giovedì, luglio 27, 2006

Sergio La Chiusa

Mail su Versi Nuovi , Oedipus Ed., 2004 di Biagio Cepollaro

www.cepollaro.it/vntest.htm

 

... si assiste a una specie di spoliazione, pubblico lavacro rituale, che se da un lato annulla le distanze, pulisce e rigenera, dall'altro ingenera pudore: si riconoscono i propri limiti, ci si vergogna un po'... è che si passa il tempo ad allestire rappresentazioni, preparare scenografie,

arredare il proprio personale palcoscenico di simboli, metafore; poi capita di leggere questi versi nuovi e si respira, si rilassano i nervi, si pensa: questo non è allestimento che si smantellerà per il prossimo spettacolo, non è nemmeno costruzione che si demolirà al mutare del gusto; è modulazione del respiro che, nella condivisione, diventa preghiera. sarà che mi è capitato spesso di pensare alla poesia come a una religione alternativa, privata, esperienza residuale del sacro concessa a chi non può conformarsi, officiare i riti di massa del presente. sarà anche per questo che versi nuovi, nonostante implicazioni politiche, riflessioni sul senso della storia, sul senso del fare poesia, mi sembra soprattutto un libro religioso, libro di preghiere. non preghiere ammaestranti, che cadono da altare o pulpito, e nemmeno preghiere lanciate dalla terra al cielo, ma preghiere che intessono

relazioni, che passano - o dovrebbero passare - di uomo in uomo, di biografia in biografia (e non è certo un caso che la storia privata e i compagni di strada s'inscrivano con nome e cognome, senza pudore, in questi versi nuovi).

non c'è nascondimento, si sente nelle pagine la presenza del biagiocepollaro in carne (il cosoversificante, come lo chiami nella prima bellissima poesia), che lascia tracce della sua biografia, dialoga con le biografie degli amici, ci dice, in un dialogo continuo, quello che poesia deve dirci: e cioè che "non si tratta/di assistere/al naufragio: è che i topi/sul vascello/non possono dare senso/alla storia/ma tenersi stretti/mentre rotolano nel buio/e nel fragore/passarsi un brivido da pelle/a lucida pelle/prima del tonfo/questo sì questo è per ognuno possibile" e che "si

passa la vita a non pensare/che la vita finisce/e quel mancato pensiero/indurisce il cuore/e fa moltiplicare i codici/che separano ridicole/le cose/dalle parole".non si può assistere a una spoliazione senza parteciparvi, senza dismettere i propri abiti logori (altrimenti è solo voyeurismo, pornografia in versi); snudarsi è atto d'amore cui si dovrebbe rispondere con altro atto d'amore.

non si può assistere al riconoscimento e all'accettazione del male altrui senza riconoscere e accettare il proprio male; si tratta, in fondo, di riconoscere la pena, riconoscere che la sabbia che si solleva e vortica quando arriva bufera è la stessa che rimane ferma, che nel biagiocepollaro io-ingombrante che si vuole scagliare come un petardo contro la parete c'è lo stesso inferno - inferno quotidiano, trattenuto, sempre sul punto di esplodere - dei bagnanti che ciondolano sulla spiaggia attaccati ai

telefonini... "i sassi. che sono tanti" è una delle poesie che preferisco, anche se separare un testo dall'altro sembra quasi un atto brutale, violenza al flusso della storia nelle storie: ci si immerge infatti in una continua argomentazione-preghiera che non si esaurisce nei confini di un singolo

testo, procede oltre il margine: "continuala tu la poesia continuala..." hai sempre rifiutato manierismi, modi acquisiti, usurati, e quindi non più

capaci di dire. mi era capitato tuttavia di chiedermi se l'interessantissimo idioletto di scribeide e luna persciente non rischiasse, specie se perseguito con eccessiva ostinazione, di arenarsi in altra secca, in quell'alveo desertificato dove le parole gridano e lottano per la supremazia delle forme. nei versi nuovi il rifiuto di modi acquisiti, manierismi ed estetismi posticci, si traduce in una poesia meditativa e devozionale che si sviluppa su più piani, sia orizzontalmente sia verticalmente, una poesia duttile, che si espande e si contrae, come la bolla di sapone che si storce e sbava, e, ripeto, un po' inibisce per la sua verità. nella dolorosa autocritica che muove dai versi nuovi ci si riconosce - ci si dovrebbe riconoscere - e come singoli e come specie, e quello che si sperimenta è l'atto di coraggio di chi cerca di deporre le armi e invita a deporre le armi per meglio vivere, meglio comunicare (la corazza dell'io lasciata sulla riva come un vecchio indumento ingombrante). noi mortali siamo piccoli e imperfetti, dovremmo ripetercelo all'infinito...ci sono esperienze di lettura che non si esauriscono, lasciano tracce. versi nuovi, per me, è stata una di queste. un abbraccio. sergio.

 

Sergio La chiusa

 

 

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domenica, luglio 23, 2006

Biagio Cepollaro

Su L’ultimo borgo di Giorgio Caproni, 1976

in Giorgio Caproni, L’ultimo borgo, Poesie (1932-1978) a cura di G. Raboni, Milano,1980.

 

La spoliazione

La spoliazione che qui tocca anche la fluidità dell’amato settenario, ma soprattutto investe il cantabile, in opere precedenti riproposto in modo così lieve, in pieno Novecento, è ciò che emerge subito dalla superficie del testo. Economia estrema di segni, basso tasso di retoricità, impianto allegorico ridotto all’osso: procedimento ascetico di diminuzione che chiede di essere interrogato.

In questo movimento di alleggerimento formale non c’è traccia di polemica anti-letteraria (e dunque letteraria, ancora), non c’è risentimento per questo. Anche se altrove, in altri testi, qui e là, la citazione ha funzione spesso ironica e dolente, tale ironia non si fa mai sarcasmo.

La sapienza dell’arte, come gli altri saperi d’altra parte, non hanno deluso. L’arte, come il resto, continua solo a mostrare il suo limite, la sua inadeguatezza. Ma di che limite si tratta? Di un limite costitutivo, consustanziale all’umano, di un limite, anche se culturale, in definitiva, naturale.

La spoliazione, la riduzione del tasso di retoricità, il controllo di conseguenza assoluto su ogni più piccolo e  marginale segno in campo, non costituiscono atti sacrificali tesi a ingraziarsi una qualche rivelazione proveniente dall’incommensurabile. Questi movimenti tratteggiano una via euristica e fondamentalmente un adeguamento all’oggetto cercato. Alla morbidezza dell’aria metastasiana si oppone, appunto il muro della terra.

La narrazione verticale

Se si provasse a ridisporre i versicoli de ‘L’ultimo borgo’ in orizzontale, tutti a comporre frasi di prosa narrativa, avremmo effettivamente una pagina di narrativa. Franta, nervosissima, tesissima, sincopata…Ma narrativa. Eppure la disposizione versale non può cambiare: la sua necessità sta nella verticalità della narrazione. Ma è proprio questa necessità ad orientare la lettura. La verticalità permette all’enjambement di operare fermando l’attenzione ad ogni gradino di questa scala ideale rappresentata dall’insieme dei versi. L’andamento della lettura è quello scosceso di un sentiero di montagna, dove si è costretti a fare attenzione ad ogni quota raggiunta. La poesia inizia con una sosta in osteria, alle spalle, il viaggio compiuto, e davanti , trattandosi dell’ultimo borgo, la ‘frontiera e l’altra terra’,  nonché il presentimento della frana finale, ‘acqua diroccata e lontana’.

La spezzatura a fine verso isola una ad una le sentenze criptate nel disegno allegorico del testo.

Ogni gradino è un bilancio di esperienza umana, una tappa e un’acquisizione. Il viaggio si racconta per dettagli ma sono proprio i dettagli ingigantiti ad inventariare le esperienze effettive: i ‘sassi’, le ‘crepe dell’asfalto’, i ‘ponti rotti o barcollanti’ per lo più. La ricerca di un senso resa impossibile fino allo sfinimento per le specifiche qualità del territorio, non per la malafede degli abitanti, al più per reticenza possibile o per inattendibilità delle risposte. Il limite insuperabile della ricerca, è limite naturale.

La narrazione verticale è come il taglio di Fontana: accadimento del sostrato, del supporto, frattura prima che qualcosa cominci a fingere una storia, un quadro, è richiamo al limite.

Oltre il limite del linguaggio, oltre l’ultimo borgo.

E’ nell’osteria che i viaggiatori si fermano a fare la loro pausa. E, intorno ad un tavolo, si rivela ancor più chiaramente la solitudine silenziosa di ognuno. La stanchezza del viaggiare, del vivere,

le ferite riportate, ‘le ossa a pezzi’ chiudono ognuno nel proprio rimuginare. E ciò, viene precisato, accadeva già alla partenza, non vi erano mai stati, insomma, momenti di vera apertura e di fiducia, ‘cenavano/ a fronte bassa’, ognuno avvolto in pensieri ridotti a ‘nube vuota’.

Questa poesia indica il limite del linguaggio alle prese con un senso che si rifiuta di farsi accogliere dal linguaggio, di farsi trovare dal linguaggio. Si tratta dello scandalo logico di un senso che balugina e scompare al di là, o al di qua, del linguaggio. La scrittura attraversa lo scandalo con la sua spoliazione: non si ritira dentro se stessa, non si fa lingua seconda per mimare un senso agguantabile con accorto artificio retorico, come pura intellettuale invenzione. Né si risolve in nichilistico manierismo.

No: si ferma al limite, esattamente come i viaggiatori della locanda, si ferma all’ultimo borgo. Risolvere il mondo ( e la sua esperienza) in linguisticità,  per questa poesia equivarrebbe a negare l’extraletterario, in una sua particolare modalità.

La lezione di Caproni

Sono trascorsi trent’anni dalla composizione di questa poesia. E dopo quasi trent’anni torno a leggerla con la curiosità iniziale di me adolescente. E ogni atto di lettura è un’esperienza che come tale si realizza in nuovo accadere. Oggi, cosa mi dicono questi versi, cosa del mio lavoro comunica con questi versi? Quali frequenze risuonano in questa mia lettura, in questa mia esperienza?

La lingua di questo testo di Caproni si è assottigliata e alleggerita per assottigliare e alleggerire il peso della retoricità della poesia  e della psicologia del suo autore, per porsi al servizio del pensiero. Una lingua che pensa al limite del pensabile, che riesce ad aggirare il divieto di Wittgenstein sul tacere intorno a  ciò che non si sa, perché è un dire che non presume di sapere ma è abbastanza libero per indicare in modo diretto, con ciò che si ha  a disposizione, l’esperienza del limite, senza inutili cerebralismi e senza travestimenti.

Biagio Cepollaro

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sabato, luglio 22, 2006

Biagio Cepollaro

 

Il peso specifico delle parole

Esiste, è esistito, una sorta di ‘materialismo volgare’ così come esiste una sorta di ‘idealismo volgare’. Come il primo riduceva la complessità dei fenomeni ad un determinismo di tipo ottocentesco, meccanico, così il secondo tace e dissolve la stessa complessità in espressioni puramente retoriche e di colore spiritualistico.

Come il materialismo volgare non comprendeva la complessità della nozione di ‘materia’, indagata con esiti imprevedibili dalla microfisica, così l’idealismo volgare troppo spesso ignora la necessità e le difficoltà dell’esperienza e dell’indagine  personale della spiritualità, risolvendosi in vacue verbosità.

Lo spiritualismo volgare non si oppone al materialismo ma ne è una patente conferma per il semplice fatto che le sue parole e le sue iniziative risultano,o possono risultare, prive di ‘peso specifico’, ma non prive di effetti economici e mercantili…I luoghi ‘degeneri’ della New Age stanno lì a mostrarlo…

Sfugge all’inconsistenza della riduzione retorica la parola dotata di peso specifico, la parola cioè che matura dal silenzio.

Per essa non vi è grammatica né precettistica, né propriamente retorica: le sue figure possono essere comuni, i suoi materiali possono essere poveri, addirittura triti, così come possono essere aulici o provenire da illustri tradizioni. Insistere sul carattere ‘povero’ dei materiali esibisce lo stesso atteggiamento ideologico dell’insistenza su materiali illustri o rari o ricchi, solo rovesciato…

Riconoscere il peso specifico di una parola non è possibile per un qualche suo tratto distintivo: un testo poetico non è ‘sperimentale’ perché è astruso o semplicemente inconsueto, né un testo poetico rinnova la tradizione lirica perché vi parla semplicemente un soggetto configurato come un ‘io’ ottocentesco…La banalità si annida in questi tratti distintivi, anzi, è proprio il fatto che si anteponga alla concreta lettura del testo e alla relativa esperienza, dei tratti distintivi, il luogo originario della banalità della critica.

Nella incredibile esplosione e moltiplicazione di voci poetiche (di scritti ‘poetici’) sulla Rete, le etichette, già pericolanti prima, hanno perduto ormai del tutto la loro funzione economica di orientamento per delle concrete realtà testuali. Il termine ‘lirica’ non vuol dire più nulla. A quale configurazione della soggettività, infatti, il termine dovrebbe riferirsi? I termini ‘sperimentale’ e ‘avanguardia’ hanno perduto definitivamente la loro utilità, già gravemente compromessa negli ultimi quarant’anni del Novecento, nel deperimento della dicotomia tradizione-avanguardia.

Dunque non sarà un’etichetta né un tratto distintivo ma il peso specifico delle parole di cui faremo esperienza ad essere, per noi lettori, significativo.

Solo che il peso specifico della parola poetica vive, per così dire, nell’interstizio tra la superficie del testo e la sua latenza profonda: tocca a ciò che il lettore ha raggiunto nella sua evoluzione complessiva (emotiva, intellettuale, spirituale) provare ad attualizzare quella latenza e a darle voce.

La lettura critica è questa voce che può risuonare solo alle frequenze che muovono, almeno in parte, quella latenza.

Eppure ogni livello di lettura può avvertire il peso specifico delle parole di un testo poetico.

Anche al primissimo livello, quando semplicemente si dice ‘mi piace’ o ‘non mi piace’, si segnala l’avvenuto effetto di risonanza o la sua assenza.

Ma non è questa lettura critica.

Quest’ultima comincia quando la risonanza viene svolta e attraversata, quando un attimo di risonanza si fa esperienza tendenzialmente piena del testo, per quanto, per suo statuto, sempre parziale e provvisoria.

La latenza del testo, non riducibile semiologicamente, non riducibile a ‘campo semantico’, è quel peso specifico che sfuggirà sempre sia al materialismo volgare (ma il discorso, entro certi limiti, potrebbe estendersi anche allo strutturalismo o post-strutturalismo o riferirsi a qualsiasi riduzionismo linguistico della poesia), sia all’idealismo volgare e alla sua verbosa incapacità di fare del testo poetico un’esperienza.

 

Biagio Cepollaro

 

 

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giovedì, luglio 20, 2006

Biagio Cepollaro

 

L’equivoco della spontaneità.

 

Si dovrebbe scrivere poesia soltanto avendone letta e meditata molta, di poesia. Questa è una regola che vale per ogni arte, per ogni impresa che presupponga il contributo creativo come una qualche, sia pur minima, sapienza raggiunta. E aggiunta.

Per attenersi a questa regola occorrono serietà, umiltà e disciplina. 

Ogni vero artigiano, prima ancora dell’artista, sa queste cose come ovvie, eppure vi è un equivoco che forse ha disturbato: l’equivoco della spontaneità.

L’aver creduto che la spontaneità stia all’inizio del processo creativo. La spontaneità, invece, viene alla fine. Perché all’inizio c’è soltanto il sentito dire che non viene riconosciuto come tale.

Il sentito dire può anche essere rappresentato da una tradizione di tutto rispetto, non per forza il sentito dire è il dozzinale. Quindi per superare il sentito dire in dotazione all’inizio, occorre attraversare molte tradizioni fino al punto di scoprire che una tradizione è tale solo se rende possibile l’accadere di un’esperienza che ha i tratti appunto dell’accadere, nuova nel suo darsi come esperienza.

Il problema dell’arte, insomma, non è diverso dal problema dell’esperienza in generale: occorre molto aver macinato e molto aver dimenticato perché sotto ai nostri occhi, quasi increduli, una tradizione  si riattulizzi…Fosse anche la tradizione del nuovo, fosse anche la tradizione del rifiuto di ogni tradizione…

Ma la serietà è difficile perché richiede un giudizio severo verso le proprie concrezioni.

L’umiltà è difficile perché richiede che accanto alla severità vi sia l’indulgenza e la generosità anche verso se stessi.

E difficile è la disciplina: non è a cuor leggero che si sta zitti quando si è provocati a reagire, non è a cuor leggero che si cancellino pagine e pagine non riuscite quando intorno a noi non sembra che vi sia più alcun ritegno a mostrare qualsiasi cosa come arte…

Eppure ogni momento di serietà, di umiltà e di disciplina ci promettono qualcosa: non il riconoscimento altrui del nostro sforzo (un atto è pieno solo se è indifferente al suo frutto) ma il senso di quell’atto gratuito che si aggiunge, nel suo piccolo e nel suo splendore, alla creazione.

 

Biagio Cepollaro

 

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giovedì, luglio 20, 2006

Massimo Orgiazzi

Realtà Rimaste

08-19 Luglio 2006

 

Su Medea e sui suoi figli, dalle pagine

di sette giorni prima d’ammazzarli

c’è l’oceano d’aria di un mattino di scarico ferale

che spira america, silicon e rivoluzioni home

computer; c’è la luce grigio colica da tramonto alieno

che detona polvere e segni meno,

origlia aria e incompletezze nel dato certo.

E su Medea c’è (c’era giallo,

come spirava vele, vene il ricordo della Colchide, di uno zero)

il suono di ginocchia che si crepano

miliardi di falene in volo in pianto

nelle fiamme per imparare

a ridere bruciando.

 

Medea apolide consustanziale

tragicomica riconoscente della voce, cedere

riversa, tentacolare nei pubblici giardini

a falange armata nel grigio di giornali

di prima del colore: ci restano i bambini

gli autunni caldi le finali

le spezzature petrolifere, i sillabari

le vendemmie infrante e le didattiche

solari polifoniche, presagi assaggi

delle fionde gravitazionali

dei globi astratti, liberi, globali.

 

Medea Ecate riconfigurata

in Venere Afrodite della rotazione

sei sempre sopra, incolonnata

concimi i denti bianchi, i piedi, i sandali

sui cartelloni eterni mentre svaluti

la fornitura annua di libertà,

appena prima che inflazioni l’aria

di presenza – e mi guardi dalla Storia

sicura della crepa inscritta alle realtà.

 

Realtà rimaste – sembra – in un cambio d’ombra

che si allunga come in una schiena

dentro le risaie: che tu confonda

i qualia col colore del singhiozzo, scema

tra le tinte false di una foto del cielo tumefatto

di luglio grasso di caldo bianco

tra i nostri padri, le ronde telefoniche, tutto il male come dato. 

 

Perdi, diceva, il tutto perso

il correttivo delle morti a parte

dalle teste, tre, entusiaste

lei musa dei nostri guai infibulati

dentro il pelo, morte che picchia pugni dal di dentro della tomba.

 

Dea degli inestetismi, delle maniglie finte

quotaci in insiemi vuoti, in insetti

donaci intersezioni, cose di poco conto

 

per noi, le connessioni, gli addii anticipati, il backup dei nostri vecchi.

 

 

Rifiuto

13 Giugno 2006

 

Scapole d'un giovanotto

nell'azzurro solitario,

nel cielo le giornate

son più lente degli uccelli,

orbi nella mente di sale.

Emilio Villa, Semper Pauperes - Oramai

 

Se viene il cielo bianco dell’estate

chi sarai tu di noi ?

Le file interminabili di fianchi ad ovest

le morti a mare nell’agosto stanche trascinate

per oresecoli in fraseggi mai discorsi: dove

gli ulivi al sole corrodono domeniche di vento;

non sai che dirci:

che ne sai dei miei nove anni: del centro

dell’odore di cuoio di pallone,

di pattumiera di salmastro dolce

che è occhio, narice e muore

nelle pedalate, nel cuore delle mosche.

Tu chi sarai, tu di noi,

che non trovi ricordi nel motore

di ricerca. Ma a chiave esatta

trovi dolore, distruzione della sera.

Al nostro male fissile non c’è riscatto

non si rifonde, ad essere indifesi

l’occhio cupo d’un universo intatto.

 

 

Tragedia

15 Giugno 2006

 

His foaming and abundant cream

Has coated his world. The coat of a dream;

Or say that the upjut of sperm

Has rendered his sense pachyderm.

Ezra Pound

 

Che ne sappiamo noi di tragedia

di quel che scarta in uno sputo più grande

le morti immense e nuotate nello Yang Tze

cemento: cosa mi rimane nella tasca

dell’ora media, se non annotare un margine distante

e versamenti di Pound: io ho un cellulare

che mi fa rabdomante. Se rubare

versi, poesia è un crimine che ridonda

inonda le acque chiuse nelle bocce di ninnoli

a nevicata arida. Ma noi

calcoliamo il tempo della citazione, l’indolente, l’aquila

la caduta infranta della vita, isometrica glossa

della finzione: la tv e le omissioni

condensano Bretton Woods, i canali, tutte le reazioni

in una errata concrezione della boria

in animali senza dimensione interna,     

i nostri sensi in una malattia del derma.

 

 

Geometria dell’informazione

21 Giugno 2006

 

Siamo nel pieno della nostra cosa,

siamo nel giusto della nostra usanza,

siamo in guerra, in pianto, nell'errore,


ho ancora carità abbastanza che ci vuole

per ripensarmi uomo, per sentirmi in posa

dipinto sull'attenti e gli occhi all'infinito,

per chiamarmi vinto. Vinto."

                                    Emilio Villa, Dichiarazioni del Soldato Morto, Oramai

 

 

Si incrociano due getti e si dà

per secco il filamento audio

del silenzio, graffio di biglie scabre

sul cervello – la notte è scesa di un livello

di sollievo e spinge l’universo

al rigore delle rocce, alla loro eco.

La strada è un fulcro di congedo,

mai che sgombri il fiato

dall’eterno o distrugga a schianto

la tastiera: un inferno a standard

di ripiego – quel che mi basta

è una Dite di rilievo inverso,

che appaia tra gli spot la poesia, a notte alta.

 

– E tu, tu cosa vuoi mai grattare

sul fronte infranto del consenso ?

Non ti basta il vedermi ebete

intellettuale ridere credente

ai portapenne, alle circostanze, alle strenne

con gli occhi spicchi piccoli di sole

spilli, come in una foto di cent’anni fa ?

 

La morte s’è gonfiata, s’è nascosta

arranca nell’erba pettinata

di gradienti, dagli asserti

e pompa i quarti d’ora lenti

nella strada.

Ma tutto questo sarà detto

meglio dopo, rielaborato

dall’acqua, nelle medie, dai biscotti

da un tipo indistruttibile di morti.

 

 

La storia spiegata in esempi alla gente comune

03 Luglio 2006

 

Erano già valide confluenze di stili

di morire, non si preoccupavano

di trovare dei simboli per dire

il crollo del sole su un fianco

il mutamento del manto

stradale nel sonno: erano già anni

di caldo meridiano, di gonfiore

di travi nelle chiese, tutto dava

a vedere l’inizio di un tempo umido

e bianco in cui ogni donna, uomo

o bambino – ogni cosa – era rimpianto

mancato, accumulo ammasso

di nodo, coagulo – incanto

tutto era quell’enorme fischio di pianto

di noie afflizioni compresse,

di cateti euclidei, di disastri in cartapeste.

Ci siamo divertiti alle dieci, o ieri

o nel vetro, scoppiando – hai detto.

 

A volte la notte sento la morte

che deriva dai fiori, dalle liti già in atto

che sa fresca di aria di primavera e di urto,

risonanze, contrasti – di rifiuti puliti: soffia

dai piani apotemi di un pianeta distrutto.

 

Massimo Orgiazzi

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domenica, luglio 09, 2006

Adriano Padua

Da Radiazioni , work in progress

°

a noi ritornano crescendo religiose

intorno processioni di rumore ed al silenzio annunciano

l’alba che elettrica emerge da un mare tranquillo di odio e sui tetti

battono fitte le gocce di pioggia ed il ferro corrodono

lontani  i massacri si compiono e i corpi riempiono vuoti di storia

una luce d’oriente s’accende devasta la notte

le pupille scalfisce con onde di nuovo splendore

cadendo a poco a poco dentro il sonno ad infiltrare

nel buio complesso e rossastro del flusso del sangue

il male ed agitandoli contamina i tuoi occhi con un soffio

spegnendo questo fuoco che ci danza tra le mani mentre soffocano

respiri d’aria aspra separati da parole come morte nel mattino

 

rimangono ferite nella bocca e verità che hanno sapore di sterminio

s’infrangono nel transito d’un giorno da proteggere e distruggere

 

10 6 06 roma

 

°

il cielo ci sovrasta mentre gli astri in altre notti si ritraggono

negli squarci dei tagli portati a recidere il vuoto che abbiamo di fronte

e il buio materiale addensamento si stratifica posandosi tra gli occhi e l’orizzonte 

 

piovendo dalle nuvole il veleno cola e lava le parole

come una morte liquida che penetra narcotica nel corpo della lingua

creando un’assidua e sonora ossessione nel proprio rumore di fondo

 

un silenzio profondo e nevrotico maschera il volto del mondo

lo spazio è un montaggio illusorio d’immagini fisse e vocali

in margine al ripetersi automatico di gesti e movimenti abituali

 

il sangue vacilla nei polsi tremando all’origine del mutamento

in morte pulsante trasforma una parte di quello che ancora non siamo

e l’uomo alimenta la guerra violenta alla fonte del fuoco sovrano

 

16 06 06

 

°

è falsa la gloria degli uomini in questo

mattino che ancora tra i raggi una traccia 

un suono del buio nel giorno a venire si porta

insieme a parole racchiuse figure

prive di centro nel piano formarsi e sfuocare

per estranee cadenze per  lievi dismisure

del transito inscritto nei solchi stridenti d’attrito

nel battito attutito che emerge e tergiversa

dei propri movimenti replicando il vuoto sorgere

per farne nuovo argine muro che s’erge

squarcio e lama tra la coscienza ed il potere 

segno e limite tra il vento e le bandiere 

 

la morte porta consiglio dalle fosse

odora di bruciato la nostra pace

ed oltre i riflessi distanti dell’alta marea

condensano le ombre nel farsi frase

 

roma 9 01 06

 

°

i cani che abbaiano sembra non abbiano pace

e gli uomini invece la cercano a costo di uccidere gli uomini

i versi deragliano e franano in loro le nuove parole ed i nomi

si perdono ancora incompiuti e confusi sfumando nel transito delle

auto che frenano e stridono i loro pneumatici contro le strade

di questa città che proietta se stessa al di fuori dei propri confini

dissolti e non più percepibili come concetti spaziali unitari

dischiusi dall’accelerare improvviso del moto possibile verso l’esterno

 

le fabbriche vive di notte hanno anime fatte di piombo e petrolio

il loro frastuono è la voce del mondo di oggi che saturo vibra

e formula frasi che dirti vorrei se soltanto dal resto potessi distinguerle

 

ma sono costretto a scolpire nel niente materia verbale ed inerte

fonetico magma vischioso che estratto dal mondo dei suoni impalpabili

precluse le azioni sentenzia la loro esistenza soltanto in potenza

 

roma 16 04 06

 

 

°

permane questo stato d’emergenza

l’obliquo squilibrarsi

dei corpi in traiettorie non descritte

ruotando intorno a un punto di rottura

dal quale sono solo le parole

a separarci

come creando invano ancora nuove

distanze che intercorrono tra i nostri

silenzi ed i muri violenti

eretti a formare

comparti di pietra e di vetro laddove

la fede crudele è protetta al sicuro

dai cani da guardia del mondo

che dormono e sognano tesi

e ipotesi in nuovi teoremi

su strane figure geometriche

 

Adriano Padua

 

 

Biagio Cepollaro

Su otto Radiazioni, work in progress di Adriano Padua, in Poesia da fare-blog, giugno e luglio 2006.

 

La scansione

Leggi i versi e ne senti subito la scansione ritmica. La scansione martellante ricorda la ‘poesia oggettiva’, la ‘poesia- racconto’ di Pavese e la sua insistenza. Ma qui non c’è nulla di mitologico né di nostalgico. E dunque non conviene indugiare in queste assonanze pavesiane. Di certo siamo in presenza di una poesia scandìta, che ci dice per questo innanzitutto il ritmo e la tendenza all’iterazione, ci dice un respiro che vuole essere eguale nell’ispirazione e nell’espirazione , dunque ci dice di un pensiero che vuole appoggiarsi ad un respiro eguale, ad un ritmo, ad una scansione di parole. L’iterazione per accumulare e per raccogliere, l’iterazione per avvicinare, l’iterazione per assemblare il materiale da scandire. La scansione è numero, è geometria, anche se dovesse trattarsi di frattali, nel cuore della ‘pasta del suono’.

Scandìre è scolpire

Una sorta di sguardo metapoetico o di dichiarazione ad un certo punto chiarisce (radiazione n.7): ‘ma sono costretto a scolpire nel niente materia verbale ed inerte’/ fonetico magma vischioso che estratto dal mondo dei suoni impalpabili/precluse le azioni sentenzia la loro esistenza soltanto in potenza’. Scolpire qui sta per scandìre. Ma occorre ripartire dall’inizio, quando gli elementi fondanti vengono presentati. Sono i termini fondamentali della fisica, i termini inumani contro il cui sfondo si staglia la vicenda umana. Termini inumani che comprendono l’umano solo per denunciarne la mancanza di umanità. La luce e il buio, la materia. Se le radiazioni sono vibrazioni, le vibrazioni danno vita , nella diversità delle frequenza, ai vari stati: la luce, il buio, i corpi stessi nella loro costituzione microfisica e , insomma, lo spazio e il tempo. Spazio, tempo e materia.

L’artificio umano è investito da queste coordinate non- umane.

L’artificio umano.

Ciò che il buio rivela: le ‘strade sconnesse e le case’, ‘le cose rimaste come stanno’, ‘gli squarci’, ‘l’odore del sangue’, ‘il rumore che siamo’.

Lo squarcio come testimonianza della violenza perpetrata richiama quasi per moto istintivo, sul piano puramente sonoro, per assonanza generica, lo ‘schierarci’. Qui fa la sua apparizione l’altro aspetto dell’artificio umano, quello della scelta e della morale. Fin qui le cose e il loro muto o assordante dialogo con il buio e la luce, fin qui le cose nel loro statuto di vibrazione; ora si pone il problema dell’agire e della norma. Ma si pone inutilmente dal momento che l’artificio umano ancora una volta si mostra inumano e bestiale: si tratta del gioco della preda e del carnefice, un gioco in cui in natura facilmente i ruoli si scambiano, facilmente coesistono nello stesso animale. Dunque la salvezza è letteralmente impossibile perché l’artifizio umano non lo permette: ‘salvarsi non sembra per niente possibile almeno per ora’.

La pasta di suono

Quando al buio succede la luce c’è un tentativo di storia che la stessa natura inumana fa, seguendo le tracce dei movimenti notturni: non è ancora racconto, non è ancora ricostruzione sensata, non è ancora storia. Ma un semplice mutamento di stato al variare della frequenza della vibrazione.

Come per lo spazio e il tempo, così per il suono, altra vibrazione, che passa dalla parola all’esplosione della bomba non perdendo mai il suo carattere inumano, come quando è ridotta a ‘pasta di suono’, a rumore. E il rumore è il contrario del senso e dell’informazione, il rumore è anche dato dalla ridondanza. E il processo iterativo che mette in moto i versi, costeggia la ridondanza e si fa traccia del rumore dell’oggetto a cui allude. Così come la pasta di suono è data dall’incorporare nel corpo stesso della lingua del testo l’accumulo dei suoni e delle parole.

La maschera del mondo

Quando l’umano finalmente riemerge dallo stallo in cui la mancanza di salvezza lo aveva inchiodato non può che farsi strada tra la ‘morte liquida’ che piove la sua assurdità. E ciò che rileva è la ‘maschera del mondo’ : non il silenzio delle cose ma il silenzio ‘profondo e nevrotico’ che si accompagna ad uno spazio artificiale ridotto a ‘montaggio illusorio d’immagini fisse e vocali’ nell’alienazione diventata ormai abituale, silente, normale, antropologica.

Fonetico magma vischioso

L’inumano nella sua versione animale è insensibile per natura alla pace, gli uomini invece bestialmente fanno la guerra per ottenerla. Qualcosa non va tra ciò che si desidera nel profondo e ciò che invece si fa. L’artifizio umano abitato è la città che produce la stessa vibrazione, la stessa esplosione della bomba, la stessa pasta di suono del testo. E’ per questo che neanche il ‘frastuono’ può essere detto e a dirsi sono le parole della poesia, parole ‘impalpabili’ destinate all’invisibile e alla non azione, alla non incidenza sul mondo. Il ‘fonetico magma vischioso’, pur avendo pagato il suo tributo al mondo per analogia, non è che ‘materia verbale inerte’, nel doppio senso: inerte perché impotente ed inerte perché come i gas non si combina, non reagisce chimicamente col mondo. ‘Permane questo stato d’emergenza’ essendo ‘precluse le azioni’ ma non le potenzialità di quel ‘niente’ che si è costretti a ‘scolpire’ cioè a respirare scandendo.

 

Biagio Cepollaro

postato da: cepo alle ore 17:44 | Permalink | commenti (1)
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sabato, luglio 08, 2006

Francesco Marotta

Da Lettera da Praga, in Hairesis

in corso di pubblicazione presso Poesia Italiana E-book

 

fango dislagato in pozze di cielo

l’urlo che annaspa stretto alle sue radici   musica sghemba

s’irida

in

prospettive e note di volo   disordine necessario

che ripete l’occhio a curare lampi malati –

 

e allora ripensi il chiarore   il suo profumo offeso

soglia che immette in terre senza luogo 

dove

calchi di vento

segnano il confine tra attesa e oblio   e il futuro è un volto

che riemerge

da franate memorie sottovetro   una catena di passi

marcati col sangue uno a uno

dalla foce del Sele alle porte del Hrad   un ponte di croci

gettato sull’abisso…

 

 

                                 mio padre coltivava sogni

dietro il filo spinato di terragne lune   tra cumuli di vite

lasciate a marcire

                             e una viola

                                                spuntata per caso in pieno gelo

li allevava nel piscio nel vomito

di bocche smembrate   proprio i sogni

che resistono alla deriva degli anni

quelli che lasciano una traccia indelebile ad ogni risveglio

 

                un papavero che vigila le messi un

                fiammifero

                che

                urla alla marea un’ala

                trafitta di chiodi

                un frammento di buio strappato a un delirio di luci

 

forse

già da bambino abitava il fuoco

che il giorno porta iscritto dentro il palmo

gabbiano insonne

che misura il naufragio della storia

come si guarda il tempo di una vela

                                                            in balìa delle onde

del crepuscolo –

                                                                                  

ora dal reliquiario delle sue sacre ombre

qualcuno libera serpi

                                   a impastare il pane delle stelle

Francesco Marotta

 

Biagio Cepollaro

Su Lettera da Praga di Francesco Marotta

La visione.

La visione spinge le parole ad inoltrarsi al di là del muro delle parole, una parola retrostante che non è memoria non è pragma, una