Giorgio Mascitelli
Nota su Lavoro da fare www.cepollaro.it/LavFarTe.pdf e www.cepollaro.it/LavFare/LavFar.htm
Il poemetto Lavoro da fare di Biagio Cepollaro si apre con la descrizione di un attacco di panico, non in senso metaforico, ma, come precisa il poeta, in senso letterale, proprio uno di quelli di cui per esempio si parlava qualche sera fa nella trasmissione televisiva sui problemi della salute, e anche i comportamenti a cui Cepollaro accenna per uscirne sono quelli pratici immediati e utili da seguire in questi casi ( respirare profondamente, tranquillizzarsi, concentrarsi su piccole cose). E questo attacco a sua volta è sintomo non di un conflitto interiore sui massimi sistemi, ma delle contraddizioni e delle paure di una piccola e sgangherata storia simile a quella di molti, ma solo da lì si può partire a parlare secondo l’autore: “ognuno parla davvero/ se lo fa/ dal chiodo/ che un bel giorno/ l’ha fissato”. Non si tratta solo di una forma radicale di onestà intellettuale nei confronti del lettore, ma della realizzazione di una tensione a uscire dal personaggio poeta per comunicare esperienza umana. I manuali di letteratura ci spiegano infatti che la parola io in poesia va accolta con molta prudenza, perché quest’io poetico o meglio io lirico, come viene chiamato solitamente, si carica di caratteri e tratti nobilitanti e precostituiti che lo rendono un vero e proprio personaggio letterario, ora anche Cepollaro, come molti poeti legati all’esperienza delle avanguardie, quando tra gli anni ottanta e la prima metà dei novanta scriveva i suoi libri confluiti nella trilogia De requie et natura, era molto polemico nei confronti di questo io lirico, tant’è vero che nei suoi testi egli era solito chiamarsi con il nome autoironico e sminuente di scriba. Usando il nome degli antichi artigiani egizi della scrittura intendeva contestare con grande consapevolezza sociale e culturale la pretesa di nobiltà dell’io lirico e della figura del poeta, tuttavia per quanto consapevole e autoironico lo scriba tratteneva in sé qualcosa dell’io lirico: la presunzione dell’eccezionalità della propria esperienza. Paradossalmente in questa parte iniziale di Lavoro da fare Cepollaro realizza uno degli obiettivi della sua fase precedente ovvero il superamento dell’identità idealizzata di poeta. Secondo me due cose provano la veridicità della mia affermazione: innanzi tutto che i versi citati non sono una dichiarazione di poetica, ma sono versi difensivi di autogiustificazione, in cui il poeta sente il bisogno appunto di giustificare il suo senso di lontananza dal mondo dopo la crisi, dunque non annunciano un programma per la poesia, ma semplicemente spiegano una condizione soggettiva ( che poi certe condizioni soggettive risultino più interessanti per tutti di molti programmi oggettivi è una cosa talmente ovvia che non vale la pena di dirla); in secondo luogo nella prima sezione Cepollaro si sofferma sul contrasto tra mutamento e desiderio di stabilità nella vita, sostenendo che nessuna acquisizione del proprio io per quanto importante ci può salvare da questa dinamica di cambiamento, insomma l’esperienza di ogni genere è significativa, ma non può cristallizzarsi in una saggezza che sa già tutto della vita: e dunque non c’è più spazio per nessuna eccezionalità che si pone come esemplare.
La quarta sezione del poemetto riprende la concretezza psicologica della prima, nello svelare i meccanismi mentali della paura attraverso la storia del drago che si trasforma in topo meccanico, nata dall’esperienza della propria paura e il poeta si riconosce nel gatto che rompe due vasi per prendere il topo. Questo motivo della paura portatrice di illusioni, fughe da sé e comportamenti distruttivi non è solo autobiografico, ma diventa generale con un riferimento al mito di Ifigenia in Aulide, che viene però rovesciata rispetto alla classica narrazione lucreziana del De rerum natura, l’invito del poeta infatti è a riconoscersi nello sguardo di Agamennone, la cui colpa vera è “aver distolto sguardo/ da sua vita concreta per vivere/ sogno da re” e nel quale possiamo scorgere la nostra stessa paura. L’umanizzazione della figura di Agamennone, notoriamente una delle figure più negative dell’intera letteratura greca, è per immaginazione poetica uno dei punti più alti del poemetto, ma come lettore vi scorgo anche la tentazione di trarre da una revisione personale del proprio passato una legge generale, e dunque ancora un’esperienza eccezionale.
L’altro motivo che percorre Lavoro da fare, con espressione poetica particolarmente intensa nella quinta sezione, è il motivo religioso di umiltà e di senso della propria pochezza che sacralizza in qualche modo la vita che uno può salvare così grazie a questa umiltà, che nasce dal conoscersi almeno un po’. Questo motivo è sorretto da un senso di colpa non tanto dovuto a comportamenti nei confronti di altri, anche se naturalmente non mancano sia qui che in Versi nuovi cenni autocritici in tal senso, ma soprattutto nei confronti di se stesso, per i danni causati alla propria vita dall’aver creduto troppo al mondo o meglio dall’aver scambiato i riflessi del proprio ego per la realizzazione di un progetto nella società ( da giovani si cerca fuori/ e si convince/ o costringe/ il mondo a seguirci). Questa constatazione religiosamente genera in Cepollaro un senso di contrizione del cuore. Specifico che si tratta di una religiosità estremamente personale e non riconducibile a nessuno dei revival o degli evergreen oggi in voga, che è già latente nella fase in cui Cepollaro ancora nutriva le speranze connesse con una dimensione storica collettiva, scrive infatti nella prima sezione “ e noi che non potemmo essere/ uomini di fede/ fummo costretti ad inventarci/ qualcosa/ che alla fede somigliava/ un disperato e impossibile/amore per le altre/ creature”. Ma la storia ha distrutto in un ambito collettivo questa tensione, anche se Cepollaro avverte taoisticamente che la nostra individualità non può percepire la dimensione ampia del tempo storico, va però detto che la storia è sentita come un bulldozer della barbarie che avanza ed è di danno a qualsiasi forma di vita. Tuttavia questo pessimismo, del resto difficilmente contestabile in questi nostri travagliati giorni, non diventa mai lo sguardo assente di un pessimismo onnisciente che sa già come andranno le cose perché è convinto di sapere benissimo come sono sempre andate: qui non si danno mai giudizi drastici e astratti su una malvagità della natura umana e c’è sempre il senso del profondo valore di alcune conquiste storiche che si vanno perdendo ( se la barbarie avanza adesso, vuol dire che un tempo è avanzata anche la civiltà) e addirittura un appello morale alla resistenza culturale ai meccanismi del potere mediatico nella società. Ma naturalmente il lavoro da fare è lavoro che riguarda innanzi tutto il senso della propria esperienza e la poesia è lo strumento malleabile di questo percorso, senza diventarne mai il monumento.
Giorgio Mascitelli




