domenica, maggio 21, 2006

Giorgio Mascitelli

Nota su Lavoro da fare www.cepollaro.it/LavFarTe.pdf e www.cepollaro.it/LavFare/LavFar.htm

 

Il poemetto Lavoro da fare di Biagio Cepollaro si apre con la descrizione di un attacco di panico, non in senso metaforico, ma, come precisa il poeta, in senso letterale, proprio uno di quelli di cui per esempio si parlava qualche sera fa nella trasmissione televisiva sui problemi della salute, e anche i comportamenti a cui Cepollaro accenna per uscirne sono quelli pratici immediati e utili da seguire in questi casi ( respirare profondamente, tranquillizzarsi, concentrarsi su piccole cose). E questo attacco a sua volta è sintomo non di un conflitto interiore sui massimi sistemi, ma delle contraddizioni e delle paure di una piccola e sgangherata storia simile a quella di molti, ma solo da lì si può partire a parlare secondo l’autore: “ognuno parla davvero/ se lo fa/ dal chiodo/ che un bel giorno/ l’ha fissato”. Non si tratta solo di una forma radicale di onestà intellettuale nei confronti del lettore, ma della realizzazione di una tensione a uscire dal personaggio poeta per comunicare esperienza umana. I manuali di letteratura ci spiegano infatti che la parola io in poesia va accolta con molta prudenza, perché quest’io poetico o meglio io lirico, come viene chiamato solitamente, si carica di caratteri e tratti nobilitanti e precostituiti che lo rendono un vero e proprio personaggio letterario, ora anche Cepollaro, come molti poeti legati all’esperienza delle avanguardie, quando tra gli anni ottanta e la prima metà dei novanta scriveva i suoi libri confluiti nella trilogia De requie et natura, era molto polemico nei confronti di questo io lirico, tant’è vero che nei suoi testi egli era solito chiamarsi con il nome autoironico e sminuente di scriba. Usando il nome degli antichi artigiani egizi della scrittura intendeva contestare con grande consapevolezza sociale e culturale la pretesa di nobiltà dell’io lirico e della figura del poeta, tuttavia per quanto consapevole e autoironico lo scriba tratteneva in sé qualcosa dell’io lirico: la presunzione dell’eccezionalità della propria esperienza. Paradossalmente in questa parte iniziale di Lavoro da fare Cepollaro realizza uno degli obiettivi della sua fase precedente ovvero il superamento dell’identità idealizzata di poeta. Secondo me due cose provano la veridicità della mia affermazione: innanzi tutto che i versi citati non sono una dichiarazione di poetica, ma sono versi difensivi di autogiustificazione, in cui il poeta sente il bisogno appunto di giustificare il suo senso di lontananza dal mondo dopo la crisi, dunque non annunciano un programma per la poesia, ma semplicemente spiegano una condizione soggettiva ( che poi certe condizioni soggettive risultino più interessanti per tutti di molti programmi oggettivi è una cosa talmente ovvia che non vale la pena di dirla);  in secondo luogo nella prima sezione Cepollaro si sofferma sul contrasto tra mutamento e desiderio di stabilità nella vita, sostenendo che nessuna acquisizione del proprio io per quanto importante ci può salvare da questa dinamica di cambiamento, insomma l’esperienza di ogni genere è significativa, ma non può cristallizzarsi in una saggezza che sa già tutto della vita: e dunque non c’è più spazio per nessuna eccezionalità che si pone come esemplare.

La quarta sezione del poemetto riprende la concretezza psicologica della prima, nello svelare i meccanismi mentali della paura attraverso la storia del drago che si trasforma in topo meccanico, nata dall’esperienza della  propria paura e il poeta si riconosce nel gatto che rompe due vasi per prendere il topo. Questo motivo della paura portatrice di illusioni, fughe da sé e comportamenti distruttivi non è solo autobiografico, ma diventa generale con un riferimento al mito di Ifigenia in Aulide, che viene però rovesciata rispetto alla classica narrazione lucreziana del De rerum natura, l’invito del poeta infatti è a riconoscersi nello sguardo di Agamennone, la cui colpa vera è “aver distolto sguardo/ da sua vita concreta per vivere/ sogno da re” e nel quale possiamo scorgere la nostra stessa paura. L’umanizzazione della figura di Agamennone, notoriamente una delle figure più negative dell’intera letteratura greca, è per immaginazione poetica uno dei punti più alti del poemetto, ma come lettore vi scorgo anche la tentazione di trarre da una revisione personale del proprio passato una legge generale, e dunque ancora un’esperienza eccezionale.

L’altro motivo che percorre Lavoro da fare, con espressione poetica particolarmente intensa nella quinta sezione, è il motivo religioso di umiltà e di senso della propria pochezza che sacralizza in qualche modo la vita che uno può salvare così grazie a questa umiltà, che nasce dal conoscersi almeno un po’. Questo motivo è sorretto da un senso di colpa non tanto  dovuto a comportamenti nei confronti di altri, anche se naturalmente non mancano sia qui che in Versi nuovi cenni autocritici in tal senso, ma soprattutto nei confronti di se stesso, per i danni causati alla propria vita dall’aver creduto troppo al mondo o meglio dall’aver scambiato i riflessi del proprio ego per la realizzazione di un progetto nella società ( da giovani si cerca fuori/ e si convince/ o costringe/ il mondo a seguirci). Questa constatazione religiosamente genera in Cepollaro un senso di contrizione del cuore. Specifico che si tratta di una religiosità estremamente personale e non riconducibile a nessuno dei revival o degli evergreen oggi in voga, che è già latente nella fase in cui Cepollaro ancora nutriva le speranze connesse con una dimensione storica collettiva, scrive infatti nella prima sezione “ e noi che non potemmo essere/ uomini di fede/ fummo costretti ad inventarci/ qualcosa/ che alla fede somigliava/ un disperato e impossibile/amore per le altre/ creature”. Ma la storia ha distrutto in un ambito collettivo questa tensione, anche se Cepollaro avverte taoisticamente che la nostra individualità non può percepire la dimensione ampia del tempo storico, va però detto che la storia è sentita come un bulldozer della barbarie che avanza ed è di danno a qualsiasi forma di vita. Tuttavia questo pessimismo, del resto difficilmente contestabile in questi nostri travagliati giorni, non diventa mai lo sguardo assente di un pessimismo onnisciente che sa già come andranno le cose perché è convinto di sapere benissimo come sono sempre andate: qui non si danno mai giudizi drastici e astratti su una malvagità della natura umana e c’è sempre il senso del profondo valore di alcune conquiste storiche che si vanno perdendo ( se la barbarie avanza adesso, vuol dire che un tempo è avanzata anche la civiltà) e addirittura un appello morale alla resistenza culturale ai meccanismi del potere mediatico nella società. Ma naturalmente il lavoro da fare è lavoro che riguarda innanzi tutto il senso della propria esperienza e la poesia è lo strumento malleabile di questo percorso, senza diventarne mai il monumento.

Giorgio Mascitelli

postato da: cepo alle ore 00:17 | Permalink | commenti
categoria:
mercoledì, maggio 17, 2006

Francesco Marotta

 

Da Per soglie d’increato

Prima di ogni dire, prima del silenzio

 

per soglie d’increato

vanificando accenti conosciuti,

per margini brinati

di mondi lontanati

all’apparire – dove non serve

nominare ad ogni passo

il prodigio che trascorre

in mobili immagini di evento,

epifanie di lumi

rovesciati in ombre

quando già credi

di stringere il mistero,

contemplarne il volto,

tradurre le pupille in segni

e voci: –

 

tu dialoga con lo stupore

che non conserva tracce,

con la stella che dissigilla

un senso che non dura,

con l’assenza che si desta

in palpiti migranti fatti verbo,

al verbo estranei per legge

d’indicibile esperienza –

per osservare la vita

nello specchio albale

di una luce

pensata prima d’ogni dire,

prima del silenzio

 

 

 

inquiete luci

nell’impaziente traversata

tra l’acqua e il vento

che mormora confuse onde

alla cenere di navigli spenti –

il lampo intermittente

ha l’impeto stupito

di foglie sorprese

in passaggi di stagione,

nomadi in tracce certe d’esilio

più prossime al privilegio

che in visibilio di cadute

riporta alla dimora

invernale dell’origine: –

 

un solo giorno, ancora,

e la fonte arretrerà

nel nulla di un ricordo,

nel lampo dello schianto –

la vela farà rotta,

vociante di fuochi, all’archivio

interminato dei fondali

 

 

 

 

 

sugli orli dell’alba

da sempre maturano

due lampi, due bagliori –

quello che annuncia il giorno,

riaffiorando da vampate

d’ombra e di silenzio,

e quello che insiste

in remoti segnali di voce,

in lettere di dolenti predizioni,

sillabe dell’alfabeto dei salici

e della luna, che,

verdeggiante,

si ostina in diversioni

di deserto, volta al nessun luogo

di identità di febbre: –

 

l’alba, da sempre, si accompagna

a specchi di necessità,

disseminata per nascita

in flebili vincoli di suono,

impensabile lume

smemorato

prossimo a esercizi quotidiani

di cecità e di vuoto

 

 

 

 

 

 

 

colma del vago notturno

l’inquieta iride che annaspa

tra rituali e fantasie di approdi,

in viaggio su una corda

tra rovine malate

e corpi immersi nel lessico

fluviale della foce: –

 

luci commosse, riesumate

da breviari di antenati

in rapida sequenza di deserti,

ore differenti,

volti conservati in forme

infantili per privilegio

di archivi, luoghi inesatti

di ritmiche distanze: –

 

solo il ricordo, ultimo

congegno della mente,

sostiene l’avvento,

l’oscura epifania

parallela al morso

che la vita fatica a fior di pelle

 

 

 

 

 

l’insonnia dimora

sopra schegge di voce trasparenti

che l’istinto chiama luce,

scrigno di presenze –

aspre più del nome

che cancella

al tocco della mano,

un dono di forme

accumulate nei vuoti

che il giorno spazza di volti,

attraversando ciò che resta

di ali solari, di maree

affiorate da petali di passato,

mentre la stanza muove

verso l’urlo verde

di primavere nascoste,

di albe tagliate con lame d’oro: –

 

mappe lucenti della resa

che piega la bocca

per fulminazione di bave,

ossidi alcolici

dalla combustione dolente

di una più conoscibile morte

 

 

Francesco Marotta

 

postato da: cepo alle ore 23:12 | Permalink | commenti (1)
categoria:
mercoledì, maggio 10, 2006

Nicola Fanizza

 

d-on-are la democrazia

 

In riferimento ai problemi inerenti all’«esportazione» della democrazia e, al fatto che tale esportazione si sia «realizzata sulla punta di un fucile», ritengo opportuno sollevare una questione di metodo poiché prima di vedere se sia giusto o meno «esportare» oppure – come credo – «d-on-are la democrazia» sia auspicabile capire precipuamente che cosa viene esportato o donato: ossia occorre sapere che cos’è la democrazia? qual è la sua funzione? a partire da quale secolo è dislocabile la sua presenza?

Rispetto alle prime due questioni che sono abbastanza intrecciate, penso che la democrazia si configuri come un insieme di atti formalizzati, rituali, che consentono in primo luogo il riconoscimento del conflitto (effervescenza sociale), in secondo luogo il riconoscimento delle differenze, e in terzo luogo la possibilità dell’istituente (la prassi creatrice e liberatrice) di modificare l’istituito (la prassi cristallizzata e oppressiva). Il che sta a dire che la democrazia svolge nella nostra società la stessa funzione rituale svolta dalla festa nelle società premoderne: i riti della democrazia, allo stesso modo di quelli della festa, rafforzano il legame sociale, permettono di mescolare il tempo individuale con il tempo collettivo, ravvivano la memoria e legano il tempo presente al passato che conta. E, in questo senso, la democrazia rimanda sempre e comunque a un evento mitico, ossia a una violenza istituente che è ritenuta giusta in quanto la guerra mitica è sempre fondante rispetto a una pretesa. E questo spiega le aporie che costellano i discorsi di taluni pacifisti che ritengono ingiuste tutte le guerre tranne quella in cui si riconoscono (resistenza o seconda guerra mondiale). La democrazia ha i suoi miti e i suoi riti e, al pari della festa, può andare incontro a dei pericoli: il disconoscimento del conflitto, il non rispetto delle differenze, l’incapacità del potere di recuperare i contenuti innovativi prodotti dai movimenti germinanti che rivendicano un nuovo ordine nonché nuovi riti di liberazione. D'altra parte, quando il potere nelle società premoderne non riconosceva il contributo dei gruppi germinanti, il carnevale si trasformava in sommossa e lo stesso avviene oggi nei regimi democratici allorquando il potere risponde ai doni dei movimenti con la repressione militare.

Per quel che riguarda la dislocazione temporale in cui è possibile individuare l’insorgenza dei riti che rimandano alla democrazia, non sono del tutto d’accordo con quelli che – facendo proprio il detto: «Il moschetto fece il fante, che fece la democrazia» – arrivano a individuare la stessa origine della democrazia nella guerra moderna. In questo modo si fa dipendere una trasformazione di importanza decisiva per la società da una semplice innovazione tecnica. Anche se si tratta di una trasformazione essenziale. Si dice che a partire da Valmy, il bracciante, il miserabile – abituato a tacere e a soffrire – diventa cosciente della propria importanza solo quando gli viene data la possibilità di imbracciare un fucile chiamandolo a difendere la nazione e i pericoli che affronta, come la morte che infligge, gli dimostrano con accecante chiarezza che egli è uguale al nobile. Non a caso patriota e repubblicano sono sinonimi. E’ dalla guerra moderna – una guerra in cui, a differenza del passato, si combatte «con il cuore» e in modo «tragico e feroce» - che nasce la democrazia con i suoi riti e con i suoi miti. Ma siamo sicuri che le cose stanno così? Ma dove sta scritto che la «nazionalizzazione delle masse» produce necessariamente la democrazia? La storia ci insegna che le cose possono andare anche diversamente! Dopo la Grande guerra, in Italia l’avvento del fascismo non si è realizzato proprio grazie a quei soldati che erano tornati dalla guerra? Da noi, è accaduto che la guerra sia stata fatta precipuamente dai contadini e dagli impiegati e non certo dagli operai, i quali o rimasero a lavorare in fabbrica oppure furono utilizzati in ferrovia oppure nelle retrovie in attività logistiche. Sta di fatto che mentre i contadini combattevano, gli operai assunsero nei confronti della guerra una posizione ambigua che fu foriera poi di conseguenze nefaste: si dichiaravano favorevoli alla guerra e nel contempo scioperavano per avere maggiori salari, sabotando così lo sforzo bellico. Questa ambiguità, insieme alla posizione equivoca del PSI nei confronti della guerra, fu pagata a caro prezzo, nel dopoguerra, quando quelli che avevano fatto la guerra si schierarono contro gli ex «imboscati» che continuavano a deriderli. Infatti gli ex combattenti manifestarono il loro desiderio di contare anche e principalmente contro chi rivendicava il medesimo diritto, che nel loro sentire, non era legittimato dal merito. Da ciò si evince che, in generale, i soldati che tornano dal fronte non vogliono sempre e comunque la democrazia e, in particolare, che l’ambiguità politica non sempre paga!

Il legame fra la democrazia e la nazionalizzazione delle masse esiste, non va disconosciuto, ma non va nemmeno esagerato. Ritengo piuttosto che i riti della democrazia si siano affermarti attraverso un lungo processo che ha prodotto nuovi riti nonché una nuova dislocazione del campo rituale. Proprio perché i vecchi riti delle società premoderne si erano trasformati in strumenti della conservazione che bloccavano l’innovazione, si sono affermati progressivamente i riti della democrazia come un grido di libertà contro il vecchio ordine – o piuttosto disordine – fondato sull’ingiustizia, sull’oppressione, sulle ineguaglianze e sulla repressione dei desideri. Tuttavia la storia di questo processo, a quanto ne so, non è stata ancora scritta.

Per quel che riguarda l’«esportazione» dei riti della democrazia ritengo che il rito sia tale solo quando conserva la sua valenza simbolica ossia quando fa riferimento a una costellazione simbolica riconosciuta dalla comunità. Ebbene se non c’è questo riconoscimento, che implica una serie di mediazioni, il problema della sua esportazione non ha senso.  La democrazia per essere tale deve dare emozioni, deve dare un senso alle azioni degli individui, deve far riferimento a un evento mitico fondante e immanente rispetto alle pratiche sociali. Quando non ci sono queste dinamiche, la democrazia viene per lo più vissuta come uno scambio fra benefici e consenso oppure come qualcosa di estraneo. Se è vero che la democrazia non si può esportare, si potrebbe cercare di donarla, anche se mi rendo conto che è una cosa facile a dirsi e molto difficile da farsi. E qui intendo un donare la democrazia non tanto come un elargire gratuitamente un qualcosa ad un altro quanto piuttosto un fare della «propria democrazia» un dono, cioè un donare senza accorgersi di donare. Mi rendo conto che il dono puro non esiste in quanto chi dona lo fa sempre in modo servile e tuttavia posso anche pensare che quando la democrazia si configura come un «dono servile» - timeo danaos et dona ferentes = temo i greci proprio perché portano i doni - come una sfida, può costringere chi ha ricevuto il dono a ricambiare con un controdono ancora più eclatante. In entrambi i casi occorre stimolare la nostra intelligenza sociale, la nostra immaginazione per fare della «nostra» democrazia un dono poiché, forse, solo attraverso l’atmosfera del dono è possibile comunicare con chi non ci vuole nemmeno sentire e ancor di più rispettare gli altri. E se è vero che donando la democrazia agli altri noi occidentali possiamo dimostrare la nostra superiorità, è possibile che questa superiorità conseguita attraverso lo scambio asimmetrico non duri in eterno in quanto gli altri, prima o poi, verranno a bussare con i piedi alle nostre porte.

                                                                      Email: Nicolag@ tiscali.it

Nicola Fanizza

postato da: cepo alle ore 15:40 | Permalink | commenti
categoria:
lunedì, maggio 01, 2006

E’ uscito il n.11 (maggio 2006) della rivista online Poesia da fare

 

http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/pf011.pdf

 

Sommario
Biagio Cepollaro, Editoriale
Testi
Forough Farrokhzad, da Un’altra nascita
Marina Pizzi, da Sorprese del pane nero
Letture
Massimo Sannelli, Su Neuropa, di Gianluca Gigliozzi
Immagine
B.C., Scrittura

 

Editoriale

 

Una mail su Lavoro da fare  www.cepollaro.it/LavFarTe.pdf

 

 

A Giuliano Mesa in risposta alla sua Nota di lettura, 2006  www.cepollaro.it/LavFare/LavFar.htm

 

 

Carissimo,

grazie delle tue parole che sono sempre 'interne' a ciò che dico perché interne a te e quindi al nostro silenzioso dialogo: la relazione non si aggiunge, costituisce ognuno. E la qualità del dialogo dipende anche dal lavoro che ognuno fa per sé: si conosce perché si riconosce, e alla fine , per riconoscenza.

Come la tua nota evidenzia subito, a differenza di ciò che appariva in Versi Nuovi, ora c'è un senso della relazione con la tradizione letteraria più esplicito e positivo: i grandi autori dell'Occidente possono ancora nutrirci, come sai bene tu che ti rileggi i classici...Da lì sono giunto ad un punto che non è né occidente né oriente ma lavoro per aderire al presente, cosa che hai rilevato e che da tempo fa parte di tua acquisizione profonda.

Presente scarnificato, tendenzialmente senza infingimenti ma anche senza autolesionismo, c'è posto per la gaiezza se ce n'è per un dolore che non si appaga di una metafora per cambiare le carte in tavola...

Certo, non è il Poetico che dà fondamento alla poesia (ne costituisce al massimo orizzonte d'attesa, categoria sociologica), ma è la Poesia che dà fondamento al poetico, dissolvendo di volta in volta ciò che viene considerato tale e suggerendone uno nuovo.

Noi diciamo, credo, comincio davvero a credere, che una cosa è poesia per la qualità dell'esperienza che facciamo e poi ci abituiamo a riconoscere quell'esperienza, quella qualità, fino al punto da codificarla. Come dire che la poesia oggi per me non è un insieme di regole del gioco, o almeno non solo quello, non innanzitutto quello, ma il porre in essere l'invenzione del gioco, lo stupore di vedere formarsi innanzi a sé un altro gioco, come talvolta il bimbo scopre di star giocando con un oggetto che fino ad allora non aveva considerato un gioco.

L'importante comunque è giocare con qualcuno,  è sapersi commuovere , e quindi muovere insieme, termine antico, fino al punto che un altro si metti in gioco, per sua conoscenza, per suo godimento, se vuole, se sa.

La poesia, comincio a credere, credo sempre di più, è un effetto collaterale della qualità della propria umana esperienza ( ciò che manca, ciò che è stato promesso, ciò che non è stato dato, ciò che era lì da sempre) a cui si allude con mezzi inevitabilmente retorici ma al di là di ogni cinismo come di ogni ingenuità. Quindi niente manierismo come niente ingenuo contenutismo.

Ciò che non può essere nominato non sarà nominato.

Ma ciò che possiamo nominare è il nostro lavoro, il nostro gettare ombra e luce sull'accadere degli inizi in cui consistiamo ma che dobbiamo meritare, appunto.

Ciò che non può essere nominato dona il senso ai nostri piccoli nomi...

 

Biagio Cepollaro

 

postato da: cepo alle ore 14:03 | Permalink | commenti
categoria:
lunedì, maggio 01, 2006

Volentieri pubblico alcuni testi dell’antologia ‘Il presente della poesia italiana’, a cura di Carlo Dentali e Stefano Salvi, Edizioni LietoColle, 2006



Paolo Fichera

 

un credo e il suo dubbio

 

la redenzione si dà in crocevia

di croci, la compassione umana

in fenditure meticce che danno

ai non nati i nomi,

la somiglianza dell’ansia, la paura.

 

 

 

nel corpo dato grembo imponi

le tue torri cadute, l’acqua

di biografie sperse, semi beccati

da uccelli 

 

(da una radice)

 

*

come l’ombra dipinta la quiete

la gioia funebre asciugata dai passi

scalzi, il rosario intagliato e non detto

la polvere posata e smossa da dita

raffinate nel vuoto e nell’istante

 

senza minaccia di redenzione

 

(da una radice)

 

Paolo Fichera

 

 

 

 

 

Jacopo Ricciardi  

 

il corpo dell’uomo fatto di terra tra

l’acqua e il sole compatta e salda

piatta e sterminata come liberi granelli di terra

in superficie come l’ultima sabbia più vicina

al mare portato avanti e indietro infinitamente quanto

infinitamente fermi i granelli di terra in sottili

mucchi formati chissà dove in una delicatezza eterna

come corpo d’uomo che in sua sostanza

leggero come fragile e intenso, gentile e naturale

sottile e sterminata, e viva, gemmata e dirompente

fracassata per terra, frastornata la terra come uno

schianto di luce troppo immensa e subito ricomposta

nella sua idea così facile costruita e segnata

pacata nel corpo da esso accettata della scarica

di esso dagli estremi toccati del corpo e

del suo spazio tornati indietro dentro al corpo

umano al suo peso umano delle cose assunte

ad una forza svuotata intorno come lo spazio

di un sole nello spazio del cuore come

grandi pianeti vivi nella cosa di quei pianeti

spinta più a fondo nella carne interna e

ombratile del corpo, gravata dentro di esso come

esso gravato su quell’interno delle cose andato

a quell’esterno reso aperto a quel fuori

libero dentro di me in una sola identità

come qualsiasi passo fuori di sé come quel

passo fuori di sé, quel passo capitato dentro

di me con l’animo definitivamente sparso come

quei mucchi di terra investiti dal piede spinto

a spingere non curante quel po’ di terra

accumulata rigettata sul duro terreno perduta senza

logica, fermata in divina serenità nel tempo del

per sempre, nel sempre dell’elemento fortemente dischiuso

due volte contemporaneamente, l’esterno dato sull’interno

l’interno dato sull’esterno, due volte aperto

un’unica volta aperto nel simultaneo centro guidato

sopra di esso nel cielo pronto finalmente nel

sole più volte aperto al fulcro della terra

di quella terra sperduta troppo divaricata nello spazio

restata al disordine d’inquieta apparenza più volte

scomparsa nella fede dell’aria nel patto di

alcune nuove stelle apparse come tuffo nel vento

della luce scoperta a velare la terra profondamente

in un vento scordato di sé, la terra

lasciata evolvere quando quel vento non gira

quando con vero sforzo la terra liberata dalla

terra, con forza, il corpo colmo del corpo

l’identità finita solida e tangibile diventata vergine

di una verginità completa e piena ove una

massa concreta e vivente rilasciata nell’attimo corporeo

violento e intatto ove una carne tramandata in

cielo nero penetrato in essa con tale naturalezza

da assimilarla con il veloce svolgersi delle cose

del mondo quando un corpo integro risvegliate le

cose la sommità della testa del bimbo come

questa terra infine liscia e ondulata come una

grossa testa di un neonato d’improvviso mossa

dentro l’uomo ogni giovinezza trasportata all’intreccio

di superfici di occhi così svegli fino in

superficie di quelle terre dell’anima guardate e

sentite da così lontano ancora fin qui nei tempi

della terra coincisa al sole del corpo

costituito più e più volte presso di sé;

 

Jacopo Ricciardi

 

 

 

 

postato da: cepo alle ore 12:13 | Permalink | commenti
categoria: