venerdì, dicembre 14, 2007

POESIA INTEGRATA COME CORSO DI AGGIORNAMENTO-5

‘La bottega della poesia’, corso di aggiornamento

per insegnanti di italiano dell’istituto Virgilio di Milano.

Il contributo di Sara Jelmini si riferisce a due testi di Andrea Zanzotto (Idioma ,1986), su cui è stato pubblicato il mio post precedente. In particolare si fa riferimento alla sessione sul ‘suono’ e alla rete di connessioni e associazioni stabilite a partire da fonti sonore ‘esterne’ ai testi e dalle fonti sonore ‘interne’ al testo, secondo i modi specifici della ‘poesia integrata’.

Colgo l’occasione per ringraziare tutti i partecipanti al corso per la qualità alta dei loro contributi e qui Sara Jelmini per le belle, appassionate e acute pagine che seguono. (B.C.)

 

Tanto rumore, ma non per nulla

 

Secondo incontro nell’ambito del nostro corso di poesia integrata, centrato sull’ascolto di rumori. Il rumore come tramite per veicolare il senso di una poesia di Zanzotto (anche se conosceremo l’identità del poeta solo  dopo). Il rumore come occasione per compiere una regressione ipnotica che dal testo poetico ci conduce, in un viaggio centrifugo, nel nostro io. Per poi tornare, invertendo la rotta, ricchi del carico aggiunto, in senso centripeto, al nucleo della poesia. Questa volta, memore del significato di questo viaggio ad elastico, mi sento a  mio agio. Decido di spegnere le aspettative, e di stare in ascolto, fiduciosa che qualcosa accadrà. Senza aspettative, non si risveglia alcun senso di inadeguatezza in me. Sento l’energia del gruppo, che è come se si fosse moltiplicata, perché ci conosciamo meglio e la capacità di ascolto reciproco si è affinata.

Leggiamo il testo. Parte la prima serie dei rumori. Torniamo di nuovo sulla poesia. E il testo poetico è già diverso: si è acceso in alcune parole, condensato in certi suoni, rappreso in grumi di consonanti o vocali iterate. Già si intravede un senso, di là dal velo multiforme, brulicante dei rumori.

Ma una dolcezza ancora mi risuona dentro: è il suono della campana tibetana, che scandisce con la sua fissità aurea la seconda serie di rumori. Non è più il suono protratto, inscalfibile, scavato dentro a un vuoto pneumatico, della prima volta. Con la sua aura d’eterno, scandita e come franta in rintocchi, il suono della campana rimanda a qualcosa che non sosta in superficie, ma rinvia al profondo, anche se ad essa si interpolano brusii, tramestii, scoppiettii di tutt’altra natura. Quei rumori appartengono alla dimensione del reale, del tempo, del particolare. Il tocco della campana, col suo tendersi all’infinito, si sostanzia di un anelito all’universale, all’eterno, ad un mondo più autentico. Un mondo che forse sta sotto la scorza delle cose, non la trascende, perché ad essa è intimamente intrecciato. Un’armonia che si dà nel caos, un caos inscindibile dal cosmo: divina desuetudine. Il prefisso de allude a un allontanamento: desuetudine assume un significato diverso da “consuetudine”, in quanto allude alla necessità di allontanarsi dal reale, ma solo  per addentrarsi più profondamente in esso; sottende l’istanza di interporre una distanza tra sé e le cose, ma soltanto per metterle a fuoco meglio, per penetrarne l’essenza più profonda. L’eco dorata della campana scorre sotterranea, ma nel suo scorrere continuo è fissa, permane. Sopra le scoppiettano come fuochi d’artificio suoni disarmonici, stonati,  intossicati. Il suono della campana ne esce senz’altro un po’ sporco, ma non intaccato nella sua essenza. Come una pietra preziosa offuscata, ma di cui s’intuisce lo splendore. Il caos dei rumori fa avvertire la bipolarità dell’esistenza, che presenta  due dimensioni: una spirituale, l’altra superficiale, attinente  al lato materico, fisico della realtà. Essere, contrapposto a divenire; spirituale, in antitesi con materiale; e ancora: universale,  particolare; eterno,  temporale; profondo, superficiale. Il brusio sordo, l’inquinamento acustico  del mondo reale impreziosiscono la nota d’oro della campana.  Così come la tonalità permanente, sempre uguale a se stessa, di quest’ultima, rende sopportabile l’eterogeneità del caos fonico e ne ridimensiona la dissonanza (lesività combinate) con un effetto rassicurante, quasi catartico.  Insomma, sono i rumori che increspano la superficie a fare apprezzare il silenzio di fondo, così come le nuvole velano il sole, ma non lo oscurano. Tanto rumore si carica dunque di senso, non è stato per nulla.

Nella terza fase di somministrazione dei rumori, suggestionata dall’interpretazione di un collega, sento un flusso d’acqua che scorre, ora libera e scrosciante come una cascata, ora ingorgata come un rivo strozzato; ora stillicidio di gocce in una grotta materiata di stalattiti. In ogni caso, tutto continua, inesorabilmente e invariabilmente, a scorrere. Ed è un divenire che si sostanzia dell’essere, come goccia d’acqua cristallizzata nella roccia. Per divina desuetudine (il prefisso de sembra ora alludere a un movimento dall’alto verso il basso) tutto, nel suo eterno scorrere, si annulla, ed è.  Se si vuole tendere verso l’alto, bisogna comunque essere ben radicati a terra. Mi viene in mente il viaggio di Dante, che arriva in paradiso passando attraverso l’inferno. Mi risuonano le parole di Pascal, secondo cui chi si esalta, va umiliato, riportato a terra; chi si abbassa, va innalzato. Torna alla mente, richiamata da Biagio, la favola antica del serpente (simbolo dell’aderenza a una dimensione esclusivamente materiale della vita) e del pavone (ovvero una concezione estetizzante, narcisistica che mira esclusivamente alle sfere più elevate e prescinde dai livelli più bassi). Comprendo adesso che i vari tasselli del nostro percorso si stanno inanellando, che c’è un senso e un’armonia che li lega.

Torno a ripercorrere la mia regressione ipnotica innescata dall’ascolto dei rumori. Un’estremità del filo si è tesa: ora l’elastico si allenta; si torna nel centro, si riapproda alla poesia. La rileggo. Questa volta,  ho per un attimo la percezione di chiarezza e la vedo, sotto un’altra luce. L’onda sonora della campana, nella sua vibrazione fissa, si visualizza come un raggio luminoso: mi s’ illumina la parola raggi d’emblema, che è anche l’incipit della seconda parte della poesia. A questa immagine ricollego santificato, ovvero un autunno cristallizzato nel suo esordio di luce; un autunno  sacro, in quanto irradiato di luce così potenziata rispetto al grado naturale, da sembrare ultraterrena, sovrumana. La luce è l’elemento della realtà fisica più prossimo alla dimensione spirituale.  Comprendo dunque anche il silenzio altissimo, e lo metto in rapporto con  la vibrazione prolungata all’infinito della campana tibetana, al raggio di luce fissa da essa emanato. Ricollego il tutto a lampada accesa e ad ogni oggetto [che]  s’illustra. Illustra contiene il suffisso in: l’illuminazione si riceve guardando le cose da dentro, più in profondità.  Non è infatti la lampada ad identificare  la fonte di luce, perché quest’ultima è interna alla realtà e ogni oggetto si illumina da dentro, diviene lampada accesa. Le cose si sostanziano della nostra visione interiore. Mi viene in mente la visione di Dio nell’ultimo canto del Paradiso, che si approfondisce ed arricchisce man mano che Dante penetra più internamente in essa.

Se non si dà una realtà oggettiva, non esiste neanche il tempo. Le cose non cambiano, nessun tempo è mai passato. La dimensione temporale viene annullata, perché appartiene alla categoria della relatività, del particolare, che viene assorbita da ciò che è eterno, universale. Se il tempo non esiste più, non c’è più futuro: vengono meno le nostre aspettative, le nostre speranze ed in questo modo possiamo sottrarci al vuoto disperante  delle illusioni e delle delusioni. Anche il passato viene vanificato: nessuna memoria, nessuna semenza. Nessun ricordo, nessuna traccia dei conflitti genitoriali e delle conseguenti proiezioni: si spezza la coazione a ripetere, in base alla quale tendiamo a perpetrare il teatrino dei nostri conflitti familiari nei nostri rapporti con l’altro e a rifare gli errori dei nostri genitori. Capisco adesso l’espressione, prima criptica, alludente alle lesività combinate: intuisco un disegno nel dolore umano, un senso nel nostro scombinato viaggio. Questa volta sembra che il calcolo dei dadi torni, e nessuna banderuola giri più all’impazzata, sospinta da chissà quale forza arcana: tutto è consistenza. Ricordo che nella prima fase di somministrazione dei rumori, mi si era impresso questo suono, che finiva in enza (semenza, consistenza). Tutto torna, tutto mi sembra chiaro, adesso: magari è solo per un attimo, ma questa sensazione di chiarezza è dolce e profonda, e non ha nulla a che vedere con la chiarezza mentale. C’è di più. Per un attimo si spegne il brusio, si fa silenzio e si intravede il rifulgere di un raggio d’oro. Scompare il tempo, e non c’è più frattura, in quanto cessa ogni contrasto, ogni discontinuità; scompare lo spazio, perché tutto s’illumina e si appiana, e non c’è più alcuna increspatura nell’orizzonte (clivo); si annulla la memoria, si cancella l’appartenenza. Là, mai fu, là-unicamente-accogliere. In quell’attimo, l’attimo della visione, dell’illuminazione, tutto viene meno, ogni conflitto, storico e individuale, viene superato; in quel punto, in cui Montale e Leopardi incontrano il nulla, il nostro poeta incontra la consistenza, e semplicemente, unicamente,  la accoglie.

Torno a me, alla mia professione di docente, e rifletto sulla ricaduta didattica del corso di poesia integrata di Biagio Cepollaro. Intanto, la parola stessa integrata ora si carica di ben altre risonanze: le note dorate, persistenti  della campana tibetana si mescolano ai toni ferrigni di rumori prosaici e disparati. Comprendo che abbiamo integrato, nel nostro viaggio sulle piste dorate della poesia, varie dimensioni del nostro essere: quella intellettuale, culturale, e quella emotiva, spirituale. Abbiamo volato basso e alto: dai rumori sparsi e domestici del bagno e della cucina, dalla betoniera onnivora come una “grande madre”, ai silenzi di un autunno sfolgorante di luce, agli aurei rintocchi di una campana antica. Tutto questo mi dice che non può non esserci una ricaduta didattica: sia nel caso si scelga di riproporre questo iter nel quinto anno per accostare ed  interpretare la poesia contemporanea; sia che ciò avvenga in modo trasversale, educando gli alunni a lavorare sulle proprie emozioni e ad attingere da lì motivazione, passione, desiderio di crescere.

Mi rendo conto, in ultima analisi,  del fatto che tutto questo sta motivando anche me, come docente. Mi si chiarisce, ineludibile, una necessità: per dare motivazione bisogna averla dentro,  come una luce interna che filtri parole, contenuti, idee, e dall’interno le rigeneri. 

Riconosco, infine, con gratitudine nei confronti di Biagio Cepollaro, che questo “non-corso di aggiornamento” si sta sempre più rivelando,  a tutti gli effetti,  un “corso di aggiornamento”. Senza nulla togliere, con questo,  alla peculiarità e all’intensità di un’esperienza che si costruisce solo col suo farsi e non si può comprendere se non partecipandovi, e vivendola dall’interno, dentro al raggio d’oro della poesia.

 

Sara Jelmini
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giovedì, dicembre 06, 2007

 

Biagio Cepollaro su una stanza di Andrea Zanzotto, da Idioma (1986)

 

POESIA INTEGRATA COME CORSO DI AGGIORNAMENTO-4

‘La bottega della poesia’, corso di aggiornamento

per insegnanti di italiano dell’istituto Virgilio di Milano.

Il contributo si riferisce a due testi di Andrea Zanzotto (Idioma ,1986).

Pubblico qui la prima ‘parte scritta’ della mia analisi scaturita dal lavoro del gruppo di insegnanti sull’immagine, sul suono e sul senso secondo i criteri della poesia integrata.

 

Stanza immaginata o intravista

Raggi d’emblema e –santificato- incipiente autunno

Lesività combinate, fattive

ma ributtate da sempre, e uscite

in vero, altissimo silenzio!

Lampada accesa ogni oggetto s’illustra

per una divina desuetudine

e prepotenza,

nessun tempo è mai passato

ogni tempo –unicamente- verrà

Nulla in più da attendere, da nessun

clivo o frattura

da nessuna memoria né semenza

Là sta idea, consistenza, renitenza

Là fu, mai fu, là –unicamente- accogliere.

*

Il cielo è limpido sino ad

essere sconosciuto                                                   

Tutto è intossicato dal sole

Io tossisco sotto questo, in questo

brusire di entificazioni

e sono distratto

molto distratto dalla violenza

                          di un freddo

che pur non fa nulla di male

 

Adocchio solitudini

già mie              ora di se stesse

                          unicamente

Tutti i rimproveri pare si calmino

                          riverberando

Tutto è distrazione e

                          forse meno, un

poco meno del previsto, pena

 

*****

Elementi di analisi del testo

 

I

L’avverbio unicamente si ripete tre volte ed abbraccia entrambe le parti della poesia.

E’ tenuta insieme da un proposito di atteggiamento esistenziale generale che si concreta nell’iniziale opposizione tra ributtate ed accogliere. Rifiuto ed accoglimento sono le azioni, compiute e da compiere, gli attori sono: il Tutto e Io. Questo rapporto tra Io e Mondo tende a porsi come astratto, come concetto di una relazione ma nello stesso tempo sensazione tattile, concretissima: il freddo e sentimento psicologico: pena.

L’esterno del paesaggio e l’interno della stanza sono governati dallo stesso tipo di relazione Io- Mondo: straniamento, tendente all’omogeneo (brusìo di entificazioni).

La divina desuetudine degli oggetti corrisponde al cielo sconosciuto: la luce (lampada o raggi d’emblema) invece di illuminare, rivela l’unica mente (unicamente) che accomuna le entificazioni del mondo con i loro sommessi suoni indistinti (brusìo).

Estraneità del paesaggio che appare prossima al sacro, all’inumano (brusìo di entificazioni: non umane qualificazioni dell’essere). Estraneità e violenza del sacro, nel suo imporsi non umano.

Rispetto a questa omogeneità in cui il mondo si dà non c’è spazio per lo svolgimento del tempo e quindi della speranza. Ciò in cui consiste l’innominabile sostanzialità del mondo, sua eventuale ragione o logos, è renitente, non si dà.

Il baratro tra il Sacro (il Logos) e l’Io non viene mai colmato e l’unica mente impone di essere accolta, senza distinzione.

Nella prima parte della poesia l’Io è assente, presente come un riflesso del mondo, presente come percezione dell’impossibilità dello svolgersi del tempo e come mancanza di familiarità e consuetudine.

Notevole la presenza della sillaba me, anche invertita come em, e della sillaba ma che compare anche invertita come am.

Nella seconda parte della poesia, la sillaba me si dà anche come mi e la sua inversione im.

Nella relazione tra Io e Mondo, l’Io si dissemina oggettivandosi nel paesaggio, disseminando la sillaba che lo indica non soggetto ma oggetto tra le cose, all’interno delle parole, me e mi.

Idioma è il libro della trilogia in cui il dialetto è vero e proprio protagonista: coesiste con l’italiano standard e insieme resiste e collabora al vortice linguistico, vortice esplosivo ed effusivo della trilogia.

Questa disseminazione fa sì che in realtà la mente sia unica e la distinzione impossibile.

Sul piano semantico questa contemporanea trascendenza dell’idea renitente del mondo , o Logos, e questa sostanziale indistinzione dell’Io, si esprimono nei versi:

Adocchio solitudini

già mie              ora di se stesse

                          unicamente

Qui vi è come un passaggio di consegne dove si sprigiona tutta l’ambiguità di questa relazione tra trascendenza e immanenza. Infatti le solitudini non sono più dell’Io ma proprie delle cose stesse, delle entificazioni di cui si sente il brusìo confuso. Eppure unicamente invece di consegnare il dolore all’alterità del paesaggio, lo reintegra in un Tutto che è logos, che è unica mente, identica mente, renitente Logos.

 

II

Seconda parte : Il cielo è limpido

Qui, in seguito al proposito dell’accoglimento e dell’accettazione, si presentano i due personaggi: il Tutto e l’Io. E subito si pone la questione della trascendenza/immanenza del mondo/logos

 

Tutto è intossicato dal sole/ Io tossisco sotto questo (...)

Sotto il segno della ripetizione e dell’allitterazione delle t e delle s, si coagula fino quasi all’identificazione il doppio piano del Tutto e dell’Io. Qui il carattere sacro, numinoso, della luce e del cielo non sono più emblema di una lotta tra rigettare e accogliere, ma vero e proprio parossismo

e impossibilità: il principio dell’altissimo silenzio si fa veleno, difficoltà a respirare e a relazionarsi ad un molteplice tanto indistinto quanto presente in una sorta di sommessa violenza.

L’intreccio che le t e le s creano tra il Tutto e l’Io continua anche nei versi successivi dove le strade sembrano separarsi: Io è sotto ma anche dentro il brusìo ed è distratto dalla violenza.

Vi è sviluppo di consapevolezza: dal tossire al sentire il freddo; dallo spasmo del corpo inconsapevole alla più elementare percezione del tatto, fino alla percezione psicologica della pena alla fine della poesia. Eppure qualcosa deve qualificare in modo nuovo la posizione del Tutto e dell’Io: è l’occhio-sguardo esterno che scopre solitudini oggettivate, non più proprie e nello stesso tempo unica mente, identico Logos che tutto abbraccia. Questa identità era stata già anticipata a livello fonematico grazie all’intreccio delle t e delle s, qui viene esplicitata anche se ancora nell’ambiguità dell’avverbio: da unicamente a unica mente.

*

 

Questa poesia di Andrea Zanzotto appartiene alla raccolta Idioma (1986), terzo libro della cosiddetta trilogia. In nota il poeta ci riferisce che la poesia è dedicata a Jabès e che il termine ‘stanza’ va inteso anche nel suo senso letterario, come parte di una canzone.

Idioma è contemporaneo di fatto a Galateo in bosco (1978) e a Fosfeni (1983) e cioè al periodo che va dal 1975 al 1982 in cui viene scritta la trilogia. Alcuni componimenti sono dell’83 e dell’84.

Vi è, dice il poeta, rinvio continuo tra i tre libri ma anche ‘sconfessione reciproca’. Come se ogni libro raggiungesse una certa profondità e una certa spazialità e da lì riferisse in mancanza di una visione che avrebbe potuto ambire ad essere totalizzante. La ‘sconfessione reciproca’ tra i libri garantisce proprio questa frammentazione e, insieme, relazione. Proprio come tra Io e Mondo vi è tanto relazione quanto diffrazione (S.Agosti), instabilità, oscurità, indifferenziato...

Ma cos’è Idioma? Il poeta si pronuncia chiaramente: è  ‘pienezza del parlare nascente e incoercibile’, è ‘singolarissima fioritura’...Ma anche all’opposto è ‘chiusura nella particolarità’, ‘per cui si arriva al termine Idiozia’. Si tratta insomma di ‘enfasi di particolarità’ ma anche di ‘mezzo linguistico tutto inteso al traboccarne fuori’.  Vi è, in conclusione, un dentro e un fuori, un Io e un Mondo che pure in qualche modo devono tralucere attraverso la lingua.

 

*

Dunque anche qui la confusione possibile tra scrittura e mondo, tra segno e cosa e, sullo sfondo, il tema del silenzio e del brusìo, il riferimento a Jabès.

‘Stanza immaginata o intravista’ è la penultima poesia della terza e ultima sezione in cui consiste Idioma (cfr. il ‘Meridiano’ mondadoriano). Si considera qui ‘Stanza immaginata o intravista’ insieme a ‘Il cielo è limpido’ come un unico componimento, anche se le note al testo del ‘meridiano’ appaiono separate.

In ogni caso il flusso magmatico e a spirale della testualità di Zanzotto in molti casi sarebbe difficilmente delimitabile. Si pensi alle sue dichiarazioni relative alla trilogia: si tratterebbero più che di tre libri ‘successivi’, di tre strati sovrapposti, anche cronologicamente...

La seconda sezione di Idioma comincia con Vorrei saperlo, in cui protagonista è Nene, l’ottantacinquenne dell’osteria o casa dei contadini. Qui lo stile è piano e le rime hanno dell’ironico crepuscolare ma senza nostalgia, come ci si potrebbe attendere, al contrario: la chiusa va costruendosi come una meditazione metafisica sulla natura del tempo, dei tempi, delle cause e degli effetti.

Il dettato s’inerpica improvvisamente in verticale non abbandonando la precisione geografico-spaziale che in definitiva muove la poesia. La meditazione su tempo ed eternità :

‘Così immediato è qui l’eterno, così

tangibile frutto del tempo, suo qualitativo

lucore, così in saliente colloquio.

E’ così falso ogni sospetto

su cose e parvenze. Che qui non passano mai

come non passano le loro cause e ragioni perfette.’

Questo ‘saliente colloquio ’ tra immediato ed eternità ne ‘Il cielo è limpido ‘ diventa collasso fonematico, intreccio pulsionale e sofferto, panico da cui lentamente prendere le distanze, unico punto di catastrofe:

‘ Tutto è intossicato dal sole/ Io tossisco sotto questo,’

Ed è così che il piano del suono evita quello dispiegato e tutto esplicito del sapienziale, non sacrificando un residuo, talvolta graffiante, di ironia (espressa soprattutto dall’inclusività onnivora lessicale nella pseudo-trilogia largamente praticata).

Il piano psicologico della pena viene come rimandato, risospinto verso la chiusa della poesia dove il tema del rimprovero e della prepotenza sembrano perdere in minacciosità grazie alla distrazione, un movimento di diversione che sta nelle cose. L’accogliere possibile è quello dell’unica mente: Io non è diverso dal Tutto, il Tutto stesso sembra aver riassorbito il dolore di Io che, a sua volta, non sente più sensi di colpa e rimproveri, mancanze, incompiutezze.

Il dolore-rimprovero è riverberato, distribuito, diluito in paesaggio. Il sentire si è ridotto ad una generica ed astratta sensorialità (un freddo tanto violento quanto innocuo) prima di giungere alla constatazione di una pena minore di quella vista prima, vista prima nell’immaginazione o intravista nel paesaggio immaginato.

 un Io e un Mondo che pure in qualche modo devono tralucere attraverso la lingua. oscurità, indifferenziato...a visione che avr

*

In un certo senso la differenza così forte posta da Agosti tra Idioma e gli altri due libri della trilogia dovrebbe essere di molto attenuata, anche stando alle stesse dichiarazioni del poeta.

La ‘pressione del significante originario’ che produrrebbe effetti di omogenizzazione-indifferenziazione (secondo i termini di Agosti) verso il ‘basso’ in Galateo in bosco e verso l’alto in Fosfeni, non sarebbe presente in Idioma , raccolta che sarebbe piuttosto ‘fuoriuscita del sistema’ perché ‘lingua mediana’ e ‘approssimativamente comunicativa’, ‘sperimentazione di una non sperimentazione’ (perché sui contenuti e non sulle forme).

Eppure la relazione decisiva Io-Mondo  che torna ad essere quella dell’unica  mente, almeno in questa poesia, presuppone ancora proprio quell’indifferenziato e quella omogeneizzazione (brusìo di entificazioni)  che avrebbero dovuto caratterizzare gli altri due libri della trilogia ma non Idioma. La contemporaneità delle stesure e dei concepimenti dei testi della pseudo-trilogia probabilmente spiega la cosa.

 

Biagio Cepollaro

 

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sabato, dicembre 01, 2007

Biagio Cepollaro

 

 

Lèggere è fare tradizione.

 

Nell’ambito del Corso di Poesia Integrata si leggono pochi testi di un poeta ma si resta a lungo su singoli versi per farli risuonare nella propria esperienza. Càpita che questo lavoro ci renda familiare il segreto di quelle parole all’inizio spesso oscure, al punto da poter leggere qualsiasi altro testo di quell’autore. E’come entrare nelle strutture generative che non sono riducibili a relazioni sintattiche o fonematiche, pur sostanziandosi di queste. La presenza in ogni luogo del ‘sapore’ particolare di quella poesia, si rivela come persistenza di un tema, di un problema, di una struttura ,di un enigma. Ciò è accaduto nel caso delle due poesie di Amelia Rosselli lette (vedi il post dell’8 novembre 2007, http://cepollaro.splinder.com/post/14639682 ). Qui il segreto si è rivelato nel gioco tra sintassi, suono e situazione comunicativa che si veniva a creare nel testo: ‘E come la sintassi aveva la funzione di nascondere/far funzionare la relazione tra suono e significato, addomesticandone la forza, così la situazione deittica tende a nascondere/far perpetuare la solitudine del pensiero con se stesso e con i propri fantasmi. ‘ Il lavoro che porta alla familiarità con le parole della poesia, è un lavoro che coinvolge anche le dimensioni emotive: l’intelligenza sprigionata da queste dimensioni supera di gran lunga, in termini di ‘bottino’ interpretativo, la semplice analisi testuale. Le parole della poesia riacquistano e riattualizzano, in modi diversi per ogni lettore, tutta la loro densità di significato umano: è il loro valore d’uso, è l’uso che una comunità interpretativa di lettori di volta in volta qui e ora ne fa. E’ uso collettivo e privato ed è un modo per sperimentare concretamente il ‘potere’ della poesia.

 

Biagio Cepollaro

postato da: cepo alle ore 01:32 | Permalink | commenti
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