Sergio La Chiusa
Mail su Versi Nuovi , Oedipus Ed., 2004 di Biagio Cepollaro
... si assiste a una specie di spoliazione, pubblico lavacro rituale, che se da un lato annulla le distanze, pulisce e rigenera, dall'altro ingenera pudore: si riconoscono i propri limiti, ci si vergogna un po'... è che si passa il tempo ad allestire rappresentazioni, preparare scenografie,
arredare il proprio personale palcoscenico di simboli, metafore; poi capita di leggere questi versi nuovi e si respira, si rilassano i nervi, si pensa: questo non è allestimento che si smantellerà per il prossimo spettacolo, non è nemmeno costruzione che si demolirà al mutare del gusto; è modulazione del respiro che, nella condivisione, diventa preghiera. sarà che mi è capitato spesso di pensare alla poesia come a una religione alternativa, privata, esperienza residuale del sacro concessa a chi non può conformarsi, officiare i riti di massa del presente. sarà anche per questo che versi nuovi, nonostante implicazioni politiche, riflessioni sul senso della storia, sul senso del fare poesia, mi sembra soprattutto un libro religioso, libro di preghiere. non preghiere ammaestranti, che cadono da altare o pulpito, e nemmeno preghiere lanciate dalla terra al cielo, ma preghiere che intessono
relazioni, che passano - o dovrebbero passare - di uomo in uomo, di biografia in biografia (e non è certo un caso che la storia privata e i compagni di strada s'inscrivano con nome e cognome, senza pudore, in questi versi nuovi).
non c'è nascondimento, si sente nelle pagine la presenza del biagiocepollaro in carne (il cosoversificante, come lo chiami nella prima bellissima poesia), che lascia tracce della sua biografia, dialoga con le biografie degli amici, ci dice, in un dialogo continuo, quello che poesia deve dirci: e cioè che "non si tratta/di assistere/al naufragio: è che i topi/sul vascello/non possono dare senso/alla storia/ma tenersi stretti/mentre rotolano nel buio/e nel fragore/passarsi un brivido da pelle/a lucida pelle/prima del tonfo/questo sì questo è per ognuno possibile" e che "si
passa la vita a non pensare/che la vita finisce/e quel mancato pensiero/indurisce il cuore/e fa moltiplicare i codici/che separano ridicole/le cose/dalle parole".non si può assistere a una spoliazione senza parteciparvi, senza dismettere i propri abiti logori (altrimenti è solo voyeurismo, pornografia in versi); snudarsi è atto d'amore cui si dovrebbe rispondere con altro atto d'amore.
non si può assistere al riconoscimento e all'accettazione del male altrui senza riconoscere e accettare il proprio male; si tratta, in fondo, di riconoscere la pena, riconoscere che la sabbia che si solleva e vortica quando arriva bufera è la stessa che rimane ferma, che nel biagiocepollaro io-ingombrante che si vuole scagliare come un petardo contro la parete c'è lo stesso inferno - inferno quotidiano, trattenuto, sempre sul punto di esplodere - dei bagnanti che ciondolano sulla spiaggia attaccati ai
telefonini... "i sassi. che sono tanti" è una delle poesie che preferisco, anche se separare un testo dall'altro sembra quasi un atto brutale, violenza al flusso della storia nelle storie: ci si immerge infatti in una continua argomentazione-preghiera che non si esaurisce nei confini di un singolo
testo, procede oltre il margine: "continuala tu la poesia continuala..." hai sempre rifiutato manierismi, modi acquisiti, usurati, e quindi non più
capaci di dire. mi era capitato tuttavia di chiedermi se l'interessantissimo idioletto di scribeide e luna persciente non rischiasse, specie se perseguito con eccessiva ostinazione, di arenarsi in altra secca, in quell'alveo desertificato dove le parole gridano e lottano per la supremazia delle forme. nei versi nuovi il rifiuto di modi acquisiti, manierismi ed estetismi posticci, si traduce in una poesia meditativa e devozionale che si sviluppa su più piani, sia orizzontalmente sia verticalmente, una poesia duttile, che si espande e si contrae, come la bolla di sapone che si storce e sbava, e, ripeto, un po' inibisce per la sua verità. nella dolorosa autocritica che muove dai versi nuovi ci si riconosce - ci si dovrebbe riconoscere - e come singoli e come specie, e quello che si sperimenta è l'atto di coraggio di chi cerca di deporre le armi e invita a deporre le armi per meglio vivere, meglio comunicare (la corazza dell'io lasciata sulla riva come un vecchio indumento ingombrante). noi mortali siamo piccoli e imperfetti, dovremmo ripetercelo all'infinito...ci sono esperienze di lettura che non si esauriscono, lasciano tracce. versi nuovi, per me, è stata una di queste. un abbraccio. sergio.
Sergio La chiusa




