Biagio Cepollaro
Su Massimo Sannelli, Le cose che non sono, Poesia Italiana E- book, 2004
(www.cepollaro.it/poesiaitaliana/SanTesto.pdf )
1.
Due anni dopo la pubblicazione di Le cose che non sono torno a rileggere le sue pagine.
Due anni in fondo di sospensione, di attesa, come da una nave non distante di tanto in tanto gettare un occhio all’altra, dando tempo, dandosi del tempo, proprio mentre il tempo ci prende tutti.
La lettura che ne è venuta vorrebbe essere problematizzante e, nello stesso tempo, interna, risonante per nutrimento, e critica, ancora, per nutrimento.
2.
La qualità della scrittura la si percepisce immediatamente, prima di ascoltarla consapevolmente. E’ un po’ come con le persone: si avverte in un attimo la loro atmosfera, cioè la sintesi subliminale della somma e dei rapporti delle loro esperienze, non le direzioni né le provenienze, ma la somma e i rapporti delle qualità delle loro esperienze. In quale diapason si colloca la voce, se c’è risonanza in noi per avvertire. Altrimenti è silenzio, incredulità oppure verboso fraintendimento, dire tanto per dire.
3.
E’ con prudenza e circospezione che mi avvicino a questa scrittura. La prudenza dipende dal fatto che questa scrittura si muove su di un piano ‘regale’. C’è molto macinato, attraversato, c’è molta immersione nella lingua, c’è sapienza, ci sono decisioni prese nel profondo o, meglio, dal profondo. C’è già qualcosa che assomiglia alla perentorietà dello stile, alla sua sicurezza, alla sua attitudine autofondante.Mi viene in mente, ma come una citazione a memoria, una lettura giovanile di Bataille, la sua espressione: ‘l’esperienza è l’autorità’. A proposito di ‘esperienza interiore’. Dove è il principio di autorità che conta: ecco perché ‘l’edito è re’. Editto di una sovranità. Fondamento della verità è l’esperienza, l’esperienza è sovrana.
Ma di che sovranità si parla?
4.
Per ridurre a niente le cose che sono. E il frammento paolino in epigrafe è una chiave per entrare. Per una sorta di rovesciamento carnascialesco, Paolo indica il rovesciamento dei valori che può ristabilire il senso di una direzione: dal profano al sacro. Paolo indica un metodo per smascherare le pretese, le menzogne e le illusioni del secolo. In questo frammento non c’è posto per la pietà, non ancora. Si ragiona per polarità, si sta ancora dentro le polarità. Forte/debole, pazze/savie, deboli/forti, ignobile/nobile, cose che sono/cose che non sono etc.
La superbia resa impossibile.
5.
‘la religione è contestata, e rifatta più spirituale’. E poco prima: l’ortodossia dello stile unificherà prosa e poesia. Impegni smisurati, dove di tanto in tanto vi sono autocorrezioni nella direzione dell’umiltà. La difficile umiltà. Ma una prima consistenza è già reperibile nel tenere insieme, nella stessa ortodossia, il tema della scrittura, della felicità, del sentimento concreto (del vissuto) e della quotidianità. Niente è veramente banale. Anzi il frammento alla radio vale proprio, attraverso il suo riscatto-decontestualizzazione, a ‘isvergognare’ parametri convenzionali di valore. E questa sovversione è anche lo ‘spirituale’ rifatto.
6.
L’uso dell’impersonale assolutamente improprio. Cioè: porre il proprio in questione e su questa questione creare un ambito di discorso. E anche la scommessa di rintuzzare il narcisismo e farlo crescere nella direzione di un narcisismo più maturo, meno fiducioso e indulgente, meno compiaciuto del ‘dovrebbe essere’ e più disposto a guardare quel che è. L’uso dell’impersonale dice questa tendenza, come l’assunzione di responsabilità rispetto al valore, a ciò che vale e che dovrà valere. Ma è anche esplorazione e ricerca a tutto tondo, con annessa riflessione sul metodo, con lo svolgersi delle ipotesi, con i ripensamenti, con le verifiche. Il regale è tale se va a coniugarsi col sacerdotale: farsi ponte.
7.
Il facile non è la chiarezza, come l’utopia sociale. E così si ragiona sulla funzione dello scrivere: una solitudine oggettiva che non decreta nulla. E resta ad ogni modo il sapore alchemico dell’opera nei confronti della vita. La trasmutazione del fango in oro.
8.
La logica dell’identico esclude e rimuove il diverso. La logica dell’identico non sa che l’identico è anche altro. Le polarità non integrate falsano l’intera cultura occidentale , costretta per ignoranza non solo alla repressione del diverso in sé ma anche al suo sterminio fisico. Pasolini sullo sfondo. Ma non solo. E’ il massacro quotidiano del senso comune che di comunanza non sa nulla, irretito dall’identico, tanto asfittico quanto autoreferenziale.
9.
La vita limpida, la sua mediazione tra fare e voce bassa.
In ballo ancora la superbia. La presunzione. Il dover essere qui è istanza severa che non lascia scampo. Qui il discorso si fa serio. Ma resta sempre l’abisso tra il dire e il fare. E la voce, anche abbassata, tradisce la distanza della realizzazione, dell’essere disinvoltamente, della vita limpida che non si dà come mediazione ma che si sogna ormai come abito, abitudine, realizzazione, appunto. Ed è ancora istanza severa ma guida. La posa che fa scempio delle pose.
D’altra parte ‘parla uno, parla solo’.
Il ‘regale’ vuole farsi ponte: l’impersonale si presta a traghettare il particolare verso qualcosa di più vasto, ma occorre umiliare la superbia dello strumento, lo strumento deve essere umile: non sono possibili compromessi. Altrimenti torna ad essere letteratura e basta. Altrimenti si è ancora dentro la gabbia.
10.
Il corpo altrui che dice in tutta naturalezza ciò che tutti sanno, perché tutti sono corpo. ‘Io voglio essere tutta piena e riempita’ e c’è una grazia che però mette sulla difensiva. Mette ansia. Piuttosto ‘uscire’ che ‘entrare’, il corpo che deforma, che richiama il platonico ‘generare il bene’ e la perfezione. In mezzo, il telefono, la provocazione telefonica: la divaricazione tra ciò che si pretende (che si tende in alto) e ciò che si è. Ma spostando subito i termini della questione, deviando, fuggendo.
11.
Il valore viene enunciato e collocato al primo posto: ‘Di tutte la più grande è la carità’. E poi subito dopo la scrittura che vi si ‘appoggia’: questo è il paradosso. Ciò che è egocentrico fino al maniacale dovrebbe rovesciarsi in virtù (‘L’opera è figlia della virtù, non è virtù’). Paradosso perché ci si propone come ‘ sale del mondo in privato, oggetto minore in pubblico’. La riduzione a niente delle cose che sono qui si fa davvero difficile. Ecco perchè la ‘carità balbetta’ e il godimento è la mente che scompare. La meta è tanto chiara quanto distante.
12.
L’accostamento dei piani di oggetti fino al collasso fa scattare la sentenza. Dalla casa in disordine uscendo, alla luce che entra nella stanza ed è già un’altra luce, all’autocommiserazione subito compensata ed annullata dallo scatto d’orgoglio dell’intellettuale che devìa il discorso dall’autoanalisi (‘povertà di chi non ama’) all’enunciazione teoretica sull’etica (povertà pasoliniana, letteraria, eppure concretissima da morirne, come per una sorta di anoressica introflessione della purezza nel suo polo timido).
13.
Il complesso materno a cui si sfugge, se ce la si fa, con coraggio e pagando un alto prezzo, tiene tutto in pugno: casa, arte e vita. Vita ridotta altrimenti a ‘corpo che gode la sua sterilità attiva’, ‘la somiglianza della vita alla pietà scritta’ : condizioni entrambe paradossali nella negazione dell’agire fecondo e di una pietà per la quale propriamente le parole vengono meno ‘acciocché niuna carne si glorii’.
14.
Non è facile saltare
Gli oggetti più prossimi e quotidiani sono riscattati nella loro luce solo se si rinuncia ad ogni affettazione. E l’accostamento talvolta rischia di essere blasfemo se egoriferito: trovare lavoro e poi ‘Il prima non esiste: quello è senza Dio, il presente lo trova in tutti i modi’. Ogni tipo di gloria è esclusa.
Altrimenti si rovesciano i rapporti: il ridurre a niente le cose che sono solo un modo per barare con la resistenza di un’ egoità tanto ingombrante quanto sorda ad ogni pietà, anche verso se stessa.
15.
La chiarezza di un programma che riguarda la prosa comporta definizioni di temi, di stili e termina con una sentenza sull’essere e il fare (e il divagare). Come per segnare un argine, un perimetro, come per delimitare chiarificando ed escludendo, scegliendo. La prosa ‘è applicata’ ai ‘fatti veri di un’intimità non risolta nelle scelte affettive, nel posizionamento all’interno dei gruppi, nel lavoro fisso ecc.’. Qui l’impersonale lambisce la sociologia e la struttura: lo sguardo tutto interno diventa di colpo tutto esterno e poi di nuovo tutto interno, alla fine, con la sentenza sull’essere che è già l’aver fatto. Si sceglie il macrotesto piuttosto che l’alternativa tra plurilinguismo e monolinguismo. La scelta dei temi della prosa carica all’inverosimile ogni dettaglio, forzato in tal modo ad essere investito di un’aura: la frase, sospesa dal contesto, è costretta a caricarsi di un senso altro. Questo è il collasso tra i piani, movimento di estetizzazione che può anche essere l’opposto del ridurre a niente le cose che sono.
La dissipazione delle immagini richiamata da Deleuze va nella direzione dell’orizzontale, quella sì, dell’umile, dell’appartenenza unica di volta in volta al suo contesto. Di qui l’avversione di Deleuze per le storie della filosofia, di qui la possibilità di fare solo ‘monografie’, rispettose del senso unico di volta in volta precisato delle parole dell’autore.
16.
La relazione tra purezza e assenza di potere, di forza, incappa nella necessità dell’auto-dichiarazione come esercizio di forza (linguistica). E, per associazione, al tema della purezza segue quello dell’anoressia. Lo scambio con l’altro è ‘assunzione per bocca’ e ‘con la scrittura a portata di mano’. Alla condizione della donna di soggezione e inferiorità storico-sociale fa da contrappunto quella dell’uomo la cui virilità è ridotta a fallo, a chiodo. L’uomo che è duro non ha bisogno di nulla e se non ha bisogno di nulla non è nella realtà e non vale nulla.
Quindi il bisogno istituisce il valore e l’amore (quell’uomo che non ha bisogno di nulla non ama neanche).
17.
La terza via tra essere e apparire è la scrittura, cioè: ‘non possedere il potere’.
Intanto le frasi registrate dal televisore, decontestualizzate e caricate di senso, estetizzate nella scrittura, si comportano non come segni altri, dall’altro, dell’altro, ma come segni propri, esasperatamente.
18.
L’unica potenza ammessa è quella che da una parola buona e detta, né maschio né femmina, con
ricchezza – delimita l’azione di uno in un progetto aperto. La cura di sé sa benissimo che non tutto è oro, che la posa che fa scempio delle pose è ancora di là da venire, ma sa anche che la forma è nell’esperienza. Ed è proprio questo il terreno che è tempo, costitutivamente tempo, che potrà dare un contenuto alle parole più difficili, parole come tutto è santo.
Biagio Cepollaro




