mercoledì, ottobre 18, 2006

Biagio Cepollaro

 

Il giudizio e le cose come stanno

Quando si formula un giudizio su qualcosa si può anche tirare il fiato, talvolta.

C’è la sensazione di aver messo al posto giusto qualcosa, o rimesso a posto qualcosa che era stato indebitamente spostato. Un giudizio è come farsi largo tra la confusione a forza di microcertezze da disseminare qui e là. Il fiato tirato si può fare anche compiacimento: il giudizio è quasi sempre siglato, c’è il nome dell’autore, c’è la possibilità di risalire all’autore. E’ un po’ come aver spostato una sedia o un tavolo ed aver lasciato un cartello su cui è scritto il proprio nome.

Si giudica anche per dire come stanno le cose. Che strano: ‘dire come stanno le cose’.

Le cose se stanno, stanno lì, sotto gli occhi di tutti.

Il giudizio manca , sembra a questo punto, per tutte le cose che stanno sotto gli occhi di tutti e di cui neanche si parla. Dunque se davvero le cose avessero bisogno di essere dette in un giudizio, di certo non sarebbero le cose come stanno. Il giudizio allora arretra verso il giudicante e si appiccica su quel fiato corto che ha bisogno di essere tirato. Il compiacimento nel giudicare è atto di autoetichettamento, è sigla non delle cose, come si vorrebbe con maggiore o minor successo far credere, ma di sé. Le cose non c’entrano. Le cose se ne stanno in un modo tale che basterebbe un accenno ad indicarle, una mezza parola o un mezzo silenzio. Anche per questo un tempo da qualche parte si evitava di usare molte parole. In agguato c’era la serietà muta ma ammaestrante delle cose come stanno.

 

Biagio Cepollaro

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mercoledì, ottobre 11, 2006

Davide Racca

 

Cumana

 

Una lametta da barba blu sulla linea molle della battigia arrugginisce con una lima da unghie. Un discorso lasciato a mezzo tra le cancellate di un lago in prigione e il mare deserto ha la scaramanzia nel petto e poca convinzione. Scivola indifferente su binari e manifesti elettorali…  Parte la cumana. Comincia una carneficina in lembi di terre sconsacrate. Ginestre, ruggini, smottamenti e nessuna cognizione: ogni giorno da un finestrino finisce al solito come una finzione. Un lago muore. Un lago nasce. Un altro lago muore. Qui non splende mai il sole, dicono. Sento una cicatrice buia sulla pelle del tufo. Neanche un rumore, quasi una morte non clinica da questo Averno.

                                                 *

Sotto le rotaie il sole scricchiola come lucidi gusci d’insetti. La Terra resta alla terra. Un cane lupo si addenta. Sono chilometri cannibali a infierire la carne cumana verso Pozzuoli.

 

Per la voracità. Per la debolezza. Per un semplice-difficile bellezza. Banale cafonata. Pelle a pelle. Mascella a mascella. (Ma con i denti non si bacia). Sopraeleva, cade, rialza. Demolisce. Il pane che non sfama si chiama sangue. E ama.

                                                *

Scendo dal treno. La colonna del macellum, nel corpo polveroso, finisce nel fango. Artificioso, come sanno esserlo il cielo e l’inferno, trovo una  banale apocalisse tra i residui bruciati di pizze e gatti emaciati. Sospetto la mia fine, senza una risposta, tra lische e odori di cucine…

 

                                               *

Squama la miseria del Rione Terra dalle impalcature. La malta, il cemento, il ferro e nessun ideale. Il precipizio a una portata sensuale. Sotto, si baciano. Sotto, sanno dove andare. Cercano, frugano, si rapiscono. Finiscono presto a cercare la pomice per limare i calli di questa solitudine.

 

                                                *

Buio e raffermo, dogmatico, come un povero cristo sulla pala d’altare, un uomo fa la sua comparsa con la sedia tra le barche… La rete dei ripensamenti dice ritorno, ogni volta, dalla stessa distanza. Squama la pelle, acciglia un malinconico disastro. Lui che è un pesce fabbrica la sua rete? Il mare, il petto… e il chiodo che batte nel legno… purché non si veda alla fine in quale carne finisce la spina… 

 

Davide Racca

 

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mercoledì, ottobre 11, 2006

Pino Tripodi

 

Il sé del sessuologo e del viceprode

Il sessuologo parla sempre di sé. Il sessuologo parla sempre di sesso. La vita è sesso, disse tra sé e sé il sessuologo.

Il sesso del sessuologo informa ogni atto della vita.

Teneva la sua conferenza pubblica allo stadio. In ogni altro stadio del Pianeta c’erano schermi giganti che la trasmettevano. La scorpacciata di concerti e di partite che avevamo dovuto subire negli ultimi cinquant’anni non era che la preparazione a questo grande evento. Adesso tutti potevano ascoltare ciò che è veramente interessante nella vita; l’unico interesse che sostiene il divenire del mondo, l’orizzonte a cui mira ogni sguardo: il sesso.

 

Il sesso è l’inizio, il motore e il fine del tutto. Pronunciò queste parole toccando organi sessuali di tutte le fattezze che comparivano e scomparivano tra le sue mani. Gli ascoltatori impugnavano i loro peni provati dalle montagne di viagra che avevano assunto. La sessuologa tuonava contro la pretesa di eliminare la forza di gravità. Il viagra è un attentato alla forza di gravità.

 

I venditori di viagra furono subito arrestati e ridotti al silenzio. Gli organi sessuali devono stare in erezione in rapporto massimo di uno a 24 il che significa che almeno per 23 ore devono stare a riposo e nell’ora residua si possono dare all’erezione meccanica, ludica o desiderante ma non in un’unica volta. Quattro volte massimo per un quarto d’ora al più. Più di questo è contro natura. Le folle degli stadi si diedero ai tumulti mentre la sessuologa impartiva la sua lezione di sé, cioè di sesso. Le donne insistettero per l’erezione tutta in una volta in tutta la vita. La sessuologa stigmatizzò subito la richiesta. Un’ora di erezione al giorno continua e duratura per ogni giorno della vita significa che per una vita media ci sarebbe un’erezione continua tra le 25.000 e le 30.000 ore, cioè per 1000-1250 giorni. Impossibile: nessun uomo potrebbe sopravvivere a tanto e nessuna donna la sopporterebbe. Il Partito delle donne approntò subito un disegno di legge sull’erezione continua da far approvare immediatamente al parlamento. Il prode Presidente del consiglio disse che la legge non poteva attendere. L’Italia era finalmente di nuovo tra le grandi potenze e una grande potenza non può accettare la forza di gravità. La sessuologa lo interruppe: signor prode Presidente, lei si ricorderà come andò a finire la prima e l’ultima volta che l’Italia fu annoverata tra le grandi potenze. Il prode Presidente le rispose che quelli erano dettagli; la cosa importante era che neanche questa volta al suo viceprode gli era riuscito di dire qualcosa di sinistra e che fino a quando lui sarebbe stato al governo non avrebbe tollerato simile eventualità. Il Paese è tra i grandi e i grandi non possono diventare mai piccini. Questo è tutto, si mise l’elmetto e andò in Libano dove ad attenderlo c’erano tutti i grandi della terra imbottiti di viagra che soffrivano per l’erezione continua e non facevano la guerra per la guerra ma la guerra per la pace, anzi facevano la pace, non la guerra e si facevano il segno della pace che si faceva con l’ultimo moschetto che fu utilizzato durante il fascismo in quell’unica volta che l’Italia fu annoverata tra le grandi potenze e volevamo la pace, anzi la guerra, ma la cosa si ingarbugliava tanto che scese una nebbia così fitta che non si capiva più chi parlava di pace e chi parlava di guerra e dov’era la pace e dov’era la guerra. I soldati davano la mano ai pacifisti in segno di pace e i pacifisti davano la mano ai soldati in segno di guerra. Tutti si davano la mano e si abbracciavano e si scambiavano i cappelli con gli elmetti e vattelapesca chi sono i soldati e chi non lo sono e chi c’ha le armi e chi non le ha. Non si capiva più niente fino a quando la sessuologia soffiò e pisciò sulla nebbia fino a diradarne gli effetti. Il cielo e la terra divennero subito tersi. Fu allora che la sessuologa parlò. Il sesso è uno strumento di guerra. Il viceprode si alzò solennemente dal suo scranno e chiese ai giudici cosa ci stava a fare una persona così in giro. Meritava di essere messa subito in galera. Tutti sanno che il sesso è uno strumento di pace. Anch’io, onorevoli colleghi, ero in litigio con la mia augusta moglie fino a ieri sera quando in concomitanza con la partenza dei nostri eroici soldati e per onorarli degnamente, abbiamo firmato a letto un trattato di pace grazie al mio potente esercito umanitario che lei dopo dodici anni di vergognoso ammainabandiera è riuscita a far erigere in silenzio per miracolo proprio davanti a sé.

 

La sessuologa fu arrestata in diretta mondiale non prima di perorare la sua causa. Il sesso è uno strumento di guerra. Lo confermano tutte le recenti ricerche. Per una pace di pochi minuti il sesso muove una guerra permanente. Voi fate finta di non sapere il motivo vero di tutti i litigi tra coniugi. Voi fate finta di non sapere perché gli accordi fra uomini e donne durano pochi attimi e il conflitto avviene in permanenza. Se fate finta di non saperlo perché non lo chiedete a Sigmund Frued a cui avete fatto finta di dare massimo credito.

 

Freud è un ebreo, disse il premier israeliano. Non ci possiamo fidare degli ebrei fino a quando negheranno l’esistenza del nostro Stato. Gli ebrei che negano lo Stato di Israele sono antisemiti e fino a quando ci sarà l’antisemitismo noi non potremo permettere l’esistenza di uno stato ebraico, ma poi si corresse e disse che non importa se non è così, comunque Israele ha diritto di difendersi e si difenderà fino a quando tutti non lo difenderanno perché fino a quel momento lo Stato è in pericolo e quando lo Stato è in pericolo non deve far altro che combattere per la pace e allora ci vuole una guerra.

 

Freud era molto malato, ma prese con molta autorità la parola. Nel Disagio della civiltà hanno omesso la parte più rivoluzionaria della mia ricerca, quella che dimostra come il sesso sia uno strumento formidabile di guerra. Si intitolava appunto il sesso e la guerra e fu sperimentato dai kibbutzin che desideravano l’amore perpetuo.

 

Bravo, disse il premier israeliano, adesso sì che approvo. L’amore perpetuo, avamposto della guerra perpetua.

 

Freud lo guardò con disprezzo. E riprese.

 

Furono proprio loro a confermare le mie ricerche quando si accorsero che l’amore perpetuo non si accompagna alla pace perpetua poiché l’amore perpetuo è impossibile e dall’impossibilità dell’amore perpetuo nasce la guerra permanente.

 

Tutti volevano sapere e si assiepavano vicinissimi agli schermi giganti per udire bene le parole di Freud. L’esercito tentava con fatica di tenerli a debita distanza, il viceprode minacciò di fare come in Cile dove gli stadi li utilizzano non per fare le partite ma non si ricorda bene per fare che cosa. Freud con estrema cortesia gli chiese di lasciar perdere gli stadi cileni che anche quelli non erano di sinistra, poi gli tappò la bocca definitivamente e disse che la nostra convinzione che l’amore genera la pace è una stupidaggine che deriva dall’esperienza di interruzione momentanea dei conflitti apportata dal sesso. Tutti hanno esperienza del fatto. Non si fa sesso quando c’è la pace, ma quando si interrompe la guerra. La guerra, scrissi in quel saggio, non si blocca davanti al sesso, ma continua grazie ad esso.

 

La sessuologa impazzì per quella rivelazione e disse che allora lei aveva trovato come praticare la pace perpetua, il vecchio sogno kantiano che finalmente poteva avverarsi.

 

Freud la guardò di sbieco e attese che la sessuologa indicasse la sua ricetta, ma quando la urlò forte – sesso perpetuo uguale pace perpetua – Freud la schiaffeggiò e la buttò giù dal palco. Cretina di una cretina, perché non leggi i miei libri? Il sesso perpetuo è impossibile e gli uomini e le donne confliggono in permanenza per evitare di fare l’amore. Non è che non desiderino farla, non possono farla perché non ne hanno le forze e non ne hanno la voglia. L’assenza di sesso divora gli animi per tutta una vita, ma la sua presenza li sazia in pochi minuti. Sai perché i mariti e le mogli, i fidanzati e le fidanzate litigano di continuo? Perché così possono evitare di fare sesso. Di tanto in tanto interrompono di litigare perché trovano le energie, la voglia, il desiderio di fare sesso. Ma allora, disse la sessuologa, le coppie che non litigano mai fanno sempre sesso? Può darsi, disse Freud, ma è un caso più patologico che raro. Le persone che non litigano mai nella grande generalità sono asessuate. Non fanno mai sesso, non ne sentono la necessità, o trovano di farlo in extraconiugo. Quella rivelazione di Freud deflagrò come una bomba in tutti gli stadi del mondo. Gli uomini e le donne si guardarono con occhi nuovi scoprendo il vero motivo dei loro continui litigi. L’obiettivo di tanto infierire non è alto che il desiderio di non fare sesso. La guerra riprese e il viceprode ebbe tanti anni di gloria con l’alzabandiera. La sessuologa continuò a parlare di sesso e in tutti gli stadi ripresero le guerre permanenti intervallate da qualche sporadica scopata.

 

Pino Tripodi

 

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martedì, ottobre 10, 2006

Biagio Cepollaro

 

Su Post-it  di Michele Zaffarano, Poesia Italiana E-book, 2006.

(www.cepollaro.it/poesiaitaliana/ZafTes.pdf )

 

1.

Qui la narrazione si alleggerisce in virtù dei passaggi senza preavviso, in virtù di una provvisorietà decisa per statuto e abitata. Il dettaglio fotografato parla. C’è sempre qualche voce che dice, anche le cose dicono, parlano e il loro dire è una loro appartenenza, una loro precisa genealogia. E in mezzo a queste cose, non oggetti, ci sono anche persone, non personaggi.

Le cose e le persone dicono anche attraverso il loro silenzio che permette allo sguardo di passare oltre, alla mente di divagare. Anzi, pare che questo divagare, questo correre fuori dal campo di discorso mai recintato, sia proprio ciò che restituisce una specie di senso.

 

2.

Il sistema economico entro cui le cose sono prevedibili, da un lato, dall’altro l’appunto provvisorio che slitta continuamente in un qui ed ora che mescolando dettaglio e  pensiero, fa del dettaglio un’immagine assoluta e, del pensiero, solo ciò che lo precede o che lo segue.

L’espropriazione della sovranità compiuta dal sistema economico è collocata in una descrizione essa stessa non sovrana, non architettante, paratattica.

 

3.

Poi, attraverso le gocce di pioggia su di una  magnolia, i pianeti fanno cosmica la scena ma per ‘guardare sulle piante dei piedi’. E’ l’accadere naturale di un eterno ritorno in cui le cose accadono per riaccadere e rispetto a cui ci si riassume in ‘io mi ricovero dentro,fuori piove’.

 

4.

Non c’è un dialogo, ci sono vite che si dipanano all’oscuro. Ma sempre in vista, sempre mostrandosi, dichiarandosi, dettaglio per dettaglio, frammento per frammento, in una memoria scompaginata, in un testo in cui spezzoni di frasi scorrono gli uni negli altri. E capita così che cada una frase famosa del Tractatus nel bel mezzo di un discorso sulle gazzelle che mangiano i leoni, che non mangiano i leoni: sulle gazzelle come sul resto non si può parlare…

 

5.

Scomposizione e fusione di ogni punto di vista e poi la chiusa provvisoria che fa capo alla concretezza del basso, a proposito di democraticità. E laddove uno si aspetterebbe la consequenziale chiarezza dei contesti, la condivisione razionalmente amministrata, il principio dell’agire comunicativo, lo attende invece l’orizzontalità vuota dello spazio, dove tutto è geografia.

 

4.

E la posizione dell’osservatore immobile ma partecipe. Come seduto su di un balcone, abbastanza dentro e abbastanza fuori. Da lì le cose si vedono prive del loro senso proprio, anche il dramma che si svolge sotto gli occhi in fondo è un dramma che non si capisce. Chi chiama, chi urla, chi fa tanto rumore da impedire anche l’osservazione: non si riesce neanche a dormire in tutto questo baccano che esala dal mondo.

 

 

5.

Ad un certo momento viene chiesto se si debba proprio dire qualcosa, dal momento che ‘io penso sempre di doverti dire qualcosa’. Il mondo si manifesta, il dentro viene integralmente esposto dalla frammentazione e dalla fusione dei fatti, l’altro che parla, nella crisi di statuto dell’oggetto, è già confuso, come in una prospettiva senza profondità col bordo delle foglie, ‘mentre parli attraverso i bordi delle foglie’. D’altra parte, se il tempo è quello del lavoro salariato, ‘si vive solo nel presente’.

 

Biagio Cepollaro

 

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domenica, ottobre 08, 2006

Biagio Cepollaro

 

Su Stefano Salvi, Il seguito degli affetti

www.cepollaro.it/poesiaitaliana/SalvTes.pdf

 

1.

Il bosco come luogo in cui si manifesta l’evidenza dell’inesauribile, e anche del non dicibile. Ancor prima che domanda venga formulata, ancor prima che domanda venga innestata in un dialogo, collocata in un contesto- storia, in una teoria di intenzioni, fini, rammarichi… E’ in questo prima che la descrizione cerca la sua esattezza. E a fronte della determinazione degli oggetti del bosco, anche solo astrattamente indicati, campeggia l’elemento dissolutore, che porta e apporta verità elementare e inumana: la luce.

La luce costruisce e decostruisce, si organizza in evento puntuale e in programma di eventi, in stagione. Ma sempre la luce fa spazio, scioglie il residuo psicologico-umano, lo converte in paesaggio e segno da interrogare dalla distanza.

Il vedere altro non è che un vedere ‘visitazioni’. E perché ciò accada occorre che tutto il conosciuto appaia sconosciuto e sospeso.

 

2.

‘perché si trova solo ciò che mette eco’. E’ un andare che segue il principio del radar, l’opposto dello sguardo che dà fondamento questo guardare ‘con cura’. Dalla luce al buio, nel buio del bosco, nell’archetipo dell’inconscio fatto emblema, la speranza del volo, la speranza della diversità.

 

3.

Dunque: al volo o all’elevazione. E’ qui che l’andare conduce, vorrebbe condurre, una volta oltrepassata la fissità di ciò che è marcato e univoco. Dal momento che solo la moltiplicazione dei passaggi, degli inizi, dice che si sale. Ma ciò che resta nel tangibile e nominabile è solo l’analitico, il resto del sezionare, la riduzione cartesiana in parti.

 

4.

Ancora la luce è ciò che lascia vedere e ciò che oscura: le ‘visitazioni’ del bosco puntano a riassumersi in ammaestramento. Il vissuto a tal punto rarefatto da ridursi ad eco disseminata, ora, con impegno, per esortazione a continuare, va collocarsi nei ‘detrimenti’, dove pare ricomporsi anche storicamente, una trama di affetti.

 

5.

‘I vivi fissati alla spina’, ‘i vivi in intimo’. Tracce riemerse, bottino del guardare con cura. La storia lentissimamente va ricomponendosi e assume aspetti antropomorfici, quasi evolvendo dallo status vegetale da cui il discorso ha preso le mosse. Cominciano ad apparire vene che ancora potrebbero essere venature di foglia o di ramo, perché ‘ogni stagione valuta vene proprie’.

 

6.

Del tragitto, nel mezzo della trasformazione e dell’indagine, accanto all’elemento che da raggelato si scioglie, nel passaggio da neve ad acqua, di tutto questo stanno a testimoniare le mani. E alla loro comparsa, insieme alla durezza della luce, nella consapevolezza della ‘circostanza delle immagini’ vi è una scoperta che riguarda la radice e l’origine: ‘dove la pietra è calma / si trova la parte dell’innesto’.

 

Biagio Cepollaro

 

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mercoledì, ottobre 04, 2006

Luigi Di Ruscio mi dona questa poesia che dice di aver scritto una ventina di anni fa.

Luigi Di Ruscio

 

Per Biagio

Primo settembre 1943

Napoli subiva l’ultimo grande bombardamento dei 105 effettuati

causarono morte a 22000 napoletani sbranati

molti sopravvissuti rimasero accecati e flagellati

scavalcando letti delle corsie allucinati  del napalm

il porto era notoriamente sbarrato da estesi cordoni di mine  camuffate

ancore di salvezza erano viste ovunque tutto l’irreale era spasimato

nessuno al mondo poteva affermare che la realtà fosse meglio del sogno

la rivolta contro i tedeschi esplose fulminea

le macchine tedesche sembravano impazzite

sfuggono ad un gruppo di insorti

e incappano in un altro gruppo spontaneamente costituito

carri armati tigre incastrati nei vicoli in una svolta impossibile

volavano sugli inermi bottiglie accese piene di benzina

colava benzina ardente tra le fessure della tigre

i tedeschi ammazzarono 562 napoletani dei quali 155 in combattimento

già sappiamo la cifra dei napoletani sbranati dagli sbranamenti alleati

ed improvvisamente andarono tutti a dormire

i poeti scriveranno degli incubi di tre secoli

le bastiglie verranno ricostruite

tutte in maniera più funzionale alla nostra morte

per tre secoli sparuto gruppo di rivoluzionari

facendo miracolosamente rimanere intatta

fede rivoluzionaria trameranno per la speranza nostra

nei momenti di scoraggiamento diranno pressappoco come scrisse Fortini

mio popolo canaglia rotto da mille piaghe

mio popolo assassino

 

Luigi Di Ruscio

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domenica, ottobre 01, 2006

E’ on line

POESIA ITALIANA E-BOOK

www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm

RISTAMPE:

Marzio Pieri, Biografia della poesia (1979).

Seconda edizione, in quattro volumi, con postfazione di Giuliano Mesa.

INEDITI:

Amelia Rosselli, Lezione sulla metrica, 1988 a cura di B.C. e Paola Febbraro.

Biagio Cepollaro, Note per una Critica futura

Ennio Abate, Prof Samizdat

AAVV. Letture di Lavoro da fare di Biagio Cepollaro

Carlo Dentali, Cronache

Marina Pizzi, La giostra della lingua

Alessandro Raveggi, VS

Stefano Salvi, Il seguito degli affetti

Massimo Sannelli, Undici madrigali

Michele Zaffarano, Post-it

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domenica, ottobre 01, 2006

E’ on line il Numero Quindici di ottobre 2006 di Poesia da fare

http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/pf015.pdf

EDITORIALE

 (B.C)

TESTI

Francesco Marotta, da  Hairesis

Laura Pugno, Animal Master

IMMAGINE

Alibi 2, di Franco Orlando

Avviso

Con l’uscita della nuova rivista dedicata alla critica letteraria Per una Critica futura, di cui il primo numero è all’indirizzo www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/critica.htm,

la sezione Letture di Poesia da fare viene sospesa. Le altre sezioni restano invariate.

Le letture critiche programmate saranno pubblicate in Per una Critica futura.

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