martedì, febbraio 27, 2007

Biagio Cepollaro

Facendo il punto al N.20 di Poesia da fare

Colgo l’occasione per ringraziare coloro che hanno apprezzato e usufruito di questa iniziativa che ha inteso restituire sin dall’inizio alle parole della poesia la priorità sui discorsi sulla poesia.

Questo primato del testo, spesso invocato in passato, in questi anni, anche grazie alle tecnologie telematiche, si è potuto concretizzare: ricordo la difficoltà di circolazione delle riviste di poesia, lo scoglio pressoché insuperabile della distribuzione e la quasi indifferenza delle librerie, ricordo soprattutto i discorsi che venivano fatti a sostegno o contro un certo tipo di poesia senza poter spesso materialmente basare le proprie affermazioni sulla lettura dei testi, introvabili , appunto…

Vi sono state in passato polemiche tra testate giornalistiche in assenza quasi totale dei testi su cui si polemizzava oppure basate su qualche verso di un antologista o addirittura sulla prefazione dell’antologista… 

Quando nel 2003 ho cominciato a creare strumenti in rete, e le e-dizioni dal 2004 di Poesia Italiana E-book,  avevo intenzione di cominciare a lasciare alle spalle queste situazioni: slegando il testo poetico dall’esclusività del supporto cartaceo, mi rendo conto ora cominciavo a lasciare molto altro alle spalle: l’esclusivismo autoreferenziale di ruoli novecenteschi come il critico , l’antologista, l’editore, il distributore, il libraio e anche le relative logiche…

In questi quattro anni si sono moltiplicate le iniziative in rete anche di grande qualità rendendo sempre più essenziale il ricrearsi, negli attuali contesti,  di una funzione della critica, le cui caratteristiche si vanno con lentezza definendo.

Ritengo che si potranno formare nuove -e potranno continuare- tradizioni di lettura (come suggerisce Giorgio Mascitelli) proprio attraverso questo passaggio. La critica, come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, credo sia una forma di narrazione, un genere letterario, destinati a perdere in verticalità e a guadagnare invece in orizzontalità, secondo i modi dell’oralità secondaria preconizzata da Walter Ong.

Questa moltiplicazione dei testi può disorientare ma la rete inizia ad  offrire strumenti per diminuire l’effetto di spaesamento: gli aggregatori di blog specifici cominciano ad essere dei selettori di fatto e a contribuire in questa funzione di orientamento. Ma devo dire che è preferibile questa difficoltà ad orientarsi alla necessità di fruire soltanto ed unicamente di prodotti decisi da poche strategie editoriali, magari dal gusto, più o meno discutibile, più o meno non troppo condizionato, di pochi  o pochissimi antologisti....

E’ quanto appunto registrava ed intuiva sul Corriere della sera  Paolo di Stefano il 5 agosto 2006 quando raccomandava ‘Bisogna darsi da fare, selezionare e selezionare’…

Rispetto a quattro anni fa ritengo sia questo soprattutto ora il lavoro da fare: un lavoro di selezione, e concentrazione, di rallentamento e di consistenza. In una parola: di vero dialogo.

Biagio Cepollaro

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martedì, febbraio 27, 2007

POESIA DA FARE E’AL NUMERO 20

Numero Venti di Poesia da fare

marzo 2007

http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/pf020.pdf

EDITORIALE

 (B.C)

TESTI

Massimiliano Chiamenti da Teknostorie/scrap

Adriano Padua da Radiazioni

IMMAGINE

Fausto Pagliano, 6

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mercoledì, febbraio 21, 2007

Biagio Cepollaro

 

Il dialogo è tanto etica quanto conoscenza.

 

Il dialogo esteriorizzato, praticato da interlocutori, incontra sin dall’inizio l’alternativa platonica del Protagora e del Gorgia, sin dall’inizio s’imbatte nella questione del relativismo e del nichilismo. E sin dall’inizio si presenta come campo di discorso in cui la verità (cercata) si intreccia, si distingue, si oppone, o , al contrario, s’identifica con il potere.

I massmedia possono essere in politica la realizzazione massima del nichilismo estremo della sofistica. Qui gli effetti di realtà coincidono con gli effetti di verità. E tutto è vero ed è vero il contrario di tutto.

Il dialogo-dialettica è la forma che già Aristofane ne ‘Le nuvole’, da conservatore, individuava come il luogo in cui il discorso ingiusto può vincere sul discorso giusto. Verità, effetto di verità e volontà di potenza, potere. Lyotard, tra Nietzsche e Wittgenstein.

La dialettica non è retorica, la dialettica non può essere degradata a retorica, come ricordava Giorgio Colli narrando il cammino dalla sapienza alla filosofia in Occidente.

Il dialogo come lo intendo io, come vorrei che fosse, sa di non essere né relativista né nichilista: il mio interlocutore non userà  la retorica nominalista e relativista per non cercare in sé una risonanza a ciò che dico né punterà a nullificare la possibilità del senso attraverso una sorta di desertificazione nichilista.

Il mio interlocutore mi ascolterà semplicemente come semplicemente io l’ascolterò.

Il dialogo dunque è la forma di pensiero in cui l’etica vale quanto la conoscenza.

L’etica degli interlocutori si radica nella loro profonda appartenenza al campo di discorso che il dialogo disegna già dalle sue prime battute. L’ombra che accompagna la superficie razionale del dialogo (tacite aspettative, proiezioni, identificazioni, presupposizioni) è parte integrante del campo ed è ciò che lo rende propriamente fertile.

Senza questa sostanza etica, psicologica, cognitiva del dialogo, vi sarebbe solo interattività.

Ed esattamente è quest’ultima a venire enfatizzata dalle tecnologie telematiche, le cui finalità iniziali e precipue non sono certo quelle che ruotano intorno alla verità (qualsivoglia) e alla sua ricerca.. La genealogia performativa del discorso interattivo non è quella della dialettica o del dialogo…

In un certo senso occorre usare le nuove tecnologie costringendo l’interattività ad esse connaturata a diventare effettiva interazione, cioè, come una volta si diceva , dialogo.

Per realizzare ciò occorre, tra l’altro, rallentare i tempi di risposta e, a fronte dell’immediata reversibilità delle pagine virtuali, immaginare in ciò che si scrive una  nuova durata.

Non estrinseca, non quantitativa, non monumentale, ma intesa come principio etico di organizzazione del testo, come sua interna responsabilità.

 

Biagio Cepollaro

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lunedì, febbraio 19, 2007

Biagio Cepollaro

 

Il disagio delle identità

 

Forse davvero il dialogo è la forma più difficile di pensiero anche se il pensiero è costitutivamente dialogante. Solo che pensare tra sé e sé pur dando vita da ogni sorta di equivoci, fraintendimenti e confusioni, lascia i conflitti che ne conseguono poco visibili. Si dice talvolta che il pensiero è tormentato indicando queste guerre intestine, apparentemente silenziose.

Ma quando tutto questo si esteriorizza e diventa dialogo con un altro in carne ed ossa, la compattezza guadagnata dagli interlocutori – se coerenti con se stessi- comporta spesso il rovesciarsi delle difficoltà all’esterno, in un mare di proiezioni e identificazioni, non detto, attriti e incomprensioni. Può capitare che i fraintendimenti siano così grossolani da apparire vera e propria cattiva fede dell’interlocutore…Ma qui la fede non c’entra: è che la superficie razionale del dialogo resta, appunto, solo la superficie: sono in gioco altre forze, visioni, memorie, aspettative…Che restano sotto traccia e senza nome. Il fascino del dialogo è anche in questa parte di ombra e di non definito che accompagna la parte in luce, una sorta di gestualità del pensiero, la sua vividezza che è anche la sua irriducibile oscurità. C’è bisogno di dialogo nonostante la sua difficoltà. E si riprova sempre, nonostante tutto.

Chi entra in dialogo con atteggiamento rigoroso lo sa e fa di tutto per schiarirsi bene la voce, per ascoltare ciò che di nuovo sta per arrivare, si prepara a ringraziare l’interlocutore per l’opportunità di guardare le cose da un altro punto di vista. E l’accogliere l’altro non vuol dire cessare di essere se stessi ma anzi, vorrà dire anche far fluire una fissità, smuovere ed allontanare il pericolo di una cristallizzazione, allontanarsi da una rassicurante quanto mortifera identità.

Le identità sono coerenti e relativamente stabili momenti di passaggio: configurazioni storiche di senso che comprendono un insieme di risposte ad un certo tipo di circostanze. Attraverso il dialogo possono sorgere nuove domande (percezioni di nuove circostanze o nuovi punti di vista) per le quali quella forma di identità non ha ancora o non può avere una risposta. E’ proprio in quel disagio dell’identità che può continuare o anche cominciare il processo di evoluzione.

 

Biagio Cepollaro

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giovedì, febbraio 15, 2007

Davide Racca

 

Su Tiresia / oracoli, riflessi di Giuliano Mesa

 

7 - epilogo

ti lascio qui

con queste nubi cariche di pioggia

striate da un bagliore

che ti risveglierà, anche domani,

quando avrai più ricordi

da pensare.

 

vado

nella penombra che rimane,

dove ritorno, adesso,

adesso che potrà ricominciare,

che potrei,

adesso c’è soltanto il desiderio:

lasciare, lasciare intatto

questo momento prima del dolore,

quando il dolore

è diventato nenia di conforto

e poi silenzio,

questo silenzio che sentiamo insieme,

adesso – è adesso che sappiamo,

in questo momento che divide

 

ti lascio qui

 

(da TIRESIA di Giuliano Mesa)

 

 

*

Tiresia, prima di divenire cieco, ha conosciuto entrambe le nature umane: quella maschile e quella femminile. Ma questo non ci autorizza a pensarlo come un essere completo. Anzi, proprio perché ha fatto esperienza del mondo, filtrandolo organicamente, prima come uomo e poi come donna, e poi, nuovamente come uomo, è un essere estremamente limitato. Conosce, è vero, la natura maschile e quella femminile, di entrambe avendone fatto esperienza diretta. Ma questa conoscenza lo ha reso vulnerabile, incapace di concepire e vedere la totalità. Infine, cieco.

 

*

La totalità è il frutto di una parzialità che si autodefinisce, si auto-pone. La totalità è, in fondo, una parzialità mistificata, che in virtù di tale mistificazione professa e agisce la sua onni-valenza. Proprio per questo la totalità è sempre a un passo dall’essere totalitaria.

 

*

Tiresia sa, ma quel che sa lo rende fragile, cieco, parziale. Sa che la totalità è inconcepibile. Sa che ogni esperienza è limitata, come ogni visione. Ma Tiresia, dopo aver esperito, dopo aver conosciuto il proprio limite, dopo esserne rimasto accecato, ha tentato la parola. E per forza di cose questa parola è ambigua, polisemica, non profetica, ma insofferente al limite: consapevole.  

 

*

Raccontare qualcosa dopo averla vista è sostituire la parola all’esperienza. L’esperienza si trasforma in un’altra forma di esperienza: la parola. La parola diviene una nuova visione. Ma, dov’è cecità, qual è la visione? Bisogna distinguere tra cecità dalla nascita e cecità pervenuta… Ma bisogna sapere che la cecità è anche quella di chi, pur avendo occhi buoni, non vuol vedere, o lascia che siano gli altri a vedere per lui. La cecità, in fine, non è una questione di meri occhi.

 

*

Tiresia sa, ma quel che sa non lo aiuta. Tiresia ha visto, ha esperito, e questo lo ha reso cieco e ad un cieco resta l’esperienza della parola, della musica e del canto. Ma per dire cosa? Per dire paradossalmente la quintessenza del limite: l’inconoscibilità delle cose, che rende più sensibili, vibratili... e soprattutto consapevoli che ogni gesto di vera conoscenza è una separazione, una ferita.

 

*

Tiresia esprime a occhi chiusi una condizione indicibile che non è visione nuova dell’immondo, ma la cecità della visione. Credo che questi versi vadano letti con i polpastrelli, e a occhi chiusi… in Braille.

 

Davide Racca

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martedì, febbraio 13, 2007

Italo Testa

 

I Compilatori

 

Li vedi camminare per le strade, a testa bassa, fermarsi all’improvviso, schiarirsi la gola, declamare il canone della letteratura del XX secolo, nome per nome, con un tono feroce, definitivo. “Loro sapranno, loro sapranno”, non si sente dire altro alle fermate d’autobus, “che i giudizi di valore, i giudizi contano”, non si sente altro a mezzogiorno, nelle mense aziendali, sulle tavole imbandite. I fiorai hanno opinioni salde in proposito, ti rincorrono e con aria di sfida esibiscono le antologie, i florilegi: “è necessario”, gridano, “è necessario: proprio perché rigettiamo la verticalità del linguaggio, proprio perché il soggetto va espunto, loro devono intervenire alla fine, risistemare l’alto e il basso”. Ho provato a spiegare al mio commercialista che bisogna esporsi alle cose, lasciarle deflagrare, ma quello non sentiva ragione: “ecco la parcella, e mi raccomando, i minori vanno distinti dai maggiori, e soprattutto il critico, soprattutto il critico, con il potere del giudizio”. Ma io non sempre capisco perché quando chiedo un bicchier d’acqua la barista mi guarda severa e si sente in dovere di dirmi che non è così che si fa, non si può partire dai testi, sempre e solo dai testi, che così ci si perde, e invece, caro mio, gli scenari ci vogliono, le categorie soprattutto, non ha visto il quiz delle otto, la risposta esatta era proprio quella, il canone dopo la morte del canone. Allora comincio a girare intorno, c’è come una forza che non mi lascia alzar la testa, soprattutto in metropolitana sento di doverlo dire a tutti, che ascoltino bene, con internet un giorno ci saranno infinite antologie, ognuna con i suoi giudizi di valore, e quindi nessun canone, anche all’uscita sento di doverlo dire, sulle scale mobili, e poi, quando riemergo, e comincio a camminare per le strade, mi fermo all’improvviso, mi schiarisco la gola e dichiaro l’anticanone della letteratura del XX secolo, nome per nome, con un tono feroce, definitivo.

 

Italo Testa

 

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sabato, febbraio 10, 2007

Biagio Cepollaro

Su Animal Master, di Laura Pugno, Quaderno VIII di Poesia da fare www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/quadernVIII.pdf

1.

Tanto per cominciare il Minotauro diventa ‘mezzotauro’: diminuzione del mostruoso animale .

La situazione che viene costruita è paradossale: ciò che dovrebbe spaventare, oltre al Minotauro dimezzato, è il labirinto (della psiche) ma anche la parola  ‘labirinto’ viene dimezzata. Si ripropone qui sul piano grafico ciò che era stato anticipato sul piano semantico. Il testo immediatamente dichiara di voler giocare su molti tavoli.

2.

Il ‘Mezzotauro’ è umanizzato dal momento che è completamente di carne, ma nello stesso tempo ‘non divora carne’. Si associa piuttosto alla verdura. Tale dimensione animale non solo viene sottomessa ma addirittura fatta oggetto di rapporto sadico. L’asservimento della dimensione istintuale si fa dileggio, prevaricazione, negazione radicale:

‘puoi legarlo stretto-laby-/ rinth sillabare all’orecchio,/ bruciargli la pelle con la cera,/ se adesso è preda’. 

3.

Si rovescia così la situazione: il dominio e l’asservimento si rivelano perversione, cioè distorsione del flusso libidico, deviazione del grande fiume in forza di cultura. Perchè nevrosi, perversione e cultura si affiancano e trovano un qualche rapporto, sia pure distorto col mondo istintuale e animale.

4.

E per finire, anche se non c’è conclusione ma inizio di un processo, si allude alla trasformazione di questo movimento: la ‘parte superiore del tauro’ ‘cambia mondi’, se è vero che l’umano che intrattiene rapporti con lui, nei modi a lui possibili, non convenzionali, né prevedibili sta ‘covando’: ‘quelle uova sei tu’, embrione di possibilità e di divenire.

5.

Nel testo New Asia le capacità di produrre slittamento tra temi attraverso insistenze su elementi microlinguistici, attraversi espedienti fonici, ancor più si esprimono. E si passa dalla ‘descrizione’ della Cina ‘molto grande’ alla scena di un delitto, alla microstoria di una vittima. E questi temi inanellati dal senso scorrono attraverso improvvisi dettagli cruenti guidati come da indicazioni per una telecamera. La violenza è detta con precisione di zoomata ‘tracce di sangue, come quando schiacci/ un piccione,/il corpo non la testa/il corpo hai detto il corpo non la testa/ ora vedi meglio/ la scena, la ragazza prigioniera delle ustioni’. Il testo non si compatta formalmente: costringe frasi di prosa e diversi registri a stare nello stesso tessuto in violenta compresenza. Il testo non si compatta ma si comprime, comprime all’interno i suoi elementi, costringe la narrazione ad incepparsi e ad interrompersi e lo slogato del verso, al contrario, a distendersi improvvisamente.

E questi movimenti, queste diverse pressioni sorreggono e veicolano un sostanziale risentimento etico che sfiora la cronaca da grande distanza come calando in picchiata, mentre sullo sfondo domina la questione del Potere. ‘Lingua incantata di grasso/ lingua che ti unge tutta’.

Biagio Cepollaro
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sabato, febbraio 10, 2007

Biagio Cepollaro

Su  Poesie di Davide Nota (da Il non potere, Zona Ed., 2007)

Riferimento ai testi pubblicati sul blog Poesia da fare

http://www.cepollaro.splinder.com/archive/2007-01

1.

C’è innanzitutto un flusso che non è solo organico ma è anche di senso, è un flusso biologico e storico, è un divenire con i suoi resti, un divenire di senso con il suo resto, con i suoi resti. Anzi i resti sono la spia, sono la prova di ciò che divenendo non lascia altra traccia, più solida, più ferma.

E l’occhio vuole restare aperto e non annebbiarsi favoleggiando.

2.

L’enjambement riproduce come figura ritmica lo scorrere sconnesso dei liquidi, da verso a verso, come da uno scalino all’altro, gocciolando.

3.

Il senso scivola via, acquatico scorre ineluttabilmente verso il basso.

La connotazione morale negativa di alcuni oggetti esibiti come referti, ancorché riscattante, denuncia un’altezza ancora una volta sfuggita e impossibile. E quell’altezza sfuggita resta lì più in alto di prima, più in alto di quanto sarebbe se fosse stata mai raggiunta.

4.

Paesaggio urbano di un’ovvia desolazione. Solo che la normalità che porta allo sgomento non arriva, ciò che si fa evidente, dell’evidenza di un’allucinazione è un paesaggio stravolto, sincero nella sua  aberrazione.

E’ per questo che le case sono ‘antri squarciati’: ciò che dovrebbe contenere, proteggere e riscaldare, invece è tutto strappato verso l’esterno, invece del concavo il convesso.

‘Le braccia bucate dei pazzi’ sono braccia che si possono trovare per la strada’giusta’, per luoghi che non contengono altro che ‘case, palazzi e uffici postali.’.

5.

Anche la speranza risponde speculare alla disperazione dei luoghi, del paesaggio antropico. I nomi sono quelli usati e abusati: ‘fresca primavera, ‘stella’, ‘fiore sopra il prato’. Anche il positivo è parte integrante di una banalità amministrata e diffusa. Destini e avventure di plastica preordinati come le opzioni di un videogame, laddove il codice epico o lirico vengono preordinati dal programmatore. L’uso è immediatamente abuso. Il fiore e il bidone ringoiati dalla plastica: ma è proprio la plastificazione dell’immaginario che dentro la comunicazione sociale non lascia scampo, mentre la richiesta riguarda il vivo.

E’ così che possono defluire anche elementi aulici come scorie e scarti, lo snaturato, il retorico e la lingua diretta, in cerca di salvezza, di chi ci sta in mezzo.

Biagio Cepollaro

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mercoledì, febbraio 07, 2007

Angelo Petrella

 

da: Piazze d’Italia

 

Sestina di piazza Alimonda

Genova – 20 luglio 2001

piazza Alimonda

 

“Così blindata eppure in festa Genova

mai vidi. Disperando, del corteo

oltre i cancelli a guadagnar la testa

tra idranti e colpi de’ carabinieri,

correvo. E un rombo al mezzo della carica

scoppiò un po’ prima ch’io svenissi ‘n piazza.”

 

“Ricordo le bandiere per la piazza

e i panni al vento ‘n sfregio a tutta Genova,

limoni, sassi e cocci ad ogni carica.

A forza ‘n ospedale dal corteo

sù su’ blindati de’ carabinieri:

giù – ad ogni sguardo storto – un colpo ‘n testa.”

 

“Ogni ematoma quando picchio ‘n testa

più non va via da dove là si piazza.

‘n mano a polizia e carabinieri

già m’ero fatto allo stadio col Genoa

le ossa (e con la Samp...). Ora ‘n corteo

mi batto sullo scudo a darmi carica.”

 

“Bugìe! Ché nessun’arma lì era carica,

ma un sasso l’ha colpito sulla testa,

al terrorista uscito dal corteo:

parola di ministro! (ché la piazza

monitorava in prefettura a Genova

col generale dei carabinieri).”

 

“Io son de l’arma de’ carabinieri

manovalanza: brigadiere ‘n carica.

Il 20 luglio ero di stanza a Genova

a Bolzaneto. Avevo l’eco ‘n testa

degli ordini: inflitrarsi nella piazza

coi sassi per spaccare ‘n due il corteo.”

 

“S’erano messi a lato del corteo

i due defender co’ carabinieri.

Tra ‘l fumo, un estintore sparso in piazza

raccolsi, quando a uno dei quattro carica

la mano d’odio e d’ordini la testa

gli vidi. Urlava: «Benvenuti a Genova!»”

 

Piazza Alimonda. Tra i carabinieri,

puntata ‘n testa, spunta un’arma carica.

Pareva un corteo in Cile: ma era Genova.

 

 

Angelo Petrella

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mercoledì, febbraio 07, 2007

Marina Massenz   

 

Lisciami

 

                            I

Lisciami

come fossi la tua pelliccia preferita

e raccontami piano la storia dell’orso

e quella dell’igloo, le storie che all’alba

non ricordi più, quelle che navigano la

mente nella semioscurità e si sfilacciano

alla luce come i sogni. Raccontamela

all’orecchio, perché nessuno senta,

e (forse ingelosito) ci separi.

 

                           II

 

Io ti dirò invece delle case,

che nel mio sogno si aprono in spazi

sempre stranieri, che non conosco,

un nuovo corridoio, la stanza che

non c’era e l’arredamento, dal nulla

francescano al drappo di broccato, quel

mobile della nonna ritrovato

in cantina, con i segni del fuoco,

e poi il puro acciaio, l’high-tech. Così

io la notte non so mai dove sono,

raccontami allora la storia dell’igloo,

proprio quando, smarrita, vago

senza nulla far trasparire.

 

                                 III

 

Quando invece t’inventi cacciatore,

e punti il cervo, il suo palco mal celato tra

le foglie, allora abbassa l’arma e lasciami

fuggire; guarda come corro, verdi balzi

di qui e di là, voli ed elastici

appoggi…ho una mia grazia selvatica!

 

Marina Massenz   

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sabato, febbraio 03, 2007

Davide Racca

Su Impronte sull’acqua di Francesco Marotta

*

proprio sul margine è la prima

prova, il tuo alfabeto

già respirato dal silenzio 

se arrivi appena a

pronunciare un nome

sfiorando la veglia di

anime abbracciate

per agonia di una

risposta attesa, se

a fare ombra intorno

è un vento, un

tuffo a labbra ferite

nel cammino, la chioma

scomposta di lampade

che si rincorrono

si urtano, non

si riconoscono,  ma

sono state il rosa di ogni pelle

la seta, l’oro che fascia

crudeltà di gesti

la fine del racconto

o forse il canto

con quella voce, l’ultima

in movimenti d’opera

con quelle mani a strali
e sulla lingua un

laccio di sere

che stringe astri e

maree, quando in vuoti

bruniti di luce porta un paese

a spasso, dice nascimi

un sogno, nascimi ancora

strade incuranti del

ricordo, lasciami un

segno, un’

impronta d’acqua

da “Impronte sull’acqua” di Francesco Marotta

 

*

Tocco l’acqua che mi tocca. Io sfioro lei, lei sfiorandomi. Qui, in questo punto, so che non posso andare oltre se voglio sentirla ancora così, in questo modo. Se solo immergo il dito, lui viene fagocitato e non sentirò altro che acqua intorno. Se il dito lo ritraggo, avrò bisogno di sentire pur qualcosa, ma non sarà la stessa cosa.

 

Se pongo un dito sulla superficie dell’acqua, senza immergerlo, si arriva al punto di tangenza sensibile con essa e si fa viva la sua pressione sul polpastrello: allora il dito diviene un’idròmetra in sosta.

 

L’acqua è elemento mutevole, adattivo e dirompente, stagnante, catastrofico e sorgivo per natura. Non ha una sua identità precisa. Assorbe tutto, tutto lascia scorrere. Lei può sommergerti, annientarti. E darti vita. Tu hai bisogno di lei, non lei di te.

 

Tu puoi pugnalarla, ma immediatamente si richiude intorno alla lama. Puoi canalizzarla. E servirtene ai tuoi scopi. E puoi adulterarla… e qui mi fermo, perchè qui si impone la tua identità.

 

*

L’identità, automaticamente, per un riflesso burocratico, di garanzia, la associamo all’impronta.

 

Ma un’identità fatta di impronte-digitali adultera l’identità individuale. Rende un uomo riconoscibile nello statuto del consorzio umano. Controllabile, coercibile.

 

L’identità fondata sulle impronte-digitali è una falsificazione dell’umano, perché racconta la sua storia sulla scorta di un codice formale, non sul lascito di un’esperienza.

 

Un uomo non è la sua impronta-digitale. È soprattutto l’impronta che sulla pelle gli incide la vita.

 

*

La poesia di Marotta non è una poesia di identità. Perché non vuole imporsi. Ma è una poesia di impronta. Un’impronta sul calco vitale di un’altra impronta, quando, toccandosi, l’idròmetra e l’acqua sono un’unica cosa, perché l’idròmetra si posi e cammini sull’acqua e l’acqua glielo permetta senza affondarla.

In questo senso la parola di Marotta non trattiene la realtà. La tocca, perché la realtà diventi un unico con la parola.

Perché la parola si posi e cammini sulla realtà e la realtà glielo permetta senza affondarla.

 

Davide Racca

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sabato, febbraio 03, 2007

Biagio Cepollaro

 

Su Catasto ed altra specie di Antonella Pizzo, FaraEditore, 2006

1.

Il libro si organizza come per frammentazione o gemmazione da un testo originario che sembra raccoglierlo come una sorte di monade da cui per svolgimento il resto si precisa e nasce. La memoria è fatta di documenti, precisi, netti, catalogabili, collocabili, eppure la memoria svapora non appena  si fa strada il sospetto che ci sia stato dell’altro, che c’è comunque dell’altro, sempre. E a nulla vale inventariare la superficie delle cose, quando le cose non sono esse stesse superficiali, dotate come sono di profondità, aggrovigliate nel profondo.

2.

Nella poesia di apertura in sentenza si anticipa lo svolgimento successivo e minuzioso. Non c’è patema ma disinvolta registrazione. Almeno in apparenza, dal momento che la prosastica leggerezza dell’avvio ben presto scivola nell’indeterminato e nell’allusione più scura.

Tutto comincia dalla banalità del male, da una svista, da burocratico errore, ma poi è già ‘ingiustizia cieca’, è già ‘urlo nella nebbia’, è giù  ‘il fosso oltre misura’.

3.

Registrare, collocare, dividere, sistemare. Sbagliare, correggere… Come se davvero le cose una volta ‘accatastate’ s’acquietassero in un senso, pacificate.

E invece no: non i girasoli di Van Gogh ma carciofi e cavolfiori. Il sogno dell’arte come il sogno della vita non è ancora arte non è ancora vita. Anzi, tutto il contrario: quest’arte, come la vita, comincia dall’accettazione ‘fogli arrotolati e carte/ come i pensieri in testa’ (pag24).

4.

La diminuzione, la desublimazione, l’utilizzo fino all’esaurimento della metafora-catasto come abbassamento della più aulica metafora-libro ed ecco che il tempo si àncora: ‘Il mio tempo è di ventiquattro righe/una per ogni ora del giorno’. E questo diventa lucido ma non spietato sguardo sui meccanismi di una storia anche famigliare:‘non è per mancanza di rispetto/ ma è il meccanismo che non fa per me’ (pag.31).

5.

Più lieve è il dettato, più essenziale e scarno,  più diretto e necessario, più la lingua risponde alla chiamata. E’ un’esistenza che si racconta attraverso un espediente che organizza e che dice lasciando intatto il mistero, il senso e il non senso, secondo la responsabilità degli anni e della vita vissuta. Ed è accettazione umile e dunque vera che dopo un po’ che risuona, a chi legge, nell’universale rimbalza: ‘Ti prego la mattina non parlare/ che mi cancelli i pensieri/ne ho uno sottile e chiaro/ come filo di seta dipanato/ lucido e serico/ lampante e incontestabile/ che m’attraversa la mente: il principio è legato alla fine’ (pag.37).

 

Biagio Cepollaro

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giovedì, febbraio 01, 2007

Numero Diciannove di Poesia da fare

febbraio 2007

http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/pf019.pdf

EDITORIALE

 (B.C)

TESTI

Sergio Beltramo da  L’apprendista stregone

Francesco Marotta da Per soglie d’increato

IMMAGINE

Fausto Pagliano, 5

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