giovedì, novembre 30, 2006

Biagio Cepollaro

 

Spesso ci vogliono ancora lì.

Cambiare, trasformarsi, divenire sono alcuni dei grandi temi di una vita, almeno. Riconoscere di aver sbagliato in passato relativamente almeno ad alcuni giudizi, ad alcune valutazioni, ad alcune convinzioni intellettuali è tollerabile solo se nel frattempo si è stati capaci di produrre altri giudizi, altre valutazioni, altre convinzioni di qualità migliore, di livello superiore, di consistenza più, come dire?, evoluta. Le scale dei valori in questi casi non vengono e non possono venire dall’esterno ma solo da noi, in solitudine, da noi stessi in silenzio. Gli altri hanno sempre un motivo per biasimarci o lodarci, un motivo che per buona parte è loro.

Queste trasformazioni, queste evoluzioni richiedono una buona tempra non solo intellettuale ma anche morale se proprio un certo errore ci rende sensibili a fiutare immediatamente negli altri lo stesso errore da noi attraverso gli anni faticosamente emendato.

Il fatto è che tempre di minor pregio spesso non ci riconoscono queste trasformazioni e continuano a volerci dove eravamo perché costoro semplicemente sono, nella sostanza, ancora lì. Ed hanno bisogno di odiarci semplicemente per ‘privazione di essere’, come direbbero i neoplatonici. Questa mancanza di reale vitalità si esprime come rancore, invidia, suscettibilità, maldicenza…

Eppure se dovessi contribuire ancora una volta a salvare un amico da un grave pericolo –poniamo dalla dipendenza da sostanze- attraverso un riconoscimento iniziale, anche se mai veramente convinto, del suo valore per una qualche sua attività, anche se gli anni dimostrassero- come di fatto poi hanno dimostrato- la sua povertà e la sua miseria spirituale, credo che lo farei ancora, ancora gli darei, nell’estremo bisogno, una mano…

Costasse pure il suo inestinguibile veleno, il suo rancore senza tempo…. Semplicemente, per respirare meglio, al più presto oggi forse non proverei neanche le corde dell’amicizia ma mi allontanerei  prudentemente ed igienicamente da lui e dalla sua inebetita e chiassosa fissità.

Biagio Cepollaro

 

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mercoledì, novembre 29, 2006

Biagio Cepollaro

La profezia di Benjamin e i fallimenti strutturali delle cosiddette avanguardie

Benjamin insisteva sulla necessità di cambiare i rapporti di produzione letteraria per poter cambiare anche i contenuti e i modi della letteratura. Si trattava di trasformare la costruzione materiale, i rapporti di potere, di circolazione, di accesso… Questo pensiero si è rivelato profetico per la storia delle avanguardie del Novecento: che appunto non hanno cambiato (né potevano) questi rapporti.

Solo che le avanguardie, soprattutto quelle più conosciute degli anni ’60, hanno approfittato cinicamente di queste impossibilità. Così si spiegano gran parte dei limiti dei Novissimi per la poesia e della figura dell’intellettuale-artista, in questo caso, in Italia. Limiti strutturali, di pensiero, ma anche non poche volte di risultato estetico e morale.

Intellettuali ideologici ma in niente diversi, nella sostanza, nelle loro concrete relazioni, da coloro da essi ritenuti tradizionali e superati. Fossero queste relazioni di tipo accademico o di promozione culturale o del misto di promozione culturale, accademica e politica come una volta andava....

Ma non è questa la cosa più grave da rilevare.

Ciò che è grave è la povertà spirituale e la miseria umana più o meno trasudanti ad ogni incontro che tale cinismo ha perpetuato facendone codice endocorporativo.

La promessa di criticità si è ridotta così all’esercizio di più aggiornate verbosità, all’invenzione di un gergo d’avanguardia, poi di un’accademia dell’avanguardia.

Dopo di noi il diluvio: che tristezza ripensare alle loro facce tristi, rattristate da un egocentrismo tanto asfittico quanto noioso…

Come divenne necessario, allora, allontanarsi da loro per respirare aria fresca e franca, fosse pure per seguire una via solitaria per strade poco battute…

Le allusioni esplicite o implicite ad un’umanità diversa, più consapevole, più critica, sono restate davvero lettera morta.

Per fortuna il Novecento è finito e, grazie alla Rete, i rapporti di produzione letteraria non sono più esclusivamente quelli stabiliti da gran parte dell’editoria cartacea.

Ci sono moltissimi cose non valide che circolano in rete, è vero, ma quante cose non valide, da sempre affollano i banchi delle librerie, occupando spesso intere vetrine?

No, la questione è il mutamento dei rapporti di produzione letteraria che in piccola parte, a valle del processo, dalla parte degli utenti finali, sono mutati. Certo non perchè i rapporti di produzione sono mutati in riferimento alla proprietà dei mezzi di produzioni principali, anzi, è solo in virtù di una ricaduta civile di una tecnologia militare che queste  possibilità si presentano, e tale paradosso è solo l’ennesima riprova dell’assurdità di ogni fantasia dialettica proiettata sulla storia…

Non è molto, insomma, ma è qualcosa: di qui le polemiche poco informate che l’universo cartaceo con i suoi sostenitori di tanto in tanto lanciano contro le opere circolanti in rete, provando in toto a discreditarle….

Non è molto questa Rete che cresce in quantità e in qualità ma basta già a smuovere qualcosa nello stagno della produzione letteraria e della sua amministrazione…

Tutto ciò ricorda l’impotente anatema di chi sta vedendo la propria corporazione perdere potere, come quelle ai tempi della diffusione della stampa, nuova tecnologia di allora. E non fu solo una questione tecnologica come è noto.

Biagio Cepollaro

 

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sabato, novembre 25, 2006

Biagio Cepollaro

 

L’inizio di una riflessione sulla rivista Baldus (1990-1997)

 

Sta per uscire, ma darò notizie più precise, la digitalizzazione di tutti i numeri della rivista Baldus (1990-1997) a cura di Massimo Rizzante.

Per me è occasione di una riflessione che vuole superare le difficoltà incontrate fin qui a ripensare a quel periodo, in serenità, al di là  di automanieriste e autocelebrative identificazioni ma anche al di là di una poco generosa severità rispetto a fasi precedenti del proprio lavoro. Quando si storicizza un’esperienza, si vede farlo ad altri, occorre equilibrio di giudizio. E vorrei provarci. Le seguenti riflessioni chiedono approfondimenti che spero di fare successivamente.

 

Un breve bilancio

A distanza di tanti anni ripensare l’esperienza di Baldus (per ora qualche notizia frammentaria in www.cepollaro.it/baldus.htm ma anche altrove, in rete e no) mi dà una certa emozione: non si tratta solo di letteratura ma di incontri, di sodalizi, di contrasti appassionati, si tratta, insomma, di un pezzo di vita condivisa e di lavoro senza risparmio e senza esclusione di colpi. Proverò a dire qualcosa guardando un po’ le cose dall’esterno anche perché con le esperienze importanti bisogna prima o poi con chiarezza, anche se in breve, fare i conti…

 

Baldus è stata intrinsecamente una rivista novecentesca.

Si è collocata in una tradizione ben definita che dalla metà degli anni ’50 ha affrontato, a partire da il Verri, i temi più decisivi dello sperimentalismo, del realismo e dell’avanguardia, passando per le esperienze della Neoavanguardia degli anni ’60 ( ma soprattutto per figure in ombra rispetto ai Novissimi) fino alla ripresa degli anni ’70 e allo sviluppo di quei temi presso le riviste Tam-tam e Altri termini.

 

Novecenteschi sono stati i contesti: un settore della critica accademica a fianco della critica militante, la recensione sul quotidiano, la polemica letteraria a stampa, l’antologia di ‘tendenza’, l’ancor identificabile linea editoriale di ‘piccoli ma coraggiosi editori’, il nesso tenue ma ostinatamente tenuto in piedi tra le scritture creative e le loro valenze intellettuali ed etico-politiche, la nozione di ‘poetica’, sovraccaricata fino a fungere da estetica e da critica della cultura.

 

Novecentesca nelle intenzioni: sollecitare discussione, anche polemica, sulle implicazioni ideologiche dei modi di fare poesia che tenesse conto del passato più o meno recente,  di autori poco celebrati ma autenticamente sperimentali, che puntasse ancora, in pieno postmoderno, a configurare le possibilità del nuovo, del ‘criticamente’ detto, del non consolatorio, contro ogni ritorno all’ordine, contro ogni riflusso in una sorta di endemica italica arcadia. In tal senso va considerata la nozione paradossale da me costruita di ‘postmoderno critico’, nata dall’opposizione alla teoria del pastiche di Jameson. Si trattava, in sostanza, di liquidare lo stanco dibattito sull’avanguardia e, insieme, il ritorno epigonale in voga in quegli anni, per rilanciare una ‘funzione conoscitiva’ della poesia per gli anni a venire…

 

Baldus è stata una rivista che ha anticipato.

L’impatto delle nuove tecnologie sui modi di fare cultura, anzi sulla percezione del reale stesso, ha trovato in Baldus luoghi creativi e di riflessione, così come la diffusione dell’oralità secondaria (nella definizione profetica di Walter Ong) e la dissoluzione delle problematiche tradizionali (come  l’opposizione avanguardia/tradizione) col mutamento antropologico delle società mediatizzate. In particolare Baldus ha attraversato la crisi della funzione intellettuale e della critica della cultura nel passaggio dalla società di massa (con le sue istituzioni di cultura, università, editoria, i suoi riferimenti politici, i suoi miti) alla ‘società mediatizzata’ (la letteratura nel tempo dell’indebolimento del legame sociale) che maturava e si annunciava proprio negli anni di Baldus.

 

Il limite per me principale di Baldus.

A mio avviso il limite di Baldus, limite forse oggettivo, storico, ma anche mio, è stato il sovraccarico di tensione a cui è stata sottoposta (ho sottoposto) la nozione di poetica. L’insistenza sulle implicazioni di poetica dei testi poetici, ha contribuito a sottrarre attenzione alla lettura dei testi effettivamente prodotti, radicalizzando le posizioni fino talvolta a  impedire l’apporto di un più sereno ascolto.

Questo limite – che è stato anche un sacrificio-  ha di fatto alimentato l’ipostatizzazione della nozione di poetica,  limitando e distorcendo l’ampiezza e il senso del dibattito, distogliendo l’attenzione da una lettura serena delle diverse possibili direzioni della poesia, delle specificità e ricchezze di ogni singolo autore, di ogni singolo testo.Anche l’aver impegnato una parte considerevole delle risorse baldusiane per animare il Gruppo 93 ha non poco stressato una ricerca e un lavoro che potevano, senza quelle pressioni, essere più vicini alla loro natura e quindi, in un certo senso, più prossimi ai testi…

 

L’eredità per me di Baldus.

La centralità della ricerca poetica in Italia degli anni ’70-‘90 occupa gli sforzi della editrice on line che curo  Poesia italiana e-book, con le ristampe in pdf di testi importanti ma introvabili. In queste imprese le ‘nuove tecnologie’ costituiscono ormai i mezzi di produzione letteraria, per dirla con Benjamin. L’impatto per un certo modo autoreferenziale e chiuso di produrre critica ed editoria, ad esempio, comincia a farsi sentire, soprattutto per i poeti più giovani che trovano sulla rete la loro prima pubblicazione e lettori, con riconoscimenti sul campo, al di là delle asfittiche corporazioni letterarie, ormai quasi obsolete come i loro strumenti di potere (la recensione incrociata, il do ut des, l’inclusione o esclusione nelle antologie) nel progressivo collasso della circolazione in cartaceo della poesia.

L’oralità si è ‘incarnata’ negli mp3 che si possono scaricare dal sito www.cepollaro.it ; la rivista on line Poesia da fare insiste non su di una poetica ma sulla qualità dei testi, intesa come  capacità di configurare i molteplici punti di vista dell’esperienza contemporanea, sull’attenzione riservata ad essi (solo due autori per numero), mentre la riflessione sulla critica, in contesti così diversi da quelli novecenteschi, è affidata alla nuova rivista dedicata alla critica Per una Critica futura ma anche a questo blog, nato nel giugno del 2003  e al suo flusso ‘polifonico’ –ancora un tema tipicamente baldusiano.

 

Biagio Cepollaro

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domenica, novembre 19, 2006

Biagio Cepollaro

 

Cage: non ci sono correnti principali della storia

‘Sbarazziamoci di questa nozione di una corrente principale nella storia e rendiamoci conto che stiamo andando in diverse direzioni. Noi stessi. Penso che una cosa ragionevole da fare - se abbandoniamo anche la competizione - è fare cose che nessun altro sta facendo, essendo allo stesso tempo informati, naturalmente, su cosa altri stanno facendo; migliorando le nostre comunicazioni in modo da poter sapere cosa sta accadendo, per poi fare qualcosa di nuovo, a cui nessuno si stava dedicando.’ (John Cage, da Lettera a uno sconosciuto, a cura di Richard Kostelanetz, Socrates, 1996) .

Questa bella citazione di Cage accompagna l’incontro a Milano di cui si dice nel post successivo.

Questo pensiero di Cage lo sottoscrivo pienamente.

Solo che il ‘noi stessi’ da provare a raggiungere è impresa difficile e non comune e l’informazione possibile ai suoi tempi non è paragonabile alla semiosfera di questi anni e, soprattutto, dei prossimi anni.

Di conseguenza, posta la meravigliosa esortazione ad abbandonare la ‘competizione’, dopo la nozione di ‘corrente principale della storia’, a saltare dovrà essere anche la nozione di nuovo, riferita ontologicamente all’oggetto e non alla relazione che instaura chi legge. Ma credo che questa variazione sarebbe piaciuta al Maestro.

Biagio Cepollaro

 

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sabato, novembre 18, 2006

Alla Casa della Poesia - Palazzina Liberty - Largo Marinai d’Italia- Milano

Ingresso libero

Giovedì 23 novembre ore 21

La poesia di ricerca oggi in Italia

Incontro curato da Andrea Inglese

con Alessandro Broggi,

Gherardo Bortolotti

Marco Giovenale

Andrea Raos

Massimo Sannelli

Michele Zaffarano

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lunedì, novembre 13, 2006

Biagio Cepollaro

 

Possibili differenze tra una recensione e una lettura.

La differenza tra una recensione e una lettura, posta, poniamo, una comune misura ridotta in termine di righe, sta nella ritualità. La recensione risponde ad un cerimoniale, prevedibile nelle sue movenze, si fa carico di un orizzonte d’attesa precostituito (quello dei lettori della testata etc), una lettura non sa che farsene dei cerimoniali, non sa propriamente dove si dirigerà, quale saranno i mezzi, i metodi, i riferimenti, le implicazioni: si ritaglia un tempo propizio per agire, per realizzare il suo godimento..

La lettura avrà come destinatario primario il soggetto che legge in un movimento innanzitutto riflessivo, solo poi, in un secondo momento, vi saranno dei lettori e la condivisione.

La lettura, in quanto esperienza, è sempre nuova oppure non è. Mentre la recensione talvolta si configura come uno spazio vuoto da riempire (la rubrica, il box, la parte della pagina etc.) , la lettura, al contrario, può essere sperimentata come un troppo pieno, una necessità di smaltire, metabolizzare: risponde, insomma ad un pieno e non ad un vuoto. Talvolta le recensioni sono vuote. Spesso le letture, se sono davvero tali e cioè esperienze, aprono, senza richiederlo, ad altre letture, e dunque ad altre esperienze del testo.  

 

Biagio Cepollaro

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domenica, novembre 12, 2006

Davide Racca

GIONA NN

 

  Prima di accorgerti di ogni suo gesto o crimine o condanna.

Prima di sentirti al sicuro lontano dalla sua cattiveria o codardia.

Prima di partire e ancora prima che la pelle si dia il tempo

di sentire… N, ti ha masticato

                            inghiottito

                             defecato.

 

*

 

Un paesaggio senza mete, uno stomaco vuoto… Per questo la

campana rintocca sott’acqua…

 

Lo strillo di un bambino calcia la palla del sole lontana dal

cielo… Di contro la strada ascolta l’alfabeto sordo dei notiziari…

Le sue lettere strisciano come vermi, si depositano nel marciume

accatastano ossa. Due sono le possibilità che si danno le mete:

 

                                           Sì, oppure No.

 

Percorro il mio dubbio, questo stomaco di paesaggio cavo, con

uno odioso senso di colpa.

 

*

 

I gabbiani sono parte della meccanica dell’aria. Una logica

infallibile fa di loro osservatori che mettono alle strette

l’invulnerabilità del mare.

 

Una sola messa a fuoco dei loro occhi netti, una trasparente

cattiveria… E scendono in picchiata, spezzano la lente del mare

nel suo ventre…

 

Un dolore inferiore fa di un pesce un essere inferiore? La santità

non si misura con la potenza della divinità. La passione. Essa

rende sacre anche le cose più infime…

 

Dagli occhi sgranati di un pesce scende anche di giorno la notte…

 

I gabbiani non sanno della debolezza che rafforza la fede?

 

Beati quelli per cui è fatta la volontà…

Beati quelli che la volontà è un fare a propria immagine e

somiglianza…

Beati quelli che sanno quali pesci pigliare…

 

*

 

Come in un dipinto medievale i dannati interpretano ciascuno il

proprio dramma. Più si avvicinano alla terra più diventano una

massa inerte, teschi contro teschi nel vis-a-vis della morte. Eppure

restano perfetti negli artifici dei colori.

 

Mi chiedo: da quante centinaia di anni ogni notte si fanno sempre

gli stessi sogni? L’infallibilità della Gorgonie affiora lubrificata

sui canali dell’orrore… Guardarla è ascoltare l’alfabeto cupo

della prima educazione… Il suo epilogo tragico, il suo canovaccio

simbolico è sempre quello:

 

Ombre pipistrelli serpi zanne zampe teschi e draghi celesti…

 

*

 

Ossessivamente. Ma provvisoriamente... Ma indiscutibilmente…

il bisogno di un dio e delle sua morte tragica (o della sua morte in

farsa) apre la carriera di un primo della classe all’infatuazione del

grilletto.

 

Il mare cala, il cuore cala, l’uomo si veste di porpora… E il dio

preme il grilletto.

 

Il suo vero bersaglio è l’angoscia nascosta dentro di lui e dentro la

sua tunica di porpora. Il petto sale, il mare sale. L’uomo

scompare….

 

Per la sostanza del giudizio, la combustione della parola, la

chimica del gesto…  si rizzano i peli sul dorso della pistola.

 

Ossessivamente, ma provvisoriamente, ma indiscutibilmente…

l’euforia di un mistero ubriaca la mente di un dio con la pistola.

 

*

 

(psicostasia)

 

 

 

Un amico può divenire nemico… L’amore paura. Tutto si può

dire quando la recita del dolore si fa anche felice. Io con

la moneta falsa, con la faccia accattivante, mentre copio i segreti più

gelosi… Io con la mano lesta nel guanto di velluto, con le

orecchie da mercante sulle passerelle… Io che moltiplico gli

specchi semplicemente per non dover camminare in un cuore

invadente ed estraneo.

 

Come un’anguilla d’autunno mi dibatto nel fango per soffocare

l’accecante astinenza del mare. E l’astinenza è un risucchio, una

giostra di droghe da cui ti rifiuti di uscire…

 

Per arrivare fino al mare che stringe i fianchi, solleva la carne…

 

                                     E pesa l’anima.

 

*

 

Dentro ogni cervello umano si nasconde un animale. Ma

l’animale è innocente se muta la pelle in squame? In bilico tra

l’impulso e il pericolo trasforma i suoi artigli di ferro in pinne e

l’urlo alla luna in spuma…

 

Per volontà di sopravvivere lo stomaco della notte ingoia un

desiderio di uccidere.

 

Un impulso curioso quello che stringe l’autolesionismo al fondo

nel nodo di sangue dell’utero. In balia della marea la morte si

agita avanti e indietro lungo i suoi corridoi pensosi…

 

               Fa molto freddo anche in tutta questa cinetica…

 

*

 

Quante copie del mio amore sono spedite per tutti i bric-à-brac di

ossigeno e allegria? Anni contorti: petti miti come carne di

agnello sciolgono i capelli davanti al muso di ferro del lupo. La

legge mette ciccia sulla brace e catene ai polsi… “Sono la tua

Puttana”, annusano deretani di gioia. Deretani di amore profondi

scodinzolano con la lingua pendula e puerile. “Amami! e sarò il

tuo cazzo d’amore…”. La serpe ai piedi, le gambe fino alle terre

fertili delle anche, e ampie vetrine di gesti si innamorano…

Profumi di cespugli fitti per pubblici immaginari… Incesto per

troppa somiglianza. Adulterio per mancanza di delirio…

 

*

 

Dimenticarsi di noi passandoci davanti senza aver lasciato traccia.

Un presagio di temporale o una macchia di sangue sfacciata…

Qui finisce la terra comune e l’orecchio ascolta il sangue che

batte nella tempia. Si tiene nell’ombra e quasi se la prende… La

cripta di sangue che unisce le vite scortica il pavimento, cade

sempre più dentro, costruisce una bara nel ventre. Si può cercare

un Malgrado-Tutto! La scorciatoia è sempre migliore dello

scorsoio o di questo acre odore di santità. Ma si deve riprendere

possesso,  rivendicare le proprie forze? Potere è anche poter fare a

meno…? Sprecare il tempo a modellare un’argilla liquida per

farne un calco a futura memoria è sonante sconfitta… Hai mai

provato a stare in piedi in un vuoto? Quasi sperare che qualcosa

muoia per tirarsi fuori

 

*

 

Entrare e uscire un tentativo d’amore… Quando il muro si

sbriciola a forza di sbatterci il muso. I guadagni in termini di

mattoni… edificati intorno a gente che vi resta sola… Lungo

l’occhio del sole osservo le aspirazioni che abbracciano il mondo

nei resti bruciati, negli sforzi vani e selvaggi. I guadagni

centellinati goccia a goccia poche briciole di giustizia e uno

sparso odore di vita da immaginare… è un bambino che ha

appena compiuto novant’anni per ricominciare.... Osservare…

diffidare… Fiutare persino l’ambizione di un giovane albero e la

ferrea necessità della pietra… Per sopportare questa visione

crudele ci vogliono occhi che danno fuoco ai muri.

 

*

 

Non sono io a cercare l’oblio. È già qui e in qualche modo è lui a

fiutarmi e trovarmi. Quasi un destino… con tutti i suoi ingredienti

di inerti e collanti.

 

Odiare, gioco infantile per girotondi di potere. Odiare… Una

lingua d’inferno, una lingua ottusa, la voce ottusa e l’indelebile

puzza di cuoricino strozzato…

 

Con la mente suicida sogno un pesce enorme dall’occhio sferico e

dorato e io un feto incubato tra le pareti di un demone in mezzo al

mare…

                                             Amare…

                        Difficile raccontare il suo imbroglio

Davide Racca

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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mercoledì, novembre 01, 2006

Adriano Padua

 

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il ritorno seguire  del colpo

l’andamento deciso del taglio

l’incisione recente

la radice recisa del segno

oramai referente di x

consistente di una soltanto

superficie che cede

nel frangente preciso del dire

a prescindere da

 

tutto sta nel comprendere cosa

non coincide con cosa

né si deve risolvere in

ma lasciare così

di per sé discordante

quale parte del vuoto presente

 

nuovamente formata nel moto

che in sequenza rimuove a sua volta

quando sole si dicono

le parole che calcola il tempo

variazioni nel corpo rumore

proiettate nell’ aria

 

regolari compiute entro i limiti

prefissati di spazio

come se lo spezzarsi dei versi

non ci fosse non generi

del respiro l’agire e la pausa

la cesura lo scindersi

all’interno di sfere

che le mani disegnano

e la notte ripete reìtera

 

nelle onde sonore incrociate

a frequenze ossessive

invariate dei passi e nei fossi

dove l’acqua piovana ristagna

e la nostra città che non è

perde sonno per sempre

 

dentro sé si ritrae

riempie il buio di niente

lo frammenta interrompe

penetrando la strada e le stanze

nel silenzio captato dai radar

che si mescola alle interferenze

 

 

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unire lineari senza dirle

parole ad una sola dimensione

costrette nel dominio nominabile

da dove non provengono

 

nel buio come è fatto

passare la misura

d’un ordine precario

 

il peso del silenzio sistematico

si sente negli stenti della voce

nel tono non armonico all’ambiente

 

il sole è trattenuto nei metalli

placato questa notte

da un’altra gravità

 

con gli occhi contro i corpi

tu osserva il movimento che preannuncia

le collisioni interne del circuito

approssimarsi al termine

 

lo scarto che si situa nel momento

appena successivo

 

Adriano Padua

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mercoledì, novembre 01, 2006

Giuseppe Catozzella

 

Prolegomeno ad una poetica

 

E' condizione necessaria

e per me sufficiente, eliminare

tutti i come?, perché?

onde non ritrovarmi più scarno ancora

senza più risposte nè tantomeno domande.

Mi è naturale dunque questa sospensione.

Naturale.

dico sospensione come dentro una metafora:

"metto-insieme", prendo, comprendo e riprendo

arrivo ai minima, alle forme più malleabili quasi

se lo faccio io; se li scopro io produco io

questi universali se li fondo se ci arrivo in somma,

se poi li rendo mondo

per lo meno l'ho toccata

l'ho creata

un po' di verità?

Almeno la mia?

Se li produco io?

Produco, Deduco, Induco, x-duco, y-duco, z-duco.

Importa poco o niente così sospeso.

Più che altro importa "duco".

Più che altro il "tutto mischiato assieme"

    e la mia (che buffo) sublimazione...

                       

 

Giuseppe Catozzella

postato da: cepo alle ore 15:44 | Permalink | commenti (3)
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mercoledì, novembre 01, 2006

E’ on line il Numero Sedici di novembre 2006 di Poesia da fare

http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/pf016.pdf

EDITORIALE

 (B.C)

TESTI

Estratti da Chapbooks, A cura di Gherardo Bortolotti

Luigi Cannillo, A perdita d'occhio

IMMAGINE

Echi di specchi,1 di Fausto Pagliano

postato da: cepo alle ore 10:36 | Permalink | commenti
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