselli letti dai poeti:

Federica Fracassi, Alessandro Broggi, Franco Buffoni,

Marosia Castaldi, Biagio Cepollaro,

Tiziana Cera Rosco, Michelangelo Coviello,

Maurizio Cucchi, Enzo Di Mauro,

Gabriela Fantato, Umberto Fiori, Milli Graffi,

Emilio Isgrò, Tomaso Kemeny,

Vivian Lamarque, Anna Lamberti Bocconi,

Annalisa Manstretta, Alda Merini,

Giampiero Neri, Giulia Niccolai,

Vincenzo Ostuni, Daniele Piccini,

Maria Pia Quintavalla, Antonio Riccardi,

Tiziano Rossi, Italo Testa, Cesare Viviani,

Edoardo Zuccato e Aldo Nove

postato da: cepo alle ore 16:59 | Permalink | commenti
categoria:poesia, lettura, cepollaro, poesia integrata
domenica, febbraio 17, 2008

La mail di risposta di Nicola Ponzio su La poesia e lo spirito                            

Alla mia mail del 6 febbraio, risponde Nicola Ponzio su La poesia e lo spirito. Colgo l’occasione per ringraziarlo e per rimandare i lettori al link http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/02/17/biagio-cepollaro-nicola-ponzio-due-lettere/

B.C.

postato da: cepo alle ore 19:19 | Permalink | commenti
categoria:poesia, arti visive, lettura, cepollaro
mercoledì, febbraio 13, 2008

Biagio Cepollaro, Rilettura visual-concreta di Luna persciente, 2008

07lunapersciente-3

© Biagio Cepollaro, Rilettura visual-concreta di Luna persciente, 2008

 

Materiale e materia.

Una mia amica guardando quest’immagine, Luna persciente-3, con la dicitura ‘ Inchiostro, carta, cartone, pennarello, cellophane, scanner, elaborazione al computer, mi ha chiesto, interessata, dove fosse.

Cosa? Le ho chiesto. Mi chiede dell’opera, dell’oggetto, della cosa, insomma.

Le dico che la cosa è questa.

Non è una fotografia che riprende un oggetto e si scusa per la sua inevitabile approssimazione.

Ma è il risultato finale di un’elaborazione che ha previsto al suo inizio, ma solo al suo inizio, una serie di cose. Un po’ come quando s’inforna una teglia con diversi ingredienti non ancora commestibili per poi ritirarla dopo alcuni minuti, trasformata intimamente dal fuoco, dal calore.

In questo caso dalla sintesi operata dal digitale, dalla processualità numerica.

Ora sul tavolo ho di nuovo gli ingredienti, gli stessi, prima di essere ‘infornati’.

Non c’è se non una vaga somiglianza tra questa che dovrebbe essere la cosa, e la cosa finale, invece, l’immagine che non è una fotografia.

A pensarci, se mettessi in cornice, sotto vetro, questo materiale potrebbe comunque assumere una sua presenza di opera ma sarebbe un’altra opera: qui sarebbero più evidenti i rilievi del cartone, i piani diversi, sia pur minimi, avrebbero maggiore profondità, magari potrei anche riprodurre a mano i segni che nell’opera finale, quella uscita dal forno, sono il frutto dell’elaborazione.

Ma sarebbe difficile riprodurre i riflessi del cellophane che qui avrebbe una consistenza velante che nell’opera finale non c’è. Vi è quindi nel materiale una maggiore evidenza del singolo elemento e una minore evidenza della sintesi compositiva dell’insieme degli elementi. Ecco perché dico un altro stato della materia: è il livello concettuale della materia. Non ne è il riassunto ma la ri-costruzione. Una fotografia a tre dimensioni è ancora il riassunto di un oggetto, così come l’oggetto convenzionale risultato della visione prospettica. Qui c’è materia in qualche modo nuova, sorta dal materiale attraverso una sintesi, un principio (quello digitale) che fa comun denominatore.

Insomma mentre in alcuni casi il digitale per queste sue proprietà appiattisce e uniforma, o meglio sembra appiattire e uniformare, (ricordo le lamentele dei musicisti quando si passò dal vinile gracchiante al file compresso mp3), in altri casi si sbarazza , per così dire, della prolissità tattile del materiale, per puntare all’essenziale della materia organizzata e restituita, privata del suo peso e del suo ingombro, a diversa destinazione, alla rigorosa espressione.

Biagio Cepollaro

 

 

postato da: cepo alle ore 22:26 | Permalink | commenti
categoria:poesia, arti visive, lettura, cepollaro
domenica, febbraio 10, 2008

Biagio Cepollaro

La ‘poesia visiva’ e le conseguenze del digitale oggi. Appunti per una riflessione.

Molta parte dell’esperienza degli anni 60 e ’70 di ciò che è stata chiamata ‘poesia visiva e poi ‘poesia concreta ‘ e poi ‘poesia tecnologica’ (con evidenti difficoltà di definizione), si muoveva all’interno del paradigma della teoria dell’informazione.

Una delle conseguenze di quest’appartenenza, quasi obbligata data l’epoca, fu, secondo me, l’insistenza sul rapporto tra i codici (linguistico e visivo-figurale) con relative tensioni che si venivano a creare continuando a parlare di ‘poesia’, di ‘espansione della poesia’, di ‘fuga dal libro’, di ‘poesia da appendere al muro’.

Questa tensione non era stata propria delle avanguardie storiche che come ricordava Lea Vergine non avevano mai puntato a  stabilire uno statuto linguistico specifico per queste sperimentazioni e si erano per lo più limitate ad un lavoro sulle possibilità ‘tipografiche’. Il fatto è che allora c’era ciò che con enfasi si indicavano come ‘mezzi di comunicazione di massa’, l’industria culturale, i rotocalchi, il primo apparire a livello di massa della televisione, l’importanza che giustamente dava Lamberto Pignotti al problema della comunicazione e delle abitudini percettive del pubblico, alla necessità di contraddirle, di ‘rispedire la merce al mittente’...

Sembra passato un secolo da allora ma molte di quelle opere conservano una loro freschezza, una loro duratura energia. Forse qualcuno potrà considerarlo paradossale ma su internet è possibile , soprattutto per i più giovani, prima di andare al museo o nelle fondazioni, dare un’occhiata alla raccolta di poesia visiva custodita da Banca Intesa...

Il passaggio dall’analogico al digitale probabilmente ha spostato in profondità le questioni anche in questo ambito espressivo. E non tanto perché vi è l’elaborazione grafica del computer, quanto perché materialmente la pluralità dei codici si è ridotta ad una processualità numerica.

Una sintesi a monte che salta sia l’incontro sia  la diversità di strade secolari che hanno portato alla testualità da un lato e all’immagine pittorica (ma bisogna anche aggiungere quella fotografica) dall’altro.

E’ nella produzione materiale, a prescindere dalla resa finale che,come sempre, può essere più o meno riuscita, che sta la differenza. E il punto è che questa sintesi digitale non è virtuale,come spesso si ripeteva già negli anni ’90, ma ancora materiale. Solo che si è di fronte ad un altro ‘stato della materia’, per così dire. Tale stato, in questo caso dell’arte, non è informazione perché è qualcosa di più e di meno, è espressione (cioè composizione, rigore, logica strutturante o destrutturante, familiarità con le resistenze delle materie, fascinazione , e tutti gli elementi che possono costituire l’esperienza estetica nel suo concreto farsi e che non sono riducibili ad un pacchetto discreto di informazioni).

Quindi, come provvisoria conclusione di questa riflessione, si potrebbe dire che mentre negli anni ’60 e ’70 un poeta che faceva della ‘poesia visiva’ poteva essere coinvolto nel progetto di stabilire uno statuto semiologico per un settore specifico dell’espressione poetica , o un settore di confine, oggi, nel digitale, questo problema può non esserci più. Vorrei aggiungere che, se ci si sgancia dalla teoria dell’informazione, non c’è più bisogno di porre il problema dei codici (poesia, pittura) ma di considerare il lavoro a partire dai mezzi della sua produzione.

In questo caso l’indagine sarà condotta sulle diverse strategie creative che si stabiliscono tra il digitale e ciò che digitale non è ma che pur entra nel processo.

Anche per questa ragione per alcuni miei recenti lavori non parlerei di ‘poesia visiva’ , anche se per comodità fin qui ho usato il termine ‘visual-concreta’e, con molta probabilità, continuerò ancora ad usarlo per un pò. Direi semplicemente ‘arte visiva’, relazionandomi con questa materia non come poeta ma come artista visivo tout court... E non è una questione di etichetta, di definizione, ma sostanziale perché investe l’abbandono del riferimento alla teoria dell’informazione con la conseguenza riduzione ostinata di questo tipo di lavori ad una ‘linguisticità’ che non hanno.

La materia della poesia è altra cosa: è suono che porta il senso attraverso la sua eccedenza rispetto al significato.

Biagio Cepollaro

postato da: cepo alle ore 15:08 | Permalink | commenti
categoria:poesia, arti visive, lettura, cepollaro
mercoledì, febbraio 06, 2008

Su Nicola Ponzio, a Milano dal 5 febbraio al 3 marzo 2008, Ermanno Tedeschi Gallery, via Santa Marta 15.

Caro Nicola,

volevo ancora dirti che la mostra inaugurata ieri mi è piaciuta e anche il clima che c’era tra noi lì.

Ti dicevo, alla fine della visita, di aver ‘letto’. C’erano libri usati come tasselli di colore, come pezzi di mosaico o, spolpati, come gusci colorati. Libri tagliati ‘illeggibili’ di cui restava il disegno formato dalle macchie di nero sulla sommità delle pagine, spessore di pagine in bianco e nero.

Ti dicevo anche che i criteri compositivi, le strutture logiche sono quelle che mi appaiono più evidenti: da esse l’insieme mi parla (la cura del materiale offre gradevolezza ma non m’informa nello stesso modo, delle stesse cose). E quelle strutture, relazioni, ritmi mi raccontavano dell’astrattismo come di un sogno destinato a restare tale: non la presenza degli archetipi, non Pitagora e la sua musica, ma la nostalgia pura di questa purezza...E così i libri-tasselli, visibili solo per le copertine, usati solo all’esterno o come involucri, mi dicevano di una cultura ultra-secolare antropologicamente dimenticata. Ti parlavo di barbarie della non-lettura ma ora penso che non si tratta neanche di questo solo ma del passaggio in cui quella cultura ultra-secolare deve servire e serve a fare altre cose. Insomma, è il culto del libro che è sparito, ma non il suo utilizzo che è diventato davvero imprevedibile. O anche, come nel caso di molte tue opere, l’accento non è tanto posto sull’atto di lettura di un messaggio quanto su ciò che si fa (che è per la vita, vitale) con gli strumenti della cultura e della strutturazione dei messaggi. Fosse anche il piacere dell’occhio che si fa cullare dall’intelligenza dei ritmi tra geometrie e tonalità cromatiche. Esperienze ‘semplici’ che fanno della superficie un campo di profondità e di approfondimento. Come queste prime parole sorte dal dialogo mostrano....

Biagio Cepollaro

postato da: cepo alle ore 14:54 | Permalink | commenti
categoria:arti visive, lettura, cepollaro
martedì, febbraio 05, 2008

Simone Di Giampietro

 

**

niente oltre questo , oltre ciò che avanza

una formazione di candelabri accesi

nel solco più dimenticato del tunnel

che discorre apertamente ,

un ectoplasma dietro le nuche , i crani

il passaggio ha inizio

e ricorre al tempo in cui non volevo sognare

o i sogni erano semplicemente un registro

inattivo , il servo di un padrone

che neppure frequentavo da piccolo ,

ma lui osservava me , annegando tra

cantine che rimbrottavano contro gli agrimensori

non reali padroni intrappolati nella maschera

solo gioie divise a forma di angolo ,

quello voleva avvertirmi

servendosi del sogno , non cadendo

quando seppe che avevo cambiato abitazione .

 

 Il ritorno dunque può essere

Inteso nel senso che quasi una città può morire

disgregandosi tra cambi di proprietà ..

essi corrono, qualcosa , un terremoto

deve aver cessato l’atto di espropriazione .

 

ritrovavo un cielo velato

così cosparso di camere pulite

trattenute con piombature elementari

poche se contavo quelle disseminate a contorni

di quale reggia o calice espulso

si sentiva chiacchierare dal fondaco

oppure un tubo vero e non vero

ma so che c’era ,  stava ….

 

potrei giungerti più elevato

la punta della cima rischiarata

mi è capitato per strada dove ho preso un vincolo

un nodo per sbaglio  sia pure che fossi prescelto :

c’è qualcuno che stravede per me ed io esisto.

 

Simone Di Giampietro

postato da: cepo alle ore 17:14 | Permalink | commenti
categoria:poesia
venerdì, febbraio 01, 2008

Dialogo tra Jacopo Galimberti e Davide Racca su Oltremarescuro

Due poeti al di sotto dei trent’anni, uno trasferitosi a Parigi, l’altro a Berlino che dialogano su di un testo, per comprendere e per comprendersi. Quando ciò avviene vi ritrovo i migliori momenti vissuti attraverso la cosiddetta attività letteraria. Queste battute via mail -non so perché- mi tiravano dentro col mio indirizzo ‘per conoscenza’. Per conoscenza, appunto.

Biagio Cepollaro

 

 

Caro Davide,

dopo aver letto con attenzione il tuo libro ho deciso di cercare di dare una forma ad alcune delle riflessioni e delle emozioni che sono emerse. Il disordine spero non ti dia fastidio, trattandosi di una comunicazione privata non cerco si sistematizzare le cose.

Il titolo (una lunga digressione). Un colore la cui definizione può darsi in termini matematici. Un colore industriale, standardizzato, che garantisce uniformità nelle comunicazioni. Con qualche particella in più o in meno “blu oltremarescuro” diviene “blu di prussia” o “blu cobalto”. Però, il nome insolito di questo colore rende manifesto un paradosso.  Non ci avevo mai pensato, “oltremarescuro” sembra essere una denominazione seriosa di qualcosa che non si dà, per definizione: l’orizzonte, l’alterità altera degli abissi, la brumosità giuridica delle acque internazionali. Il blu è l'oscurità divenuta visibile.    

Insomma, la vertigine degli orizzonti, delle profondità, gli obbiettivi remoti che ci prefiggiamo. Il fascino che essi esercitano è tuttuno con il non appartenerci (forse siamo noi che apparteniamo ad essi). Credo di dire ovvietà, quando mai le cose una volta raggiunte appaiono tali e quali le immaginavamo “anelandole”? Le mete sono mutevoli, l’adempimento non è alla fine, le derive si possono rivelare un approdo. Quando riusciremo a far insorgere questa dimensione all'interno di una cultura ancora profondamente “classica”, che vede nella compiutezza il giusto, il maturo, l’auspicabile? Se la nostra vita non ha porto, quando ci libereremo della scarica pacificatoria di immaginarcela come tale?

 "Una luce in fondo al mare si riconta a partire da meno-infinito", mi piace questo verso. Mi sembra raccogliere in sè tutta questa matassa di ragionamenti.

Tutto ciò mi pare si leghi alla tematica del romanticismo, che appare sin dalla citazione di Keats. Vi è molto sospetto oggi per il romanticismo. Nella cultura “classica” il romanticismo è cattiva immediatezza, prestidigitazione, passione da astinenza, solipsismo, megalomania piccolo borghese, etc. L’infinita mediazione del tutto di cui si diceva qualche anno fa, parlando di post-moderno, era in fondo una virata neo-classica?

Ad ogni modo, anch’io nutro molte riserve rispetto al romanticismo. Certo, ne ho una visone scolastica e wikipedesca ma non mi impedisco di parlartene. Le mie perplessità sono piuttosto relativo all’aristocraticismo dei poeti romantici. Il Poeta romantico è un aristocratico dello spirito. Ora, ai tempi di Keats con i livelli di alfabetizzazione che ci possiamo immaginare il Poeta romantico era, in effetti, un eletto. Oggi però con l’università di massa le cose sono diverse, allora perché Keats? Perchè le melodie non ascoltate sono meglio di quelle che percepiamo? ( un bel libro da leggere sull'invisibilità o il silenzio come supremo estetico: "il capolavoro invisibile" di Belting)

Il tuo verso: La santità non si misura con la potenza della divinità. La passione- Essa rende sacre anche le cose più infime. Ma qual'è la passione che rende sacro un pesce? E' la passione, la forza malgrado tutto del poeta? dell'individuo o del gruppo che affronta la visione crudele?

La scorciatoia è sempre meglio dello scorsoio o di questo acre odore di santità. Cos'è la santità ? Io penso che i santi sono un compromesso con un irrudicibile politeismo "popolare".

Il tuo libro è percorso da immagini connotate religiosamente (in senso cristiano): la spina, il pesce, la salvezza dell’uomo, la rinascita dopo tre giorni, la preghiera, pane e sangue, etc.

I primi cristiani ricorrevano spesso a un’iconografia “pagana” per esprimere contenuti almeno in parte estranei alla cultura pagana ( la cultura del pagus, delle campagne) Così Socrate diventava Cristo, il banchetto l’ultima cena etc…. Penso che nei limiti del possibile è meglio evitare di farsi prendere in questo tranello. Le immagini non sono forme vuote adattabili a qualsiasi contenuto. Cioè, sono arbitrarie ma storicamente ricchissime. L’arbitrarietà del segno è purtroppo solo teorica.

Mi pare più necessario cercare di creare un iconografia laica (meglio, atea) piuttosto che approfittare della potenza delle immagini “religiose” per drammatizzare il “laido” o, più semplicemente, il quotidiano (strategia di Dario Bellezza, Pasolini con Bach anche…, lo stesso Guttuso coi suoi operai come “cristo uomo di dolore”, Bill Viola, etc.). Il tuo verso, come un povero cristo sulla pala dell’altare.

Certo a volte la radice cattolica è ridicolizzata beati quelli che non sanno che pesci pigliare. In effetti,  però, mi rendo anche conto anche della ricorrenza delle immagini precristiane, ma cristianizzate in seguito l’Averno, la sirena, Giona etc.

Cos’è un iconografia atea? E’ in qualche modo legata alla grande tematica del corpo (buona ancora nei ’60 ma ormai assolutamente di maniera, vd. Biagini)?

Torno indietro, alle Contemplazioni di una sirena. Mi piace moltissimo l'immagine del mollusco che vola via, delle onde pastose. Questa poesia parla per me degli scogli, del loro essere antico pericolo per i navignati, del loro essere la terra di una fauna viscida, anfibia, di una flora salmastra e floscia perennemente all'ascolto dell rollio statico del mare ( lo stallo dell'acqua).

Torno indietro. L'occhio del mare sonnecchia del pesce. Qui inizia tutto, prima dell'io del noi, del pesce. Prima di tutto c'è lo sbirciare di un occhio, un fruscio, un deglutire, un non sapere ancora di essere nati salvi.

Torno indietro, la bellissima foto. Semplice, lacerante.

 

Caro Jacopo,

il libro OLTREMARESCURO è più che un tentativo di fare poesia. Forse non è neanche poesia – Ma scrittura che apre il proprio laboratorio.

Dentro, a ben guardare – vi è tutto – intendo, in nuce, in-forme – in risonanze – il materiale che avevo dentro – emotivo e culturale, esperienziale. Non chiuso. Non demarcato. Sfumato. Attraversato. Polimorfico. Che – spero – lasci pensare. Che mi ha dato da pensare. Un tutto – voglio dire – elaborato – forse necessariamente – per prendere distanze da simboli ingombranti, da voci, assilli. Ma la distanza – questa – è giocata sul piano delle più equoree verità, delle condizioni simboliche più intime – almeno le mie.

Forse ho scritto solo per me – ed è da me che prendo le distanze, ora.

Il mare è ciò che non so definire – ma ce l’ho in petto. È la distanza che cerco sempre – talmente mi è dentro. È la stria blu che attraversa il limite – un mare che “oltre” si fa “scuro”. Così – per i riferimenti cristici – biblici – cattolici… (forse, questi riferimenti sono emersioni dal fondo culturale cui quotidianamente attingiamo semplicemente vivendo, osservando – anche da atei – per poi gettarli – anche capovolti – in quell’orizzonte dove le cose sono ambigue).

Siamo immersi nella nostra cultura. E la cultura a sua volta si fa momento “naturale”, pozza mitica – da demitizzare.

Ed è anche un commercio – come bene dici – questo “oltremarescuro” – sì, anche il “mare” sa essere venale – benché sempre e spudoratamente per volontà dell’uomo.

La campitura sulla tela – su carta, sulla malta fresca – ne è ulteriore manifesto… calcoli quanto colore ti serve perché i colori costano e il loro costo non ti fa dimenticare che sei nell’artificio. Perché  l’arte è artificiale.

E poi è artificiale anche perché il blu – pur essendo considerato colore primario – si può dire che primordialmente – in natura – non si dava immediato, come il rosso o il giallo. Ma poi i colori stessi sono astrazioni sopravvenute, epurazioni di carattere concettuale  – e i colori – all’origine – non erano spettri visivi (eccetto per l’arcobaleno) ma torba, sangue, derivati vegetali…

 L’OLTREMARESCURO è poi ulteriore artificio, elaborato chimico che solo in piccolissima dose scorgi nel mondo minerale – come anche tu dici. (Forse il solo blu esistente – non chimicamente trattato – è il lapislazzulo – ma è veramente esoso… e ad ogni modo non conosciuto dall’uomo primordiale).

Ogni colore – me lo dicono anni di studio, ma quanto ancora è da studiare – non è mai puro. Ed è questa la salvezza da ogni forma di speculazione astratta – benché ci sia vasta letteratura in merito. Il colore-pigmentum è in qualche modo un “principio” emancipato sin dall’origine dalla sua pretesa purezza.

In oltre, le indicazioni che se ne danno nell’uso – di questo pigmento in particolare, preso a tubetti o anche in polvere – sono di un colore solo parzialmente saturo, quindi non coprente del tutto, e che lascia intravedere, se c’è – il colore sottostante – e ne assume toni e ne asseconda forme.

Da monocromo, senza gradazione, questo blu è un’ossessione. Secondo il tuo stato psichico – però – sa essere anche salvifico. In ogni caso calamitico. Respirante.

La sensibilità di chi lo usa è però strettamente connesso alla sensibilità di chi lo osserva.  L’abitudine senziente è consuetudine con le cose, non solo con l’arte. E all’artista non deve darsi nessun privilegio di essere più sensibile degli altri – ma solo un medium – o una sonda – sempre subordinato al suo esporsi col corpo del cervello nel cuore della realtà.     

postato da: cepo alle ore 16:24 | Permalink | commenti
categoria:poesia, lettura, cepollaro, poesia integrata