venerdì, novembre 30, 2007

Biagio Cepollaro

 

La poesia contemporanea in un certo senso non esiste.

 

Nel disfacimento di un tessuto di rimandi letterari consolidato, le scritture appaiono come particelle virtuali su di uno schermo. Manca la possibilità di riferire l’appena detto ad un dire che nel tempo si è svolto e si svolge. Le tradizioni erano fatte di produzione e di ascolto.

Senza l’ascolto, il tra-mandare ma anche l’accumularsi di letture e di interpretazioni, non vi può essere tradizione: non si tratta di nostalgia per una teleologia della storia, pessima consigliera, ma di una sostanziale condivisione di valori.

I valori condivisi sono poi espressione di ‘condotte sociali’, come avrebbe detto Gargani.

Ora sono proprio queste ‘condotte sociali’ ad essere così frammentate da imporre rappresentazioni altrettanto frammentate e prive, per essenza, di tradizione, di possibilità intrinseca alla tradizione. Per questo la moda diventa archetipo, surrogato temporaneo di una contemporaneità impossibile.

La moda o la maniera sostituiscono la ricerca e impediscono qualsiasi risultato di valore, appunto.

Gli anni del recente passato che in Italia hanno visto l’esplosione del fenomeno economico-culturale della moda e degli stilisti, sono gli stessi anni che hanno visto il fiorire del manierismo (più o meno metricista) in poesia. Spirito del tempo, analogia, clima emergente dalla concretezza delle condotte sociali, forse.

D’altra parte la velocità, come aveva intuito Virilio, è il vero discrimine di questi tempi: in tempi veloci non ci può essere storia ma solo moda o maniera.

Ciò che si rivela davvero impossibile è coniugare velocità e silenzio: perché la solidità delle tradizioni ha sempre incorporato il silenzio.

Lo spazio vuoto, cioè, riservato all’ascolto e alla lettura, al fraintendimento e al chiarimento.

Ora, a questa velocità, il silenzio per i più è impossibile, fa fischiare le orecchie e non potendolo sostenere per la sua minaccia annichilente, si ricomincia a parlare, a scrivere, si ricomincia ad emettere un segnale col risultato di accrescere il rumore.

Ecco perché la poesia cronologicamente del proprio tempo non è per forza e in ogni caso anche ‘poesia contemporanea’.

 

Biagio Cepollaro

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mercoledì, novembre 28, 2007

POESIA INTEGRATA COME CORSO DI AGGIORNAMENTO-3

‘La bottega della poesia’, corso di aggiornamento

per insegnanti di italiano dell’istituto Virgilio di Milano.

Anche il terzo contributo si riferisce ai due testi di Amelia Rosselli, riportati nel post di giovedì, 8 novembre 2007

Pubblico qui il resoconto di Sara Jelmini che ha partecipato al lavoro sull’immagine, sul senso e sul suono a partire da quei testi.

 

Sui primi tre incontri  del Corso di Poesia integrata

 

Un seminario particolare, unico, scelto secondo modalità particolari, uniche. Un “non-corso di aggiornamento”, come lo ha definito una mia collega.

Mi spiego meglio: si capiva chiaramente che non si trattava di un seminario come gli altri, e questo mi attirava. Ma remava contro il mio “mentale”, che mi spingeva a schivare un impegno così lungo, articolato in ben 10 incontri, e che in più coincideva con il mio giorno libero. E poi era difficile intravedere in tutto questo una precisa ricaduta didattica. Eppure, mi risuonava. Biagio direbbe che mi era “sintonico”. Leggo il testo di presentazione, lungo e articolato,  chiudo gli occhi e decido di non pensare, e d’agire d’istinto: firmo o non firmo, uno, due, tre. Firmo. Agganciata. Sono stata agganciata da qualcosa che si rivelerà un’esperienza ricca, un piccolo, inesauribile tesoro.

All’inizio non sembra nulla di nuovo per me, questo viaggio nella mia infanzia più lontana, approdo di tante regressioni ipnotiche, non fosse per il fatto che il viaggio segue le piste d’oro della poesia.

Sono due testi per noi anonimi, due poesie, il cui autore ci verrà rivelato solo al quarto incontro, a  innescare il nostro salpare.

Non abbiamo identità, non sappiamo chi siamo, né dove andiamo, e neanche a bordo di quale mezzo. Questo, già di per sé, mi sembra  intrigante e liberatorio: come buttare a mare zavorre su zavorre di nozioni dati contenuti saperi. Che leggerezza…

Vi ripenso col senno di poi, intrisa della saggezza di antiche favole indiane, e più ci penso, più mi convinco che in quel momento tutti noi abbiamo provato il sapore dell’avventura estetica. Anche se non lo sapevamo, capivamo che eravamo su un terreno diverso da quello solitamente battuto, che quella non era un’avventura intellettuale,  ma un’esperienza “integrata”, che coinvolgeva  non solo il nostro sapere, ma tutto il nostro essere, che chiamava in causa non solo l’ego, ma il . Liberatorio, prendere il largo sull’onda calma di una lettura silenziosa, tutti insieme, e sentire l’energia del gruppo aleggiare come una calda brezza. Proviamo a individuare, durante la lettura silenziosa,  parole-chiave o versi che veicolano un’immagine particolare che ci aggancia. Visualizziamo la parola o l’immagine, una musica ci avvolge e  sull’onda delle sue note siamo immersi in un mare ignoto. Qualcuno approda nella magica terra di nessuno dell’infanzia. Per molti di noi, il viaggio è una regressione ipnotica, che passa attraverso lo scoglio delle sirene dell’infanzia.

L’esperienza si fa in gruppo, e dal gruppo trae energia e senso, ed è l’occasione per conoscere i miei colleghi sotto un aspetto inedito, per certi versi sorprendente: sono grata a Biagio anche per questo.

Le “viuzze pittoresche” di Amelia Rosselli (si scoprirà dopo i primi tre incontri l’identità della poetessa misteriosa) diventano la stessa stradina “di vetro e perla” di me bambina, e io mi rivedo lì, al mattino presto, infreddolita e assonnata,  ad aspettare il pulmino che mi porta a scuola. Rivivo quegli attimi di sospensione, nel paesaggio come incantato, gli alberi scheletriti che ricamano trame arabescate nell’aria tesa di perla. Sento che non fa poi così male, perché la mia “sofferenza” non si dichiara, è come  intrappolata nel ghiaccio,  e tutto è così magico, e anche il tempo sembra cristallizzato, e mi risuona dentro una poesia che credevo perduta. Un semplice verso, una singola parola è un filo d’oro, che dentro di me si addentra e germina, che nel profondo attecchisce e si dirama. Ne tengo ancora un capo.

Ma è tempo di tornare indietro, di immergerci in altre acque, di rituffarci dentro le “nostre” poesie. Tutti però sentiamo che il viaggio ci ha dato qualcosa, e che non torniamo a casa a mani vuote.  Io sento con chiarezza che   vi torno con una nuova ricchezza, e ne sento il sapore. Quando ripenso a quell’immagine, quella che ha innescato il mio viaggio,  lei si carica dell’immagine interiore,  si approfondisce, guadagna in spessore e densità; si arricchisce di un alone di vibrazioni, di un’aura di risonanze. Senza nulla togliere al significato del testo, vi ho scoperto dentro un senso che è solo mio,  dunque sono entrata in una relazione privilegiata col testo stesso. Ora, testo significa intreccio, tessuto: sento quindi che quella trama comprende qualche pagliuzza, qualche filo d’oro che mi appartiene, sento che noi ci apparteniamo, in un certo senso. Si è creata una nuova relazione tra me e quella poesia.

Qui siamo lontani anni luce dall’esegesi tradizionale, che si basa su dati oggettivi, utilizza un linguaggio logico e studia il testo solo da una prospettiva mentale, intellettuale. Qui sono chiamate in gioco le facoltà dell’emisfero che governa le emozioni, la fantasia, i ricordi. Qui il linguaggio procede secondo criteri analogici, non logici, perché è, in definitiva,  il linguaggio della poesia. Ci si addentra nella poesia con strumenti non estrinseci alla poesia stessa, ma interni ad essa; con modalità operative  analoghe a quelle cui attinge il poeta ab origine. In definitiva, abbiamo sperimentato su di noi la poesia,  nel suo germinare e nel suo farsi: ognuno in modo diverso, nella propria visualizzazione, nella propria regressione ipnotica, intensificata dall’ascolto della musica, con la forza del suo impatto emotivo.

Per una volta, non ci siamo trovati sul fronte opposto a quello del poeta, in veste esclusiva di esegeti, interpreti, divulgatori o, più semplicemente, di docenti armati del proprio strumentario critico. Per una volta, siamo penetrati nel nucleo profondo della creazione poetica. Siamo andati a sfiorare le origini del momento ispirativo. Poesia significa “fare”, “plasmare”: ora, io sento che noi abbiamo fatto qualcosa, abbiamo plasmato qualcosa. Certo, si tratta di un qualcosa che sfugge, si ritrae, si sottrae, o meglio: si dà nel nascondimento. Ma finalmente  l’abbiamo sperimentata, questa affascinante estetica, non conosciuta soltanto attraverso teorie.

Ripenso a quello che Biagio, negli incontri successivi ai primi tre “esperienziali”, dedicati agli strumenti, definisce “il sapore dell’esperienza estetica”: è questo il nostro canto delle sirene, questo sapore che aleggia impalpabile nei nostri incontri  e che ci unisce in quest’avventura.

Possiamo dunque tornare al nostro poeta misterioso, ognuno col suo piccolo bagaglio di ricchezza, con la sua immagine “caricata” di senso.

Il secondo incontro mi sbalza su un terreno più difficile, meno familiare, almeno per me, che con le visualizzazioni e le regressioni ipnotiche mi sento abbastanza nel mio elemento.

E’ invece difficile, adesso, decifrare i rumori che Biagio ci invita ad ascoltare, un inferno acustico, un irredimibile caos. Lo redime invece talvolta il suono d’oro,  penetrante, protratto, profondo della campana tibetana,  che ci scava dentro abissi. Si tratta, anche questa volta,  di operare una visualizzazione, anche se non più sulla scorta dell’immagine,  bensì del suono: il suono di una sillaba, di una parola, ma concepita esclusivamente come significante, scorporando da essa il significato. Tornare sulla poesia sulla scorta della sua essenza fonetica, riscoprire le figure del suono, e arrivare a un significato, a un senso, muovendo da lì, da quella strada impervia.

Non è affatto facile per me annullare parole e significati e la loro rassicurante trama, rinunciare ex abrupto a tutte le mie preziose pagliuzze d’oro.  Denudare il suono, la sua essenza petrosa. Mi sento a disagio, emerge il mio ben noto senso di inadeguatezza. Gli altri ce la fanno, gli altri riescono, io, no.   Per fortuna la presenza di Biagio continua ad essere rassicurante e terapeutica; col suo calore, la sua pacatezza,  la sua apertura,  ci fa sentire che qui nessuno è in gara, nessuno è giudicato: tutti siamo accolti, tutti abbiamo una piccola ricchezza da donare e da condividere.

Il senso dell’incontro “sui rumori” mi si rivela solo successivamente, quando finalmente  avverto un’armonia nel caos. Comprendo il senso di quest’esperienza solo nell’incontro esegetico, in cui Biagio rivelerà l’identità della poetessa e ritornerà sulle due poesie proponendoci un esempio di esegesi.

Alla fine di questo mio viaggio nel viaggio, mi rendo conto  che questa esperienza, come un’autentica esperienza estetica e in quanto tale, è ineffabile: di essa mi rimane essenzialmente un sapore, il senso di una ricchezza, non  traducibile a parole, non quantificabile con i numeri e dunque tanto più ricca e preziosa, perché più la racconto, più lei si rivela un porto sepolto, e mi sottrae il suo inesauribile segreto.  

Non solo è arduo narrarla dopo, quest’esperienza. E’ anche impossibile anticiparla, descriverla a parole prima  che essa sia accaduta. Ora comprendo il perché di certi silenzi di Biagio, stesi come velluto su certe nostre domande; ora comprendo (ma lo sentivo anche allora) che non si trattava di evadere una domanda, ma solo di rinviarla al momento più adatto. Ora che ho appreso i segreti tramite gli “strumenti iniziatici”, rivelati nel quarto e quinto incontro, tutto mi sembra chiaro, ed è anche chiaro che averlo saputo prima avrebbe rovinato tutto. “‘ntender no la può chi no la prova.“

In questo senso il corso di poesia integrata è a tutti gli effetti un’esperienza particolare e unica: non può essere riassunta ed esaurita esclusivamente dalle parole;  non si  lascia chiudere in rigide formule o stereotipi; si sottrae e si nasconde, quando provi a svelarla.

In questo momento della mia vita, io sento quanto mai con profondità ed intensità  il bisogno di qualcosa che non si lasci ridurre a poche aride formule, qualcosa che non si attesti  esclusivamente su un versante specialistico, ma che parli all’uomo, integrando tutte le sue dimensioni, da quella fisica e sensoriale a quella esperienziale, fino a quella spirituale.  Ora, per quanto riguarda il corso di poesia integrata sono solo a metà del cammino,  ma posso affermare con sicurezza che questo mio bisogno di un’esperienza così vitale, ricca e inesauribile, è stato appagato. Lo sento.

Ripensando alla mie modalità di scelta di questo corso, credo di non esserne stata semplicemente “agganciata”, ma di averlo, a mia volta, “agganciato”. Perché ne avevo bisogno. Perché ero in risonanza con esso.

E non è finita qui. Va avanti questo nostro viaggio, verso il  recupero del nostro  : inteso come essere, in costante apertura verso un percorso di crescita e di evoluzione.

Se non è stato facile raccontarla, facile non è neanche chiudere quest’esperienza, perché sento che più mi avvicino ad essa, e forse la sfioro, più lei continua a sottrarsi. Rimane il sapore dell’esperienza finora vissuta, che si decanta col tempo impreziosendosi, un sapore che sa di buono e di autentico.

Ringrazio Biagio Cepollaro per avermi  fatto vivere tutto questo e per continuare a dare vita alla magia. Auspico di avere altre occasioni, in futuro, per compiere esperienze analoghe sotto la sua guida illuminante e illuminata.

 

Sara Jelmini

 

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sabato, novembre 24, 2007

Poesia da fare n. 28:conclusione della Prima Serie (2005-2007).

 http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/pf028.pdf

Editoriale

 

Con questo numero ventotto si conclude la prima serie della rivista on line Poesia da fare.

La rivista, in pdf, è nata nel maggio del 2005 ( evoluzione del flusso dell’omonimo blog avviato nel 2003) con un Numero Zero che comprendeva testi di Luigi Di Ruscio (da Iscrizioni, inedito che sarebbe poi diventato e-book di Poesia Italiana E-book), dell’esordiente Jacopo Galimberti e del narratore Giorgio Mascitelli. Vi erano anche dei testi critici su Andrea Inglese e Sergio La Chiusa e un’immagine ‘povera’ da me prodotta.

Sicuramente la ‘leggerezza’ è un formato adatto alla rete, invogliando l’accesso e il ‘salvataggio’ su disco fisso: infatti, è stato ed è considerevole il numero degli accessi, potendo ‘sfogliare’ la rivista anche a monitor. Ma questa ‘leggerezza’ era anche un modo per resistere, con scelte qualitative, al flusso inarrestabile e ipertrofico della rete.

La scelta di due autori, un’immagine, un breve scritto come editoriale: brevità del messaggio ma periodicità mensile puntuale, concentrazione su poche cose perché non vi fosse rumore. E si, perché il mezzo interattivo per eccellenza paradossalmente è anche il luogo del solipsismo più sfrenato e disperato. Invece intorno alla rivista Poesia da fare, in questi due anni e mezzo, non solo vi erano altre iniziative convergenti (il blog omonimo, i Quaderni semestrali, le e-dizioni di Poesia Italiana E-book) ma si è andata formando via via una comunità di scrittori: alcuni si sono conosciuti proprio grazie a questi strumenti in rete ed hanno trovato affinità e motivi di vero dialogo. E i nomi sono poi proprio tra quelli che oggi si vanno sempre più consolidando per affidabilità e per risultati di lavoro letterario…

Poesia da fare non ha voluto essere anacronisticamente una rivista di ‘tendenza’ come poteva (e assolutamente doveva in quel contesto novecentesco, negli anni ’90, essere Baldus, né ha voluto sottrarsi all’impegno della scrittura attraverso i tornei vocali, le corride poetiche, le fiere del narcisimo paratelevisivo, né d’altra parte ritrarsi in un silenzio privo di curiosità per il presente e per le sue più diverse manifestazioni di qualità.

Alla fine la rivista ha preso atto del mutamento tecnologico-esperienziale (per dirla con un‘espressione che usavo ai tempi di Baldus,) e ha proposto delle possibilità di poesia, possibilità tutte da realizzare ma intanto concrete, a loro modo, più che possibilità in molti casi: risultati, provvisori, ma attestati…

Dentro la Rete ma con una lunga esperienza maturata prima della Rete, dentro i flussi ipertrofici del web ma senza cedere all’indifferenziato, all’equivalenza dei valori, alla superficialità e caoticità incoraggiati dalla facilità del click. Soprattutto senza compromessi con la sterilità, spesso insopportabile, del narcisismo di tanti operatori in cerca di una residua ‘identità’ sociale, all’apparenza facile da raggiungere, attraverso un’arte per nulla facile come la poesia.

Senza queste concrezioni non avrei potuto fare gli incontri che ho poi raccontato in Incontri con la poesia. Quattro anni di critica on line(2003-2007): più di venti poeti letti con interesse intellettuale e coinvolgimento emotivo...


Più di venti prospettive di configurazione dell’esperienza contemporanea, dove l’unico collante vero mi pare essere, soprattutto extra-letterario: la ‘precarietà’ e la ‘ricerca a tastoni’ nel bel mezzo di quel rumore che la rete non produce ma semplicemente riproduce…

E’ questa precarietà nel disorientamento radicale ad essere, credo, il tratto distintivo, di una poesia non più novecentesca, quella sì sempre e comunque sorretta da conforti teorici, di poetica, se non addirittura ideologici. Anzi, quando oggi deliberatamente si prova a riconnettersi a qualche tradizione novecentesca, l’effetto è quello della forzosa riesumazione di orizzonti tramontati, sia che si tratti di istanze normative, sia che si ripensi ad istanze trasgressive…Anche per questo la centralità dei testi tiene rispetto ad interminabili discussioni che finiscono con l’andare a vuoto, sul vuoto…

Non si può ricominciare che dai testi, insomma, da ciò che concretamente si fa, dalla poesia fatta che apra alla poesia da fare

Poi viene il rispettoso e dialogante accostamento, la lettura che sia una reale esperienza di lettura, viene, insomma, il momento della critica che non è altro che una lettura intensa, adeguata alla relazione, e quindi, difficile… Tutta da reinventare in contesti così mutati e nell’affollarsi di voci significative di cui tener conto: non certo per mappature il cui senso è solo editoriale. Quante antologie appaiono come un vecchio strumento inservibile nell’era in cui l’esaustività è esclusa per principio e i criteri dell’autorevolezza del selezionatore sono tutti in questione, a cominciare dall’incapacità di tenere insieme lo sguardo sull’universo cartaceo e su quello della Rete, senza arrendersi negando l’uno o l’altro! E ciò non è raro che accada...

A conclusione di questa prima serie potrebbe seguire una seconda serie, rinnovata, con un gruppo redazionale...Per ora è solo un’ipotesi da verificare... Intanto devo dire che, a parte la fatica di gestire da solo il numero notevole di testi e di autori per la realizzazione di questi ventinove numeri -col numero zero-, in quest’avventura mi sono, si può dire?, più spesso divertito...

 

Biagio Cepollaro

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mercoledì, novembre 21, 2007

X QUADERNO DI POESIA DA FARE, conclusivo della prima serie (2003-2007)

http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/QuadernX.pdf

Biagio Cepollaro Editoriale

Francesco De Girolamo da Anfibi

Pier Maria Galli Poesie

Massimo Gezzi da L’attimo dopo

Gabriele Iarusso da Coito

Giorgio Mascitelli Lettera di un ex-adolescente

Marina Massenz Poesie

Davide Nota da Il non potere

Angelo Petrella da Piazze d’Italia

Antonella Pizzo Al limite

Davide Racca Giona NN

Biagio Salmeri da La dea della geometria

 

Editoriale, X Quaderno di Poesia da fare. Biagio Cepollaro

Con questo decimo quaderno di Poesia da fare si conclude la prima serie dei quaderni, iniziata nel 2003. Una delle motivazioni fondamentali di questa iniziativa è stata quella di coagulare il flusso del blog e, in seguito, della omonima rivista, selezionando o compattando ciò che una periodicità mensile tendeva a frammentare.

I quaderni in pdf alludono strutturalmente e materialmente alla stampa, costituiscono per così dire l’immediata vigilia della materializzazione cartacea. E nell’essere a metà strada tra la volatilità delle pagine della rete e la consistenza oggettuale dei libri, può capitare, come a me è capitato, di chiedersi se è poi davvero desiderabile il concludersi del processo, se valga la pena, insomma, di stampare su carta tutto questo.

Questa esitazione nasce dalla circolazione e dalla diffusione, in modi specifici e ancora tutti da studiare, sicuramente più significativi per questi testi ‘scaricabili gratuitamente dalla rete’ rispetto al buco nero della distribuzione ‘terrestre’.

E i numeri, anche se sempre interpretabili, parlano chiaro.

Ma il coagulo di ciò che è emerso in rete e non , almeno di una parte rilevante di ciò che è emerso in materia di poesia in Italia, certamente in questi quattro anni e più, si è concretizzato negli indici dei dieci quaderni, tanto nutriti quanto a loro modo essenziali e severi.

E’ come se i quaderni avessero registrato, senza averne l’intenzione, un vero e proprio mutamento di paesaggio: apparizione di nomi e voci della poesia mai ascoltati prima, trasformazioni di percorso di poeti più avanti negli anni, vitalità di traiettorie nel tempo fedeli a se stesse.

La prevalenza di questi voci si radica, nel suo formarsi e primo esprimersi alla luce, tra gli anni ’90 e i primi cinque anni del nuovo millennio. Ed è proprio questa prevalenza a fare il paesaggio mutato che dicevo prima.

Nel licenziare questa prima serie dei quaderni se mi chiedo qual è il sapore che mi resta di tanta poesia letta e dei poeti incontrati spesso attraverso mail ma qualche volta incontrati di persona e, davanti ad un bicchiere di vino, diventati istintivamente amici, mi rispondo che è la precarietà, la provvisorietà di una lingua che non si carica più di istanze supplementari di poetica, con i suoi segni evidenti di rifiuto e ripulsa, con il suo fitto e denso dialogare intertestuale.

Basti pensare agli anni ’80 e ’90 e l’attuale paesaggio si staglia con le sue radicali differenze: dissolto di fatto il manierismo, le diverse forme di citazionismo, evitate le secche trash così devastanti per la narrativa coeva, sgonfiata sostanzialmente ogni pretesa orfica risalente agli anni ’70, ciò che è venuto fuori è la pervasività di un quotidiano non realistico (non quello, almeno, generato dal realismo degli anni ’50 e 60), quasi a mostrare, attraverso gli strumenti della ‘percezione estetica’, questa ‘nuova generazione di realtà’ come avrebbe detto Paul Virilio.

Non più contrapposizione tra alto e basso, tra nobile e volgare, tra tradizione e avanguardia: sviluppo e disseminazione di ciò che avevo intuito tra gli anni ’80 e’90 nelle riflessioni sul deterioramento delle polarità moderne (cfr. Perché i poeti? www.cepollaro.it/poeti.pdf ).

Questo quotidiano non realistico può toccare indifferentemente i temi del sacro o del profano, della sessualità nelle sue diverse forme o delle difficoltà di stabilire un senso alle circostanze, può stringere in nodi intellegibili relazioni attraversate dal potere anche sociale, anche storico e le miserie degli umani rapporti. Anche questo è quanto emerge dalla mia ricognizione nei quattro anni di vita di questa prima serie dei quaderni e raccolto in Incontri con la poesia (www.cepollaro.it/CepInconTes.pdf).

Ma è comunque, anche se non configurato e radicato in una biografia, il quotidiano di qualcuno. Ed è questa, credo, la nuova modalità in cui si presenta la condizione idiolettale.

Non è nella lingua, nel lavoro microlinguistico, nell’insistenza sui significanti da scomporre e ricomporre, come attestato in modi diversi e secondo diverse finalità, negli anni ’70-’90, ma è in una sorta di condizione antropologica idiolettale.

D’altra parte l’impossibilità -che si fa palese con la diffusione dei testi e di sempre nuovi autori in rete- di costringere in qualche schema inventato ad hoc quel tipo o quell’altro di poesia, sta proprio a significare l’orizzontalità del nuovo paesaggio.

Si tratta di un orizzonte dove ognuno cerca di disegnare la propria rappresentazione, non perché veicoli dei sensi ulteriori, progettuali, di ‘conversazione sociale’ sulla base di uno spazio pubblico di riferimenti condivisi, ma semplicemente per poterle abitare.

E’ questa lingua d’emergenza, come una volta mi sono espresso per caratterizzare la poesia più recente incontrata, che ha fatto il ‘movimento’ della poesia di questi ultimi dieci anni.

 

Biagio Cepollaro

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venerdì, novembre 16, 2007

POESIA INTEGRATA COME CORSO DI AGGIORNAMENTO-2

‘La bottega della poesia’, corso di aggiornamento

per insegnanti di italiano dell’istituto Virgilio di Milano.

Anche il secondo contributo si riferisce ai due testi di Amelia Rosselli, riportati nel post di giovedì, 8 novembre 2007

Pubblico qui il resoconto di Francesco Casella che ha partecipato al lavoro sull’immagine, sul senso e sul suono a partire da quei testi.

 

Il  cenacolo della poesia

Un testo, anzi due testi brevi e un po’ oscuri, nonostante l’apparente linearità del linguaggio – il senso tuttavia sfugge – una manciata di colleghe/i intorno a un tavolo, un maestro affabulante. Vago senso di spaesamento all’inizio, dinnanzi a volti ignoti e a volti noti.

E si parte dall’invito a fermare una immagine dal testo, nel silenzio prima, poi avvolti da suoni. E, chissà come, misteriosamente, la spugna del primo verso evoca in me dimenticate lontananze – ricordi d’infanzia che ancora dentro piangono, forse -

Un bagno un bimbo

Io bimbo in quel lontano

Bagno del passato.

La spugna è scura, ha neri fori

La nonna dice che viene dal mare.

La spugna… il mare…

Non comprende il fanciullo

Il bagno stretto angusto

buio, e il vasto mare

ch’egli ancora non vide

E poi ci si ritrova ancora, lo strano cenacolo col maestro napoletano affabulante e sono ancora quei testi, quei due testi brevi e misteriosi sul foglio bianco, e ancora suoni e rumori riempiono la stanza e ciascuno segue le tracce delle sue personali risonanze.

Risonanze tra sé e il testo misterioso e i suoni dall’esterno che a volte danno proprio fastidio.

E ancora ci si incontra nella stanza, ma questa volta il napoletano affabulante porta con sé un oggetto che viene da lontano: una campana, una bella campana tibetana, e da quella estrae suoni immensi e strani e vicini e lontani che dentro di noi risuonano lungamente - Ogni campana possiede il suono, ma non suona sempre - e riprendiamo a inseguire gli armonici fino all’orizzonte e oltre, in un cosmico viaggio fuori e dentro di sé… ma i merli tacciono e quel sintagma resta là e si staglia sullo sfondo sonoro.

E infine ancora ci ritroviamo nel nostro cenacolo e l’affabulante maestro ci rivela il nome della poetessa e dottamente percorre il testo e insegue i fonemi alla ricerca del senso che si nasconde in una dolorosa contraddizione tra il dentro e il fuori; tra il desiderio urlante di comunicare e un sofisticato sequestro che atrocemente ingabbia quello stesso desiderio.

La lezione è bella e appassionante: ci apre una impensata chiave di lettura di un testo poetico e insieme una sorta di misteriosa simpatia tra l’infelice poetessa e il nostro comune dolore di lettori comuni.

Francesco Casella

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martedì, novembre 13, 2007

Biagio Cepollaro

 

 

Sul breve saggio di Di Spigno ‘La credibilità del contrabbando: poeti contemporanei e lo spirito del tempo’.

 

Indipendentemente dalle scelte testuali che come sempre sono mosse dal gusto, dalle occasioni, dalla storia e anche dal caso, più o meno fortunato, dagli incontri che si fanno, ciò che mi convince e mi stimola del saggio di Di Spigno apparso su Per una Critica futura n.4 www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/crit004.pdf  è l’impianto dichiarato da cui si formano innanzitutto le domande. La prospettiva è quella di un lettore che vuole dalla poesia contemporanea qualcosa d’importante che riguardi tutti, al di là di ogni ragionevole relativismo, di ogni ragionevole autismo, di ogni prezzo corporativo da pagare. Il suo discorso parte da una diagnosi della condizione in cui viviamo e la considera un dato di partenza, un postulato a partire dal quale costruire il suo discorso. Se ne assume fino in fondo la responsabilità. Lo scritto comincia con una serie di criteri espliciti di partenza: ‘Ogni testo poetico, per quanto apparentemente insensato o superfluo, può definirsi riuscito solo se condivide con lo scrivente un’indagine sull’essere stesso delle cose nella sua specifica pertinenza temporale; non soltanto un approccio realistico alla realtà circostante, sia essa ambientale, scientifica, antropologica, meta-fisica o quant’altro.’

Viene stabilito qui un criterio iniziale di coerenza, la più elementare, la più fondante: tra chi scrive e il suo stare al mondo e cosa scrive. Infatti la ‘necessità’ dei versi sta tutta in quel tipo di percezione che è capacità ‘ di non farsi ingollare dalla serialità delle vicende quotidiane o dalla sopraffazione del vissuto’ per poter ‘intercettare quel tanto di vibrazione, inquietudine, novità, senso del presente che ognuno percepisce, seppure in gradi diversi.’

Dunque la necessità dei versi sta nella capacità di cogliere un presente a tutti comune ma offuscato pesantemente dalla situazione attuale, caratterizzata  dalla minaccia ‘ di una perdita (anche parziale) dell’efficienza delle facoltà cognitive personali: dalla saggistica, sempre più settoriale e specialistica, alla narrativa, sempre più commerciale ed evanescente’ ma più in generale da un subire quotidiano che si stratifica e che ottunde le menti, le capacità discriminative...Non solo in ambiti culturali...

E dunque cosa chiedere alla poesia, e, in definitiva, perché leggere poesia? Per restare intrappolati nel ‘puro stilismo’, per ‘rassegnarsi alla correità verso il disastro’ (del senso, dell’esperienza, del dire qualcosa che ci riguardi davvero)? Al crollo dei valori umanistici o dell’etica sostantiva dei valori (Habermas) come rispondono i poeti? Dove si può trovare forza ‘veritativa’ nelle loro parole?

I versi avranno a che fare, se lucidi, con ‘la vessazione mediatica del biopotere’ (nel senso di Foucault), con ‘l’anatomia del nichilismo postmoderno’, con ‘una sorta di testimonianza di una catastrofe epocale, della fine di un tempo definito, per qualcos’altro di non ancora comprensibile’,

con la necessità di ‘mostrare’ il Nulla in cui si nasconde ‘l’economia sociale.’

L’assunzione di questo punto di vista permette al coraggioso Di Spigno di aver in mano dei criteri di discriminazione per poter valutare se certa poesia è vitale oppure no, se certi percorsi sono significativi perché rispondono ad angosce e necessità collettive oppure se sono coerenti con la vessazione mediatica e con l’inebetimento che sempre più si offre come attuale ‘spirito del tempo’, tanto violento nello sterminio quanto sordo e incapace nel percepire la realtà (qualsiasi sia il senso che si vuole dare a questa parola) del proprio presente. La soggettività del punto di vista è dichiarata. Ma è dichiarata anche la sfida che viene posta ad un possibile senso ‘oggettivo’ di questa soggettività: l’opportunismo, insomma, viene messo alle strette da un’evidenza.  Cioè: ‘E nella troppa considerazione della realtà, senza riuscire a trascenderla, sta il gap culturale di molta intellighenzia attuale, con le sue pose socratiche, sempre troppo schiacciata sul contemporaneo, sempre troppo impegnata su di esso per arrivare alle cause di ciò che descrive. La critica letteraria, nell’ultimo decennio, non è stata esente da questa trasformazione che l’ha impoverita fino a farne una retroguardia ornamentale per almanacchi e antologie’. E se questa è responsabilità della critica non meno grave è quella di tanta poesia ‘ di aggressione al reale’ (anche manierista) che è ‘quella di contrabbandare il malessere personale con la sua formalizzazione declamatoria, con una retorica, magari anche virtuosistica, che lascia cadere ogni ipotesi di credibilità, intellettuale ed estetica.’

Queste dure affermazioni di Di Spigno sono difficilmente contestabili e spiegano in gran parte anche l’ipertrofia versificatoria della rete nei suoi aspetti più deleteri perché privi anche del sapere manierista.

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martedì, novembre 13, 2007

POESIA INTEGRATA COME CORSO DI AGGIORNAMENTO-1

‘La bottega della poesia’, corso di aggiornamento

per insegnanti di italiano dell’istituto Virgilio di Milano.

Il contributo si riferisce ai due testi di Amelia Rosselli, riportati nel post di giovedì, 8 novembre 2007

Pubblico qui il resoconto di Paola Gajotti che ha partecipato al lavoro sull’immagine, sul senso e sul suono a partire da quei testi.

 

Risonanze

 

Le immagini sono suscitate da una parola, da un colore, da una consonante, da un suono. Proprio in quel momento lì, in mezzo agli altri, voci, presenze, si impongono per far parlare l’animo.

E “quanti campi” diventano quello conosciuto, lungo la strada percorsa nell’infanzia o quello consueto delle passeggiate in collina fuori città nei momenti della vita da adulto.

Il colore rosso, quello dei monaci della Birmania, odierno Myanmar, che lottano per la libertà.

La consonante “r” riporta alla quotidianità, diventa il rumore del motorino in mezzo al traffico della vita di ogni giorno che non dà più fastidio.

Altri suoni o altri silenzi sono quelli dell’inquietudine, della solitudine, del non compreso, di ciò che rimane oscuro.

“C’è come un dolore nella stanza” che non si supera, una contrapposizione tra un barlume di vita, un’esigenza di libertà e la sofferenza che soffoca, che non è solo delle parole della poesia ma anche quella della vita.

E poi il bisogno fortissimo per me di capire chi è l’autore di quelle liriche, per comprendere ciò che rimane al di fuori di sé, che appartiene ad un altro presente-assente.

Questo è stato per me parte dell’esperienza della poesia nel gruppo con Biagio e gli altri colleghi, non nella solitudine quindi, partecipare e condividere sentire profondo e intimità.

Le immagini, i suoni, i colori, i silenzi, le parole si sono moltiplicati in modo straordinario.

 

Paola Gajotti.

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venerdì, novembre 09, 2007

DE REQUIE ET NATURA. MINIANTOLOGIA

Ringrazio Francesco Marotta per la cura della miniantologia di De requie et natura (1985-1997), mia trilogia, pubblicata ora sul suo blog all’indirizzo http://rebstein.wordpress.com/2007/11/09/de-requie-et-natura-biagio-cepollaro/ e corredata da un saggio di Giuliano Mesa.

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giovedì, novembre 08, 2007

Biagio Cepollaro

 

Due poesie di Amelia Rosselli secondo i criteri della poesia integrata.

 

Nell’ambito di un corso di aggiornamento per insegnanti di italiano dell’istituto Virgilio di Milano, ho proposto dieci incontri dedicati allo studio dei principi e dei metodi della ‘poesia integrata’.

Gli appunti seguenti relativi a due poesie di Amelia Rosselli sono scaturiti dal lavoro sull’immagine, sul suono e sul senso realizzato insieme al gruppo di lavoro.

Tali appunti restano provvisori in attesa dei contributi dei partecipanti che saranno destinati ad una specifica pubblicazione. Si tratta qui solo di dar conto di  risultati iniziali necessariamente parziali e relativi soltanto alla parte ‘scritta’ dell’intera esperienza.

 

Quanti campi che come spugna vorrebbero                                                                                                                                               

arricchire il tuo passato, anche il                                                                                                                                                                                                                     

tuo presente soffocato.                                                                                                                                                                                 

 

Quante viuzze del tutto pittoresche

che tu vorresti tramutare in significato                                                                                                                                                         

 

dell'essenza di questa tua sofferenza.

 

Ma geme nell'essenza della tua sofferenza

un desiderio di sonno o di carne. Oh

 

come i merli tacciono! Hanno confuso

la tua idea della pace con il tramonto

 

che offrì ai tuoi occhi penduli solo

un sofisticato sequestro della tua brama

 

d'essere solo, e te stesso.

 

*

C’è come un dolore nella stanza, ed

è superato in parte: ma vince il peso

degli oggetti, il loro significare

peso e perdita.

 

C’è come un rosso nell’albero, ma è

l’arancione della base della lampada

comprata in luoghi che non voglio ricordare

perché anch’essi pesano.

 

Come nulla posso sapere della tua fame

precise nel volere

sono le stilizzate fontane

può ben situarsi un rovescio d’un destino

di uomini separati per obliquo rumore.

 

da Documento (1963-1966), in Antologia poetica, Milano,1987

 

Queste due poesie si collocano tra il 1963 e il 1966, incrociano cronologicamente le inquietudini della neoavanguardia ma non ne assorbono l’a-sintattismo caratteristico: il testo conserva una sua ‘tranquillità’ sintattica per spostare altrove la sua ricerca.

Piuttosto il lessico sembra risentire della tradizione sperimentalista degli anni ’50 (il primo lettore entusiasta delle poesie della Rosselli fu proprio Pasolini), ma al di fuori sia dell’ironia che dell’estetismo crepuscolare, così come dall’intenzione esplicita di coltivare registri basso-colloquiali.

Anzi, il colloquiale è sostenuto e l’eventuale sprezzatura conferma la sostanziale altezza del dettato, inanellato con leggerezza non priva di vera e propria maestrìa: la densità del senso scorre via perfettamente incanalato dalla sintassi tendente all’ipotassi.

 

Un lessico per lo più  ordinario,  costruzione sintattica lineare ma sconvolgimento sottile, per leggeri slittamenti all’interno dell’impianto logico della disposizione dei versi.

Il piano sintattico viene costantemente ‘superato’ da quello semantico, così come un fiume che tracimi debolmente ma costantemente dalle sue sponde in alcuni punti-chiave.

 

Lo slittamento è dovuto all’utilizzo della retorica mimetizzata.

Una retorica mimetizzata nel discorso diretto fa apparire come ordinarie delle metafore assolute e carica di ambiguità termini di paragoni – anche scopertamente letterari e abusati- collocati con disinvoltura senza preavviso e senza apparente necessità.

 

Il riferimento storico più immediato, per alcune di queste caratteristiche, non è tanto rintracciabile nella poesia italiana quanto nella poesia metafisica inglese, in Anatomia del mondo di J.Donne, ad esempio.

In quel capolavoro di poesia ‘ di pensiero’ la posizione della storia individuale veniva radicata in un costante rispecchiamento tra micro e macrocosmo, coinvolgendo nella sorte di una perdita e di un lutto, la più universale perdita di punti di riferimento, psicologici e cognitivi.

Solo che nella poesia novecentesca della Rosselli il pensiero si contrae, i passaggi delle equivalenze vengono saltati: è assorbito tutto dal simbolo.

Poesia di pensiero che organizza logicamente simboli mimetizzati nell’andamento ordinario del discorso. Qualsiasi oggetto può caricarsi di valore simbolico grazie alla sua collocazione nella trama di simmetrie e opposizioni del testo. Questa sovranità della nominazione è atto giudicante e ricostruzione di precarie configurazioni di senso.

 

In un intervista-video degli anni ’80, la Rosselli dichiarò che ogni poesia era un problema da risolvere. La soluzione poteva essere anche contraddetta dal testo successivo (a differenza della prosa e della sua coerenza). Quindi porre un problema in poesia significava per lei assumere la contraddizione come elemento costitutivo del pensare-dire.

 

La struttura  profonda di questa poesia si rivela poi ‘sonora-musicale’: è il piano fonosimbolico ad organizzare simmetrie e movimenti che saranno poi percepiti dal pensiero. La struttura ‘musicale’ dispone l’argomentazione del pensiero: questo potrebbe essere il limite estremo, l’asindoto mai raggiunto. La struttura musicale è il luogo più naturale della mimetizzazione. Evidenziate le ripetizioni, le simmetrie, le corrispondenze e le inversioni di alcuni fonemi si ha come spianata la strada all’interpretazione del testo.

Le relazioni tra i fonemi comunicano direttamente con il piano semantico, lasciando a quello sintattico solo la funzione del nascondere, del mimetizzare. Questa priorità del suono (che è priorità logica ma anche generativa, germinale, della cellula )  è ciò che conferma l’interesse così preminente e attivo per la musica sperimentale a lei contemporanea. Ed è la ragione per cui la musica è al fondo dell’argomentazione , della particolare ‘argomentazione’ poetica.

 

Ma anche: rintracciate le parole-chiave che strutturano la pseudo-ordinarietà del discorso, è possibile individuare la rete dei fonemi.

I due movimenti vanno insieme.

Tutto ciò sta a significare che la superficie della vita è già intessuta di significati profondi: la nominazione poetica non fa che portare alla luce questo nesso. Non si aggiunge ad una precedente nominazione: non è lo scarto lirico, l’effusione lirica, la variazione retorica del noto, ma è atto di conoscenza essa stessa che va ad installarsi come mondo autonomo e completo di senso, come pragmatica, relazione speciale con il mondo.

E più sembra esserci qualcuno dall’altra parte, dalla parte del ‘tu’ a cui la parola si riferisce, più questo ‘tu’ perde i contorni possibili, reali, noti: è la situazione deittica a cui tende questa sorta di uscita pragmatica dal circolo chiuso della poesia di pensiero e del suo essenzialismo.

E come la sintassi aveva la funzione di nascondere/far funzionare la relazione tra suono e significato, addomesticandone la forza, così la situazione deittica tende a nascondere/far perpetuare la solitudine del pensiero con se stesso e con i propri fantasmi.

 

Appendice 1

Tavola di lavoro n.1

 

Analisi semantica a partire da parole-chiave.

 

Quanti campi che come spugna vorrebbero                                                                                                                                               

arricchire il tuo passato, anche il                                                                                                                                                                                                                    

tuo presente soffocato.                                                                                                                                                                                

                                                                                                                                                                                                                      

Quante viuzze del tutto pittoresche

che tu vorresti tramutare in significato                                                                                                                                                         

 

[[dell'essenza di questa tua sofferenza.]]

 

Ma geme nell'essenza della tua sofferenza

un desiderio di sonno o di carne. Oh