mercoledì, gennaio 31, 2007

Stefano Guglielmin

*

l’infinito possibile o l’inguine

per eccesso e doloroso, se traduce

per amore l’anello o «se la voce...» o il coro

promesso dei fratelli, il loro cavarsi

dalla lingua, l’ingegnosa

spina

         

eppure ha un nome, spesso, e l’ombra

e sottobraccio il suo più caro mortale

lei, che paga bancomat ed altro

non chiede, sbuffando

o voltando in riso la pena, come si fa

per potare il lutto o se altronulla

resta da dire, se non a te, fiore del bene

e bianco, come in preghiera:

oh pastore del bestiario, fa’ di lei l’intrico

dal quale non si sfolli, e dònale

se puoi, altro erbario

senza rime o radici, solo slanci

sulle punte, e saluti

quando la terra trama

 

                       e infine tramonta

diversamente sulla sua morte cruda

quando verrà, così che le sia frutto

il perdersi o il distrarsi, il volo

che attraversa l’ordine e l’uva, il dolce

d’ogni traguardo, ed abbi cura anche di noi

così in terra, e soli, nella bellezza dei cieli

sopra le spalle, e dei morti, nostro specchio

corporale, nostro estuario

 

Stefano Guglielmin

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domenica, gennaio 28, 2007

Biagio Cepollaro

 

Un grazie a Francesco Marotta e un augurio ai più giovani.

 

Ringrazio commosso Francesco Marotta per la Scrittura dedicata al mio Lavoro da fare su La poesia e lo spirito. http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/

Colgo l’occasione per riflettere sul fatto che in venticinque anni di ‘attività letteraria’ gli incontri che ho avuto la fortuna di fare con poeti e artisti non sono stati pochi.

Alcuni, pochissimi per la verità, sono stati molto intensi e lo sono tuttora, altri, molti, non hanno resistito agli anni, ai mutamenti interiori, alle evoluzioni intellettuali, consumandosi nell’incomprensione o nell’indifferenza oppure non hanno resistito al mutare delle circostanze…

Posso dire che oggi, a parte pochissime persone, i poeti con i quali sono in contatto più o meno profondo e umanamente corroborante sono per lo più di poco o di molto più giovani di me.

La cosa mi fa piacere e mi offre molto ‘lavoro da fare’.

Questa constatazione solo per sottolineare il fatto che Francesco Marotta, sostanzialmente mio coetaneo, l’ho incontrato relativamente da poco ma immediato è stato il reciproco apprezzamento. E’ come se da punti di partenza diversi fossimo giunti oggi entrambi in una zona similare che stringe in un solo nodo la poesia e le nostre ricerche fin qui senza nome, come se la vita, per vie diverse, ci avesse costretti senza scampo a formulare delle domande la cui risposta crediamo, insistiamo a credere, possa venire solo dalla poesia come intuizione di un più sottile lavoro da fare dentro le nostre vite o, come preferirebbe forse dire lui, come ‘pane’ che oltrepassa il visibile e per questo per noi concretissimo…

Di questi incontri, fatti di lettura reciproca, interesse vivo per ciò che l’altro dice, esaltazione di ciò che accomuna e attitudine a relativizzare ciò che allontana, vorrei che fosse colma la cosiddetta attività letteraria. Anzi, se un augurio devo fare ai più giovani, è proprio questo.

 

Biagio Cepollaro

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giovedì, gennaio 25, 2007

Biagio Cepollaro

 

Su Il Catalogo della gioia di Antonella Anedda, Donzelli Poesia , 2003. Il riferimento in particolare è al Quaderno IV di Poesia da fare

www.cepollaro.it/IVQuadern.pdf

1.

Il senso vivo dell’arte e della poesia, i significati che non possono che essere vivi, stanno nel rimando, nel cortocircuito, nel punto d’incrocio, nella visione tanto precisa quanto imprevista e imprevedibile. Il quotidiano con la sua modestia è anche l’unica realtà forte capace di sostenere la rete di simboli che attraversano la mente, l’unica realtà capace di dare radice a ciò che altrimenti sarebbe vacuo riferimento senza sostanza. E qui la sostanza è nel continuo rovesciamento delle parti tra l’elaborazione storico-formale e l’annotazione, l’appunto, l’istantanea.

2.

Il titolo è parte integrante del testo. Definisce un’origine, certo. Ma soprattutto uno sfondo a contrasto, un polo dialettico. L’affresco di Orcagna sulla peste di Firenze collocato temporalmente in un lontano passato di dolore e di orrore, viene ricollocato in una visione dall’autobus, azzerate le distanze temporali ed ecco che l’affresco ricomincia a far vedere. Un far vedere che viene dal passato ed un vedere che viene dal presente.

Passato e presente imbarazzati, in un certo senso non più sicuri di sé e della propria sistemazione. Un passato non più museale e un presente non più innocente, reso innocente dalla mancanza di consapevolezza, innocente o forse, meglio sarebbe dire,  impunito, cosificato e fatto paesaggio urbano.

3.

C’è un flagello che non cessa di martoriare, decimare, privare di vista e di senso. E c’è una postura calcificata, fatta abitudine. Resa invisibile. Fino a che l’affresco lontano non suggerisce equivalenze, fino a che ciò che si vede propriamente viene visto.

4.

Così il cuore non è di carne anche laddove la carne dovrebbe esserci, nel vivo. Gli Assetati di Nicola Pisano a Perugia. E l’indigenza da condizione subìta si fa agìta, decisa, voluta. Qui l’identificazione è totale: la statua non esagera con il suo metallo, il metallo non esagera: è l’umana chiusura e miseria ad esagerare, ad essere innaturali.

5.

E della magnificenza dei templi greci a Paestum, la poesia coglie l’unico essere vivente, il più dimesso, il più adattato, il più metamorfosante. La lucertola viva, a fronte di un’intera civiltà scomparsa con la sua maschile pretesa d’immortalità. E ciò a fronte di altre civiltà che da sempre hanno compreso l’elemento yin nella generazione del mondo e soprattutto del divenire.

Le fronti della donne ‘leggermente chine’ viste dall’autobus tornano ora come queste lucertole, nel gioco dell’identificazione e dell’inversione. Mondo animale e mondo inorganico convocati tutti a far vedere, ancora una volta, ciò che pur visto passa inosservato, senza parole. Perché della pittura è l’immagine, della scultura è la materia: non la presunzione del simbolo a durare ma la concretezza del disvelamento che non può essere che dell’oggi, con le sue miserie.

6.

La nascita invertita e duplicata. La nascita al mondo per come è il mondo, oppure, meglio, la nascita all’indietro, nell’informe, al di là del movimento regressivo: la nascita seconda. La nascita seconda non è del corpo con le sue storiche miserie, con le sue ferite tanto accidentali quanto programmate dalle violenze istituzionalizzate e razionalizzate: la seconda nascita è il non concepito, la Madre delle possibilità, il senza tempo che pure è futuro.

 

Biagio Cepollaro
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lunedì, gennaio 15, 2007

Giorgio Mascitelli

 

Lettera dell’ex-adolescente

 

Io mi ricordo di troppe cose e proprio per questo non me ne ricordo nessuna bene.

Non ho troppi ricordi perché ho vissuto molto né perché ho vissuto poco. Ho vissuto quel che potevo, poco più o poco meno, come fanno tutti, compresi quelli che hanno vissuto moltissimo o pochissimo. Tra l’altro è abbastanza divertente quest’idea dell’aver vissuto molto o poco nello stesso senso che uno dice “ieri sera ho mangiato un etto di pasta” e un altro “invece io due”. E si finisce con il pensare che l’aver vissuto molto o poco è come aver mangiato un etto oppure due di pasta, solo applicato alla vita, anziché alla pasta. La gente con questa storia che la matematica è una materia utile la applica a vanvera.

Se mi lamento di ricordare troppo, non è per perdermi nell’elogio dell’oblio bovino, o divino, che sarebbe l’unico stato della memoria che non ha pregiudizi nei confronti della vita. Lascio volentieri questi brividini a chicchessia. Se mi lamento di ricordare troppo, è proprio perché così so di ricordare male. La memoria aggiorna incessantemente per suo conto anche pochi ricordi, ma è certo che questi è più semplice tenerli in un adeguato stato di manutenzione. Pochi ricordi ben tenuti fanno buona memoria, cioè memoria utilizzabile. Se poi uno vuole scrivere le sue memorie e i ricordi non gli bastano, se ne può sempre inventare qualcuno. Ecco un campo in cui l’aritmetica è applicata a proposito.

I ricordi sono molti perché sono stati molti i desideri. Poi ad un certo punto fui costretto a prendere atto che non avrei potuto baciare mille donne, scrivere cento libri, leggerne diecimila e bere centomila bottiglie di vino, che ci sono dei limiti, che ognuno ha il proprio passo. Alcuni lo scoprono magari l’ultimo giorno della loro vita, infatti il guaio dell’adolescenza è che non finisce, la si supera quando le circostanze lo consentono e lo costringono. Tuttavia se non ti sei reso quel che ti sei promesso allora, c’è almeno un premio di consolazione, che è probabilmente il solo premio che era in palio,  perché ora dell’unica donna che bacio sento intensamente il sapore che ha sulle labbra e sulla pelle, tanto per citare il Poeta; e vedo quanto sforzo mi è costato scrivere quelle pagine che ho scritto; e trattengo più a lungo il sapore in bocca della rara bottiglia bevuta con gli amici e anche della loro compagnia, apprezzandolo meglio.

( il fatto che raccontarlo a un altro è perfettamente inutile, come è stato inutile per me che mi fosse raccontato e questo è il limite della letteratura  perché Don Chisciotte non leggerà mai il  Don Chisciotte, se non il giorno che sarà rinsavito)

Ma se alzo gli occhi al cielo, se guardo intorno a me, mi spavento: il sonno della ragione continua a generare mostri. I mostri non sono soltanto i talebani di Kandahar o di Wall Street. Questo è un sonno ad occhi aperti, autistico, in cui la macchina si è inceppata e continua a ripetere la stessa sequenza. Ma questo già si sapeva dai tempi di Francoforte, anche se ora pare che abbiano intaccato perfino i poli. La cosa più paurosa è che se alzo gli occhi al cielo, vedo il regno della libertà infinita, dove tutti fanno la stessa cosa perché sanno che nel regno della libertà infinita si può fare ogni cosa e solo le cose che non esistono non si possono fare. E i ragazzi al posto dell’animo hanno un totalizzatore di esperienze e il giorno che uno dovrà dirgli “animo Ragazzi” perché il passo si fa difficile, non si troverà una voce adeguata del bilancio personale sotto cui registrare questo incitamento.

 

SMS DI RISPOSTA DELL’ADOLESCENTE ALL’EX ADOLESCENTE ( DA LUI CHIAMATO ADOLESCENTE PENTITO)

Il telegiornale ha detto che la fine del mondo è prevista per il 2070. Dunque ci sono ancora parecchie sere in cui pensare che cosa mettermi e dove andare.

 

Giorgio Mascitelli

 

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sabato, gennaio 13, 2007

Biagio Cepollaro

 

Su Quello che si vede di Andrea Inglese, Arcipelago Edizioni, 2006

 

1.

L’indomestico (www.cepollaro.it/poesiaitaliana/IngTes.pdf ) è a tal punto un a priori dello sguardo, da approfondirsi qui, in Quello che si vede, rallentando ulteriormente il ritmo della visione. Innanzitutto ‘ciò che si vede’ coincide con ciò che la meccanicità della vita e delle idee, il macchinico del paesaggio e dell’ingranaggio sociale finiscono con non far vedere.

 

2.

Il verso scorre calmo, si scandisce con ordine, minuziosamente. Non cerca l’effetto, non si anima per l’improvviso inaspettato accostamento fonico, procede sorvegliato e sobrio, attento a ciò che dice, responsabile di ciò che dice, anche se il detto è l’orrore. L’accostamento è innanzitutto nelle cose: ‘quello che si vede’, una volta diradato il torpore dei sensi e della mente (l’ordinaria condizione di veglia), già basta a caricare di senso e di scandalo.

‘Non bastava esser veloci, /muovendosi su pattini lungo i marciapiedi’ (…) ‘esigeva su quell’asfalto/ la sua morte/ un punto di vista’ ( pag. 14). E’ questo che ‘chiama un’interna/ sensibilità’ (pag.24), così come la storia della tortura che diventa, da eccezione, habitat, aberrante normalità e assenza di altre prospettive: ‘la schiena che vedi martoriata/ è quella di Anika, sei anni’ (pag.20).

 

3.

Ma tutto questo è già nell’interno domestico, nelle scarpe con cura interrogate (come quelle di Van Gogh, di Heidegger che le legge come tracce, interrotti sentieri) ma solo per trovare il nulla dell’attenzione, della consapevolezza e della presenza. Non per trovare la terra ed il suo senso umano: qui la terra è punto d’appoggio, origine di gravità, sasso. Qui la terra, per ‘quello che si vede’, è cieca immobilità (‘quando tutto si riempie allora tutto sta fermo’, pag. 17).

 

4.

Il verso è strumento della visione. E la visione costruisce i suoi oggetti, li ritaglia dallo sfondo, ne esaspera il dettaglio, li ricombina ma sempre nella contiguità spazio-temporale

della vita di ogni giorno, della vita che ogni giorno non si vede.

‘Ci sono zone dell’appartamento/ inabitabili, altre fin troppo/ abitate’ (pag. 15).

Come per un’etologia dell’abitare, livelli animali e inorganici mostrano il loro intreccio, rispondono se indagati. Compagni silenziosi e non visti di uno stare comune che si rivelano improvvisamente, sotto il fuoco dello sguardo ‘indomestico’ testimoni scomodi, implacabili.

 

5.

I limoni (pag. 15), la relazione tra la mano e la maniglia (‘ come se mai dalla nascita/ avesse fatto altro,/non sente neppure il freddo/ del metallo) (pag.17) , le sedie e lo scomodo sedersi, l’inganno dell’agenzia immobiliare (pag.15)…E i personaggi la cui storia è fissata nella ripetizione del gesto, muto oppure urlato, il pericolo incombente del fossile, del fossilizzarsi…

‘Tutti i giorni la facile impossibilità/ della vita’ (pag. 23)

 

6.

Quello che si vede, lacerata la convenzione della visione, che è ideologia ma anche povertà morale, lo si vede perché conoscere è vedere, come dice l’ultimo componimento, con la ‘residua/ pietà dell’occhio.’(pag.24).

E’ questa residua pietà che permette di non ‘confinare la mente al frammento’, al ‘pezzo separato, al detrito d’immagine/ posto come campo assoluto, sommario/ di mondo’ (pag.19).

Dunque la visione interna, toccata, resa fragile, sensibile è anche organo più ricco di conoscenza. Quest’ampliamento del senso, questo rendersi vulnerabile al vedere, è anche quello che si vede nella poesia.

 

Biagio Cepollaro

 

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venerdì, gennaio 12, 2007

 

Biagio Cepollaro

 

La poesia tra descrizione ed invarianti

 

Ad un certo punto delle Ricerche Filosofiche, Wittgenstein se ne esce con una domanda che buca la pagina (pensiero n. 610) : ‘Descrivi l’aroma del caffè! –Perché non si riesce? Ci mancano le parole? (…)’. Mancano le parole per una descrizione sensoriale di qualcosa che è evidente, forte, riconoscibile e, in molte culture, nota ed esaltata. Davanti ad un testo poetico ci si può trovare nella stessa situazione: tutta la macchina testuale, la sua chimica e finanche la sua biologia puntano a qualcosa di sintetico e, insieme, complesso. Lo stile, anzi, la percezione dello stile, qui varrebbe l’aroma: qualcosa di semplice, sintetico e, insieme, complesso. E’ chiaro che il paradosso non si può sciogliere conservando il senso fattuale al termine ‘descrizione’: in gioco, nella lettura, come nell’esperienza dell’aroma del caffè, c’è appunto un’esperienza.

Non tanto la relatività del soggetto che la fa qui m’interessa, quanto l’appartenenza dell’oggetto –il testo- a questa relatività.

Si può descrivere in tanti modi l’aroma del caffè, modi diversi, a seconda delle culture, ma l’oggetto resta pur sempre lo stesso, e , in generale, si sa di cosa stiamo parlando, comunicandoci le nostre descrizioni.

L’insieme delle descrizioni dell’aroma fanno l’aroma, che è un insieme aperto e in divenire.

L’unica avvertenza è che l’aroma va sentito, va fatta un’esperienza diretta, priva di preconcetti, e soprattutto di precetti: non si potrà mai dire cosa deve essere l’aroma, restando sempre la sorpresa di riconoscerlo come tale nella diversità delle culture.

 

Biagio Cepollaro

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mercoledì, gennaio 10, 2007

Massimo Gezzi

 

Da L’attimo dopo

 

Comandamento

 

Non perdere di vista nulla: la luce

per un attimo più incerta di un lampione,

le gocce di pioggia che pungono

ripetutamente una pozzanghera, il sorriso

di una donna all’autogrill, mentre parla

al bancone con un uomo sconosciuto –

e il sole delle sei, se sei sveglio nel letto,

il volto mezzo assorto e mezzo teso

di un vecchio che firma un documento

in comune, la testa di un cane

che cade lentamente per il sonno.

Non torna mai niente, i gesti

fanno in tempo a disegnarsi nel chiaro

dell’aria, poi il sole secca il fango,

l’uomo e la donna ritornano

in viaggio, la corrente dei lampioni

si interrompe del tutto.

 

Sul molo di Civitanova

                                                                                                                                

La propaggine del molo finisce

con cubi di cemento ammassati

e sconnessi. Camminarci viene male,

bisogna proseguire per oblique

pedane, attenti a mantenersi

in equilibrio ad ogni salto – 

dietro il mare cerchia

tre punti cardinali di un azzurro

abbagliante, più lucido del cielo

bucato dalle nubi – siamo ancora quelli

che camminano a fianco, attenti

a capire quali esche si impiegano

per prendere le mòrmore, quali

per i gronchi, che appena rovesciati

nei secchi si contorcono – questa estremità

non smette di insegnarci a guardare

sempre meglio: un giorno la maretta

intorbida le acque, il giorno dopo

riesci a seguire il cormorano

mentre caccia e si appuntisce,

sfrecciando sotto il pelo –

non è mai finita, penso mentre guardo

i tuoi capelli rovistati dal grecale:

finché non muore tutto c’è speranza

di risolverlo il dilemma

che mette il segno uguale tra vita

e non vita, in quest’angolo di porto

occidentale che ogni volta è se stesso ma insieme

è anche altrove, e di certo non coincide

con il luogo dove gli uomini vendono

tutto per fame, e i bambini si divertono

a scavare le macerie – ci è dato

questo spazio, questo minimo

orizzonte di cose quotidiane: il lavoro,

la visita agli amici che diventano

più seri e fanno figli, la fede

nel frenetico farsi delle foglie

appena apparse – non credere

in noi sarebbe il crimine maggiore,

mi dico mentre godo il primo sole

sugli occhi: come perdonarsi

dell’altro è il rovello

che il rauco saluto del mare non calma.

 

Mattina dopo

 

Finisce come deve:

acqua e sangue che interrompono la loro

stagnazione per turbare il tuo riposo

ed il mio: ma dopo tutto tace,

terrazzi e condòmini, auto parcheggiate

in doppia fila, corridoi non camminati.

Nell’attimo che il sole scavalca

il primo taglio di persiana una pioggia

di riflessi tempesta lo specchio

e il letto vuoto, te in piedi che metti

i pantaloni della tuta, io disteso mentre credo

ad ogni cosa, credo a tutto ciò che vedo

in questa stanza luminosa.

 

Venere davanti al sole

 

La materialità dell’esistenza

è cosa certa: nei pavimenti o sotto i letti

le matasse di polvere nascondono

organismi piccolissimi, i quali, al microscopio,

rivelano corazze o altre parti di carbonio,

lo stesso del diamante, delle matite,

e dell’isotopo radioattivo C14 che permette

di datare l’indatabile –

per cui se guardo Venere

che macchia come un neo la superficie

abbagliante del sole penso a quanto

sia finito l’infinito e viceversa,

a quante divisioni per due

consente l’uno, l’acaro

l’atomo il quark.

 

Massimo Gezzi

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martedì, gennaio 09, 2007

Biagio Cepollaro

 

Un saluto al poeta Gianni Toti

 

Apprendo dal post di Nevio Gambula su absolutepoetry  http://lellovoce.altervista.org/article.php3?id_article=632

la triste notizia della morte di Gianni Toti.

Voglio ricordare un poeta che è stato tra i più coraggiosi pionieri della poesia spinta ad interagire con le nuove tecnologie, con l’elettronica degli inizi (videopoesia ma non solo) ma soprattutto con la problematica della relazione difficilissima tra poesia e scienza, poesia e tecnologia.

Il suo libro “La bellezza dell’enigma”, Carlo Mancosu Editore, ci diede un’occasione in più per incrociare i nostri discorsi (nella stessa collana vi era una ristampa di Amelia Rosselli e un mio libro). La cosa che più mi colpì di lui fu la coesistenza nella sua persona, nel suo paesaggio mentale, di una forte fiducia nelle possibilità espressive delle nuove tecnologie e i contenuti profondi che all’epoca mi sembravano quasi platonizzanti, immateriali, e che ora riconosco meglio come strutture etiche, come valori vissuti e condivisi dai più coraggiosi, appunto ,della sua generazione, quella, per intenderci, che aveva dovuto fare i conti con l’idealismo di Croce.

La sua sperimentazione linguistica, solo per citare alcuni tratti, creava cosmologie, cosmografie, cosmogonie mentre la sua ironia giocosa, moltiplicata dai suffissi e dai neologismi e tecnicismi, abbassava il tono e si faceva amara ricognizione di ciò che era il dato. Spesso autoironico, non risparmiava nulla dalla furia ilare delle sue composizioni.

Ricordo infine la sua voce, quasi sempre sussurrata, bassa ma dolcissima.

Quella voce era la sintesi di quel suo stare al mondo, insieme discreto e pioneristico.

Mi auguro che sarà possibile tra non molto tempo far conoscere anche ai più giovani le sue opere.

 

Biagio Cepollaro

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lunedì, gennaio 08, 2007

Biagio Cepollaro

 

Poesia di ricerca e poesia di risultato

 

Le parole che accompagnano, preparano, orientano la poesia che si vorrebbe scrivere e leggere sono parole molto insidiose. Per non pochi motivi. Sicuramente perché c’è un abisso tra l’intenzione di fare e ciò che poi si fa.

Anche quando vi è un progetto, ciò che accade per lo più, nel concreto della creazione dell’opera, spesso oltrepassa il progetto che si rivela come una semplice suggestione iniziale, uno spunto, non un destino. La costellazione intellettuale dell’autore in quel momento propone se stessa come matrice dell’opera ma l’opera, se è buona, continua a sciorinare i suoi sensi, anche in altra costellazione intellettuale. E ciò può capitare all’autore stesso e all’interno di una singola vita.

Eccezione per questo discorso è la scrittura operata dalla macchina o macchinicamente, ma è l’eccezione che appunto conferma la regola.

Anche le parole che raccontano ciò che si è fatto sono estremamente parziali : la consapevolezza di ciò che accade in un’opera d’arte va spesso svolgendosi nel tempo senza mai esaurirsi. Le parole quindi a priori e a posteriori relative alla creazione dell’opera d’arte non solo rischiano di essere letteralmente altre parole -se non parole d’altri- ma rischiano di essere fuorvianti: uno crede di aver fatto una cosa, magari in reazione a qualcos’altro e invece ciò che ha fatto col tempo rivela altri pregi e altri difetti.

Molte discussioni letterarie che hanno colmato anche il Novecento sono nate e si sono sviluppate per questo conflitto di intenzioni. In molti eravamo a urlare le nostre intenzioni.

Si sono formati gruppi con la stessa – presunta o apparente- intenzione, si sono prodotti nemici per intenzioni opposte…Ma soprattutto ci si è accaniti sulle intenzioni e non sulla lettura dei testi effettivamente scritti…

No, oggi non credo sia consigliabile esprimersi in termini di  ‘poesia di ricerca’: la poesia, quando è buona e conta, è solo di risultato. E le intenzioni possono garantire la serietà intellettuale dei propositi ma non la consistenza e il significato dell’opera.

Questa è una delle ragioni per cui suggerisco di spostare l’attenzione dalle poetiche all’esperienza della lettura, all’ascolto intenso dei testi, all’individuazione di ciò che della nostra umana esperienza risuona attraverso e grazie a loro.

 

Biagio Cepollaro

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domenica, gennaio 07, 2007

Biagio Cepollaro

 

Il nome e la cosa.

 

C’è un passaggio dei Saggi di Montaigne in cui discutendo del tema della gloria, il filosofo annota con spietata lucidità la doppiezza che alberga negli uomini circa questo tema: da un lato si sa la vanità, la casualità, la negatività degli effetti collaterali delle lodi che gli altri ci offrono, e dall’altro, nonostante questo sapere, non sappiamo rinunciare a cercare proprie queste lodi.

Montaigne va a punzecchiare proprio il più radicale tra i sostenitori del ‘vivi nascosto’, Epicuro, smascherandolo sintomaticamente attraverso l’analisi della sua ultima lettera che tradisce il desiderio di essere ricordato.

E prima aveva detto mirabilmente che questo desiderio di gloria risiede nel nostro essere cavo e vuoto proprio perché cavo e vuoto.

Crediamo di colmare la nostra indigenza e la nostra imperfezione riempiendoci di suono e vento.

Ma il nome e la cosa sono realtà distinte: noi dovremmo badare alla cosa perché gonfiare il nome non ci rafforza nella nostra essenza.

 

Biagio Cepollaro

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sabato, gennaio 06, 2007

Biagio Cepollaro

 

Su Giona NN di Davide Racca

 http://www.cepollaro.splinder.com/archive/2006-11

 

1.

 

Tra le righe, sullo sfondo, o forse semplicemente richiamati, dietro la lettura, si possono accampare almeno due narrazioni complete, a fronte della frammentazione di questo attraversamento nuovo di Racca.

Le due narrazioni sono quelle del Giona biblico e del Giona di Jung. Entrambe vanno nella direzione della regressione: la prima rispetto alla misericordia divina, la seconda rispetto all’Edipo stesso, di per sé già regressivo, verso la vita intrauterina.

L’attraversamento dei versi si struttura architettonicamente come narrazione, pone premesse, indica svolgimento, condensa in conclusione e, nello stesso tempo, estroflette il contenuto regressivo e archetipico come spalmandolo a brandelli su spezzoni di oggetti quotidiani, modi dire, paesaggi urbani.

Lo spessore psicologico della cosa detta si fa setaccio del mito e della descrizione di superficie con costante scambio delle parti: dal profondo alla superficie, dalla superficie al profondo. Vengono invertiti i linguaggi dell’uno e dell’altro, vengono fatti confliggere ed esplodere: ciò che risulta è l’indististinzione tra la prospettiva soggettiva e quella oggettiva, un punto di fusione ed indistinzione ad alto potenziale archetipico e per questo altamente risonante.

 

2.

 

Il paesaggio è ‘uno stomaco vuoto’ ma anche ‘questo stomaco di paesaggio cavo’.  L’interno e l’esterno scivolano uno dentro l’altro fino a rovesciarsi dall’altra parte. Ma c’è anche un esterno riconoscibile appena, come dall’interno del senza-forma, in regressione pre-uterina, che risuona come ‘la strada ascolta l’alfabeto sordo dei notiziari’. Qui la cosa, la strada,  si dota di sensibilità a fronte della sordità del costrutto umano, dei simboli, delle convenzioni del linguaggio, della comunicazione massmediale.

 

3.

 

Il tema della misericordia non detto è ciò che sottende quello espresso del ‘dolore inferiore’. Se la ‘santità non si misura con la potenza della divinità’, se ‘la passione rende sacre anche le cose più infime’, occorre proclamare la dignità dell’infimo (‘ la debolezza che rafforza la fede’). Così perfino nella raffigurazione medioevale dei dannati ad essi non viene negata una qualche bellezza, nella perfezione degli ‘artifici dei colori’. La vicinanza della terra non è neoplatonicamente diminuzione di essere e di luce ma è mortalità e splendore. Splendore e luce, ancora, dei colori.

 

4.

 

La radice del mito è l’immobile variazione delle narrazioni oniriche: ‘Mi chiedo: da quante centinaia di anni ogni notte si fanno sempre/ gli stessi sogni?...’ Grazie a questa immobilità della psiche profonda, della psiche biologica si può ancora andare a pescare nei mari dei simboli, senza il pericolo di esaurimento delle risorse. Quel mare ha alimentato sia il Giona biblico che il Giona di Jung: in entrambi i casi vi era pericolo, in entrambi i casi vi era il tentativo di sottrarsi alla necessità del processo di individuazione e quindi il pericolo di non uscire dalla gabbia della vita in regressione..

 

 

 

5.

 

L’uccisone rituale. La violenza e l’angoscia, l’assassinio e la proiezione all’esterno di un interno nemico. Su questa inversione del colpo che parte, su questa inversione della vittima e del carnefice, su questa scissione tra soggetto e oggetto, si pongono le basi che mettono sullo stesso piano, nello stesso luogo, processi che sembrano diversi: ‘la sostanza del giudizio’, ‘la combustione della parola’, ‘la chimica del gesto’ e la mano che si arma, il metallo biologico, l’artefatto culturale ormai memoria bioogica: ‘si rizzano i peli sul dorso della pistola’.

 

6.

 

Entrare, uscire. Essere risucchiati. E dall’altra parte la minaccia di annientamento che difficilmente si può eliminare, difficilmente può identificarsi come nemico. Perché ad essere ‘invadente’ ed  ‘estraneo’è pur sempre un ‘cuore’ che paradossalmente tanto più invade quanto più non comprende e non appartiene. L’architettura del testo con le sue simmetrie, con le sue inversioni è anche dispositivo speculare, è anche l’opera concreta in cui ‘Io moltiplico gli specchi’ e si manifesta come virtuale. L’assassinio e il suicidio corrono lungo la stessa linea indistinta della vita pre-uterina: nel mare amniotico sopravvivenza ed omicidio spesso sono più connessi di ciò che comunemente si creda. ‘Per volontà di sopravvivere lo stomaco della notte ingoia un /desiderio di uccidere.’

 

7.

 

Torna l’inferno quando comincia la parte conclusiva del poemetto, l’alfabeto sordo dei notiziari ora è la città lasciva che seduce e nega: ‘La legge mette ciccia sulla brace e catene ai polsi’. La volgarità è esplicitata, ogni complicità ideologica sospesa nel paesaggio cavo dello stomaco. La volgarità qui esplicita il fatto che ‘Dentro ogni cervello umano si nasconde un animale’.

La regressione alla memoria archetipica è un viaggio nella preistoria animale della psiche: qui in embrione c’è già tutto anche se in forma mostruosamente pre-umana. Solo che di pre-umano propriamente c’è il paesaggio, mentre la richiesta che viene spedita in più copie è una richiesta d’amore.

 

8.

 

La parte conclusiva del poemetto come per Giona la comprensione che ogni fuga è inutile e che bisogna provare ‘a stare in piedi in un vuoto’. Il vuoto lì era dato dalla non comprensione delle ragioni di avvertire Ninive del pericolo di annientamento, dalla presunzione di stare nel giusto e quindi di potere anche disubbidire al comando divino, sostituendosi di fatto al giudizio divino.

E la presunzione si paga quando si ammette che il vero problema è riuscire a ‘stare in piedi in un vuoto’.         L’opera non ci salva, è ‘sprecare tempo’ né è il caso di attendere la scomparsa di chi o cosa immaginiamo ci tenga in ostaggio per sentirci liberi, il vuoto attorno.

 

9.

 

L’architettura del poemetto non è imposta dall’esterno (le sue simmetrie, specularità, inversioni etc.) ma si dà per la natura stessa dei simboli che attraversa: il mito ha la stessa architettura: Giona è fuori, Giona è dentro, Giona è ancora fuori. Processo di individuazione non processo dialettico. Quindi soggetto al dubbio, allo scacco, alla sconfitta, all’indietreggiare dopo un avanzamento, alla fissazione, alla dissoluzione. Nulla è garantito, insomma.  Ma la forma che emerge è la necessaria forma che accompagna e rende possibile il significato di quel processo. Qui la lingua è quella che dalla profondità pesca i codici, ci può essere il poemetto in prosa, il verso narrativo, la prosa ad alto tasso di ambiguità semantica. Non importa la definizione dall’esterno della superficie del verso. Qui è stata tracciata una rotta che è anche una storia che precede quella storia che la prosa nella sua superficie racconta. La poesia si connota anche per questa sua familiarità con viaggi come quello di Giona, a pescare sui bordi del non dicibile in basso (la memoria animale) e in alto (la potenza della divinità).

 

Biagio Cepollaro

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lunedì, gennaio 01, 2007

Davide Nota

da Il non potere, in uscita per Zona

 

La doccia

 

No, la vita non è enorme, si incanala

come un torrente in rubinetti chiusi
e sgocciola, calcarea, di doccia in vano,
si raccoglie, tra gli abusi, sciolti
dei corpi i resti in acquitrini viola
che l'estate dai finestri asciuga;

così resta, ad un sapone attiguo, un pelo
tuo ricciuto, nero; l'oggi
è quanto resta, scoria
che la fuga della storia elude: un perizoma
sgualcio ai piedi del cesso, un rubinetto
semiaperto, il pacchetto
dei preservativi che raccolgo e getto… tu
t'accasci sulla tavolozza e pisci
parlando di Bologna e non capisci
che quello che davvero mi stupisce
dal tuo corpo defluisce in nuova fogna.

 

Stella

 

Ora stammi a sentire un po’ che scrivo

senza gusto (ce l’avevo ma l’ho perso,

credimi): ho camminato per la strada giusta

senza vedere nulla capire nulla: le case

come antri squarciati l’estate

nel cielo deserto le braccia

bucate dei pazzi: per strada

non visto che case, palazzi e uffici postali.

 

Tu no, non eri nata per fare la fila

davanti a un negozio di videogame

(Playstation: solo amore che ti grida

dentro, che si insidia

con qualche frame pubblicitario): per te

fu sognata una vita più bella, o figlia

andata a male, scaduta stella.

 

*

 

E’ nato un fiore sopra il prato, vicino

al bidone bruciato delle plastiche:

è bianco e innominato, quindi coglilo

in fretta e a casa portalo, amore.

 

Non attendere il verde dei semafori, saetta

tra i cofani insabbiati, urla, getta

il grido sacro tra le borse che tintinnano

di chiavi e gravi spicci: vola fresca

primavera a custodire

i bianchi petali, questa mia carezza.

 

Il depuratore

 

Nel canale otturato dalle scorie

s’incaglia l’esistenza che snatura:

assorbe tutto il vivere la storia.

 

Se passa ne distilla un succo amaro

che naufraghe le foglie incatramate

deposita vigliacco sulle grate.

 

Tu questo come puoi chiamarlo amore?

 

Mi resta indifendibile il segreto

di te che all’ombra di un depuratore

mi chiedi allora bello come va?

 

Davide Nota

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lunedì, gennaio 01, 2007

Francesco De Girolamo

da Anfibi

 

Per Uscire Subito

  - Festival di poesia -

Per uscire subito da questa gabbia
vorrei affogarmi in una fogna
dove la melma sia più alta;
ed i topi divorino subito
questa inutile carcassa,
chissà da quanto ormai
priva di ogni parvenza d'umano.
Prima che il cancro divori
il suo organo prescelto
e la demenza senile, quel lembo di encefalo,
che ancora, a stento, a volte respira,
seppure senza nemmeno un lontano ricordo
di quella felice pazzia che un tempo vi albergava
e lo scuoteva come un frutto maturo su un ramo spezzato.
Per uscire subito da questo schifo spietato
occorrerebbe magari un infarto,
secco, senza soffrire, andando a fare la spesa,
un giorno che non piova, cadendo di schianto
sull'asfalto, a braccia distese,
come ali malnate dischiuse in un vano,
maldestro tentativo di volo.
Per uscire da tutto ciò ed al più presto.
Ma tu cosa farai? Vorrei essere certo
che non verserai nemmeno una lacrima;
me ne rincrescerebbe, non ne vale la pena.
( Non rovinarti la cena! )
Pensa che sono tornato lì, da dove
forse un giorno arrivai: l'infernale
incoerenza del nulla ancestrale...
Bisogna essere veramente idioti per ascoltare
tutto questo, senza vomitare o fischiare,
o fare qualcosa che fermi il convulso ruotare,
gli uni sugli altri, come formiche
avide di molliche ammuffite.
Per uscire subito è meglio tacere
e lasciare il foglio bianco,
piuttosto che dire qualcosa a questo branco
di flaccidi orchi in attesa di qualche parola
che non sia la solita: merda.

Francesco De Girolamo

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lunedì, gennaio 01, 2007

E’ on line il Numero Diciotto di gennaio 2007

di Poesia da fare

http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/pf018.pdf

EDITORIALE

 (B.C)

TESTI

Fabiano Alborghetti da Verso Buda

Italo Testa da  Gli aspri inganni

IMMAGINE

Fausto Pagliano, 4

 

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