POESIA INTEGRATA COME CORSO DI AGGIORNAMENTO-3
‘La bottega della poesia’, corso di aggiornamento
per insegnanti di italiano dell’istituto Virgilio di Milano.
Anche il terzo contributo si riferisce ai due testi di Amelia Rosselli, riportati nel post di giovedì, 8 novembre 2007
Pubblico qui il resoconto di Sara Jelmini che ha partecipato al lavoro sull’immagine, sul senso e sul suono a partire da quei testi.
Sui primi tre incontri del Corso di Poesia integrata
Un seminario particolare, unico, scelto secondo modalità particolari, uniche. Un “non-corso di aggiornamento”, come lo ha definito una mia collega.
Mi spiego meglio: si capiva chiaramente che non si trattava di un seminario come gli altri, e questo mi attirava. Ma remava contro il mio “mentale”, che mi spingeva a schivare un impegno così lungo, articolato in ben 10 incontri, e che in più coincideva con il mio giorno libero. E poi era difficile intravedere in tutto questo una precisa ricaduta didattica. Eppure, mi risuonava. Biagio direbbe che mi era “sintonico”. Leggo il testo di presentazione, lungo e articolato, chiudo gli occhi e decido di non pensare, e d’agire d’istinto: firmo o non firmo, uno, due, tre. Firmo. Agganciata. Sono stata agganciata da qualcosa che si rivelerà un’esperienza ricca, un piccolo, inesauribile tesoro.
All’inizio non sembra nulla di nuovo per me, questo viaggio nella mia infanzia più lontana, approdo di tante regressioni ipnotiche, non fosse per il fatto che il viaggio segue le piste d’oro della poesia.
Sono due testi per noi anonimi, due poesie, il cui autore ci verrà rivelato solo al quarto incontro, a innescare il nostro salpare.
Non abbiamo identità, non sappiamo chi siamo, né dove andiamo, e neanche a bordo di quale mezzo. Questo, già di per sé, mi sembra intrigante e liberatorio: come buttare a mare zavorre su zavorre di nozioni dati contenuti saperi. Che leggerezza…
Vi ripenso col senno di poi, intrisa della saggezza di antiche favole indiane, e più ci penso, più mi convinco che in quel momento tutti noi abbiamo provato il sapore dell’avventura estetica. Anche se non lo sapevamo, capivamo che eravamo su un terreno diverso da quello solitamente battuto, che quella non era un’avventura intellettuale, ma un’esperienza “integrata”, che coinvolgeva non solo il nostro sapere, ma tutto il nostro essere, che chiamava in causa non solo l’ego, ma il sé. Liberatorio, prendere il largo sull’onda calma di una lettura silenziosa, tutti insieme, e sentire l’energia del gruppo aleggiare come una calda brezza. Proviamo a individuare, durante la lettura silenziosa, parole-chiave o versi che veicolano un’immagine particolare che ci aggancia. Visualizziamo la parola o l’immagine, una musica ci avvolge e sull’onda delle sue note siamo immersi in un mare ignoto. Qualcuno approda nella magica terra di nessuno dell’infanzia. Per molti di noi, il viaggio è una regressione ipnotica, che passa attraverso lo scoglio delle sirene dell’infanzia.
L’esperienza si fa in gruppo, e dal gruppo trae energia e senso, ed è l’occasione per conoscere i miei colleghi sotto un aspetto inedito, per certi versi sorprendente: sono grata a Biagio anche per questo.
Le “viuzze pittoresche” di Amelia Rosselli (si scoprirà dopo i primi tre incontri l’identità della poetessa misteriosa) diventano la stessa stradina “di vetro e perla” di me bambina, e io mi rivedo lì, al mattino presto, infreddolita e assonnata, ad aspettare il pulmino che mi porta a scuola. Rivivo quegli attimi di sospensione, nel paesaggio come incantato, gli alberi scheletriti che ricamano trame arabescate nell’aria tesa di perla. Sento che non fa poi così male, perché la mia “sofferenza” non si dichiara, è come intrappolata nel ghiaccio, e tutto è così magico, e anche il tempo sembra cristallizzato, e mi risuona dentro una poesia che credevo perduta. Un semplice verso, una singola parola è un filo d’oro, che dentro di me si addentra e germina, che nel profondo attecchisce e si dirama. Ne tengo ancora un capo.
Ma è tempo di tornare indietro, di immergerci in altre acque, di rituffarci dentro le “nostre” poesie. Tutti però sentiamo che il viaggio ci ha dato qualcosa, e che non torniamo a casa a mani vuote. Io sento con chiarezza che vi torno con una nuova ricchezza, e ne sento il sapore. Quando ripenso a quell’immagine, quella che ha innescato il mio viaggio, lei si carica dell’immagine interiore, si approfondisce, guadagna in spessore e densità; si arricchisce di un alone di vibrazioni, di un’aura di risonanze. Senza nulla togliere al significato del testo, vi ho scoperto dentro un senso che è solo mio, dunque sono entrata in una relazione privilegiata col testo stesso. Ora, testo significa intreccio, tessuto: sento quindi che quella trama comprende qualche pagliuzza, qualche filo d’oro che mi appartiene, sento che noi ci apparteniamo, in un certo senso. Si è creata una nuova relazione tra me e quella poesia.
Qui siamo lontani anni luce dall’esegesi tradizionale, che si basa su dati oggettivi, utilizza un linguaggio logico e studia il testo solo da una prospettiva mentale, intellettuale. Qui sono chiamate in gioco le facoltà dell’emisfero che governa le emozioni, la fantasia, i ricordi. Qui il linguaggio procede secondo criteri analogici, non logici, perché è, in definitiva, il linguaggio della poesia. Ci si addentra nella poesia con strumenti non estrinseci alla poesia stessa, ma interni ad essa; con modalità operative analoghe a quelle cui attinge il poeta ab origine. In definitiva, abbiamo sperimentato su di noi la poesia, nel suo germinare e nel suo farsi: ognuno in modo diverso, nella propria visualizzazione, nella propria regressione ipnotica, intensificata dall’ascolto della musica, con la forza del suo impatto emotivo.
Per una volta, non ci siamo trovati sul fronte opposto a quello del poeta, in veste esclusiva di esegeti, interpreti, divulgatori o, più semplicemente, di docenti armati del proprio strumentario critico. Per una volta, siamo penetrati nel nucleo profondo della creazione poetica. Siamo andati a sfiorare le origini del momento ispirativo. Poesia significa “fare”, “plasmare”: ora, io sento che noi abbiamo fatto qualcosa, abbiamo plasmato qualcosa. Certo, si tratta di un qualcosa che sfugge, si ritrae, si sottrae, o meglio: si dà nel nascondimento. Ma finalmente l’abbiamo sperimentata, questa affascinante estetica, non conosciuta soltanto attraverso teorie.
Ripenso a quello che Biagio, negli incontri successivi ai primi tre “esperienziali”, dedicati agli strumenti, definisce “il sapore dell’esperienza estetica”: è questo il nostro canto delle sirene, questo sapore che aleggia impalpabile nei nostri incontri e che ci unisce in quest’avventura.
Possiamo dunque tornare al nostro poeta misterioso, ognuno col suo piccolo bagaglio di ricchezza, con la sua immagine “caricata” di senso.
Il secondo incontro mi sbalza su un terreno più difficile, meno familiare, almeno per me, che con le visualizzazioni e le regressioni ipnotiche mi sento abbastanza nel mio elemento.
E’ invece difficile, adesso, decifrare i rumori che Biagio ci invita ad ascoltare, un inferno acustico, un irredimibile caos. Lo redime invece talvolta il suono d’oro, penetrante, protratto, profondo della campana tibetana, che ci scava dentro abissi. Si tratta, anche questa volta, di operare una visualizzazione, anche se non più sulla scorta dell’immagine, bensì del suono: il suono di una sillaba, di una parola, ma concepita esclusivamente come significante, scorporando da essa il significato. Tornare sulla poesia sulla scorta della sua essenza fonetica, riscoprire le figure del suono, e arrivare a un significato, a un senso, muovendo da lì, da quella strada impervia.
Non è affatto facile per me annullare parole e significati e la loro rassicurante trama, rinunciare ex abrupto a tutte le mie preziose pagliuzze d’oro. Denudare il suono, la sua essenza petrosa. Mi sento a disagio, emerge il mio ben noto senso di inadeguatezza. Gli altri ce la fanno, gli altri riescono, io, no. Per fortuna la presenza di Biagio continua ad essere rassicurante e terapeutica; col suo calore, la sua pacatezza, la sua apertura, ci fa sentire che qui nessuno è in gara, nessuno è giudicato: tutti siamo accolti, tutti abbiamo una piccola ricchezza da donare e da condividere.
Il senso dell’incontro “sui rumori” mi si rivela solo successivamente, quando finalmente avverto un’armonia nel caos. Comprendo il senso di quest’esperienza solo nell’incontro esegetico, in cui Biagio rivelerà l’identità della poetessa e ritornerà sulle due poesie proponendoci un esempio di esegesi.
Alla fine di questo mio viaggio nel viaggio, mi rendo conto che questa esperienza, come un’autentica esperienza estetica e in quanto tale, è ineffabile: di essa mi rimane essenzialmente un sapore, il senso di una ricchezza, non traducibile a parole, non quantificabile con i numeri e dunque tanto più ricca e preziosa, perché più la racconto, più lei si rivela un porto sepolto, e mi sottrae il suo inesauribile segreto.
Non solo è arduo narrarla dopo, quest’esperienza. E’ anche impossibile anticiparla, descriverla a parole prima che essa sia accaduta. Ora comprendo il perché di certi silenzi di Biagio, stesi come velluto su certe nostre domande; ora comprendo (ma lo sentivo anche allora) che non si trattava di evadere una domanda, ma solo di rinviarla al momento più adatto. Ora che ho appreso i segreti tramite gli “strumenti iniziatici”, rivelati nel quarto e quinto incontro, tutto mi sembra chiaro, ed è anche chiaro che averlo saputo prima avrebbe rovinato tutto. “‘ntender no la può chi no la prova.“
In questo senso il corso di poesia integrata è a tutti gli effetti un’esperienza particolare e unica: non può essere riassunta ed esaurita esclusivamente dalle parole; non si lascia chiudere in rigide formule o stereotipi; si sottrae e si nasconde, quando provi a svelarla.
In questo momento della mia vita, io sento quanto mai con profondità ed intensità il bisogno di qualcosa che non si lasci ridurre a poche aride formule, qualcosa che non si attesti esclusivamente su un versante specialistico, ma che parli all’uomo, integrando tutte le sue dimensioni, da quella fisica e sensoriale a quella esperienziale, fino a quella spirituale. Ora, per quanto riguarda il corso di poesia integrata sono solo a metà del cammino, ma posso affermare con sicurezza che questo mio bisogno di un’esperienza così vitale, ricca e inesauribile, è stato appagato. Lo sento.
Ripensando alla mie modalità di scelta di questo corso, credo di non esserne stata semplicemente “agganciata”, ma di averlo, a mia volta, “agganciato”. Perché ne avevo bisogno. Perché ero in risonanza con esso.
E non è finita qui. Va avanti questo nostro viaggio, verso il recupero del nostro sé: sé inteso come essere, in costante apertura verso un percorso di crescita e di evoluzione.
Se non è stato facile raccontarla, facile non è neanche chiudere quest’esperienza, perché sento che più mi avvicino ad essa, e forse la sfioro, più lei continua a sottrarsi. Rimane il sapore dell’esperienza finora vissuta, che si decanta col tempo impreziosendosi, un sapore che sa di buono e di autentico.
Ringrazio Biagio Cepollaro per avermi fatto vivere tutto questo e per continuare a dare vita alla magia. Auspico di avere altre occasioni, in futuro, per compiere esperienze analoghe sotto la sua guida illuminante e illuminata.
Sara Jelmini