martedì, luglio 31, 2007

Biagio Cepollaro

 

Lettera su Il Manifesto del comunista dandy di Francesco Forlani

 

Caro Francesco,

la prima volta che ti ho sentito parlare del ‘comunista dandy’ risale almeno a quindici anni fa. All’inizio credevo che fosse una delle tue battute paradossali, un calembour, sempre in bilico tra la boutade e l’illuminazione. Come dire, in bilico tra  il gioco di parole e le parole in gioco, messe in gioco, costrette a giocare davvero il loro senso. Dentro la redazione di Baldus scalpitavi e ricordo quando hai cominciato a creare situazioni (riviste, gruppi musical-letterari, comitive franco-italiane, circhi erranti) la percezione netta di quale era il tuo modo di fare le cose: ora ne hai fatto un manifesto.

Ci ha sempre accomunato l’insofferenza e l’incredulità per l’atteggiamento del letterato ottuso e mummificato. Per chi non è come dice, non appare come dice. Il freddo di chiamata, l’inibito che razionalizza e sparge tristezza. E non è questione di ‘umanità’ che si aggiunge come optional al lavoro intellettuale, è questione di sostanza, cioè di apparenza che per te vuol dire radicale immanenza.

Senza la superficie (del mare) non vi sarebbe profondità dice il tuo Manifesto e, aggiungo io, senza profondità non ci sarebbe superficie: ciò che conta è che le parole non siano solo parole...

E ci vuole coraggio e una discreta fortuna (incontri, casi, storie, maestri, amici-nemici, amici-amici…). E talento, e tanto.

Già ai tempi dell’università e degli studi simili ci premeva leggere gli autori che avevano esplorato la vita, non i ‘librieri’, come chiamava Camus i letterati, i facitori di libri. Ed ho sempre saputo che con grande coraggio tu stavi provando delle ipotesi sulla tua pelle, come fanno coloro a cui davvero interessa la cultura e che perciò ad essa preferiscono, appunto, l’attenzione e la cura, come scrivi tu. Nel Manifesto lo dici con chiarezza: ‘ Il comunista dandy ha una sua naturale eleganza dovuta all’attenzione e non all’esibizione, alla cura e non alla cultura’ (pag.6).

La tua attenzione e la tua cura sono pratiche di sospensione fenomenologica per evitare il risaputo e per aprire a delle possibilità a venire.

E c’è del metodo nella tua follia..

‘La stravaganza del comunista dandy è un dialogo con il ridicolo, ed un anticorpo al grottesco’.

Il grottesco è il ridicolo da piccolo, come il male è il banale da piccolo, come dice il nostro amico Pino Tripodi. Il grottesco è la dimensione in cui  la distanza tra l’intenzione e il fatto, tra l’idealità e i comportamenti concreti è così grande da lasciare paralizzati, il ridicolo è ancora una sfasatura, una spia che tradisce, un sintomo: il ridicolo si può gestire e integrare in una risata che seppellisce, il grottesco no. Ecco, il comunista dandy ci aiuta a salvarci dal grottesco fermandosi sugli aspetti infantili di esso, quando da bambino, è ancora solo ridicolo.

E’ l’ottimismo del comunista dandy che vede nella generalizzazione del debito la paradossale creazione di una comunità…Il debito si fa da sistema di oppressione  generatore di umanità, sia pure seppellita sotto l’astrazione generale del Danaro. Il ridicolo qui dissotterra l’umano schiacciato sotto la presunzione economicista, dentro la teologia grottesca del capitalismo liberista.

 

La cura per la superficie è metodo di immanenza, antiplatonismo in atto, momento di contatto.

E’ stile di vita per dare la propria vita allo stile. Lo stile per te non è scelta retorico-stilistica, non è una cosa scritta, ma il prodotto dell’attenzione e della cura, progetto e design di ogni singolo evento-oggetto. Ogni singolo evento-oggetto ha la sua dignità. Dal farsi la doccia alla scelta delle scarpe, delle calze…

Della prolissità del mondo cosa fa il comunista dandy? Ci sguazza dentro come in un mercatino dell’usato. Come ready-made universale, come un cappello cosmico in cui agitare i ritagli di giornale per fare la poesia di Tzara…

 

 Il comunista dandy non ha psicologia. La critica alla psicoanalisi (articolo 9) mette il dito nella piaga di questo sistema di pensiero centrato sull’egotismo. Il comunista dandy individua il ridicolo della psicoanalisi che è quello di indurire l’io cementandolo nella sua prigione. E lo fa non a partire da un’istanza più profonda e universale dell’io ma a partire da un’egoità così esasperata ed enfatizzata da essersi svuotata e divenuta essa stessa la superficie percepita, la cosa che di volta in volta, accende l’incontro.

L’egoità del comunista dandy eccede ma non prevarica, è un’eccedenza che vive di contatto.

L’incursione nel ridicolo non è pedagogia: ognuno poi deciderà per sé (Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi).

 

Ma almeno il contatto enfatizzato allude alle possibilità delle relazioni. Il comunista dandy è sempre puntuale. Nel senso che è anti-storicista, vive nell’attimo. Attimi che hanno ‘seguito’: questa è la sua memoria: il seguito indefinito nel tempo degli attimi.

Caro Francesco, per Baldus inventasti la sezione dei ‘Paesaggi’.

Non erano luoghi, erano un metodo e una moralistica. Il Manifesto è un trattatello di moralistica, alla francese. Esprit de finesse centrato sulla superficie ridicolo-grottesca delle cose. Un modo pascaliano di trovare la finesse non nel cuore (nel profondo) ma attraverso la geometria non euclidea delle cose ordinarie-straordinarie.

Intuizione che non si appropria di una verità ma che decostruisce una contraffazione ragionevole. Intuizione che invece di illuminare una verità interiore punta allo sputtanamento di una menzogna esteriore. Una moralistica che non addita peccati ma cadute di stile. E questa è la sua pietà: giudicare non in nome del bene e del vero ma in nome del bello e del brutto.

Anche perché ‘Quando tutti parlano di diritti d’autore, il comunista dandy amerebbe che si parlasse di doveri d’autore’ (pag.8). 

 

Biagio Cepollaro

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mercoledì, luglio 25, 2007

 

POESIA ITALIANA E-BOOK: ad Ottobre 2007 conclusione di una fase

Con la settima uscita degli e-book prevista per il prossimo ottobre 2007, Poesia Italiana E-book sospende a tempo indeterminato le sue pubblicazioni iniziate nel 2004.

Vi sono state 10 ristampe e  48 inediti in pdf.

I numeri della rivista Poesia da fare sono programmati fino a dicembre 2007: col numero 28 si concluderà la prima serie.

Si prega pertanto di non mandare testi poetici.

Continuano invece le uscite di Per una Critica futura a cura di Andrea Inglese

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sabato, luglio 14, 2007

Biagio Cepollaro

Grazie ad Adriano Padua e alla sua ‘ricezione’ di Baldus

www.lapoesiaelospirito.wordpress.com  

 

Ottimo il lavoro di Adriano Padua.

E difficile, per la difficoltà di reperire i materiali. Mi ha colpito anche il bisogno di ‘memoria recente’ manifestato da Fantuzzi (i fili interrotti con Cacciatore, Villa, Di Ruscio…)…

Emerge molto bene, dalla ricostruzione di Adriano, il lungo fraintendimento ‘non sempre involontario’ che ha accompagnato la ricezione della rivista. Ora la diffusione dei materiali può contribuire a letture più oneste, intelligenti e serene, prive di strumentalizzazioni da una parte e dall’altra.

E’ il valore d’uso di quel lavoro, come di ogni rivista che abbia sintetizzato i nodi forti di una fase…Se non altro per non arrivare al punto in cui si era già tanti anni fa. Per poter andare avanti…Se è lecito dire così… Per poter comprendere meglio le traiettorie evolutive diverse che da lì hanno preso le mosse, le loro ragioni…Le ragioni anche delle incomprensioni e delle profonde differenze, delle incompatibilità…

In questa direzione segnalo almeno due tesi di laurea: quella di Sergio Garau , Fedeli alla linea che non c’è (tesi di laurea sul Gruppo 93, 2005) www.cepollaro.it/poesiaitaliana/GarauTes.pdf  e Angelo Petrella, Avanguardia, Postmoderno e Allegoria (teoria e poesia nell'esperienza del Gruppo 93) www.cepollaro.it/poesiaitaliana/PetrelAvanTes.pdf  

Si tratta di studi che ripercorrono vari momenti e vari intrecci di quelle tematiche.

La possibilità di accedere ora direttamente ai testi, alle pagine dense della rivista, è davvero una bella cosa. Ringrazio di cuore tutti coloro che vi hanno lavorato e vi hanno speso energie.

Biagio Cepollaro

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giovedì, luglio 12, 2007

SU SABA QUESTIONARIO

Volentieri rispondo alle domande di Luigi Nacci relative al questionario in vista delle celebrazioni per il cinquantenario della morte di Umberto Saba.

 

1. Ritieni che Umberto Saba possa esser considerato uno dei poeti maggiori del Novecento italiano? Che tu risponda si o no: per quali ragioni?

 

Lo so che poni la domanda con la disinvoltura dell’uso. Solo che per me  la questione del maggiore e del minore non è pacifica.

Che vuol dire maggiore e minore? Personalmente non faccio da tempo graduatorie tra i poeti perché potrei essere smentito da me stesso in altra fase della vita. E mi è anche capitato. E poi a che serve? A orientare il gusto? A rinforzare direzioni e tradizioni di lettura?

Se dunque è una questione quantitativa, la sociologia della letteratura può rispondere in breve tempo. Vi sono degli indicatori oggettivi.

La diffusione di Saba è sotto gli occhi di tutti, a cominciare dalle numerose antologie scolastiche che tu stesso citi in una successiva domanda. E non confermo né nego la statistica, semplicemente mi è indifferente.

Per spiegarmi meglio: quando avevo venticinque anni ti avrei detto provocatoriamente che il poeta maggiore del Novecento è Jacopone da Todi. Nel senso che la classificazione in secoli dei poeti fa torto alla loro effettiva efficacia, alla realtà delle tradizioni di lettura che sono in qualche modo sincroniche e se ne infischiano delle periodizzazioni diacroniche, soprattutto nel tempo in cui lo storicismo fa acqua da tutte le parti. Se parliamo di un poeta asteniamoci, suggerisco io, dalle graduatorie. Ascoltiamo intensamente ciò che ci ha voluto dire. Non confrontiamolo, non operiamo reductio ad unum grazie a qualche etichetta su cui qualcuno può anche fare una piccola carriera ma che non servono agli altri…Deleuze affermava questo dei filosofi tra di loro sempre incommensurabili…Figuriamoci i poeti…Una poesia può essere molto importante per noi, qualche volta addirittura decisiva per un certo modo di vedere la vita ma non per questo consideriamo la relazione speciale che abbiamo instaurato con quella poesia un motivo per quantificare l’importanza del poeta…Ringraziamo e andiamo via contenti.

 

2) Che cosa hai letto di suo?

 

La sua opera in versi.

 

3) Hai deciso di leggerlo per caso, curiosità, perché ti è stato imposto a scuola o all’Università, dietro consiglio di altri, o per qualche altro motivo?

 

L’ho letto da ragazzino per la stessa ragione per cui ho letto tanti poeti: gli Oscar Mondadori di allora costavano 450- 750  lire, se ricordo bene,  e si poteva leggere anche Pavese,  Pagliarani, oltre Gatto, Campana, Laforgue, Jimenez e perfino Zanzotto e tantissimi altri… A quell’epoca leggevo di tutto e mi piaceva molto Luzi…Dunque l’ho letto presto per curiosità e per caso. Se vuoi chiamare ‘caso’ una politica editoriale che metta a disposizione dei libri ad una cifra economica che risultava allora veramente economica…Ma da ragazzino in realtà non mi piaceva, lo trovavo pesante e retorico, vecchio…Mi piaceva Penna…

 

4) Quali sono, secondo te, i punti di forza e le debolezze della sua opera?

 

Non credo che un’opera abbia punti di forza e di debolezza: non mi convince questa metafora statica che potrebbe riferirsi ad un solaio o ad un ponte. Non credo neanche più al testo come ‘tessuto’ in cui si possano riscontrare smagliature o cuciture particolarmente resistenti.

Un’opera è una circostanza che ha a che fare con una dimensione estetica in cui si possono stabilire delle relazioni (la lettura, il commento, la scrittura…), occasione di interazione e risonanza, i cui effetti non possono in maniera univoca riferirsi né ad una sua presunta oggettività del testo né alla presunta soggettività del lettore…

 

5. Quale verso e/o lirica ritieni particolarmente significativo/a?

 

Negli ultimi tempi alcune poesie di Saba mi parlano molto. O,meglio, negli ultimi tempi mi capita di ‘ascoltare’ alcune poesie di Saba. E’ da notare il fatto che solo alcune risuonino in me in modo netto, mentre tutto il resto della sua produzione mi risulta ‘silente’ e lontano. Negli ultimi tempi sono ‘entrato’ nella breve poesia ‘Parole’. Solo ora, con l’esperienza di vita e di scrittura, posso rendermi veramente conto di cosa voglia dire osare la ‘nudità’ delle parole. So il coraggio che ci vuole e l’indifferenza per lo sguardo introiettato delle convenzioni, sempre mutevoli, del proprio tempo. ‘Parole,/ dove il cuore dell’uomo si specchiava/ nudo e sorpreso- alle origini (…)’ E’ questo un punto d’arrivo per pochi poeti che devono disfarsi dolorosamente del proprio infantile narcisismo per dire le cose che contano, fino a forzare le parole a smettere il circo del cerebralismo sterile. E’ aver fatto tutto il giro che dall’ingenuità iniziale porta (nei casi migliori) alla sincerità e all’onestà. E’ aver attraversato la banalità piuttosto che mascherarla riproducendola con manierismi vari. Sono, questi, luoghi rari anche per chi una volta li ha attraversati. Difficili da rendere stabili.

La scissione tra etica ed estetica, la radicale irresponsabilità compensatoria, hanno prodotto il contrario di questo tipo di conquista, facendo spesso arretrare il discorso letterario verso un noioso e verboso gioco di società. ‘La menzogna che acceca’ della poesia si è moltiplicata nel frattempo con la moltiplicazione dei luoghi di ‘conversazione sociale’ mentre ‘il cumulo delle memorie’ si è accresciuto enormemente con le collettive rimozioni…

Altro luogo che mi risuona è ‘Privilegio’: ‘(…) Ma l’anima secreta che non mente/ a se stessa mormora sue parole’….Una certa salutare diffidenza per le parole della letteratura credo sia la precondizione per cominciare a scrivere poesia…Tale diffidenza può sia esercitarsi complicando il suo linguaggio, strada molto rischiosa, sia evitando e riducendo gli ‘effettacci’, il tasso di retoricità…Ma non c’è strategia testuale che possa aiutare: l’evoluzione è a monte, nella capacità esistenziale di ‘essere’ una qualche verità…La tecnica segue docile, priva di affettazione…E quando ciò accade, come in queste due poesie, non è difficile riconoscerlo.

 

6) Cosa pensi della sua produzione in prosa? Ritieni abbia una rilevanza perlomeno pari a quella in versi? Che tu risponda si o no: per quali ragioni?

 

Non conosco sufficientemente le sue produzioni in prosa per potermi esprimere.

 

7) C’è, secondo te, un aspetto della sua opera che non è ancora stato messo ben in luce dalla critica?

 

L’opera di un autore non la penso come un territorio in ombra e delimitato che si possa mettere in luce più o meno completamente ma come indefinita potenzialità di relazione…Queste relazioni non rischiarano più di quanto aggiungano ombra: non si può ‘aver detto tutto’ dal momento che costitutivamente l’opera comincia a dire sempre di nuovo, come sempre di nuovo mutano le circostanze delle relazioni, muta la disponibilità di chi legge e i paesaggi della sua memoria…

 

8) La lettura delle sue opere ha inciso nella tua formazione letteraria? Se si, in quali zone della tua poetica e della tua scrittura credi che ciò sia ravvisabile?

 

No, non credo abbia inciso nella mia formazione. Ripeto: è un amore tardivo. In ‘Lavoro da fare’ www.cepollaro.it/LavFarTe.pdf credo vi sia una sintonia di fondo con alcune caratteristiche a monte della scrittura, di disposizione etica, vi facevo cenno prima…Ma non vi è rapporto diretto, di filiazione.

 

 

9) Chi è oggi in Italia, secondo te, il poeta che ha raccolto il suo magistero, e perché?

 

Da ciò che ho detto fin qui dovrebbe esser chiaro che non penso alla poesia in termini di discendenze e magisteri o di intertestualità…Le tradizioni di lettura esistono ma sono argomento delicatissimo e forse improponibile per riferimenti all’oggi…

 

10) Saba è ancora attuale, nel 2007?

 

Cosa vuol dire che un poeta è attuale? Un poeta credo non sia mai attuale ma sempre inattuale, cioè appartenga alla sfera del presente. L’attualità è data dalla comunicazione sociale, il presente dall’esperienza.

L’inattualità è l’attrito che si genera tra presente e attualità, tra esperienza e comunicazione sociale. Le due poesie che ho citato sono per me certamente inattuali, cioè appartengono al presente della mia esperienza e dunque all’attrito che provocano sullo sfondo di questa comunicazione sociale…

 

Biagio Cepollaro

 

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domenica, luglio 01, 2007

POESIA DA FARE NUMERO 24

luglio 2007

http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/pf024.pdf

EDITORIALE

 (B.C)

TESTI

Antonella Pizzo  Al limite

Davide Racca Giona NN

IMMAGINE

a-10 (B.C.)

 

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domenica, luglio 01, 2007

Biagio Cepollaro

 

PARLARE A QUALCUNO

 

Nel regime dell’informazione il sapere è costituito, per così dire, da quantità discrete di informazioni veicolabili sostanzialmente da qualsiasi supporto.

Se l’informazione è digitalizzata i supporti sono molteplici.

In tale regime  tecnologico-politico-economico si ha la sensazione di poter sapere istantaneamente molte cose.

E di fatto si possono avere, con un semplice clic, una gran quantità di informazioni.

Il punto però è che una cosa è il sapere e un’altra è l’informazione.

Si può ‘possedere’ un’informazione e continuare a non sapere nulla di ciò di cui si tratta.

Perché il sapere è legato all’esperienza.

Dentro un’esperienza l’informazione è talmente incarnata da non poter essere più veicolata da qualsiasi supporto.  

Il sapere non è costituito da quantità discrete e non è digitalizzabile.

Il sapere è sempre incarnato. E’ di qualcuno, di alcuni.

E’ questo uno dei motivi per cui oggi si diffondono fondamentalismi laici e religiosi.

I fondamentalismi speculari denunciano i saperi mancati richiamando il nichilismo come esito pratico: uccidere, negare, cancellare, insultare, bonificare territori geografici o concettuali, il concetto come una nozione geografica, territoriale…

Le informazioni uccidono per la facilità con cui, nella radicale inconsapevolezza, si fanno ideologia religiosa o politica…

I saperi resistono, distinguono, i saperi sono concreti, sempre…

 

La differenza che passa tra un’informazione che ho e un sapere che acquisisco è la stessa che passa tra l’interattività e il dialogo.

Questa è la ragione per cui nessuna interattività potrà essere un vero dialogo ma solo la sua riduzione a informazione, a interattività.

Che tra il regime dell’informazione e quello del sapere la distanza percepita si vada sempre più assottigliando (l’ossimoro dell’antropologia dell’inogarnico) dimostra solo come sia ormai raro che l’esperienza sia radice di ciò che uno dice e pensa e come il sentito dire e la riduzione simulata siano il materiale ordinariamente scambiato.

Di questo materiale si nutre la discussione argomentativa ma anche l’insulto.

Il tifoso e l’intellettuale, ulcerosi polemisti…

In queste condizioni è difficile parlare a qualcuno che non ti sia di fronte in carne e ossa.

Eppure c’è sempre qualcuno in cui il residuo organico urla e si fa ascolto…

E’ ciò che leggo tra le righe, nei post, nei commenti, ma soprattutto nei silenzi attoniti e sgomenti in metropolitana….

E’ il non-detto che urla e chiama.

E’ per questo che non scema il desiderio di parlare a qualcuno…

 

Biagio Cepollaro

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