sabato, dicembre 23, 2006

Biagio Cepollaro

Polonio dentro Amleto

L’espediente della messa in scena del delitto che ossessiona Amleto è un vero e proprio dispositivo di risonanza: si tratta , attraverso la scena rappresentata dagli attori, di raggiungere le stesse frequenze presenti nel re, obbligandolo a reagire, a dare segni, a confessare, col suo comportamento scomposto, la sua colpevolezza. In generale questo dispositivo di risonanza è la macchina teatrale, come indica l’Autore stesso, che una volta attivata agisce sullo spettatore e rivela, mette in luce, smaschera, produce effetti di realtà col semplice fatto di rappresentare, rendere visibile.

Un gioco di specchi che ci permette di avvertire come sgradevole o gradevole ciò che, preesistendo in noi, ci sta ora di fronte.

La forza della vibrazione in risonanza può nella realtà fisica far crollare un ponte, in tutte le altre condizioni assolutamente stabile.

Ne ‘Il dramma barocco tedesco’ Benjamin, riprendendo un’idea di Novalis a proposito della potenza della connessione tra commedia e dramma, apprezza Shakespeare perché nel personaggio di Polonio vi sarebbe la figura del buffone demoniaco, l’intrigante ragionatore che diventa caricaturale.. L’esatto contrario del dramma greco:  in Shakespeare la poesia si alterna all’antipoesia, l’armonia alla disarmonia, il comune all’eletto, il reale all’invenzione…

Il ‘rimpicciolimento’ imposto dalla commedia rende a questo punto l’eroe più complesso, più ricco di polarità, meno monolitico e monocorde.

Se le cose stanno così Polonio rientra nel gioco degli specchi e delle risonanze, almeno quanto il re.

Non si tratterebbe allora di ‘alternanza’ tra polarità ma di vera e propria compresenza, di tensione non risolta ma mirabilmente espressa.

Solo che a dover fare i conti con la parte di buffone demoniaco deve essere il polo opposto, il Principe.

E di fatto questo riconoscimento è già avvenuto quando Amleto ammette la radicale imperfezione della sua vita ‘passabilmente onesta’ ma in potenza moralmente mostruosa, nel corso del suo discorso con Ofelia dopo il celebre monologo della scena I, atto III.. 

E per questo non basta ammazzare Polonio nascosto dietro la tenda fingendo di crederlo un topo, e rimproverandogli poi la delusione per la propria idealizzazione. Il cadavere di Polonio trascinato e nascosto da Amleto sembra quasi denunciare un’appartenenza…

L’assurdità di questo delitto rende molto difficile il suo racconto al pubblico, rende soprattutto imbarazzante per il re dare qualche spiegazione, rende impossibile una sua razionalizzazione e potrà essere dicibile solo in forza dell’autorità. Ma intanto il topo risonante, il topo specchiato è ancora lì come una polarità nascosta, latente, seppellita nell’oscurità della coscienza o nelle sue idealizzazioni.

Biagio Cepollaro

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giovedì, dicembre 21, 2006

Biagio Cepollaro

 

Amleto dopo Wittgenstein

 

In un luogo in cui Wittgenstein incontra Amleto, la filosofia del linguaggio coglie l’occasione per toccare i limiti di ‘dicibilità’ dell’etica, dall’esterno ma con profondo rispetto.

Nella conferenza sull’etica, pronunciata da Wittgenstein  tra il ’29 e il ’30 davanti all’associazione  ‘The Heretics’ a Cambridge, c’è un brevissimo passaggio in cui il filosofo riporta una frase di Amleto che sembra buttata lì ma che pesa e resta nella mente del lettore.

La frase è una sentenza relativa al bene e al male che hanno senso solo come qualità del pensiero: ‘Nothing is either good or bad, but thinking makes it so’ (Amleto, atto II, scena 2 ).

Wittgenstein contesta la verità di questa affermazione ritenendo quello di Amleto un potenziale malinteso che si radica nel considerare uno stato mentale buono o cattivo, in senso etico, come un fatto passibile di descrizione. Mentre l’etica, se è qualcosa, ribadisce il filosofo, è soprannaturale e per il soprannaturale, per l’assoluto, non c’è linguaggio, essendoci il linguaggio solo per fatti ‘passibili di descrizione’.

Il qualcosa, il fatto inchiodano il discorso escludendo la possibilità di parlare sensatamente di etica e di valori assoluti. Eppure lo Spettro appare ad Orazio e poi ad Amleto: la consistenza ontologica dell’apparizione sfugge alla logica del fatto ma non al criterio cartesiano dell’evidenza.

In modo chiaro e distinto la coscienza di Amleto integra il dramma del sapere e del non sapere, della ragione e della sragione. Lo Spettro entra ed esce, si avvicina, suggerisce, si affianca alle cose, procede come un fatto, l’allegoria affianca la lettera.

Non così la filosofia del linguaggio all’altezza di questa elaborazione. E non basterà il relativismo dei ‘giochi linguistici’ a fare entrare nella ‘cosa’, nell’etica, un pensiero reso sempre esterno dal suo carattere ‘soltanto’ linguistico, un pensiero che cerca oltre la similitudine (etica, religione) il corrispondente fatto.

Andare al di là del linguaggio non è forse, come Wittgenstein afferma, concludendo questa conferenza, andare al di là del mondo.

Il mondo è più largo di così, direbbe Amleto, ancora una volta: ci sono più cose tra cielo e terra….

 

Biagio Cepollaro

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giovedì, dicembre 21, 2006

Biagio Cepollaro

 

C’è del metodo nella sua follia

 

Non sono pochi forse coloro che potranno dire che molto delle proprie giornate trascorre nell’affanno; magari non spesso, questo si colora perfino di euforia…

Per lo più le azioni ripetute tendono alla routine e, grazie alla loro meccanicità sempre in agguato, acquistano una sorta di invisibilità.

Così può capitare che non ci si vede.

Può capitare, insomma, che la parte  ‘macchinica’ della propria vita trascorra nell’invisibilità, mentre a farsi vedere, a venire incontro, sono i momenti di crisi che  facilmente detestiamo.

Eppure sono proprio quei momenti di crisi, quei punti di rottura a mostrare, talvolta drammaticamente, l’imponenza del ‘macchinico’ nelle nostre vite, l’intera quantità resa invisibile come una latenza sovraesposta.

Qualcosa del genere potrebbe capitare nell’irruzione della poesia nel bel mezzo di parole che, apparentate in un sol flusso, scorrono senza mai essere veramente ascoltate.

Quelle parole si possono detestare oppure amare ma chiedono a noi un coinvolgimento che non ammette mezze misure e generici aggiustamenti.

Quelle parole ci fanno vedere.

Il falso delirio di Amleto, l’apparentemente sconnesso ragionare, la follia del suo metodo, restano impareggiabile esempio.

 

Biagio Cepollaro

 

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sabato, dicembre 16, 2006

Biagio Cepollaro

 

L’Amleto, Atto III, Scena I, una sera.

Si sa che, con l’avanzare dell’età, a rileggere i classici si possono sentire nuovi sapori, più intensi, più profondi. Ciò dipende in parte dall’aver dimenticato (lo scolastico, il manualistico), in parte perché la vita, la propria vita , in qualche caso offre un punto di vista preciso, concreto, incarnato da cui leggere, rileggere.

E così il celebre monologo di Shakespeare, quello dell’Amleto (Atto III, Scena I), quello dell’essere o non essere, stasera mi colpisce non tanto per la domanda metafisica di ciò che ci attende dopo la morte e ci ‘spaura’, quanto come preparazione a quanto viene detto da Amleto ad Ofelia, poco più avanti, a proposito della sua vita ‘passabilmente onesta’ eppure così gravida di vizi praticati o fantasticati da fargli desiderare di non esser mai stato partorito.

E poi i vizi sono: la grande ambizione, lo spirito vendicativo, lo smisurato orgoglio, la fantasia smodata. E questi vizi accomunano l’intero genere umano in un radicale pessimismo antropologico. Ora il genio di Shakespeare presenta questo catalogo di difetti, diciamo così, attivi, subito dopo aver lamentato la sofferenza del subire le ingiurie del mondo, le ingiurie altrui. Ed è questo che mi colpisce, mi incanta: l’altra faccia della medaglia del lamento per le ingiustizie perpetrate dagli altri è la consapevolezza delle proprie imperfezioni.

Quasi che proprio quella smodata fantasia, quell’orgoglio e quella ambizione smisurati vadano insieme ai torti dell’oppressore, i torti e gli insulti degli arroganti insipienti, l’amore non corrisposto, incompreso e disprezzato, la corruzione in luogo della legge e soprattutto l’oltraggio che il merito paziente è costretto a subire dalla volgare ingiustizia, dall’iniquo.

Dunque se una vita passabilmente onesta è già radicalmente indebolita, se non marchiata, dalla radicale imperfezione, cosa deve essere il fetore esalante dall’arrogante, dalla canaglia propriamente detta?

Il genio di Shakespeare sta anche nel non tacere e far retrocedere l’ombra, ma nel richiamarla alla coscienza, costasse pure una condizione di stallo…Stallo temporaneo, o forse paralisi. Ma questo lavoro di integrazione alla fine del quale nessun colore resta solo quello che appare, è davvero irrinunciabile.

 

Biagio Cepollaro

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venerdì, dicembre 15, 2006

E’ on line il N.2 di Per una Critica futura

quaderni di critica letteraria

gennaio 2007

www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/crit002.pdf

a cura di Andrea Inglese

Interventi

Andrea Inglese, Editoriale.

Biagio Cepollaro, La poesia letta. Cinque incontri

di poesia: Alessandro Broggi, Florinda Fusco, Giuliano Mesa,

Italo Testa, Michele Zaffarano.

Stelvio di Spigno, Due testi e questioni di trasparenza.

Marco Giovenale, Due letture di Due sequenze. Su Massimo Sannelli.

Andrea Inglese, Come è scarna la lingua della gioia.

Francesco Marotta, Su Lavoro da fare di Biagio Cepollaro

 

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venerdì, dicembre 15, 2006

Andrea Inglese

Dall'editoriale del Numero 2 di Per una critica futura

 www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/critica.htm

Alcune cose di cui abbiamo bisogno

Abbiamo bisogno di leggere il testo come una figura di mondo.

Battiamo ancora sullo stesso punto, prima o poi arriveremo a suscitare in noi la modalità più adeguata per muovere da esso, senza dover rimanere fissi su di esso. La singolarità dei testi e lo specifico mondo che essi ci aprono, o isolano, o negano. Provare a descrivere come una certa configurazione di parole, una certa intenzione nei confronti del linguaggio, ci possa indicare qualcosa che in noi è abitualmente, quotidianamente, taciuto, evaso, soffocato, invaso. Se la poesia pretende di dire qualcosa che non è dicibile in altro modo, se essa si pone come enunciato non equivalente, allora dobbiamo dar conto di questa necessaria non equivalenza, di questa sua resistenza all’equivalenza linguistica. Dobbiamo in qualche modo costruire i legami che essa ha distrutto, per portarsi in una zona meno prevedibile, meno vulnerabile, meno mercificata del dire.

Il dire poetico ha a che fare innanzitutto con un’organizzazione sociale e con il posto che in essa un individuo sogna di avere: così è per la poesia che ancora oggi è riconducibile al paradigma fondatore della lirica moderna. Non c’è poesia novecentesca e attuale che non si sia posta in relazione a questo paradigma, e non c’è quindi poesia che non prenda slancio da un’assunzione più o meno consapevole di un modello di organizzazione sociale. Ed è in relazione a tale modello, che si configurano variamente le zone dell’io, della soggettività più o meno composta, o fluida, o dissolta, o spettrale, o scomparsa. È nel mondo, ai margini del lavoro e delle istituzioni, ai margini della propaganda e della pubblicità, che si aprono, attraverso il lavoro sul testo, campi d’individuazione, frammenti di singolarità, di giochi solitari e inappartenenze.

Ora, tale legame, pur essendo per certi aspetti sempre meno evidente, va interrogato ogni volta di nuovo, ad ogni nuovo testo, ricostruendo il modo in cui esso si ritaglia una possibile singolarità all’interno di una figurazione implicita del mondo. Anche il testo più oscuro, più autistico, che si pone nel campo poetico e accetta la sfida delle forme, tenta di prendere congedo da un certo linguaggio e da un certo mondo. Ed è quindi di questo mondo che esso ancora ci parla, allontanandosi da esso.

Abbiamo bisogno di leggere il testo anche come una comunicazione.

Abbiamo bisogno di leggere, in un testo poetico, ogni più remoto, obliquo, contraddittorio, gesto comunicativo, accogliendo di esso sia tutto quanto sollecita la comunicazione sia tutto quanto la nega. Abbiamo bisogno di leggere altro che delle marche stilistiche, dei richiami lessicali, delle segnalazioni interne al campo della poesia attuale o recente, degli esemplari di poetiche, o di correnti, abbiamo bisogno di misurare la necessità dell’enunciato poetico di fronte al flusso massiccio degli enunciati “generalisti”, ossia di quella massa mobile, avvolgente, di enunciati che ribadiscono le esigenze di adeguamento di buona parte della specie umana alle esigenze del mercato e della produzione di merci.

Abbiamo bisogno di andare dai testi alle poetiche e non l’inverso.

Certo, abbiamo bisogno di poetiche, di correnti, di profili generazionali, di aree tematiche, di parentele formali, ma abbiamo bisogno anche di evidenze elementari, su cui si basa il variamente articolato edificio della pratica poetica. Uno dei maggiori limiti dell’eccessiva attenzione attribuita alle poetiche è questo: una poetica, in sé, può giustificare i testi più disuguali sul piano dell’efficacia e della riuscita, laddove un testo riuscito ed efficace porta sempre in sé, almeno in forma implicita, la sua propria poetica.

Andrea Inglese

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venerdì, dicembre 15, 2006

Biagio Cepollaro

Dall’home page  di Per una critica futura

www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/critica.htm

Anticipo qui , nel Numero 2, oltre ad un frammento dell'introduzione, alcune letture, facenti parte di un nutrito gruppo che uscirà in e-book in aprile 2007 per Poesia italiana E-book . Sono letture che mostrano quanto ho provato ad indicare con Note per una Critica futura  www.cepollaro.it/NotCriTe.pdf .

Ho provato qui a leggere come si compie un viaggio. Sapendo più o meno  cosa ci si porta dietro – il bagaglio-, sapendo anche cosa del passato si è rifiutato perché superato.

Tempo fa, mi rendo conto, leggendo attendevo spesso delle conferme a ciò che già sapevo, una griglia più o meno definita del gusto, forse anche una serie di automatismi di consenso o di dissenso, di riflessi, di identificazioni, oggi leggo e, se va bene, riconosco in un testo ciò che non sapevo ancora di sapere: l’ulteriore, l’imprevisto, la prospettiva insolita…La ricchezza di questo movimento paradossale, che la poesia quando è buona stimola, sta in quest’emergere di esperienze non in luce ma fin qui latenti, la ricchezza della latenza.

Le parole che raccontano l’esperienza della lettura della poesia (le parole della critica) sono inevitabilmente parole delicate. Si muovono su di un terreno in gran parte improprio, residuale, non fondante..

L’aver spostato con Note per una Critica futura l’asse dalla poetiche all’esperienza della lettura, mi ha insegnato uno stile di questo racconto che non ammette riassunzioni né semplificazioni. 

Se ci si concentrasse sull’atto di lettura, sullo spessore esperienziale di esso (non poetico-normativo, non sociologico, non di fruizione o ricezione) si aprirebbe un campo di ricerca dove l’importanza delle supposte intenzioni – dell’autore- e delle proposte interpretazioni -del critico- si  armonizzerebbero ai risultati, agli effetti, della lettura concreta del testo, a ciò che davvero ci è accaduto, è accaduto proprio a noi, leggendo...

Risultati sempre provvisori ma anche sempre prossimi alla cosa-esperienza di cui si parla. Le isolate intenzioni, invece, facilmente s’irrigidiscono in ideologie o ipostasi: spesso schizzano via dando vita anche a polemiche, fino alla paradossale indifferenza per il testo da cui teoricamente si era partiti, o meglio, da quella poesia da cui si era partiti.

Non sempre la poesia è stata accompagnata da uno spirito simile, purtroppo non poche volte la fortuna di un testo o di un autore è stata condizionata e, talvolta compromessa, da posizioni teoriche aggiunte se non dall’autore, da altri, dai critici che, in buona fede, credevano di supportare con apparati concettuali, i testi. Ciò oggettivamente ha confuso le cose ma soprattutto ha negato l’esperienza della poesia, la finalità essenziale di partenza.

In questa fase del mio lavoro vorrei dare un contributo a preparare il terreno per campi di discorso che si lascino alle spalle le sterili polemiche e i vicoli ciechi dell’ormai concluso Novecento, la cui ricchezza creativa e teorica, peraltro, non cessa di affascinarmi e di stimolarmi ad andare avanti, appunto, oltre.

Ma occorre distinguere ciò che è morto da ciò che è vivo.

E qui di veramente vivo c’è la poesia, quella che concretamente si legge, quella che continua ad essere per tutti noi, la festa del suono e del senso, l’oggetto d’amore.

Biagio Cepollaro

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mercoledì, dicembre 13, 2006

Luigi Metropoli

 

Su Lavoro da fare di Biagio Cepollaro

www.cepollaro.it/LavFarTe.pdf

 

Il Lavoro da fare di Biagio Cepollaro (Poesia Italiana E-book, 2006 www.cepollaro.it/LavFarTe.pdf) è la poesia che si dà nel suo farsi e nel suo aprirsi al futuro. Lavoro da fare come atto quotidiano, semplice, rito che si rinnova ogni mattina, e ogni mattina coincide con il vivere tout court: «calmati e scrivi» (p. 3). Scrivere è «portare a casa / la pelle» (p. 3), è un atto di preservazione dell’umano, del suo stare nel mondo, del suo essere corpo, del suo occupare uno spazio, in una sola parola vivere: «fallo anche solo per non crepare» (p. 3).

Il fare individua nell’operatività la ragione dell’esistenza, per una volta slegata da logiche economiche, ma intesa come atto costitutivo dell’intera vita, come apertura all’insieme delle possibilità e modalità dell’umano: un’operatività inclusiva, in cui voce, scrittura diventano modi e forme di «reintegrazione», nonché riappropriazione da parte dell’uomo della sua vita, disincrostata dalle scorie sovrastrutturali del nostro tempo (si vedano a tal proposito le splendide e necessarie Note per una critica futura dello stesso autore, in particolare la nota 9: www.cepollaro.it/poesiaitaliana/NotCriTe.pdf )

 

Ecco che la poesia riporta alle origini: ha a che fare con l’ontogenesi culturale, è traccia rizomatica dell’uomo. Poesia che fende, apre crepe nella terra, «poema abissale» (si veda la lettura di Francesco Marotta, Nell’acqua della prima sorgente, in Letture di Lavoro da fare www.cepollaro.it/LavFare/TeLetLF.pdf ) e che tuttavia non rinuncia alle sue ragioni operative. Essere operativi in Cepollaro equivale ad essere militanti, senza dover abusare troppo della matrice politica della parola («Reintegrazione non è altro che ricostruzione di una prospettiva, aggiungere una chiave al mazzo delle esperienze possibili, ricondurre il testo alla sua potenzialità morale, psicologica, politica …, appunto», Note per una critica futura, p. 11).

Non è forse una scelta di campo netta, rigorosa, quella di scegliere i margini? Non lo è forse il suo coraggio di intraprendere un’avventura poetica ed editoriale esclusivamente sul web? La scelta dell’autore di posizionarsi ai margini della poesia (data in pasto ad un’editoria spesso senza scrupoli) per concepire una forma editoriale inedita, fuori dal coro, gratuita e accessibile a qualsiasi lettore dotato di un collegamento internet, è senza dubbio la formula più estrema di protesta e dissidenza adottata nel panorama poetico-editoriale italiano.

Le stesse scelte editoriali vanno in questa direzione: pubblicazioni di inediti di giovani ed importanti poeti italiani, nonché ristampe di testi ormai introvabili (Pseudobaudelaire di Corrado Costa, Schedario di Giuliano Mesa, Camera Iperbarica di Mariano Baino…), la rivista on-line Poesia da fare con i relativi Quaderni www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/rivista.htm

 

 Stare ai margini vuol dire, da questa prospettiva, anche andare oltre, essere sentinella e la poesia della raccolta in questione mira principalmente a questo: «dire oltre se stessa», uscire fuori, darsi agli altri, «fare anima» (p. 10). Il tono è quello del recitativo: una voce che si pone tra la preghiera, la meditazione (si leggano le note di Giuliano Mesa e Andrea Inglese in Letture di Lavoro da fare) e l’esortazione (che reca in sé il germe della praxis). «Alla vita non si può / chiedere meno / di essere viva» (p. 23), dunque una delle cose da fare è «che l’umano / è da ampliare» (p. 22). Tuttavia questo «è lavoro da fare / non da soli» (p. 22), infatti «noi cerchiamo di capire la parola / che salvandoci salvi i prossimi» (p. 36): un chiaro segno della volontà di estendere il singolare, di trasformare una sola voce in un coro. Quello di Cepollaro è un attacco al presente, uno scuotimento per affrontare e magari inventare il futuro.

«La barbarie inesorabile / avanza / […] / in coda ad un occidente / indeciso tra sterminio / e centellinato / suicidio collettivo» (p. 20). «Nella storia occidentale per Cepollaro è l’essere travolti da uno sfrenato individualismo a chiudere ogni strada alla conoscenza» (dalla postfazione di Florinda Fusco). Nondimeno il «suicidio collettivo» rimanda a certi moniti provenienti da intellettuali dissidenti o critici dell’Occidente. Non è avventato parlare della poesia di Cepollaro come di un vigile, acuto pensiero critico, che quasi fa da pendant “creativo” alle riflessioni analitiche di studiosi ed intellettuali che operano nel campo dell’economia e della sociologia: si può individuare nell’opera del Nostro quella “ragionevolezza” che si contrappone alla “razionalità”, omicida dell’umano, in un’adiacenza teorica alle riflessioni di Latouche.

Il linguaggio adoperato è lo specchio di tale orientamento: una parola che assume spazialità in una voce, che si fa prassi pensante (e parlante), una voce che attinge al parlato, che fa teatro, che sa farsi “anima” per insinuarsi ed annullare distanze, a rischio di deformare il senso, di giocare «nell’inganno e nel travestimento» (p. 39).

 

(Tale nota è uscita sul blog Erodiade  http://erodiade.splinder.com/  il 12 novembre 2006)

 

Luigi Metropoli

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domenica, dicembre 10, 2006

Gabriele Pepe

 

Trittico calante

 

1.

Se dunque        paradiso

per brillanze opache disperso e disperato

in carni mollicate e gocce di vinsangue

squarcio del mondo

che viene a risanare

cavia e carcassa appesa al gancio umano

che gravitando dondola

batocchio

di un dio che enigmatico risuona

e vibra all’occhio

riottosa voce dell’oggetto

portanza ponderale a vuoto scosso

d’angelo in stallo tra le piume

sospeso           fino ai biblici macelli

a pia mascella d’asino

maglio del raglio avulso

che

sul cranio         ai filistei            martella

l’amara sicumera

 

2.

Se dunque        purgatorio

ziqqurat profondo, sentiero di babele

torre millenaria di voci scombinate

scala di sguardi

per l’alto a contemplare

fatica tragica dell’incrollabile

pariglia al vomere: mitezza e scorza

dura

arsura e sole che erratico risplende

e brucia al suolo

filtraggio tenero del fiore

patto dell’arca nel tempio predisposto

spalla a spalla sopravvivendo

mitica               fino al vortice dei cantici

ebbrezza del dio dattero

ombre di palma e ulivo

che

dal cielo           ai farisei           rinfresca

la verità promessa

 

3.

Se dunque        sia l’inferno

dei viventi questa tirannide di corpi

scorza di firmamenti e atomizzati nodi

arco di vertebre

che scocca al gravitare

il dardo provvisorio del soggetto

che pur mirato all’oltre

nel sé

scagliando affonda e in onda si trasforma

rossa salsedine

marea dal ritmo addolorato

respiro madido di sangue e rose

fiato spinato dell’evento

atteso               fino al colmo dei fardelli

al chiodo della luce

fulcro di leva azzurra

che

dal petto          ai semidei         solleva

oscurità riflessa

 

Gabriele Pepe

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giovedì, dicembre 07, 2006

Biagio Cepollaro

 

Viva S. Ambrogio!

Oggi a Milano è festa: è il giorno dedicato al santo Ambrogio. Pioviggina, è grigio, umido ma passando da Città Studi al Corvetto cambia il micro(clima). E’ sempre grigio e umido ma non pioviggina.

E’ incredibile e piacevole ogni volta questo micromutamento in una città che appare fissa in un falso movimento. Con i Doors nell’auricolare, i movimenti delle spalle appena accennati al ritmo della musica, gli occhi sbarrati di figure silenziose nel metrò, e la sensazione di aver lasciato indietro molte parole inutili, molti commenti inutili, cose decisamente non buone che la rete sputa come un rimuginìo direttamente connesso al cervello. Si pensa come una periferica connessa in plug and play. Non c’è un software dedicato, non c’è ritardo, ripensamento, spazio di decisione. A parte qualche rara eccezione.

La vita davvero ha bisogno di oblio, come diceva il grande Federico, ha bisogno non di dialettica (necessaria solo in casi estremi) ma di conquistata gaiezza.

E la musica dice questo, dicendo blues. La tristezza infatti è dietro la  seriosità di chi perde il senso del tempo connesso in plug and play: la vera tristezza, quella che appartiene alla vita, che scivola sul tempo, che va a tempo, è già blues…

Non sono lontano dall’aver compiuto il quinto decennio di vita e Milano stamani mi sembra addirittura bella…

 

Biagio Cepollaro

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venerdì, dicembre 01, 2006

Sono on line

VIII Quaderno di Poesia da fare 2006

a cura di Biagio Cepollaro

www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/quadernVIII.pdf

Biagio Cepollaro (Editoriale)

Olivier Cadiot

K. Silem Mohammad

Rodrigo Toscano

(trad.Gherardo Bortolotti)

Luigi Cannillo

Francesco Forlani

Gabriele Frasca

Jacopo Galimberti

Marco Giovenale

Francesco Marotta

Giulio Marzaioli

Marina Pizzi

Laura Pugno

 

e

 

il Numero Diciassette di dicembre 2006 di Poesia da fare

http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/pf017.pdf

EDITORIALE

 (B.C)

TESTI

Giulio Marzaioli, da  Quadranti

Marina Pizzi, da La giostra della lingua

IMMAGINE

Echi di specchi,3 di Fausto Pagliano

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venerdì, dicembre 01, 2006

Fabio Franzin

 

Da Le cose la distanza

 

io lo so che le mani hanno

bisogno delle cose e che

le cose sono come in attesa

lì dove stanno e so anche

che il sogno giunge spesso

ad una resa indecorosa

con se stesso con l’inganno

che sia natura delle cose invece

andare incontro alle mani ferme

 

qui perché sognare più non sanno

 

*                       *                         *

 

fa che si scusino con noi

le cose per il male che ci fanno

 

e anche col nome che le chiama

a far mucchio qui con l’affanno

di riuscire a possederle e l’illusione 

che possano bastarci prima o poi

 

che ci usino perlomeno la cortesia

di non ammiccare così esplicite

dai luoghi in cui si lasciano anelare

 

che non ci pesi più di tanto e non crei

danno la distanza che le separa a noi

 

quella che è legge ci sia, sempre

fra l’oggetto e il suo desiderio

 

e che sempre ne avanzino cose e che

 

sia davvero sazio un bel giorno il possedere

 

               *                       *                         *

 

hanno che poi ci si affeziona

a forza di guardarle e anche chi

le confeziona e sa come esporle

 

e noi abbiamo uno spazio pronto

per loro e un languore che pulsa

specie se lo sconto c’è e ci pare

 

quasi un dono che scatta allora

assoluta quella brama che non

accetta alcun consiglio l’occhio

 

è già un ostaggio il portafoglio

cede all’estorsione e il viaggio

dalle cose ai desideri si è compiuto

 

 

Fabio Franzin

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venerdì, dicembre 01, 2006

Antonella Pizzo

 

Al limite

 

“sono qui a sturare un lavandino pieno di foglie marce portate (forse) dal

vento, ma la finestra è chiusa così mi chiedo se è il caso di chiamare l’assistente

che tutto sa e tutta mi comprende. la visita, il parere, la riparazione

i pezzi di ricambio e l’assicurazione. la garanzia non è scaduta ancora

dovrebbe essere dentro al mio cassetto assieme a tutte le bollette utenze.

un anno finanziario dura un anno, un anno mio non so, forse lo stesso.

ma quanto solari sono questi giorni quando da sola vago nel tinello

cercando di capire la ragione che induce la vicina alla questione se è

meglio comprare la ricotta in quel supermercato oppure al centro. ha

visto - dice - la pubblicità e quello che si ascolta dallo schermo sono sicura

che è sempre verità”

 

al limite uscirò con questo vestito

straccio logoro alla mia pelle vecchia.

i capelli vi siete divisi in ciocche

li avete tagliati e poi svenduti in piazza

cori d’osanna intonavano i trafficanti

il titolo era alto e le azioni in ripresa

ora dispositivi in croce

interrompono il flusso

ora le mie mani sono aperte

vi sono squarci immensi dentro

vi sono cadute tutte le nazioni

non posso sostenerle ho solo questo

ultimo vestito liso e questi palmi

che sono marci dei loro ostentamenti

cellulari in digitali schermi.

 

Moana

 

E tutto quel discutere su moana

incessantemente che i capelli

li aveva biondi e la bocca rossa

che era vogliosa carnosa odorosa

che ti annusava ti leccava ti mangiava

che sia morta o meno non importa

sono passati più di undici anni

e di lei ormai non c’è notizia

che faccia scoop che faccia avrebbe

se fosse viva se fosse bella

e poi ancora anche di diana

si parla sempre se vero o no

che vomitasse dopo mangiato.

è discutibile è un’opinione

ci sono quelli che sono contro

ci sono i pro e i professori

seduti a un tavolo è iniziativa

protagonisti dell’inventiva

dell’invettiva dell’inversione

dell’invasione della versione di tutto un po’

di tutto sanno, sanno di tutto

di tutto quanto è televisione.

 

Primo maggio vegetale

 

Gli stand ammonticchiati con gente col gelato

di fragola e cannella a passeggiare

il primo maggio in questo lungomare.

La panna è vegetale e tu sei vegetale,

il grasso è vegetale, il mare sa di alghe,

la dieta è vegetale, la vita è vegetale.

Io sono viva e vegeta, fiorente e rigogliosa

e il lungo lungomare in fondo non è male,

sebbene vegetale.

Ma tu ragazza grassa

con i capelli grassi, le gote brufolose

le mani grassottelle, con la risata bella

con gli occhi un po’ da vacca

ti nutri d’animali si vede che

non ami il vegetale.

 

Elimina

 

Elimina con un gesto le rughe

elimina il grasso superfluo e la sudorazione

permanente è il risultato

rimborso garantito

in caso di insoddisfazione

e la curva discendeva piano e la percorsi

metro dopo metro e giunsi

di là dalle montagne e mi accorsi

che il mare s’era tutto rigonfiato

elimina ogni supplizio che non sia necessario

e i ceci sotto le ginocchia ed il cilicio

elimina la masturbazione

in strada accendi un cero

a scrutare la notte

la carne in transumanza aiuta

a preservare gli occhi dalla cecità

elimina la mente iperbolica e tremenda

elimina ogni cosa che sia supercalorica

i baci e le carezze

poi la condivisione

reietti e miserabili

finale soluzione

e poi salpai con una barca in giunco

di remi legno limato finemente

oltre gli oceani oltre le barriere

vidi dell’acqua la putrefazione.

 

Ho visto

 

Ho visto fiumi bianchi deliranti

grossi di stoppie d’acido arancio

schiume verdi di foglie putrefatte

scorpioni senza mani scivolare

nei massi e viscide sanguette rosse

farneticanti asciugarsi al sole

ho visto girini deformabili

girare attorno all’arcobaleno

il giorno farfugliare con la notte

e poi tacere con un tonfo sordo.

Poi c’erano due vacche imbambolate

tre occhi umidi, fronte corrucciata

che piano risalivano il sentiero

di una montagna solo immaginata

in bocca un filo di metallo bruno

ingarbugliato come una matassa

esposta sul bancone del mercato

che fanno alla domenica alla piazza

ed al centro del mercataro pazzo

nei pesci ho visto la malformazione.

Si andava per negozi e il ratto grosso

scendeva per il corso indisturbato

ho visto della gente indifferente

che non faceva alcuna mescolanza

piuttosto lo ignorava e lo scansava,

gente per bene, ammaestrata a tutto

ci sono cose strane in questo mondo

io so di orrori e di bestialità

io so di mostri che verranno presto

e ci faranno pesti in un baleno.