Andrea Inglese
Dall’Editoriale al Numero 1 di Per una Critica futura, Poesia Italiana e-book, ottobre 2006
www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/crit001.pdf
Biagio Cepollaro da alcuni anni sta sperimentando una singolare forma di pratica poetica che lo vede artefice solitario di un spazio corale dedicato alla poesia, alla riflessione su di essa, alla memoria di opere poetiche del recente passato, all’ascolto delle voci poetiche odierne. Il blog di Cepollaro, Poesia da fare www.cepollaro.splinder.com è un esempio di solitudine dialogante che ha saputo mostrare la forza di un progetto svincolato completamente da quegli esigui, e non sempre felici luoghi d’incontro e visibilità, che i poeti e i critici di poesia usano frequentare. E d’altronde molti di noi ormai hanno una chiara percezione di quanta poesia esista in rete, sia animando direttamente dei blog sia partecipandovi come ospiti. Poiché il cosiddetto sottobosco poetico circola indistintamente per infime casi editrici a pagamento o per collane di Mondadori ed Einaudi, poiché le riviste militanti latitano, poiché le “pagine culturali” sono ovunque moribonde, o già decedute per quanto riguarda la poesia, la vita dei testi poetici in rete è spesso l’unica vita concessa, l’unica pubblica, almeno. Questo a ricordare quanto poco gli addetti ai lavori dovrebbero trascurare questo versante dell’attività poetica, che spesso non ha efficaci o sufficienti repliche in forma cartacea e stampata.
Da Cepollaro mi è venuta una semplice proposta: perché non presentiamo sul sito, con una frequenza che può essere trimestrale o quadrimestrale, dei quaderni di critica? Certo, di critica non se ne fa abbastanza, almeno per ciò che riguarda la poesia contemporanea in Italia. Questo credo sia un dato evidente e condiviso. E la poca critica che c’è, appare spesso inadeguata. Essa, infatti, è costretta a muoversi tra tentazioni fuorvianti ed ostacoli. Il critico che si voglia militante e che si azzardi a dirigere il suo sguardo su testi di poeti viventi e dal profilo ancora incerto, è tentato, in parte giustamente e in parte malauguratamente, ad occuparsi di correnti, o di poetiche di singoli autori. Il discorso sulle correnti rischia spesso, purtroppo, di non essere nulla più che un enumerazione di cognomi, a cui si abbina una qualche aggettivo o sostantivo. Siamo, purtroppo, nella critica-censimento, che è costretta a illuminare preventivamente il campo, a delineare una elementare geografia, in modo che il lettore ignaro possa servirsi di alcune coordinate fondamentali per avanzare nel frastagliato mondo degli scriventi versi. Il discorso sulle poetiche d’autore rischia invece di perseguire formule brillanti o suggestive, ma che non si possono appoggiare ad analisi più dettagliate dei testi, e rimangono quindi ad un livello di generalità e sorvolo. Il critico che recensisce libri su riviste di poesia o inserti culturali, o che cura antologie ed articoli “panoramici”, non può che prendersi questi rischi, ed esporsi alle suddette tentazioni.
Ma si può fare critica anche diversamente. Si può fare, ad esempio, critica dei testi. (E tale critica non per forza deve assomigliare a quella critica che si usa definire “critica testuale”, di stampo strutturalista). La critica dei testi non prende impegni sul versante poetiche d’autore e correnti. Essa, con un andamento scettico, sdegna i grandi insiemi, per interrogare con ostinazione la particolarità di un testo.
La priorità ai testi vuole essere ovviamente un principio metodologico, ma esso poggia su di una scommessa ardita: provare a formulare il valore d’uso della parola poetica. Non solo, dunque, mettere tra parentesi molte presupposizioni, lasciando che il testo riveli i suoi interni meccanismi di senso. Vorremmo anche che si dicesse, fin dove è possibile, come quel testo può parlare di noi e del mondo. O forse, detto in altri termini, vorremmo che si dicesse in che modo facciamo uso di un testo poetico. Entrambi questi obiettivi presuppongono un assunto: la poesia contemporanea, quella che noi stessi scriviamo o leggiamo o recensiamo, sappiamo troppo poco cos’è. La sua realtà è in gran parte fantasmatica, in quanto leggiamo spesso poco e male. Ci muoviamo attraverso pregiudizi, intuizioni, grandi approssimazioni. Sappiamo sciorinare di un autore parentele e appartenenze, ma frettolosamente ci siamo immersi nella lettura dei suoi testi.
Partire dai testi significa anche, allora, interrogare le nostre forme di lettura, smettendo di considerare ovvia l’esistenza di questo genere letterario, la sua capacità di parlarci, la nostra possibilità di riconoscere in esso qualcosa che siamo. Di qui allora l’esortazione ad una sobrietà nell’uso del vocabolario, che eviti il più diffuso difetto del critico letterario, ossia il compiacimento del proprio linguaggio, spesso settoriale sino al gergalismo. Quando, invece, molti testi di poesia contemporanea dovrebbero richiedere la creazione di nuove categorie critiche, di nuovi strumenti concettuali, insomma più lavoro di pensiero e meno di stile.
Recuperare il valore d’uso di un testo poetico, significa quindi cercare di sfuggire agli aspetti ottundenti del rito. Ritrovare una spregiudicatezza e un’intimità con il testo, che il critico universitario non può quasi mai permettersi. Vuol dire anche, scegliere la modestia dell’appunto, della glossa veloce, del frammento, che non per forza implicano un atteggiamento impressionista.
Molti giovani studiosi universitari, ad esempio, incanalano il loro talento critico secondo le esigenze della produzione accademica. In sintesi, essi spendono le loro maggiori energie sui defunti o sui canonizzati. Ma spesso amano leggere poesia contemporanea, al di fuori di qualsiasi prudenza senile, di qualsiasi reticenza da ordinario di letteratura. E non trovano tempo per scrivere qualcosa di sufficientemente “solido”, “documentato”, “serio” sui poeti più giovani o su quelli meno noti. Anche per loro l’esortazione è quello di “scrivere comunque”, di partire dalla “lettura” anche di un solo testo, di rinunciare alle note a piè di pagina, ai riferimenti “dotti” ma superflui, ecc. Il loro contributo sarebbe estremamente prezioso.
Così come lo è il nostro, di poeti-poeti, o di poeti-critici. Passare dall’entità fantasma “poesia contemporanea”, ectoplasma variopinto e sfuggente, all’approdo parziale, ma preciso, tangibile, a qualche testo.
Andrea Inglese




