Davide Racca
GIONA NN
… Prima di accorgerti di ogni suo gesto o crimine o condanna.
Prima di sentirti al sicuro lontano dalla sua cattiveria o codardia.
Prima di partire e ancora prima che la pelle si dia il tempo
di sentire… N, ti ha masticato
inghiottito
defecato.
*
Un paesaggio senza mete, uno stomaco vuoto… Per questo la
campana rintocca sott’acqua…
Lo strillo di un bambino calcia la palla del sole lontana dal
cielo… Di contro la strada ascolta l’alfabeto sordo dei notiziari…
Le sue lettere strisciano come vermi, si depositano nel marciume
accatastano ossa. Due sono le possibilità che si danno le mete:
Sì, oppure No.
Percorro il mio dubbio, questo stomaco di paesaggio cavo, con
uno odioso senso di colpa.
*
I gabbiani sono parte della meccanica dell’aria. Una logica
infallibile fa di loro osservatori che mettono alle strette
l’invulnerabilità del mare.
Una sola messa a fuoco dei loro occhi netti, una trasparente
cattiveria… E scendono in picchiata, spezzano la lente del mare
nel suo ventre…
Un dolore inferiore fa di un pesce un essere inferiore? La santità
non si misura con la potenza della divinità. La passione. Essa
rende sacre anche le cose più infime…
Dagli occhi sgranati di un pesce scende anche di giorno la notte…
I gabbiani non sanno della debolezza che rafforza la fede?
Beati quelli per cui è fatta la volontà…
Beati quelli che la volontà è un fare a propria immagine e
somiglianza…
Beati quelli che sanno quali pesci pigliare…
*
Come in un dipinto medievale i dannati interpretano ciascuno il
proprio dramma. Più si avvicinano alla terra più diventano una
massa inerte, teschi contro teschi nel vis-a-vis della morte. Eppure
restano perfetti negli artifici dei colori.
Mi chiedo: da quante centinaia di anni ogni notte si fanno sempre
gli stessi sogni? L’infallibilità della Gorgonie affiora lubrificata
sui canali dell’orrore… Guardarla è ascoltare l’alfabeto cupo
della prima educazione… Il suo epilogo tragico, il suo canovaccio
simbolico è sempre quello:
Ombre pipistrelli serpi zanne zampe teschi e draghi celesti…
*
Ossessivamente. Ma provvisoriamente... Ma indiscutibilmente…
il bisogno di un dio e delle sua morte tragica (o della sua morte in
farsa) apre la carriera di un primo della classe all’infatuazione del
grilletto.
Il mare cala, il cuore cala, l’uomo si veste di porpora… E il dio
preme il grilletto.
Il suo vero bersaglio è l’angoscia nascosta dentro di lui e dentro la
sua tunica di porpora. Il petto sale, il mare sale. L’uomo
scompare….
Per la sostanza del giudizio, la combustione della parola, la
chimica del gesto… si rizzano i peli sul dorso della pistola.
Ossessivamente, ma provvisoriamente, ma indiscutibilmente…
l’euforia di un mistero ubriaca la mente di un dio con la pistola.
*
(psicostasia)
Un amico può divenire nemico… L’amore paura. Tutto si può
dire quando la recita del dolore si fa anche felice. Io con
la moneta falsa, con la faccia accattivante, mentre copio i segreti più
gelosi… Io con la mano lesta nel guanto di velluto, con le
orecchie da mercante sulle passerelle… Io che moltiplico gli
specchi semplicemente per non dover camminare in un cuore
invadente ed estraneo.
Come un’anguilla d’autunno mi dibatto nel fango per soffocare
l’accecante astinenza del mare. E l’astinenza è un risucchio, una
giostra di droghe da cui ti rifiuti di uscire…
Per arrivare fino al mare che stringe i fianchi, solleva la carne…
E pesa l’anima.
*
Dentro ogni cervello umano si nasconde un animale. Ma
l’animale è innocente se muta la pelle in squame? In bilico tra
l’impulso e il pericolo trasforma i suoi artigli di ferro in pinne e
l’urlo alla luna in spuma…
Per volontà di sopravvivere lo stomaco della notte ingoia un
desiderio di uccidere.
Un impulso curioso quello che stringe l’autolesionismo al fondo
nel nodo di sangue dell’utero. In balia della marea la morte si
agita avanti e indietro lungo i suoi corridoi pensosi…
Fa molto freddo anche in tutta questa cinetica…
*
Quante copie del mio amore sono spedite per tutti i bric-à-brac di
ossigeno e allegria? Anni contorti: petti miti come carne di
agnello sciolgono i capelli davanti al muso di ferro del lupo. La
legge mette ciccia sulla brace e catene ai polsi… “Sono la tua
Puttana”, annusano deretani di gioia. Deretani di amore profondi
scodinzolano con la lingua pendula e puerile. “Amami! e sarò il
tuo cazzo d’amore…”. La serpe ai piedi, le gambe fino alle terre
fertili delle anche, e ampie vetrine di gesti si innamorano…
Profumi di cespugli fitti per pubblici immaginari… Incesto per
troppa somiglianza. Adulterio per mancanza di delirio…
*
Dimenticarsi di noi passandoci davanti senza aver lasciato traccia.
Un presagio di temporale o una macchia di sangue sfacciata…
Qui finisce la terra comune e l’orecchio ascolta il sangue che
batte nella tempia. Si tiene nell’ombra e quasi se la prende… La
cripta di sangue che unisce le vite scortica il pavimento, cade
sempre più dentro, costruisce una bara nel ventre. Si può cercare
un Malgrado-Tutto! La scorciatoia è sempre migliore dello
scorsoio o di questo acre odore di santità. Ma si deve riprendere
possesso, rivendicare le proprie forze? Potere è anche poter fare a
meno…? Sprecare il tempo a modellare un’argilla liquida per
farne un calco a futura memoria è sonante sconfitta… Hai mai
provato a stare in piedi in un vuoto? Quasi sperare che qualcosa
muoia per tirarsi fuori
…
*
Entrare e uscire un tentativo d’amore… Quando il muro si
sbriciola a forza di sbatterci il muso. I guadagni in termini di
mattoni… edificati intorno a gente che vi resta sola… Lungo
l’occhio del sole osservo le aspirazioni che abbracciano il mondo
nei resti bruciati, negli sforzi vani e selvaggi. I guadagni
centellinati goccia a goccia poche briciole di giustizia e uno
sparso odore di vita da immaginare… è un bambino che ha
appena compiuto novant’anni per ricominciare.... Osservare…
diffidare… Fiutare persino l’ambizione di un giovane albero e la
ferrea necessità della pietra… Per sopportare questa visione
crudele ci vogliono occhi che danno fuoco ai muri.
*
Non sono io a cercare l’oblio. È già qui e in qualche modo è lui a
fiutarmi e trovarmi. Quasi un destino… con tutti i suoi ingredienti
di inerti e collanti.
Odiare, gioco infantile per girotondi di potere. Odiare… Una
lingua d’inferno, una lingua ottusa, la voce ottusa e l’indelebile
puzza di cuoricino strozzato…
Con la mente suicida sogno un pesce enorme dall’occhio sferico e
dorato e io un feto incubato tra le pareti di un demone in mezzo al
mare…
Amare…
Difficile raccontare il suo imbroglio
Davide Racca