Biagio Cepollaro
Lettera su Il Manifesto del comunista dandy di Francesco Forlani
Caro Francesco,
la prima volta che ti ho sentito parlare del ‘comunista dandy’ risale almeno a quindici anni fa. All’inizio credevo che fosse una delle tue battute paradossali, un calembour, sempre in bilico tra la boutade e l’illuminazione. Come dire, in bilico tra il gioco di parole e le parole in gioco, messe in gioco, costrette a giocare davvero il loro senso. Dentro la redazione di Baldus scalpitavi e ricordo quando hai cominciato a creare situazioni (riviste, gruppi musical-letterari, comitive franco-italiane, circhi erranti) la percezione netta di quale era il tuo modo di fare le cose: ora ne hai fatto un manifesto.
Ci ha sempre accomunato l’insofferenza e l’incredulità per l’atteggiamento del letterato ottuso e mummificato. Per chi non è come dice, non appare come dice. Il freddo di chiamata, l’inibito che razionalizza e sparge tristezza. E non è questione di ‘umanità’ che si aggiunge come optional al lavoro intellettuale, è questione di sostanza, cioè di apparenza che per te vuol dire radicale immanenza.
Senza la superficie (del mare) non vi sarebbe profondità dice il tuo Manifesto e, aggiungo io, senza profondità non ci sarebbe superficie: ciò che conta è che le parole non siano solo parole...
E ci vuole coraggio e una discreta fortuna (incontri, casi, storie, maestri, amici-nemici, amici-amici…). E talento, e tanto.
Già ai tempi dell’università e degli studi simili ci premeva leggere gli autori che avevano esplorato la vita, non i ‘librieri’, come chiamava Camus i letterati, i facitori di libri. Ed ho sempre saputo che con grande coraggio tu stavi provando delle ipotesi sulla tua pelle, come fanno coloro a cui davvero interessa la cultura e che perciò ad essa preferiscono, appunto, l’attenzione e la cura, come scrivi tu. Nel Manifesto lo dici con chiarezza: ‘ Il comunista dandy ha una sua naturale eleganza dovuta all’attenzione e non all’esibizione, alla cura e non alla cultura’ (pag.6).
La tua attenzione e la tua cura sono pratiche di sospensione fenomenologica per evitare il risaputo e per aprire a delle possibilità a venire.
E c’è del metodo nella tua follia..
‘La stravaganza del comunista dandy è un dialogo con il ridicolo, ed un anticorpo al grottesco’.
Il grottesco è il ridicolo da piccolo, come il male è il banale da piccolo, come dice il nostro amico Pino Tripodi. Il grottesco è la dimensione in cui la distanza tra l’intenzione e il fatto, tra l’idealità e i comportamenti concreti è così grande da lasciare paralizzati, il ridicolo è ancora una sfasatura, una spia che tradisce, un sintomo: il ridicolo si può gestire e integrare in una risata che seppellisce, il grottesco no. Ecco, il comunista dandy ci aiuta a salvarci dal grottesco fermandosi sugli aspetti infantili di esso, quando da bambino, è ancora solo ridicolo.
E’ l’ottimismo del comunista dandy che vede nella generalizzazione del debito la paradossale creazione di una comunità…Il debito si fa da sistema di oppressione generatore di umanità, sia pure seppellita sotto l’astrazione generale del Danaro. Il ridicolo qui dissotterra l’umano schiacciato sotto la presunzione economicista, dentro la teologia grottesca del capitalismo liberista.
La cura per la superficie è metodo di immanenza, antiplatonismo in atto, momento di contatto.
E’ stile di vita per dare la propria vita allo stile. Lo stile per te non è scelta retorico-stilistica, non è una cosa scritta, ma il prodotto dell’attenzione e della cura, progetto e design di ogni singolo evento-oggetto. Ogni singolo evento-oggetto ha la sua dignità. Dal farsi la doccia alla scelta delle scarpe, delle calze…
Della prolissità del mondo cosa fa il comunista dandy? Ci sguazza dentro come in un mercatino dell’usato. Come ready-made universale, come un cappello cosmico in cui agitare i ritagli di giornale per fare la poesia di Tzara…
Il comunista dandy non ha psicologia. La critica alla psicoanalisi (articolo 9) mette il dito nella piaga di questo sistema di pensiero centrato sull’egotismo. Il comunista dandy individua il ridicolo della psicoanalisi che è quello di indurire l’io cementandolo nella sua prigione. E lo fa non a partire da un’istanza più profonda e universale dell’io ma a partire da un’egoità così esasperata ed enfatizzata da essersi svuotata e divenuta essa stessa la superficie percepita, la cosa che di volta in volta, accende l’incontro.
L’egoità del comunista dandy eccede ma non prevarica, è un’eccedenza che vive di contatto.
L’incursione nel ridicolo non è pedagogia: ognuno poi deciderà per sé (Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi).
Ma almeno il contatto enfatizzato allude alle possibilità delle relazioni. Il comunista dandy è sempre puntuale. Nel senso che è anti-storicista, vive nell’attimo. Attimi che hanno ‘seguito’: questa è la sua memoria: il seguito indefinito nel tempo degli attimi.
Caro Francesco, per Baldus inventasti la sezione dei ‘Paesaggi’.
Non erano luoghi, erano un metodo e una moralistica. Il Manifesto è un trattatello di moralistica, alla francese. Esprit de finesse centrato sulla superficie ridicolo-grottesca delle cose. Un modo pascaliano di trovare la finesse non nel cuore (nel profondo) ma attraverso la geometria non euclidea delle cose ordinarie-straordinarie.
Intuizione che non si appropria di una verità ma che decostruisce una contraffazione ragionevole. Intuizione che invece di illuminare una verità interiore punta allo sputtanamento di una menzogna esteriore. Una moralistica che non addita peccati ma cadute di stile. E questa è la sua pietà: giudicare non in nome del bene e del vero ma in nome del bello e del brutto.
Anche perché ‘Quando tutti parlano di diritti d’autore, il comunista dandy amerebbe che si parlasse di doveri d’autore’ (pag.8).
Biagio Cepollaro




