Dialogo tra Jacopo Galimberti e Davide Racca su Oltremarescuro
Due poeti al di sotto dei trent’anni, uno trasferitosi a Parigi, l’altro a Berlino che dialogano su di un testo, per comprendere e per comprendersi. Quando ciò avviene vi ritrovo i migliori momenti vissuti attraverso la cosiddetta attività letteraria. Queste battute via mail -non so perché- mi tiravano dentro col mio indirizzo ‘per conoscenza’. Per conoscenza, appunto.
Biagio Cepollaro
Caro Davide,
dopo aver letto con attenzione il tuo libro ho deciso di cercare di dare una forma ad alcune delle riflessioni e delle emozioni che sono emerse. Il disordine spero non ti dia fastidio, trattandosi di una comunicazione privata non cerco si sistematizzare le cose.
Il titolo (una lunga digressione). Un colore la cui definizione può darsi in termini matematici. Un colore industriale, standardizzato, che garantisce uniformità nelle comunicazioni. Con qualche particella in più o in meno “blu oltremarescuro” diviene “blu di prussia” o “blu cobalto”. Però, il nome insolito di questo colore rende manifesto un paradosso. Non ci avevo mai pensato, “oltremarescuro” sembra essere una denominazione seriosa di qualcosa che non si dà, per definizione: l’orizzonte, l’alterità altera degli abissi, la brumosità giuridica delle acque internazionali. Il blu è l'oscurità divenuta visibile.
Insomma, la vertigine degli orizzonti, delle profondità, gli obbiettivi remoti che ci prefiggiamo. Il fascino che essi esercitano è tuttuno con il non appartenerci (forse siamo noi che apparteniamo ad essi). Credo di dire ovvietà, quando mai le cose una volta raggiunte appaiono tali e quali le immaginavamo “anelandole”? Le mete sono mutevoli, l’adempimento non è alla fine, le derive si possono rivelare un approdo. Quando riusciremo a far insorgere questa dimensione all'interno di una cultura ancora profondamente “classica”, che vede nella compiutezza il giusto, il maturo, l’auspicabile? Se la nostra vita non ha porto, quando ci libereremo della scarica pacificatoria di immaginarcela come tale?
"Una luce in fondo al mare si riconta a partire da meno-infinito", mi piace questo verso. Mi sembra raccogliere in sè tutta questa matassa di ragionamenti.
Tutto ciò mi pare si leghi alla tematica del romanticismo, che appare sin dalla citazione di Keats. Vi è molto sospetto oggi per il romanticismo. Nella cultura “classica” il romanticismo è cattiva immediatezza, prestidigitazione, passione da astinenza, solipsismo, megalomania piccolo borghese, etc. L’infinita mediazione del tutto di cui si diceva qualche anno fa, parlando di post-moderno, era in fondo una virata neo-classica?
Ad ogni modo, anch’io nutro molte riserve rispetto al romanticismo. Certo, ne ho una visone scolastica e wikipedesca ma non mi impedisco di parlartene. Le mie perplessità sono piuttosto relativo all’aristocraticismo dei poeti romantici. Il Poeta romantico è un aristocratico dello spirito. Ora, ai tempi di Keats con i livelli di alfabetizzazione che ci possiamo immaginare il Poeta romantico era, in effetti, un eletto. Oggi però con l’università di massa le cose sono diverse, allora perché Keats? Perchè le melodie non ascoltate sono meglio di quelle che percepiamo? ( un bel libro da leggere sull'invisibilità o il silenzio come supremo estetico: "il capolavoro invisibile" di Belting)
Il tuo verso: La santità non si misura con la potenza della divinità. La passione- Essa rende sacre anche le cose più infime. Ma qual'è la passione che rende sacro un pesce? E' la passione, la forza malgrado tutto del poeta? dell'individuo o del gruppo che affronta la visione crudele?
La scorciatoia è sempre meglio dello scorsoio o di questo acre odore di santità. Cos'è la santità ? Io penso che i santi sono un compromesso con un irrudicibile politeismo "popolare".
Il tuo libro è percorso da immagini connotate religiosamente (in senso cristiano): la spina, il pesce, la salvezza dell’uomo, la rinascita dopo tre giorni, la preghiera, pane e sangue, etc.
I primi cristiani ricorrevano spesso a un’iconografia “pagana” per esprimere contenuti almeno in parte estranei alla cultura pagana ( la cultura del pagus, delle campagne) Così Socrate diventava Cristo, il banchetto l’ultima cena etc…. Penso che nei limiti del possibile è meglio evitare di farsi prendere in questo tranello. Le immagini non sono forme vuote adattabili a qualsiasi contenuto. Cioè, sono arbitrarie ma storicamente ricchissime. L’arbitrarietà del segno è purtroppo solo teorica.
Mi pare più necessario cercare di creare un iconografia laica (meglio, atea) piuttosto che approfittare della potenza delle immagini “religiose” per drammatizzare il “laido” o, più semplicemente, il quotidiano (strategia di Dario Bellezza, Pasolini con Bach anche…, lo stesso Guttuso coi suoi operai come “cristo uomo di dolore”, Bill Viola, etc.). Il tuo verso, come un povero cristo sulla pala dell’altare.
Certo a volte la radice cattolica è ridicolizzata beati quelli che non sanno che pesci pigliare. In effetti, però, mi rendo anche conto anche della ricorrenza delle immagini precristiane, ma cristianizzate in seguito l’Averno, la sirena, Giona etc.
Cos’è un iconografia atea? E’ in qualche modo legata alla grande tematica del corpo (buona ancora nei ’60 ma ormai assolutamente di maniera, vd. Biagini)?
Torno indietro, alle Contemplazioni di una sirena. Mi piace moltissimo l'immagine del mollusco che vola via, delle onde pastose. Questa poesia parla per me degli scogli, del loro essere antico pericolo per i navignati, del loro essere la terra di una fauna viscida, anfibia, di una flora salmastra e floscia perennemente all'ascolto dell rollio statico del mare ( lo stallo dell'acqua).
Torno indietro. L'occhio del mare sonnecchia del pesce. Qui inizia tutto, prima dell'io del noi, del pesce. Prima di tutto c'è lo sbirciare di un occhio, un fruscio, un deglutire, un non sapere ancora di essere nati salvi.
Torno indietro, la bellissima foto. Semplice, lacerante.
Caro Jacopo,
il libro OLTREMARESCURO è più che un tentativo di fare poesia. Forse non è neanche poesia – Ma scrittura che apre il proprio laboratorio.
Dentro, a ben guardare – vi è tutto – intendo, in nuce, in-forme – in risonanze – il materiale che avevo dentro – emotivo e culturale, esperienziale. Non chiuso. Non demarcato. Sfumato. Attraversato. Polimorfico. Che – spero – lasci pensare. Che mi ha dato da pensare. Un tutto – voglio dire – elaborato – forse necessariamente – per prendere distanze da simboli ingombranti, da voci, assilli. Ma la distanza – questa – è giocata sul piano delle più equoree verità, delle condizioni simboliche più intime – almeno le mie.
Forse ho scritto solo per me – ed è da me che prendo le distanze, ora.
Il mare è ciò che non so definire – ma ce l’ho in petto. È la distanza che cerco sempre – talmente mi è dentro. È la stria blu che attraversa il limite – un mare che “oltre” si fa “scuro”. Così – per i riferimenti cristici – biblici – cattolici… (forse, questi riferimenti sono emersioni dal fondo culturale cui quotidianamente attingiamo semplicemente vivendo, osservando – anche da atei – per poi gettarli – anche capovolti – in quell’orizzonte dove le cose sono ambigue).
Siamo immersi nella nostra cultura. E la cultura a sua volta si fa momento “naturale”, pozza mitica – da demitizzare.
Ed è anche un commercio – come bene dici – questo “oltremarescuro” – sì, anche il “mare” sa essere venale – benché sempre e spudoratamente per volontà dell’uomo.
La campitura sulla tela – su carta, sulla malta fresca – ne è ulteriore manifesto… calcoli quanto colore ti serve perché i colori costano e il loro costo non ti fa dimenticare che sei nell’artificio. Perché l’arte è artificiale.
E poi è artificiale anche perché il blu – pur essendo considerato colore primario – si può dire che primordialmente – in natura – non si dava immediato, come il rosso o il giallo. Ma poi i colori stessi sono astrazioni sopravvenute, epurazioni di carattere concettuale – e i colori – all’origine – non erano spettri visivi (eccetto per l’arcobaleno) ma torba, sangue, derivati vegetali…
L’OLTREMARESCURO è poi ulteriore artificio, elaborato chimico che solo in piccolissima dose scorgi nel mondo minerale – come anche tu dici. (Forse il solo blu esistente – non chimicamente trattato – è il lapislazzulo – ma è veramente esoso… e ad ogni modo non conosciuto dall’uomo primordiale).
Ogni colore – me lo dicono anni di studio, ma quanto ancora è da studiare – non è mai puro. Ed è questa la salvezza da ogni forma di speculazione astratta – benché ci sia vasta letteratura in merito. Il colore-pigmentum è in qualche modo un “principio” emancipato sin dall’origine dalla sua pretesa purezza.
In oltre, le indicazioni che se ne danno nell’uso – di questo pigmento in particolare, preso a tubetti o anche in polvere – sono di un colore solo parzialmente saturo, quindi non coprente del tutto, e che lascia intravedere, se c’è – il colore sottostante – e ne assume toni e ne asseconda forme.
Da monocromo, senza gradazione, questo blu è un’ossessione. Secondo il tuo stato psichico – però – sa essere anche salvifico. In ogni caso calamitico. Respirante.
La sensibilità di chi lo usa è però strettamente connesso alla sensibilità di chi lo osserva. L’abitudine senziente è consuetudine con le cose, non solo con l’arte. E all’artista non deve darsi nessun privilegio di essere più sensibile degli altri – ma solo un medium – o una sonda – sempre subordinato al suo esporsi col corpo del cervello nel cuore della realtà.