giovedì, marzo 22, 2007

Il N.3 di Per una Critica futura è on line

www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/crit003.pdf

e  www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/critica.htm

 

Editoriale di Andrea Inglese           

Giuliano Mesa, Biografia perdute       

Marco Giovenale, Scheda o schema per un dialogo su sperimentazione / avanguardia / ricerca                  

Andrea Inglese, L’impronunciabile parola “avanguardia”                 

Biagio Cepollaro, Amleto dopo Wittgenstein            

Davide Dalmas, Su Trilorgìa    

 

Dialogo a più voci. Poesia di ricerca e poesia di risultato.

Biagio Cepollaro         

Marco Giovenale        

Giorgio Mascitelli        

Davide Racca 

Giulio Marzaioli           

Marina Pizzi    

Carlo Dentali   

Giuliano Mesa 

Gherardo Bortolotti              

 

Dall’Editoriale di Andrea Inglese:

Fantasmi

In uno dei suoi interventi nel Dialogo a più voci, Cepollaro scrive: “Il Novecento credo sia più lontano di quanto noi tutti siamo disposti ad immaginare. La difficoltà ora sta nell’orientarsi e nel riconoscere queste alterità.” Mi sembra un buon punto di partenza per introdurre questo corposo e denso terzo numero di Per una critica futura. È vero, il Novecento è alle nostre spalle, ha iniziato ad esserlo probabilmente dal 1989, ma in ogni caso nel giro di circa un ventennio una quantità di strumenti concettuali hanno subito un precipitoso invecchiamento. Questo è ovviamente valido anche per quegli strumenti che utilizziamo nella riflessione sulla letteratura e, più in particolare, sulla poesia. Ma a differenza di quanto dice Cepollaro, non credo che sia possibile “confrontarsi” alla pura alterità. Noi ci troviamo piuttosto in una terra di mezzo, in una zona non ben definita, all’interno della quale fantasmi di oggetti conosciuti si confondono con sagome di oggetti del tutto nuovi. E malgrado i fantasmi siano tali, ossia nature fluttuanti e quasi inconsistenti, sono anche gli unici elementi orientativi di cui disponiamo. Questi fantasmi assomigliano a ciò che alcuni sociologi definiscono “categorie zombie”, ossia concetti che continuano ad essere utilizzati, pur avendo perso il loro potenziale euristico. Eppure le categorie zombie sono in qualche modo indispensabili per traghettarci nel nuovo mondo, tra fenomeni inediti e solo parzialmente riconoscibili. L’importante, in tali circostanze, è rendersi conto che si sta operando a partire da fantasmi, e non da solide e indiscutibili armature concettuali. Noi, in questo numero della rivista, abbiamo lavorato accanitamente a partire da alcuni concetti fantasma: “avanguardia”, “sperimentazione”, “ricerca”, per citare la triade principale. Ma questo lavoro non assomiglia a quello dei vari specialisti, storici o teorici della letteratura, che si ergono a difensori e garanti dell’autentico e originario significato di queste espressioni. A noi non interessano i monumenti del passato, ma quanto del passato è ancora vivo e operante nell’oggi. Noi non abbiamo riflettuto su questi termini, per restaurarne un’immagine fedele e adeguata, per restituire ad essi una presenza che sfuggiva. E in questo Cepollaro ha perfettamente ragione. In una conversazione, mi disse: “Facciamo questo lavoro, parliamo ancora di questo, per non doverlo poi fare più”. Non so se la metafora della “giusta” sepoltura, sia quella adeguata e solo seppellendo questi nomi, constatandone la loro esaurita utilità, anche i loro fantasmi cesseranno di abitarci. Il problema è più complesso: nel fantasma qualcosa di ancora vivo, e che vuole essere raccolto dai vivi, si presenta con le sembianze di una persona ormai morta. Credo che il nostro lavoro in questi interventi sia stato dedicato soprattutto a carpire che cosa ancora ci parla, nel paesaggio del XXI secolo, di certe esperienze cruciali del XX. Quanto al cadavere, lo lasciamo alle schiere di ottimi impagliatori nostrani. In una notazione dell’ottobre 1986, tratta dagli stralci di diario pubblicati sul numero 31 del “Verri” (luglio, 2006), Luciano Anceschi osservava: “È una abitudine italiana (che a Bologna ha forme molto acute) quella di trattare i poeti non già come l’argomento di un discorso sempre aperto, anzi di erigerli immobili come monumenti di se stessi.” Strano destino, quello della cultura italiana, capace di apprezzare finalmente solo ciò che smette di respirare…

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sabato, marzo 17, 2007

Dialogo a più voci.  #2

 

Prosegue il Dialogo a più voci con la mia (03) risposta al post di Marco Giovenale e la (04) Lettera di Giorgio Mascitelli

 

03. Biagio Cepollaro

Caro Marco,

certo, la poesia di ricerca non si identifica con la poesia di progetto. Ma per me la poesia è sempre di ricerca se ha una qualche possibilità di diventare poesia di risultato nell’interazione con un lettore che la riconosca come tale…Solo che troppo spesso la dicitura di ‘ricerca’ ha sacrificato la reale complessità della poesia: tra tutte le sue componenti, si sono spesso privilegiate quelle formali, retorico-linguistiche, diventando alibi formalistico per chi non ha nulla da dire, nulla da aggiungere- neanche un microscopico contributo- alla ricchezza di senso di cui abbiamo bisogno.

Il merito di Akusma, del lavoro di Giuliano Mesa e di tutti coloro che vi hanno partecipato è stato quello di introdurre la nozione di ‘ascolto’ che è simile al discorso della priorità della lettura che vado facendo da qualche tempo.

Ho incontrato ricerca anche in testi che non avevano nulla di ‘sperimentale’ secondo le abitudini di riconoscimento novecentesco…Non esiste la ‘poesia di ricerca’: la poesia è ricerca, ripeto, ma bisogna aver pure ‘trovato’ qualcosa: ciò che si trova è la produzione di senso che nasce dall’atto concreto di lettura, da ogni singolo atto di lettura. E’ la lettura che fa vivere e significare un testo, il testo in se stesso è muto e non ci saranno parole capaci di anticipare ciò che dirà.

Ciò che dirà sarà sempre imprevedibile, come anche tu, in riferimento alle parole che accompagnano un testo, sottolinei.. 

Pensa che per me è stato fondamentale sin dall’inizio la lettura di Jacopone da Todi. Non è imprevedibile tutto ciò?

Certo, anche Pagliarani (il solo tra i Novissimi), Eliot, il Dante petroso… ma senza Jacopone non ci sarebbe stato Scribeide e Luna persciente, non ci sarebbe stata neanche, sul piano teorico, l’intuizione del postmoderno critico, senza questo tipo di relazione temporale imprevedibile…

Porre un’etichetta ontologizzante e identificatoria oggi ha meno senso di ieri nella radicale dissoluzione di ogni tradizione, compresa quelle delle avanguardie. Ma questo lo dicevo, in parte, già negli anni ’80 per far capire che già allora per me l’opposizione avanguardia-tradizione era ‘sociologicamente’ dissolta e che poteva essere tenuta in piedi solo cinicamente per giustificare posticcie ‘novità’ e posticci antagonismi e conflitti.. (Cfr. Perché i poeti? www.cepollaro.it/poeti.pdf  ).

2.

All’epoca parlavo, da novecentesco, ancora di ‘sperimentazione’ ma solo perché  credevo alla necessità di autoidentificarsi  , forse anche per necessità psicologica giovanile, oggi credo che sia in buona parte una perdita di tempo e un’occasione per scoraggiare l’incontro con i testi, al di là di ogni preconcetta ostilità che, come dici tu, agisce a prescindere… Le ragioni che adduci per spiegare l’opacità del termine ‘poesia di ricerca’ le condivido. Ma vi sono, come sai, anche elementi positivi nel paesaggio: la rete abbonda di buona poesia, solo che in proporzione sembra aumentato, solo perché visibile, anche il suo contrario…Credo che sia un effetto ottico ma a vedere le cose da vicino i testi meritevoli di studio e attenzione e ascolto sono veramente tanti…Così come in proporzione è molto più vasto il mare di ciarpame una volta nascosto e poco conosciuto…

Di questo aumento quantitativo dei testi di qualità ci sono ora gli aggregatori di blog di poesia a testimoniare…Sta diventando umanamente impossibile stare dietro a questa ricchezza di segni…

Ai poeti oggi consiglio di leggere, perché la critica è innanzitutto atto di lettura del testo (Cfr. Note per una Critica futura www.cepollaro.it/NotCriTe.pdf ). Così come leggere è presupposto necessario dello scrivere. Può sembrare banale ricordarlo ma la realtà dei fatti, come rilevi anche tu, ci dice che non lo è.

Piuttosto che autodefinire il proprio lavoro, cioè di creare per lo più fantasmi identitari ed ipostasi, più o meno impositivi e aggressivi, consiglio di conoscere il lavoro altrui, di farsi autore soprattutto nell’incontro con l’altro, di crescere insomma nel dialogo profondo con le opere concrete e non con ‘cenni d’identità’. Mi pare che il lavoro di ricognizione della poesia, anche straniera, fatto da GAMMM che citi, sia da questo punto vista eccellente ed è assolutamente da incoraggiare.

3..

Un ultima cosa. Ad aprile uscirà, insieme alle ristampe di Nanni Cagnone e Giorgio Mascitelli e ad una decina di inediti, tra cui un’altra tesi di laurea sul Gruppo 93, per Poesia Italiana E-book, una raccolta di miei saggi Incontri con la poesia: quattro anni di critica on line (2003-2007). Mi riferisco a questo lavoro per andare al concreto: ho letto criticamente in questi anni i testi poetici di più di venti autori e non ho mai avuto bisogno di ricorrere ad una categoria come ‘poesia di ricerca’ o ‘poesia sperimentale’. Né a maggior ragione ho avuto bisogno di ricorrere a nozioni che avessero anche un vago sapore storicizzante, o di sistemazione classificatoria, o di gerarchia valutativa o di mappatura sia pure provvisoria.

Perché? Perché non mi sono servite. Perché la priorità assoluta andava al corpo a corpo col testo, all’esperienza della lettura. Ciò che un poeta ha fatto è già tutto nel suo testo: per chi sa leggere c’è già tutto il detto e c’è anche il non detto, in sopraggiunta…

4.

La speciale situazione che si è creata con l’impatto della rete sulla produzione, circolazione e fruizione della poesia –fenomeno ancora agli inizi ma già caratterizzante- ha materializzato ciò che due o tre decenni fa si poteva solo ipotizzare, o che anche immaginava in parte, sul piano della scrittura, il mio ‘postmoderno critico’ : la necessità di agire in assenza di diacronia, per incroci puntuali, per punti di confluenza, per intensificati ascolti di differenze, per diacronia locali, parziali e provvisorie.

Niente a che vedere con il genere letterario che chiamiamo ‘la storia della letteratura’ così come per due secoli si è andata narrando. Abbiamo bisogno di altri tipi di narrazione per raccontare ciò che materialmente (per quantità e per qualità) non ha equivalenti nella storia.

Anche per questo motivo le istituzioni accademiche e anche militanti-accademiche arrancano: non possono più gestire il flusso di comunicazione orizzontale che la rete impone, non possono farlo se non attraverso fittizie ipostatizzazione (l’antologia, il canone, l’autoreferenzialità della titolarità del diritto alla narrazione critica,la competenza in esclusiva, i meccanismi endocorporativi che si alimentano delle miserie umane che tu enumeri).

5.

Per finire: il non poter ‘tornare più indietro’ che citi da Giuliani. Quelle sono visioni, Marco, lo vedi bene anche tu e ne intuisci le conseguenze, storiciste che oggi hanno un sapore arcaico, oltre che ottimistico…

Non si tratta di ‘andare avanti’ o ‘tornare indietro’ con il fare della poesia di oggi, si tratta di essere già da un’altra parte.

L’essere da un’altra parte di fatto rende inservibili le categorie novecentesche di poesia di ricerca e di sperimentazione, già difficili da maneggiare negli ultimi venti anni del ‘900. Per questo non le uso più. Ed io che in prima persona vi ho lavorato in passato, promuovendo insieme ad altri, sia Baldus che il Gruppo 93 proprio per rinnovare il senso novecentesco della sperimentazione, anche a costo di metabolizzare con un salto mortale la condizione postmoderna costringendola a diventare ‘critica’, te lo posso garantire…

Baldus è stata una rivista novecentesca proprio perché si è collocata consapevolmente in una tradizione ancora viva, anche se agli sgoccioli, che partiva da il Verri di Anceschi, alla metà del secolo. (Cfr. L’inizio di una riflessione sulla rivista Baldus http://www.cepollaro.splinder.com/archive/2006-11).

Tu stesso hai vissuto sulla tua pelle il passaggio: il degrado progressivo dell’editoria anche piccola, la chiusura e l’indifferenza di molte istituzioni, il mutare del ruolo della cultura in generale nel nostro Paese, l’eclissarsi dello spazio pubblico, l’imbarbarimento della comunicazione sociale, a partire, se si vuole essere ottimisti, almeno dalla metà degli anni ’90…Da qui è nato il mio atteggiamento non-collaborazionista che sai dei Blog pensieri. www.cepollaro.it/SuppV.pdf e che si è concretato in positivo con le mie e-dizioni in rete dal 2003.

6.

Il Novecento credo sia più lontano di quanto noi tutti siamo disposti ad immaginare.

La difficoltà ora sta nell’orientarsi e nel riconoscere queste alterità.

Grazie, Marco, per aver sollecitato questi pensieri e per la tua fattiva passione…

Spero che questo dialogo sia utile nel senso che desideravi e che il lavoro della riflessione sia sempre più sereno.

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sabato, marzo 17, 2007

04. Giorgio Mascitelli

Cari amici,

intervengo con estremo piacere in questa discussione perché so che mi trovo a parlare con persone con cui condivido il 98% delle cose. Non fraintendetemi, non so se, date cento asserzioni sulla letteratura da parte mia, voi ne condividereste 98, o viceversa, ma so che abbiamo in comune la cosa più importante, che quasi da sola fa il 98 %, e cioè un atteggiamento etico di rigore e passione per questa attività in un’epoca in cui è facilissimo sbracare. Se non c’è questo terreno etico, si può essere d’accordo su ogni tipo di analisi senza essere d’accordo su nulla davvero.

Detto questo, cioè detto l’essenziale, provo ad aggiungere qualcosa alle vostre riflessioni. Innanzi tutto credo che il termine poesia sperimentale o di ricerca abbia qualche problema a livello connotativo perché è legato alla terminologia scientifica. Questo significa che indebitamente o in alcuni casi volontariamente si veicola il concetto di progresso tipico del mondo scientifico in un contesto che è radicalmente diverso. Infatti se l’espressione Einstein è più avanti di Galileo ha un qualche senso sul piano dell’accumulazione progressiva di conoscenze, dati sperimentali e dell’elaborazione di teorie che descrivono meglio il mondo, dire che Joyce è più avanti di Dante non ha alcun significato in ambito poetico. La letteratura non procede per accumulazione.

Ciò che esiste in poesia è il nuovo; ma questo nuovo non è un superamento epistemologico di quanto si affermava prima. Il nuovo esiste fin dall’antichità e lo incontriamo in Lucrezio, per esempio, quando dice che otterrà l’alloro per essere stato il primo ad aver reso in versi latini le oscure invenzioni dei filosofi greci. Ora questo significa che questo nuovo non invalida o relativizza quanto è stato scritto prima, ma apre una nuova possibilità o risolve un problema specifico poetico. Inoltre questo nuovo non è qualcosa di soggettivo, che rientra in un’esperienza individuale di lettura, ma esprime un’oggettività, che viene riconosciuta dall’instaurarsi di una tradizione di lettura per quell’opera e per quell’autore. Si tratta di una novità artigianale, che non può essere formalizzata all’interno di criteri paradigmatici di verificabilità perché la poesia non ha un campo di osservazione, nel senso in cui lo hanno le scienze, nel senso in cui l’astronomia osserva i fenomeni relativi ai corpi celesti. E’ un nuovo che appartiene all’opinione, e alla vita.

Storicamente le avanguardie traducono questo carattere di novità, che è immanente al testo, con un’idea storicistica di progresso nelle arti, che riflette il concetto scientifico di progresso come è stato mediato nella politica e nella filosofia a partire dall’illuminismo.  La novità, pertanto, del singolo testo è espressione di un movimento storico o, meglio ancora dato il carattere collettivo delle avanguardie, una poetica è espressione di questo. Questa operazione ha senso per due circostanze storiche, la prima è quella per cui la società borghese favorisce uno stile o un’idea di letteratura con i suoi propri valori positivi, che può essere considerata come riassuntiva di un’ideologia dominante; la seconda è che tutte le avanguardie danno un fondamento extraestetico alle loro poetiche. In questa prospettiva  il valore di una poesia non è determinato da un’esperienza di lettura o dal suo grado effettivo di novità artigianale, ma da come si colloca rispetto a una progettualità complessiva della società o della vita che attraversa l’estetico e il simbolico in una prospettiva, di solito di conflitto, con altre progettualità.

I termini sperimentalismo e ricerca si collegano a questa tradizione delle avanguardie, e credo che Biagio volesse sottolineare la fine di questa possibilità storica, insistendo sul risultato della ricerca, cioè sulla centralità della lettura, anziché sulla tendenza della ricerca. Infatti  nel contesto attuale quelle due circostanze storiche non ci sono più. E’ il processo che ha descritto Jameson e che conoscete meglio di me.

La situazione che viviamo è stata chiamata da Castoriadis l’ascesa dell’insignificanza e, tra l’altro, tale formula indica il fatto che la sfera del culturale e del simbolico è progressivamente svuotata di contenuti positivi per essere sostituita dalle necessità della circolazione della merce con effetti nichilistici. Questo produce, accanto ai fenomeni di decadenza che descrive  Marco nel suo intervento, un’oggettiva impossibilità di un simbolico collettivo che renda possibile riprendere un discorso estetico di tendenza, per tacere dell’assenza di qualsiasi progettualità complessiva.

Di fronte a questa ascesa dell’insignificanza l’unica certezza è il senso che nasce dalla pratica di lettura del singolo testo e dal testardo confronto con la quotidianità senza venire meno a quell’idea di nobiltà della vita, che secondo me è connessa con l’idea stessa di letteratura. E poi naturalmente sul piano concreto si tratta di favorire la circolazione di testi che rischiano di non sopravvivere con questi chiari di luna, ma questo è un po’ ridicolo che lo dica io a voi due, che avete entrambi grandi meriti a questo proposito, mentre io non brillo per iniziativa.

Contro l’ascesa dell’insignificanza sono anche utili le chiacchierate con gli amici come questa e ancora meglio davanti a una buona bottiglia con tutta la calma necessaria. 

 

 

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sabato, marzo 10, 2007

Dialogo a più voci.  #1

A partire da una sollecitazione al dialogo di Marco Giovenale in occasione di un mio post, si è avviato un dialogo a più voci sui temi della ‘ricerca’. Contemporaneamente su più blog queste voci dialogheranno con una cadenza settimanale. Per ora sono intervenuti: Giorgio Mascitelli, Davide Racca, Giulio Marzaioli, Marina Pizzi, Carlo Dentali, Giuliano Mesa.

Il lavoro finale sarà raccolto in un e-book di Poesia Italiana E-book.

 

Posterò di seguito i primi due momenti del dialogo: il mio post (01) su Poesia di ricerca e poesia di risultato e l’intervento di (02) Marco Giovenale, Alcuni punti su “poesia di ricerca”. In dialogo con Biagio .

 

01. Biagio Cepollaro

 

Poesia di ricerca e poesia di risultato

 

Le parole che accompagnano, preparano, orientano la poesia che si vorrebbe scrivere e leggere sono parole molto insidiose. Per non pochi motivi. Sicuramente perché c’è un abisso tra l’intenzione di fare e ciò che poi si fa.

Anche quando vi è un progetto, ciò che accade per lo più, nel concreto della creazione dell’opera, spesso oltrepassa il progetto che si rivela come una semplice suggestione iniziale, uno spunto, non un destino. La costellazione intellettuale dell’autore in quel momento propone se stessa come matrice dell’opera ma l’opera, se è buona, continua a sciorinare i suoi sensi, anche in altra costellazione intellettuale. E ciò può capitare all’autore stesso e all’interno di una singola vita.

Eccezione per questo discorso è la scrittura operata dalla macchina o macchinicamente, ma è l’eccezione che appunto conferma la regola.

Anche le parole che raccontano ciò che si è fatto sono estremamente parziali : la consapevolezza di ciò che accade in un’opera d’arte va spesso svolgendosi nel tempo senza mai esaurirsi. Le parole quindi a priori e a posteriori relative alla creazione dell’opera d’arte non solo rischiano di essere letteralmente altre parole -se non parole d’altri- ma rischiano di essere fuorvianti: uno crede di aver fatto una cosa, magari in reazione a qualcos’altro e invece ciò che ha fatto col tempo rivela altri pregi e altri difetti.

Molte discussioni letterarie che hanno colmato anche il Novecento sono nate e si sono sviluppate per questo conflitto di intenzioni. In molti eravamo a urlare le nostre intenzioni.

Si sono formati gruppi con la stessa – presunta o apparente- intenzione, si sono prodotti nemici per intenzioni opposte…Ma soprattutto ci si è accaniti sulle intenzioni e non sulla lettura dei testi effettivamente scritti…

No, oggi non credo sia consigliabile esprimersi in termini di  ‘poesia di ricerca’: la poesia, quando è buona e conta, è solo di risultato. E le intenzioni possono garantire la serietà intellettuale dei propositi ma non la consistenza e il significato dell’opera.

Questa è una delle ragioni per cui suggerisco di spostare l’attenzione dalle poetiche all’esperienza della lettura, all’ascolto intenso dei testi, all’individuazione di ciò che della nostra umana esperienza risuona attraverso e grazie a loro.

 

lunedì, gennaio 08, 2007

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sabato, marzo 10, 2007

02. Marco Giovenale

 

Alcuni punti su “poesia di ricerca”. In dialogo con Biagio

 

 

Offro qui alcuni elementi di riflessione - per punti prolissi e sommari - sul post di Biagio Cepollaro intitolato Poesia di ricerca e poesia di risultato (pubblicato sul suo blog l’8 gennaio scorso)

:

:

 

- La sensibilità e acutezza di Biagio sono come sempre in campo nel mettere bene a fuoco alcune abitudini lessicali che possono non essere giustificate, e dunque sono e vanno (come ogni cosa) sottoposte a critica. Ben vengano dunque le sue annotazioni di dubbio sull’espressione “poesia di ricerca”. Ogni automatismo - nel dar per scontato che sia condivisa una accezione di quel ‘modo di dire’ - va messo in discussione. In questo senso il contributo di Biagio deve far riflettere.

 

- A mio avviso, un rischio corso dal post è tuttavia quello (certo involontario) di riprodurre una dialettica o contrapposizione che può non cogliere nel segno, se la definizione “poesia di ricerca” viene collocata anzi chiusa nell’etichetta “poesia di progetto”. Sempre è accaduto che le riflessioni di/su (intorno alla, prima della, dopo la) poesia materialmente scritta e fatta si intrecciassero con questa. Senza con ciò generare - necessariamente - ideologie “di programma”, ovvero di (una qualche) militanza stretta. (L’idea stessa di Zibaldone è lì a ricordarcelo).

 

- E se questa militanza o ideologia è stata presente e forte in altri anni, dobbiamo pensare anche che proprio l’esperienza comune di àkusma - tra 1998 e 2003 e dopo - ha avuto il valore di sgomberare il campo da poetiche normative, da misletture e non-letture, da opposizioni “di programmi”, da liste di proscrizione e ostilità insensate. Certo, quando si parla di “poesia di ricerca”, per riflesso automatico, i diversi insofferenti o avversari della ricerca (di qualsiasi ricerca o esperimento: di ieri come di sempre), fanno scattare i coltelli. Ma se è di questo che ci preoccupiamo, dobbiamo sorridere con coscienza: quei coltelli scatteranno sempre. (Qualsiasi cosa facciamo e diciamo).

 

- Stando semplicemente a GAMMM (che non è certo tutta la poesia di ricerca! né ne descrive ampi tratti), ecco cosa si diceva nell’editoriale tutt’ora in rete: “[GAMMM] non ha orientamenti prescritti - né prescrittivi. allo stesso tempo, una nuvola di variabili e costanti si può descrivere, dicendo che si incontrano alcune ricorrenze”. Nada mas. (Ma le ricorrenze e le predilezioni, le variabili e le costanti, andavano e vanno pur sempre elencate: esprimere almeno per cenni un’identità non è negare altre identità, ma semmai ragionare sulla propria: a maggior ragione se questa identità trova riflessi e dialogo in culture non italiane, non italofone. Che fare? Non darne conto? Per il 90% i siti elencati nella pagina di link recano scritto “experimental poetry”). (Si potrà allora dire: definiamola “poesia sperimentale”, non “di ricerca”; bene: d’accordo!). (Ma nomina sunt consequentia rerum, per certi aspetti: si può dire e ripetere qui che non è illegittimo considerare sinonimi “poesia sperimentale” e “poesia di ricerca”).

 

- Biagio scrive: “Le parole quindi a priori e a posteriori relative alla creazione dell’opera d’arte non solo rischiano di essere letteralmente altre parole -se non parole d’altri- ma rischiano di essere fuorvianti: uno crede di aver fatto una cosa, magari in reazione a qualcos’altro e invece ciò che ha fatto col tempo rivela altri pregi e altri difetti”. E però io mi domando: in che senso “rischiano”? in che senso sono “fuorvianti”? Per come la vedo io, queste parole, questa produzione e emissione di alterità, queste linee aggiunte, e il loro deviare e delirare e andare (ragionevolmente) fuori pista, sono precisamente il bello della critica. Ossia formano con il testo un intreccio di relazioni impreviste, non già date, non pre-viste: la critica offre una lettura del testo in riferimento a ciò che nel testo non è (o non è a tutti, o non è sempre) immediatamente visibile, e che però qualcuno discerne e dichiara, mutando così il medesimo oggetto d’osservazione, in qualche modo, strappandolo a sé, alle sue proprie misure e serrature. Il ruolo del critico (se e quando sensibile) è o dovrebbe essere questo. E non è forse proprio il grande lavoro (da fare e già fatto, e in corso) che Biagio svolge con il suo blog, con la rivista, e con Poesia Italiana Online? Direi francamente e felicemente di sì.

 

- Scrive Biagio: “Molte discussioni letterarie che hanno colmato anche il Novecento sono nate e si sono sviluppate per questo conflitto di intenzioni. In molti eravamo a urlare le nostre intenzioni. Si sono formati gruppi con la stessa – presunta o apparente - intenzione, si sono prodotti nemici per intenzioni opposte… Ma soprattutto ci si è accaniti sulle intenzioni e non sulla lettura dei testi effettivamente scritti…”. Replico dicendo: ma cosa fare quando, nonostante e contro l’eliminazione dal campo di ogni intenzione e discorso critico, si formano comunque ostilità verso un lavoro artistico che è: definito, connotato, ricco di testi, di pagine sùbito offerte e disponibili in rete, MA non esposto in forma militante; semmai proposto e non imposto (tantomeno editorialmente); senza ‘gruppi di potere’ (senza Accademia, università, istituti); e ha semmai il pregio di essere non solo italiano?

 

- Non sarà forse vero che l’ambiente letterario - non solo quello del nostro paese e non solo quello poetico - è di suo, e del tutto indipendentemente da quel che si fa e si scrive, scosso da altri problemi, da altre tensioni, che non riguardano quasi mai i testi, e che semmai attengono alla sfera personale, ai narcisismi e ai caratteri e alle piccole ansie di potere e visibilità di chi si agita nel circo? Il mio timore è questo. Le persone, non la critica o le parole, sono il problema. Se la critica è ben fatta, e fatta onestamente, se le parole e le osservazioni di poetica e di riflessione sono “pertinenti” (o intelligentemente impertinenti), anche se non colgono del tutto nel segno, e meglio ancora se de-lirano, e ampliano e approfondiscono le complessità e gli intrecci e del testo illuminandone solo alcuni e producendo qualche ombra utile, sono proprio quel che ci vuole: sono un bel carburante del motore letterario. Il problema non è in loro.

 

- L’astio e la competizione maniacale, il narcisismo e la menzogna, l’invidia e la prevaricazione, la sete di micropoteri e l’intenzionale non-conoscenza e non-confronto sono IL problema; non i testi e i pre-testi che questi disvalori scelgono per manifestarsi. Non a caso - marcando una differenza da prassi negative e conflittuali - uno degli elementi centrali in àkusma è di carattere etico; come tale era stato voluto come principio fondamentale da chi ha avuto il merito di inventare e promuovere quella rete anarchica di autori.

 

- Scrive Biagio: “No, oggi non credo sia consigliabile esprimersi in termini di ‘poesia di ricerca’: la poesia, quando è buona e conta, è solo di risultato. E le intenzioni possono garantire la serietà intellettuale dei propositi ma non la consistenza e il significato dell’opera”. Mi domando però: la categoria “risultato” non è altrettanto indefinita, forse imprecisa? Cosa può - a sua volta - funzionare da “garante” del risultato? Un critico? Un’esperienza? Il critico sembrerebbe escluso, stando al post. (E: lo è?). Mentre l’esperienza, come l’aroma del caffè di cui parla Wittgenstein (che però - dico - fa starnutire alcuni, e infuriare altri), è veramente una “garanzia”? E, più in generale, è di “garanzie” che abbiamo bisogno? O di poesie, prose, saggi, analisi testuali, indagini stilistiche, discorsi informali, dialoghi, confronti, pubblicazioni, sillogi, riviste, traduzioni, siti?

 

- E quando queste poesie, prose, saggi, dialoghi, riviste eccetera hanno un’identità in qualche modo circoscrivibile (e spesso sono “di ricerca” nel senso espresso, con i testi e non con dichiarazioni, dagli autori post-93) … cosa fare?

 

- Ancora: come sostenevo in un precedente intervento, l’espressione “poesia di ricerca”, che fino a qualche anno fa non chiedeva ulteriori specificazioni, e rimandava a una costellazione di opere in linea di massima identificabili, e di pratiche stilistiche e riflessioni date per note, è oggi sottoposta a un bizzarro processo di opacizzazione (semantica). Come se ogni volta si dovesse fornire una voce di vocabolario, o un link esplicativo, qualcosa insomma a cui afferrarsi per non cedere all’indistinzione che quella (sedicente? seducente?) peculiare modalità di scrittura sembra portare in sé.

 

- Sicuramente questa opacità ha varie cause; elenchiamone solo alcune: 1, la mancanza di una percezione/educazione all’alterità linguistica forte (se una scolarizzazione via via più blanda produce vocabolari e linguaggi sempre più terrorizzati dall’altro e dalla deviazione da standard): vediamo che inizia proprio a mancare la percezione della regola e dell’effrazione: per essere apprezzato, un linguaggio diverso deve essere riconosciuto come tale: se viene eliminato in partenza perché quasi acusticamente rifiutato, è inutile pensare che possa accedere a una qualche decodifica: non passa, semplicemente, come non passano le ragioni della politica, ma semmai solo gli strepiti gli slogan le battute; 2, la scomparsa dai cataloghi editoriali e perfino dalle librerie di modernariato di molte opere di scrittori di ricerca (siano essi “sperimentali” o “d’avanguardia” o quant’altro), e la situazione disastrosamente appiattita sul genere romanzo dell’editoria tutta, grande e piccola; 3, la persistenza e permanenza di una sintassi a subordinazioni azzerate, e di un lessico povero, poverissimo, tra televisione e Petrarca, che non conosce altro fuori dal sentimentalismo e dal cinismo (dunque gli effettacci, il pulp, il trash); 4, la imprecisa o incompleta o (da un certo punto in avanti) elusa trasmissione di informazioni e saperi e pratiche alle “nuove generazioni” da parte di alcuni segmenti mediali delle generazioni precedenti (da riviste, siti, istituzioni anche accademiche, libri, giornali, docenti, e in generale persone) che pure avevano vissuto e concretamente costruito alcune fasi e stagioni di poesia di ricerca in Italia; 5, l’indisponibilità a riconoscere che proprio le avanguardie del ’900 hanno offerto i molti codici (o molti dei codici) di cui si serve non solo la tecnologia web, ma ciascuno di noi nella vita e nel discorrere comune, dove sapido e giocoso, dove cupo e inventivo.

 

- (Come spesso accade in Italia, non mancano le cose, manca la coscienza di possederle. Manca una sorta di “nesso di coscienza”: tutti usano modalità delle vecchie/nuove avanguardie e dei vecchi/nuovi sperimentalismi, per esprimersi: dalla grafica dei siti alle copertine dei libri alla grammatica della chatline alla programmazione html, tutto si muove secondo linguaggi complessi: è la coscienza di questa complessità - e della non disgiunta complessità della poesia - a non esser trasmessa; a non essere stata trasmessa. A fronte di un densissimo gomitolo di codici che tessiamo e scompaginiamo ogni giorno, la parola poetica viene sempre costantemente e si direbbe programmaticamente spinta verso angoli di ipersemplificazione e presunta innocenza, cancellazione di ironie e di gioco, abolizione del concetto stesso di enigma, struttura, citazione, ..).

 

- Ma torniamo alla ‘modalità’ chiamata in causa nel post. Un dubbio: dire che la scrittura non deve o non dovrebbe essere definita “di ricerca” ma semmai “di risultato” è - io temo - un po’ come dire che solo le cose belle sono belle. Ossia che deve passare solo quello che vale. Siamo - e sempre saremo - perfettamente d’accordo su questo, tutti (poeti clus-clus, poeti leu-leu, antilirici, neometrici e neopetrarchisti e mammisti e cuoreamorefioristi inclusi). Infatti non è - temo - questo il punto su cui far leva per ragionare sull’argomento che abbiamo in mente. In compenso, è un punto che può togliere terreno e ascolto (ma so bene che non è quel che Biagio vuole) a una linea di scrittura precisa o precisabile, o a un insieme di linee di scrittura. L’esito paradossale dell’intervento, dunque, rischia di aversi su quel preciso piano che invece Biagio giustamente teme entri in campo: il piano della diffusione di prassi e politiche negatrici delle scritture nuove (di qualsiasi tipo). Da un lato, sul piano testuale, infatti, la scrittura di ricerca c’è, esiste, e gode di ottima salute. D’altro canto, sul piano ‘politico’ e di accoglienza/diffusione, non è d’aiuto limitarne la trasmissione negandole una definizione, una autodescrizione.

 

- Trovo però assolutamente giusto accogliere la vigilanza a cui quel post spinge, su quanto di scontato c’è nelle etichette, nella forza definitoria. Se una opacità si è attestata, intorno all’espressione “scrittura di ricerca”, forse è anche perché una simile indicazione di percorso non è completa ed esatta, né certo esaustiva e tantomeno definitiva. Va integrata, interrogata, discussa, rivista. Ma: abolita? Ma: cancellata? Come possiamo cancellare l’alfabeto? È mai possibile che non ci sia modo di considerare gli eventi che tra Otto e Novecento sono successi nelle arti, in letteratura e ovunque, come elementi imprescindibili, strutture di un diverso e mutato alfabeto o set di segni, che scompaginano e rifondano (rinnovano ma problematizzano: ma ampliano) le possibilità di produzione di senso? Sono davvero, come scriveva Giuliani nell’introduzione ai Novissimi, tratti di un linguaggio “da cui non si può tornare indietro”. (Ma, proprio a scorno di ogni ottimismo e storicismo progressista, il fatto che invece si possa eccome tornare indietro, senza pudore, lo dimostrano i linguaggi grotteschi cavernosi e cavernicoli che prima che in poesia si incarnano in banalizzazione di massa costante, attraverso i media; oltre che nelle scritture poetiche e narrative superficiali, arcaizzanti, fiaccamente epigoniche di settecento anni di lessici). (Una parentesi un po’ accesa: l’epigonismo è sempre disdicevole; ma vorrei aggiungere: ricombinare elementi alfabetici giovani, anche senza successo talvolta, è senz’altro - è almeno - più divertente e forse più coraggioso che rimestare calderoni secolari capaci di un “successo” garantito solo dal già cucinato, dalle sclerosi uditive dei lettori di cronaca rosa poetica).

 

- In limine. Il o un problema di chi (molto giovane o quasi) oggi fa o vorrebbe fare ricerca (seriamente) è o può essere sì quello di adagiarsi nel campo “scrittura di ricerca” evitando in parallelo di tener conto del fatto che ne sono state perse le tracce definitorie, di descrizione, di margini, e che dunque vanno reindicate (in alcuni casi reinventate, o rammentate, o anche importate, se necessario). Ma nulla si può dare per scontato. Né tutto sommato si possono accusare i giovanissimi che avviano percorsi ora di non aver introiettato certi riferimenti, certe ‘enciclopedie’: gli individui o i luoghi che trasmettevano tali riferimenti hanno volentieri abdicato a un dovere di comunicazione e archivio e memoria e insegnamento, quando non sono stati meticolosamente cancellati dal mercato editoriale in questi ultimi venti o trent’anni.

 

- Ora. Il dialogo tra tutti i vari “problemi” fin qui toccati è più importante della loro esistenza come questioni separate. Almeno credo. Ecco una delle tante ragioni per cui Biagio è un formidabile ’sprone’ per uscire dalle parole già pronte; un critico da ascoltare, anche non condividendone sempre le posizioni; come qui mi è accaduto di fare, argomentando.

 

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martedì, marzo 06, 2007

Rossella Tempesta

 

Di certe donne in metropolitana

- nitore, disciplina, capelli bene in ordine,

forme appena accennate, occhiali a volte,

tinte neutre, abiti poco appariscenti sempre-

 

 

di certe donne

-mai una passione stravolgente, mai sbagliata

la misura, la scelta, il modo di stare al mondo-

 

Io non così, io di me rinnego tutto

e tutto ancora.

 

Rossella Tempesta

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martedì, marzo 06, 2007

Gabriele Iarusso

 

Da Coito, Il Filo, 2006

 

                       * * *

 

Al bancone quella volta

così

d’istinto

dal caffé

               un amaro …

quella volta ( istintivamente

                           il pensiero in avanti )                  

                     un altro un altro un altro

si sarebbe sentita nella volta prossima

nelle prossime volte al bancone o tavolo

o letto o asfalto che caldo

al sole estivo insopportabile

beve gocce del calore del corpo

 

 

           Shock

 

Può essere che un giorno lasceremo tradirci e spingeremo

ché tanto non saranno toccate

per un orgasmo

non toccheranno per l’orgasmo di un altro …

Può essere che le nostre figlie

verranno a chiederci d’andar a giocare al sesso

in squadra

senza tatto

e daremo soldi per doccia e campo

 

Magari un vecchio

abituato al tempo nostro

osserverà in un angolo caschi e ventose

                                                  fili e posti fissi

solitario

paragonerà

e in onore di gioventù lavorerà il suo orgasmo …

 

sarebbe un vecchio cinema

o un sogno

 

Gabriele Iarusso

 

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martedì, marzo 06, 2007

Lidia Riviello

 

Dalla sezione: "Direzioni, ma anche Perdita di zona"

 

 Sullo scontrino è documentato:

concepimento di un neonato

in un Mac Donalds

e questo avveniva nel 2003

con carta di credito

blu e rossa collegata  a 10 numeri

cliccare sul numero 10 e prendere posto

accanto alla friggitoria

e concepire.

Ma come fare a concepirlo…

il neo nato?

Il meccanismo del consumo declinava al femminile,

luna piena percorsa a piedi

Era il momento della produzione

che contava, quello delle patate pallide,

del neon ingentilito

dal modello unico.

Era un momento visibile e materno

fino al digiuno completo.

 

Lidia Riviello

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martedì, marzo 06, 2007

Jacopo Galimberti

 

Il lavoro

 

Adesso accendo la luce e faccio la doccia.

Fintanto che c’è. Mi accendo persino la stufetta.

Poi scendo dal cinese a lasciargli i maglioni, sarà un mattino terso.

Andrò a vedere ai cantieri, se hanno bisogno,

mi hanno detto che cercavano. Sembro più vecchio di quello che sono forse.

Questo è certo, l’attesa segna. La colazione, al bar. Il cameriere

con il ghigno correrà tra i tavoli, io farò sempre attenzione alle

solite pagine degli annunci. Poi faccio la spesa. Se è bello vado al parco

a vedere i cigni. Magari mi fumo un sigaro. Per le telefonate al parco

c’è la cabina. Io dico che prima o poi arriverà una lettera,

credere al destino non logora mai. Il destino di questa casa,

mi copre, ma non sa quanto mi costa. Questo soffitto bianco

è la pace raggiunta, le formiche irretite nel loro tran tran,

le spugne erano animali che respiravano?

La luce l’ho accesa, ora alzarsi, fare la doccia.

Tutto intorno gli amici sottratti alle cure terrene,

la bici sul balcone, le maniglie consunte, la stessa

pattumiera, gli interruttori

nella loro mandorla di nume domestico.

Solo che non hanno una figlia loro.

Smetterla di cercare lavoro

spegnere la luce.

 

Jacopo Galimberti

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martedì, marzo 06, 2007

Roberto Cavallera

 

passeggiata con persona distratta

 

corni astrali penzolano a un palmo dal firmamento

 

macchine perfettibili in ritmo e verbo, a e b son capaci di passeggiare per ore, ricuciti a tratti nel percorso virtuoso dell'immaginifico cerchio del parco

 

accampati provvisoriamente in ombre penose, guardano fuori. dritto all’angolo sinistro del sole. con nervi che esigono di fingere (non ci sarà altra occasione) di stare

scritti con povero gesso tra graffi e ghirigori strani

 

a e b si lasciano andare a volo nudo, con ali puerili, penetrabili, leggere, lavate con cura. lo sciacquo stinto viene offerto a beveraggio di poveri cristi che stanno poco sotto, a sbranarsi invano

 

una a te, una a te, una a te. non prometto niente

 

i gatti invece si prendono gli avanzi. intanto i due esitano a rompere le fila gagliarde e ardite di basse elucubrazioni, di tocchi assetati di battaglie, d'imperi, di stupri brevi e sinceri

 

resta sui suoi passi, pesta le date che vorrebbe poter celebrare

 

ecc.

 

dominano l’orizzonte le nostre bianche valli

 

ecc.

 

l’amore, dice, e gli esercizi addominabili

 

parola per parola sboccano peristalsi prive di tatto

 

il semaforo diventa una bocca, un inferno. ci si ferma e si aspetta. qualcuno da una macchina saluta. s’attende altro oceano all’imbarco. magari. invece è quasi ora di cena. l’orchestra gira la chiavetta e la musica, toh, è sempre la stessa

 

tu cosa?

 

quando sbaglia ride

 

a fianco del marciapiede trascolora il cadavere d’un ratto forse disfatto forse mangiato

 

negli ultimi cento metri si coniugano a fatica i tempi i verbi i nervi già presi in vespri sempre più rapidi in terre maligne, subalpine, collaudatissime e perse

 

le ultime spese

 

due giri di scale e poi la porta e poi si entra. alambicco di cubi dalle maglie strette. ancora una vertigine. costretti a mantenere un discorso mobile e intercalante pittato di rosso intorno a fosse bizantine a code di diavoli a cazzi di cane. farsi pesantemente di sante ragioni, scioglierle in monogrammi, cancellarle domani

 

in un fiotto spumoso di bave per il troppo parlare restano sospese altre domande che si consumano ridiscendendo le scale (essendo stato filiforme il commiato

 

lingue di labbra filanti dicono ancora

 

appena fuori, la città si riallinea in un esterno notte da poco. e il faro sta lì, manco acceso, manco dove

 

a cabotaggio d’un altro parco, pascolo incolto, a rimembrare sedani di cosce, girandole di seni, mani dai gesti minutamente caprini, normalizzati dall’ammontare discontinuo dei regni (e delle regine

 

per condimento gustose risate miste a france misteriose, ostili

 

trovare il modo che il destino finalmente calzi a pennello

 

avere più ingegno, ma più caldo, e di legno, a farne, di braci, d’incandescenze raminghe

 

un ballabile, ancora

 

dormi? dormi

 

che qua s'accaniscono sonni tremendi, e le buone stelle si muovono lente, e sole, perché tutto il lavoro devono fare, loro. che qui s'è possibilmente ancora più lenti nei passi, e fragili nelle cuciture, a causa del troppo stare

 

voglia di diavolo suo tremulo, gagliardo

 

il baffo, l’ometto

 

grumi di mani vistose e nude, anche al buio, per questo è meglio tenerle altrove. auguri. dai poveri di spirito. boia che pende boia che dà. alza le braccia, come alberi da fuoco. incantevoli. richiamerà domani

 

centellinati gli avvistamenti

 

non ancora smaltite,  indegne di più affettuose cure, si vedono zarine stese al balcone. bandiere di segrete quarantene. languide vacche. fulgide balene

 

che qua si sta su come budda magrissimi. scodinzolano qua e là code di tenebre qualsiasi, poi basta. poco oltre s'apre un orizzonte che non si sa. a ben vedere sembra tu