Biagio Cepollaro
Informazione e sapere #3
Spesso ho sentito dei poeti e degli ‘organizzatori di cultura’ lamentarsi per la mancanza di attenzione. E’ l’altra faccia del tema della ‘visibilità’.
Questi lamenti mi pongono degli interrogativi, mi spingono a riflettere. Oggi è più facile far ‘circolare’ le proprie opere di ieri. Soprattutto in rete. Eppure il disagio che ascolto è sempre lo stesso. E’ come un’ansia che non si scioglie.
Ma cosa vuol dire attenzione?
Pare che nella maggior parte dei casi si riduca alla ricezione del nome o del titolo. Anche perché prestando questo tipo di attenzione ben presto non c’è più umanamente tempo per andare al di là del titolo e del nome.
L’attenzione, per definizione, implica una complementare disattenzione.
Ed è questo il prezzo da pagare: conoscere qualcosa è necessariamente ignorare delle altre.
Il problema però non è quantitativo: ridurre drasticamente gli oggetti su cui riversare la propria attenzione non dice nulla sulla qualità di quell’attenzione. Il cerimoniale della recensione, con la sua retorica più o meno trita, con il suo carattere ‘informativo’, con il suo essere, nelle migliori delle intenzioni, uno stimolo all’acquisto, è ancora disattenzione, è ancora ricezione del nome e del titolo con qualche amplificazione generica degli stessi.
Ed il nocciolo è proprio qui. La nostra cultura dell’informazione non prevede l’attenzione ma la registrazione di alcuni tratti distintivi che vanno dal nome, al titolo, e al massimo, in pochissimi casi tanto cerebrali quanto sofisticati, alla ricorrenza di tratti lessicali, e in generale, retorico-stilistici.
Il tema dell’attenzione non può essere svolto dalla nostra cultura dell’informazione perché questo tema è proprio del sapere, non dell’informazione.
L’attenzione prolungata, la capacità di concentrazione su di un singolo punto (un suono, un’immagine, un testo), la capacità di ascolto di quel singolo punto e quindi di sé a partire da quel punto nella corrispondenza e nella differenza tra umane esperienze veicolate dalle parole del testo come dal ricordo di chi legge, tutto questo richiede un lungo addestramento.
Si capisce perché l’attenzione è cosa rara. Si capisce anche perché i lamenti sull’essere ignorati non richiedono soluzioni sul piano dell’informazione ma a monte, in quei momenti in cui si impara umilmente a leggere, cioè a mettere in gioco le proprie dimensioni intellettuali ed emotive in quella sintesi comunque misteriosa che è l’esperienza estetica.
Per chi lavora a questo livello, per chi oggettivamente resta all’interno del ‘regime dell’informazione’ e si ritaglia, malgrado ciò, la verticalità di spazi di sapere, per chi è disposto ad imparare ad ascoltare, la disattenzione relativa è necessaria e non è più un problema.
In conclusione: di attenzione all’informazione nel suo complesso ce n’è fin troppa.
Quel che manca, ed è limite quasi di portata antropologica presso di noi, è quel tipo di attenzione che genera significativa esperienza.
Biagio Cepollaro




