Massimo Gezzi
Da L’attimo dopo
Comandamento
Non perdere di vista nulla: la luce
per un attimo più incerta di un lampione,
le gocce di pioggia che pungono
ripetutamente una pozzanghera, il sorriso
di una donna all’autogrill, mentre parla
al bancone con un uomo sconosciuto –
e il sole delle sei, se sei sveglio nel letto,
il volto mezzo assorto e mezzo teso
di un vecchio che firma un documento
in comune, la testa di un cane
che cade lentamente per il sonno.
Non torna mai niente, i gesti
fanno in tempo a disegnarsi nel chiaro
dell’aria, poi il sole secca il fango,
l’uomo e la donna ritornano
in viaggio, la corrente dei lampioni
si interrompe del tutto.
Sul molo di Civitanova
La propaggine del molo finisce
con cubi di cemento ammassati
e sconnessi. Camminarci viene male,
bisogna proseguire per oblique
pedane, attenti a mantenersi
in equilibrio ad ogni salto –
dietro il mare cerchia
tre punti cardinali di un azzurro
abbagliante, più lucido del cielo
bucato dalle nubi – siamo ancora quelli
che camminano a fianco, attenti
a capire quali esche si impiegano
per prendere le mòrmore, quali
per i gronchi, che appena rovesciati
nei secchi si contorcono – questa estremità
non smette di insegnarci a guardare
sempre meglio: un giorno la maretta
intorbida le acque, il giorno dopo
riesci a seguire il cormorano
mentre caccia e si appuntisce,
sfrecciando sotto il pelo –
non è mai finita, penso mentre guardo
i tuoi capelli rovistati dal grecale:
finché non muore tutto c’è speranza
di risolverlo il dilemma
che mette il segno uguale tra vita
e non vita, in quest’angolo di porto
occidentale che ogni volta è se stesso ma insieme
è anche altrove, e di certo non coincide
con il luogo dove gli uomini vendono
tutto per fame, e i bambini si divertono
a scavare le macerie – ci è dato
questo spazio, questo minimo
orizzonte di cose quotidiane: il lavoro,
la visita agli amici che diventano
più seri e fanno figli, la fede
nel frenetico farsi delle foglie
appena apparse – non credere
in noi sarebbe il crimine maggiore,
mi dico mentre godo il primo sole
sugli occhi: come perdonarsi
dell’altro è il rovello
che il rauco saluto del mare non calma.
Mattina dopo
Finisce come deve:
acqua e sangue che interrompono la loro
stagnazione per turbare il tuo riposo
ed il mio: ma dopo tutto tace,
terrazzi e condòmini, auto parcheggiate
in doppia fila, corridoi non camminati.
Nell’attimo che il sole scavalca
il primo taglio di persiana una pioggia
di riflessi tempesta lo specchio
e il letto vuoto, te in piedi che metti
i pantaloni della tuta, io disteso mentre credo
ad ogni cosa, credo a tutto ciò che vedo
in questa stanza luminosa.
Venere davanti al sole
La materialità dell’esistenza
è cosa certa: nei pavimenti o sotto i letti
le matasse di polvere nascondono
organismi piccolissimi, i quali, al microscopio,
rivelano corazze o altre parti di carbonio,
lo stesso del diamante, delle matite,
e dell’isotopo radioattivo C14 che permette
di datare l’indatabile –
per cui se guardo Venere
che macchia come un neo la superficie
abbagliante del sole penso a quanto
sia finito l’infinito e viceversa,
a quante divisioni per due
consente l’uno, l’acaro
l’atomo il quark.
Massimo Gezzi