venerdì, giugno 22, 2007

Biagio Cepollaro

 

Informazione e sapere #3

 

Spesso ho sentito dei poeti e degli ‘organizzatori di cultura’ lamentarsi per la mancanza di attenzione. E’ l’altra faccia del tema della ‘visibilità’.

Questi lamenti mi pongono degli interrogativi, mi spingono a riflettere. Oggi è più facile far ‘circolare’ le proprie opere di ieri. Soprattutto in rete. Eppure il disagio che ascolto è sempre lo stesso. E’ come un’ansia che non si scioglie.

Ma cosa vuol dire attenzione?

Pare che nella maggior parte dei casi si riduca alla ricezione del nome o del titolo. Anche perché prestando questo tipo di attenzione ben presto non c’è più umanamente tempo per andare al di là del titolo e del nome.

L’attenzione, per definizione, implica una complementare disattenzione.

Ed è questo il prezzo da pagare: conoscere qualcosa è necessariamente ignorare delle altre.

Il problema però non è quantitativo: ridurre drasticamente gli oggetti su cui riversare la propria attenzione non dice nulla sulla qualità di quell’attenzione. Il cerimoniale della recensione, con la sua retorica più o meno trita, con il suo carattere ‘informativo’, con il suo essere, nelle migliori delle intenzioni, uno stimolo all’acquisto, è ancora disattenzione, è ancora ricezione del nome e del titolo con qualche amplificazione generica degli stessi.  

Ed il nocciolo è proprio qui. La nostra cultura dell’informazione non prevede l’attenzione ma la registrazione di alcuni tratti distintivi che vanno dal nome, al titolo, e al massimo, in pochissimi casi tanto cerebrali quanto sofisticati, alla ricorrenza di tratti lessicali, e in generale, retorico-stilistici.

Il tema dell’attenzione non può essere svolto dalla nostra cultura dell’informazione perché questo tema è proprio del sapere, non dell’informazione.

L’attenzione prolungata, la capacità di concentrazione su di un singolo punto (un suono, un’immagine, un testo), la capacità di ascolto di quel singolo punto e quindi di sé a partire da quel punto nella corrispondenza e nella differenza tra umane esperienze veicolate dalle parole del testo come dal ricordo di chi legge, tutto questo richiede un lungo addestramento.

Si capisce perché l’attenzione è cosa rara. Si capisce anche perché i lamenti sull’essere ignorati non richiedono soluzioni sul piano dell’informazione ma a monte, in quei momenti in cui si impara umilmente a leggere, cioè a mettere in gioco le proprie dimensioni intellettuali ed emotive in quella sintesi comunque misteriosa che è l’esperienza estetica.

Per chi lavora a questo livello, per chi oggettivamente resta all’interno del ‘regime dell’informazione’ e si ritaglia, malgrado ciò, la verticalità di spazi di sapere, per chi è disposto ad imparare ad ascoltare, la disattenzione relativa è necessaria e non è più un problema.

In conclusione: di attenzione all’informazione nel suo complesso ce n’è fin troppa.

Quel che manca, ed è limite quasi di portata antropologica presso di noi, è quel tipo di attenzione che genera significativa esperienza.

 

Biagio Cepollaro

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venerdì, giugno 15, 2007

Biagio Cepollaro

 

 

Informazione e sapere #2

 

Una delle ragioni per cui non si evolve è la mancanza di umiltà che ci fa ritenere non bisognosi dell’essenziale ma solo di qualche nozione che ci manca.

La supposta autosufficienza si radica in un sistema immaginario puntualmente introiettato secondo il quale il soggetto titolare di diritti in qualche modo è anche già un individuo. Da notare, per inciso, che tale supposizione si estende nel suo schematismo fondamentale anche alla creatività e ai suoi prodotti.

Il che è vero ma si confonde attraverso questo principio di emancipazione - portato importante della Modernità- la potenzialità di ogni essere umano con la realtà.

Ancora per inciso: il fenomeno della moltiplicazione esponenziale degli scriventi è anche resa possibile dalla mancanza di inibizione, oltre che di consapevolezza.

La splendida compiutezza a cui possiamo tutti aspirare non coincide però con le diverse realtà e i diversi livelli della nostra consapevolezza. Così accade di vedere delle persone che pur non avendo compreso a fondo quasi niente parlano di tutto.

Costoro sono di fatto informati di tutto o quasi, dalla situazione in Palestina ai problemi di viabilità di Palermo o di Milano.

La versione più rigorosa di questa tipologia si aggiorna continuamente sovrascrivendo i suoi files: l’impostazione e la struttura restano le stesse, si tratta appunto solo di un aggiornamento.

L’umiltà di ammettere che manca l’essenziale spinge ad imparare nel senso evolutivo, cioè non di crescita quantitativa ma qualitativa. Sono le persone che maturano presto o tardi la percezione che il sistema delle maschere, in cui si risolve il gioco sociale delle identità e dei riconoscimenti fantasmati, in loro si è esaurito e li ha lasciati letteralmente a terra…

Come dire che si impara davvero qualcosa di essenziale solo quando ci si sente costretti dalla necessità a riconoscere che ci manca l’essenziale. A questo punto il Maestro non è più una Funzione prezzolata di cui possiamo ritenere di poterne fare a meno grazie alla nostra inesauribile e già evoluta creatività ma diventa lo specchio della nostra necessità e, più in profondità, della nostra umiltà conquistata.

 

 

Biagio Cepollaro

 

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giovedì, giugno 14, 2007

Biagio Cepollaro

 

Informazione e sapere #1

Il paradigma cartesiano del sapere come informazione consolida l’artificiale dicotomia tra incertezza e certezza, dove ciò che non corrisponde ai criteri della certezza viene automaticamente messo in ombra. E l’ombra come si sa, lavora alle spalle…

Il presunto sapere si presenta come interfaccia sradicata dal linguaggio- macchina che lo produce.

La virtualità del sapere è nella natura stessa dell’informazione, del suo statuto, non nella tecnologia che la esplicita e l’enfatizza. Il computer è onesto: esegue le istruzioni.

La teoria dell’informazione è per lui anche se il codice genetico ne ha beneficiato. Eppure il segreto della vita resta tale, sfugge l’essenziale che non è quantitativo, è proprio un altro ordine di idee…

Ciò che non va, ciò che è tanto parziale da diventare letteralmente irreale è l’aver scambiato l’efficacia dell’informazione con il suo senso.

Il senso resta scoperto, come all’inizio.

Anche per questo il pensiero ricomincia il suo lavoro ogni qualvolta appartiene veramente a qualcuno.  

Ma chi se ne assume la responsabilità? Che vuol dire risponderne in prima persona…

 

Non riesco più a conversare con piacere con chi parla ‘in nome di’ (un libro, un autore, un’ideologia, una teologia, una ribellione a un libro, al padre, alla madre, alla classe, ad un sesso,

ad un’ideologia, ad una poetica, ad un’estetica...) Non riesco più a conversare con piacere con chi mi trasmette informazioni, ancora, ancora informazioni…

Che poi non sono tanto informazioni su di un oggetto relativamente ‘pulito’, quanto sulle sue proiezioni e sui suoi nodi irrisolti che passano e si mimetizzano attraverso i libri, i giornali, i telegiornali…

Vi sono persone che mi restano nella memoria come dei ‘titolanti’. I ‘titolanti’ sono quelli che parlano citando titoli oppure sottointendendoli…

Mi piace conversare con gente che non parla ‘in nome di’, che ha realizzato abbastanza l’insulsaggine dei nomi, che ha vissuto abbastanza per guardarsi indietro e scorgere nel palmo aperto delle mani l’amore sprecato e, in mezzo, il poco, giunto a buon fine.

Con queste persone lo si capisce subito che si può star bene.

Le guardi negli occhi e gli occhi sono mossi da una sorta di pudore.

Provano pudore e talvolta un fremito quasi inavvertibile: ci sono, ci sono davvero, sono proprio loro a parlare, ne senti l’emozione…

Con queste persone mi piace condividere la tavola, le pietanze speziate, il vino corposo, le mani che si appoggiano ad un braccio per dire meglio, la risata improvvisa, le parole in dialetto, il canto orgogliosamente stonato, la costernazione muta per il conto…

 

Biagio Cepollaro

 

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lunedì, giugno 11, 2007

La realtà della rete

La Casa della Poesia

Palazzina Liberty – Largo Marinai d’Italia 1, Milano

12 giugno – ore 18

Tre incontri di voci e ricerche ideati e condotti da Adam Vaccaro

Hanno aderito:

Sebastiano Aglieco, Fabiano Alborghetti, Valter Binaghi, Biagio Cepollaro, Vincenzo Della Mea, Matteo Fantuzzi, Massimiliano Martines, Franco Romanò, Ottavio Rossani, Antonio Spagnuolo, Marco Saya, Italo Testa.

Con esposizione di opere di Elisabetta Sperandio e Stefania Scarnati e intermezzi musicali di Valter Binaghi e Marco Saya

 

*

Biagio Cepollaro

 

Anticipo qui qualche appunto preliminare per fermarmi un attimo sul tema.

Gli aspetti positivi della Rete sono noti:capacità di archivio, ristampe digitali, circolazione, produzione e, più limitatamente, critica…

Ciò su cui oggi mi soffermo a pensare, come già nell’editoriale del IX Quaderno di Poesia da fare, è lo squilibrio tra l’attuale capacità di produrre e diffondere testi e la nebbia che ricopre l’uso di tutto questo...

Non è la Rete ovviamente ad avere la responsabilità di questa nebbia che si è solo addensata contemporaneamente ad essa, solo che la Rete ha reso parossistica una condizione che definisco Regime dell’Informazione.

Per ‘regime dell’informazione’ non intendo i massmedia che ne sono l’epifenomeno.

Per ‘regime dell’informazione’ intendo la strutturale riduzione di un possibile sapere a quantità discrete di informazione. Questa struttura accomuna l’oggetto dell’informazione e il soggetto che , come si dice, decodifica. Si tratta di una generale ‘condizione antropologica’ che agisce non solo a livello intellettuale…

Si può avere informazione di qualità ma è pur sempre informazione.

La Rete ha come esasperato non la dimensione virtuale dell’esperienza ma il problema dell’esperienza che nell’ambito che ci interessa, nell’ambito dell’esperienza estetica della poesia, è cruciale.

Da questo punto di vista il passaggio dalla stampa alla telematica non è così rivoluzionario: nelle nostre tradizioni il regime dell’informazione è plurisecolare: il regime dell’informazione è fondamentalmente il regime della scissione tra ciò che si sa a livello intellettuale e ciò che si è a livello emotivo e fisico.

Il Regime dell’Informazione è in se stesso virtuale perché non richiede nessuna personale, individuale, realizzazione.

Il problema dell’esperienza viene esasperato al punto che per me oggi non è solo questione di selezionare le informazioni di qualità, vero lavoro per chi produce e per chi naviga, ma conta soprattutto, parallelamente al flusso di informazioni, provare a creare le pre-condizioni per iniziare a ricomporre le scissioni che generano verbosità sul piano intellettuale, nichilismo sul piano morale, superficialità o sterilità sul piano dell’esperienza estetica.

Questo non si può fare nella Rete e con la Rete. Come in fondo non si poteva fare con i libri.

Questo lavoro non riguarda l’emittente ma il destinatario. Questo lavoro non riguarda l’interattività ma il dialogo. Questo lavoro non riguarda l’informazione ma il sapere, non il concetto ma la realizzazione.

Non si tratta, insomma, come spesso ci si lamenta, del non leggere abbastanza, dello scrivere senza leggere poesia, si tratta soprattutto di non sapere ‘come leggere’ e cosa vuol dire fare un’esperienza estetica…

 

Per questo ho deciso di dedicarmi ad una sorta di corso-percorso (il Corso di Poesia integrata) che solleciti nell’allievo l’esplorazione di ogni singola esperienza estetica, partendo dal presupposto che il centro di gravità di tale esperienza non sia nell’informazione né negli strumenti di decodifica (né il feticismo del testo né l’impressionismo critico) ma nelle capacità accresciute di ascolto e di restituzione e quindi di crescita reale attraverso e grazie all’esperienza estetica..

Tutto ciò richiede, a mio parere, un rovesciamento di concezione e un’intensa e profonda comunicazione con tradizioni estetiche non-occidentali. Ma soprattutto richiede un lungo addestramento e amore per la poesia.

 

Biagio Cepollaro

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domenica, giugno 10, 2007

ESPERIENZE #1  CORSO DI POESIA INTEGRATA.

Volentieri pubblico due brevi resoconti delle primissime fasi del corso di Poesia integrata. Le parole che trasformano che hanno voluto comunicarmi le allieve Cristina Ricci Lucchi e Anna Bortoloso, ritenendo l’insieme di tali primissime ‘risposte’ contributi per una migliore comprensione di alcuni aspetti del corso. Tali aspetti riguardano soprattutto la relazione tra la circostanza di pertinenza estetica e la consapevolezza di sé in tale relazione, al di là di ogni feticismo del testo come di ogni verboso impressionismo critico. Si tratta, in particolare, del lavoro preliminare sull’approccio all’esperienza estetica, lavoro che precede e, in parte, orienta l’esplorazione dell’oggetto estetico e le sue provvisorie definizioni.

 

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Cristina Ricci Lucchi, insegnante.

 

Mi sono avvicinata al Corso di Poesia integrata. Le parole che trasformano perché desideravo sbloccare un nodo che da qualche anno mi impedisce di esprimermi liberamente.

Sono capace di insegnare ai ragazzi a scrivere, ma quando si tratta di me qualcosa si blocca…

Da quanto mi aveva detto la mia collega di arte, il lavoro di Cepollaro era qualcosa di più e di radicalmente diverso da un semplice corso di scrittura. Potrei dire che ho fatto , in un certo senso, una vera e propria esperienza di lettura: leggere a distanza di 30 minuti lo stesso testo poetico o di prosa con occhi del tutto nuovi, è stata per me un’esperienza intellettualmente ed emotivamente sorprendente. Cosa era accaduto? Il lavoro per fare emergere la mia ‘latenza’ mi ha permesso di comprendere con quali ‘occhiali’ o, per meglio dire, ‘paraocchi’ leggessi quel testo…

Immagino immediate le ricadute didattiche di ciò che ho personalmente provato. L’esperienza estetica che ho sperimentato ha portato alla luce, in un certo senso, due ‘latenze’: se è vero che ho potuto leggere quel testo poetico con occhi nuovi, è altrettanto vero che ciò è accaduto grazie alla possibilità di leggere me stessa in relazione a quel testo e al suo ‘senso’ latente... Le tecniche e le metodologie che hanno reso possibile questa esperienza così ‘integrata’, sono dirette, coinvolgenti anche sul piano emotivo, con mia grande meraviglia…

 

Cristina Ricci Lucchi, insegnante.

 

 

 

*

Anna Bortoloso, danzatrice.

 

Uno strumento per andare oltre l’apparenza delle parole.

Ecco l’impressione che ho avuto fin dal primo incontro con la poesia integrata di Biagio Cepollaro. Mi occupo di teatro da vent’anni, sia come performer che come regista, e il mio linguaggio “naturale” è la danza. Di conseguenza il testo, così come ciò che viene detto nella quotidianità, mi è risultato spesso una costruzione, un’elaborazione dell’essenziale, un codice, una copertura della verità.

Avere quindi la possibilità di una relazione diretta con il significato delle parole mi è di aiuto e di conforto. Se dovessi riassumere il contenuto del corso, accade che, all’interno di una poesia, si scelgano istintivamente dei concetti da visualizzare, che la musica o i rumori siano di reale accompagnamento e che, alla fine del lavoro, il testo venga non solo compreso, ma scoperto nella sua latenza.

Sorprendente è infine osservare come tale latenza corrisponda con la propria: è un reazione a catena che fa uscire da sotto, portare fuori da dentro, mettere in luce ciò che sta nell’ombra.

L’arte risponde così alla sua più nobile funzione: essere uno strumento di consapevolezza.

Con il tempo e la pratica, ne consegue un diverso modo di dialogare, scrivere e ascoltare, che fa crescere la qualità delle relazioni, l’autenticità delle informazioni, l’opportunità di esprimere “le ragioni del cuore” etc.

Importante è inoltre sottolineare come tale “allenamento” sia prezioso ai fini dei processi creativi richiesti dalla mia professione.

L’attitudine ad osservare il centro delle cose, ad accordarsi al suono, ad abbandonarsi alle immagini, ad assecondare i flussi irrazionali, a lasciarsi stupire dal “non-conosciuto”.

Ho l’impressione che la chiave stia nella “semplificazione di sé”, che non è tanto tornare all’innocenza dell’infanzia, quanto fare tesoro delle proprie esperienze, contattando il testimone interno che le attraversa tutte senza identificarsi in nessuna di esse.

Quello è il luogo delle infinite possibilità.

In questo modo l’ispirazione può generarsi in ogni istante, senza bisogno di fatti eclatanti, di stimoli potenti, di drammi esistenziali…

C’è un mare infinito da cui pescare, ma sta nel buio di ciò che ignoriamo.  

 

Anna Bortoloso, danzatrice.

 

 

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giovedì, giugno 07, 2007

L’ALLIEVO ATTIVA GLI STRUMENTI DEL CORSO DI POESIA INTEGRATA

 

Gli Strumenti del Corso di Poesia integrata presuppongono l’esperienza diretta del corso perché si attivano solo ed esclusivamente grazie al lavoro già realizzato dall’allievo.

Gli Strumenti sono organizzati in modo tale che leggere semplicemente e considerare solo a livello concettuale le informazioni contenute e memorizzarle, risulterebbe sostanzialmente superficiale o non pertinente.

Gli Strumenti sono organizzati in modo tale che possono diventare fecondi solo quando viene riconosciuto in essi il senso dell’esperienza già realizzata e vissuta, sia sul piano intellettuale che emotivo, dall’allievo.

Gli Strumenti possono insegnare qualcosa perché l’esperienza dell’allievo comprende già una parte della loro latenza ed è già dentro la loro risonanza.

Il processo creativo, oggetto del Corso –che è più precisamente un percorso- , non comincia dopo la registrazione di informazioni metodologiche, storiche, retorico-stilistiche, ma prende il suo avvio dalla trasformazione delle abitudini e degli automatismi intellettuali ed emotivi caratteristici dell’approccio di ogni singolo allievo.

In tal senso ogni processo creativo è un mettere in gioco ciò che si è per trasformare qualcosa di ciò che intuitivamente si sa.

E all’inizio per lo più , anche nei casi più sofisticati, si sa, in questo senso forte, della realizzazione profonda, poco o nulla: si sa ciò che si è imparato o si è sentito dire.

Si sa ciò che nel regime dell’informazione è possibile sapere: informazioni, quantità discrete prive di radicamento, integrazione e realizzazione. La quantità delle notizie e il relativo rumore hanno per lo più ricoperto e indebolito le qualità delle intuizioni. Queste ultime richiedono tempo per lavorare, non sono istantanee, richiedono soprattutto la processualità dell’apprendimento che non è mera propedeuticità.

Nel regime dell’informazione è diventato veramente difficile trovare una via per sapere qualcosa, e accrescere il proprio processo creativo non solo in ambito estetico.

Gli Strumenti non rispondono alle aspettative ma ne chiariscono di nuove.

Sono le aspettative che nell’esperienza diretta del corso si sono andate formando e che attendono solo di essere riconosciute e meglio comprese e integrate.

Non sono gli Strumenti a qualificare l’allievo ma sono le qualificazioni dell’allievo a rendere attivi e utili gli Strumenti. Tali qualificazioni, opportunamente sollecitate anche con tecniche non occidentali, emergendo diventano evidenti e si accrescono con l’esperienza diretta intesa come un mettere in gioco ciò che si è per trasformare qualcosa di ciò che intuitivamente si sa.

 

Biagio Cepollaro.

 

Corso di Poesia integrata

Milano.

Per iscrizioni e informazioni:

poesiaintegrata@hotmail.it

Il sito del Corso di Poesia integrata. Le parole che trasformano

www.cepollaro.it\corso\Corso di poesia integrata.htm

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venerdì, giugno 01, 2007

QUADERNO IX di Poesia da fare

 www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/QuadernIX.pdf

 

Editoriale di Biagio Cepollaro

Fabiano Alborghetti da Verso Buda

Sergio Beltramo da Apprendista stregone

Giuseppe Catozzella da Scrivere il silenzio

Massimiliano Chiamenti da Teknostorie/scrap

Luigi Di Ruscio Primo settembre 1943

Fabio Franzin da Le cose. La distanza

Francesco Marotta da Per soglie

Massimo Orgiazzi da Realtà rimaste

Adriano Padua da Radiazioni

Davide Racca Cumana

Italo Testa da Gli aspri inganni

Pino Tripodi Il sé del sessuologo e il viceprode

 

Editoriale al IX Quaderno di Poesia da fare

 

E’ con soddisfazione che, licenziando questo, preparo il prossimo quaderno che chiuderà la prima serie di dieci quaderni di Poesia da fare. Una volta, non tanto tempo fa, la circolazione dei testi di poesia costituiva un problema. Certo, vi erano le riviste e le rivistine in cartaceo, vi erano delle reti di fatto che collegavano generosi librai ad appassionati distributori (pochi ma decisivi).

Certo, la consistenza, anche fisica, di un numero di Baldus, ad esempio, non è paragonabile alla virtualità di questi quaderni, ma che dire del numero di accessi a questi testi immateriali, oggi incredibilmente superiori? Praticamente non esiste più il problema di ‘pubblicare’…

Apparentemente, perché la rete è sterminata e c’è di tutto: infiniti suoni producono rumore e come si fa a distinguere?

Ecco perché ritengo che gli ‘aggregatori’ di blog, selezionando le voci più interessanti possono aiutare. Purchè coloro che aggregano abbiano i necessari requisiti per dei selezionatori: intuizione della qualità, della serietà, della capacità di respiro di ciò che si sceglie e, tra l’altro, ampiezza di vedute, senza pregiudiziali di carattere ideologico.

Il lavoro di antologizzazione che prima era fatto sui singoli autori ora viene fatto sui macrotesti in cui si risolvono i diversi blog. Ciò vuol dire che la quantità di informazione qualitativamente notevole è visibilmente aumentata. Ma anche lo scadente è visibilmente aumentato in una proporzione in fondo fisiologica…

 

E il problema ora è quello tipico del regime dell’informazione più che della qualità dei testi proposti.

L’informazione che dissociata dal suo supporto tradizionale ora viaggia alla velocità della luce…

Questa mancanza di lentezza, propria del regime dell’informazione, non fa bene alla poesia.

Né in fase di creazione, né di diffusione né di lettura.

Questa velocità sta cancellando i tempi di sedimentazione necessaria a quel distillato di esperienza umana che è la poesia.

E per l’esperienza umana occorre tempo: nessuna rivoluzione tecnologica può aggirare questa caratteristica. Anche per questo ho provato a rallentare artificialmente programmando i numeri della rivista Poesia da fare con molto anticipo e pubblicando solo due autori a numero.

Ora però che mi avvicino alla conclusione di questa prima serie mi rendo conto che non posso più rinunciare a chiedermi cosa ne facciamo, cosa ne faccio di tutta questa informazione di qualità…

In pratica vi è una superfetazione della funzione dell’emittente generalizzato e una radicale trascuratezza per quanto riguarda il versante del destinatario (che finisce col coincidere, ancora una volta, e sempre di più, paradossalmente con l’emittente).

 

E ciò non accade perché non si legge: si legge, invece, e si scarica, si salva…Sta nascendo, anzi, ed è la vera novità, una nuova generazione di lettori grazie alla rete e dentro la rete…

No, trascurare il destinatario oggi vuol dire non chiedersi abbastanza cosa vuol dire leggere una poesia, e, in generale, cosa vuol dire un’esperienza estetica.

Per questo ho deciso di concludere la prima serie dei Quaderni di Poesia da fare con il prossimo decimo numero e la rivista Poesia da fare, oggi al ventitreesimo, quando giungerà al ventottesimo, nel prossimo dicembre.

Una pausa di riflessione e di lavoro nuovo da fare.

Il Corso di poesia integrata. Le parole che trasformano www.cepollaro.it\corso\Corso di poesia integrata.htm  è appunto questo lavoro sul processo creativo e sull’esperienza estetica

Un percorso che non è un corso di scrittura ma una serie progressiva di esperienze che richiedono proprio lentezza, verticalità, crescita personale.

La trasmissione diretta e la diretta esperienza stanno funzionando, almeno per quanto mi riguarda, come personale alternativa al regime dell’informazione…

E ciò mi dà fiducia.

 

Biagio Cepollaro

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venerdì, giugno 01, 2007

POESIA DA FARE Numero Ventitre di giugno 2007

Editoriale

Testi

Giuseppe Catozzella da Scrivere il silenzio

Fabio Franzin da Le cose La distanza

Immagine

Patate, 2005 (B.C.)

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