mercoledì, aprile 19, 2006

Biagio Cepollaro

 

Introduzione alle 11 Note per una Critica futura

 

La critica realizzata dai poeti costituisce un genere della critica di cui oggi forse c’è più necessità di ieri, nella profonda crisi che ha investito non solo le categorie della critica accademica ma in genere ogni forma di testualità incalzata dalle retroazioni della telematica…

I discorsi ‘critici’ in forma di commenti diffusi sulla Rete non sempre varcano la soglia minima di accettabilità, vuoi per l’umorale egotismo che li permea, vuoi per la carenza di cognizioni di base indispensabili per esprimere giudizi che abbiano il sapore dell’argomentazione...

Le 11 Note per una Critica futura sono nate anche sull’onda delle letture che alcuni, per lo più, più giovani poeti hanno fatto del mio Lavoro da fare (www.cepollaro.it/LavFarTe.pdf e www.cepollaro.it/LavFare/LettCritiche.htm ).

 

Non è un caso che per quel libro ho chiesto la postfazione a Florinda Fusco: cercavo la freschezza e il senso forte di contemporaneità che ho puntualmente trovate.

Le letture di Andrea Inglese, Francesco Marotta, Giorgio Mascitelli, Giuliano Mesa mi hanno restituito in modi diversi delle risposte ma anche una domanda. La domanda che è appunto oggetto iniziale di queste Note e che si può formulare così: ‘cosa vuol dire leggere un testo poetico?’.

Domanda fondamentale che sottointende dei cambiamenti profondi in tutti gli attori del processo, nell’intero paesaggio, ma anche delle permanenze da riconoscere ed esaltare.

Queste note continuano in qualche modo lo stile di pensiero dei Blogpensieri (www.cepollaro.it/SuppV.pdf  ), ma curvano l’attenzione su quella sola domanda.

Il mio augurio è che questo breve scritto possa contribuire ad avviare una Critica futura sempre più consapevole degli strumenti che adopera e sempre più adeguata alle trasformazioni indotte dalle nuove tecnologie.

E tutto ciò nella convinzione che ‘ la chiave in questione non è soprattutto nozione stilistico-retorica. Tale modo di intendere i prerequisiti del lettore sono da ascrivere a quella concezione romantico-avanguardista-postmoderna della separatezza sostanziale dell’arte. La chiave in questione appartiene piuttosto a quel percorso inverso che dalla separatezza porta alla reintegrazione: il leggere tra le righe. Reintegrazione non è altro che ricostruzione di una prospettiva, aggiungere una chiave al mazzo delle esperienze possibili, ricondurre il testo alla sua potenzialità morale, psicologica, politica …

Biagio Cepollaro

 

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martedì, aprile 18, 2006

Biagio Cepollaro

 

Per una Critica tutta da costruire. Nota 11

 

 

Dunque sembra che potremmo scegliere di confrontare, tra le tante, due strade che qui con chiarezza si scorgono: una è quella dell’estetizzazione della lettura (insistenza sulla separatezza del testo con rischio di asfissia autoreferenziale o sulla classificazione che fa, dei termini distintivi, delle categorie interpretative, non sempre rispettose della pecularietà dei testi), l’altra, quella della reintegrazione, che si è chiamata lettura come attualizzazione della ritualità dell’immaginazione e del pensiero che punti alla potenzialità morale, psicologica, politica del testo attraverso la  moltiplicazione e l’amplificazione semantica per risonanza.

Nel primo caso l’analisi, più o meno compiutamente testuale, in definitiva ci dirà: ‘il testo si tiene in piedi così e così’, A=A, la classificazione ci dirà: ‘questo testo rientra nella categoria,  inventata ad hoc, di testi che hanno le medesime caratteristiche’  e se introduce anche relazioni di valore ci dirà: ‘ questo testo è migliore di quest’altro’, A>B, oppure A<B, in caso contrario.

Nel secondo caso, quello della reintegrazione, la lettura, nella sua imprevedibilità di esperienza, nella consapevolezza della molteplice possibilità degli esiti, presuppone che ‘il testo dica qualcosa e lo dica in questo modo’.

Il qualcosa che il testo dice, nell’atto della lettura, è proprio una potenzialità del suo senso, alla cui attuazione concorrono tutti i suoi elementi formali, insieme e grazie, a ciò che il lettore fa leggendo tra le righe: aprire le porte del testo di cui in qualche modo, anche solo per un presentimento, aveva la chiave.

Biagio Cepollaro

 

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martedì, aprile 18, 2006

Biagio Cepollaro

 

Per una Critica tutta da costruire. Nota 10

 

Ricondurre il testo alla sua potenzialità morale, psicologica, politica, tenderebbe a radicare l’atto della lettura nelle fondamenta antropologiche della poesia, riconoscendole pienamente.

Il testo si presta alla lettura come una voce che parla ai molti anche se in pochi o pochissimi ascoltano. Ciò vuol dire che il significato sociale della poesia è costitutivo, non contingente. Ed è puramente una questione quantitativa la cerchia dei lettori potenziali o reali, dal momento che sul piano della qualità, e quindi anche della qualità dell’umana esperienza, i lettori per un testo sono sempre e, sin dall’inizio, una possibilità indefinita nello spazio e nel tempo.

A fronte della reintegrazione simbolica dei piani molteplici dell’esperienza umana, massima promessa che l’arte condivide con ogni ritualità dell’immaginazione e del pensiero, le persistenze egotiche di matrice romantica, relative alla confusione tra individualismo proprietario borghese ed epopea dell’Io, possono anche passare in secondo piano.

Così come le lamentazioni sempre pronte a richiedere risarcimenti in termini di fama, se non di danaro, sembrano fraintendere il carattere sociale costitutivo della poesia e dell’arte. Perdendo il senso e il gusto della festa, resta, in non pochi casi, solo l’accumulo dell’amarezza: ciò è davvero un peccato.

Biagio Cepollaro

 

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martedì, aprile 18, 2006

Biagio Cepollaro

 

Per una Critica tutta da costruire. Nota 9

 

Se goethianamente bisogna essere qualcosa per fare qualcosa, ciò vale anche per il lettore. Un lettore potrà aprire solo le porte del testo di cui in qualche modo, anche solo per un presentimento, aveva la chiave. Conoscere qui è più che mai riconoscere. E la gratitudine del lettore, ad esperienza compiuta, è propriamente riconoscenza.

La chiave in questione non è soprattutto nozione stilistico-retorica. Tale modo di intendere i prerequisiti del lettore sono da ascrivere a quella concezione romantico-avanguardista-postmoderna della separatezza sostanziale dell’arte. La chiave in questione appartiene piuttosto a quel percorso inverso che dalla separatezza porta alla reintegrazione: il leggere tra le righe. Reintegrazione non è altro che ricostruzione di una prospettiva, aggiungere una chiave al mazzo delle esperienze possibili, ricondurre il testo alla sua potenzialità morale, psicologica, politica …, appunto.

Il cosiddetto godimento estetico può essere considerato come un effetto collaterale di questa reintegrazione che è, insieme, cognitiva, emotiva e, in una certa misura, fisica.

Le fondamenta antropologiche della poesia, ciò che della poesia e dell’arte fa fenomeni di ‘lunga durata’, si ritrovano proprio in questo carattere di reintegrazione simbolica. La lettura che si limita all’analisi stilistico-retorica spesso finisce con ipostatizzare le convenzioni letterarie, rendendo il testo simile ad un feticcio, mentre, come si è detto nella Nota 3, ‘le convenzioni di volta in volta devono essere animate per poter vivere; il rito continuamente deve rinnovarsi come esperienza di qualcuno, anzi come esperienza di più di uno…’

 

Biagio Cepollaro

 

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lunedì, aprile 17, 2006

Biagio Cepollaro

 

Per una Critica tutta da costruire. Nota 8

 

 

Una poesia, alla lettura, innanzitutto consiste in un insieme di parole collocate e collegate in modo tale da essere riconosciute come poesia, appunto. Il Poetico costituisce l’orizzonte d’attesa della poesia anche se spesso quando la Poesia viene riconosciuta, il Poetico è costretto a riconfigurarsi.

La tautologia che lega Poesia e Poetico non è statica ma continuamente si trasforma al suo interno. Ciò che ieri, in molti casi, aveva funzione politico-religiosa, oggi ha funzione estetica.

Ma si potrebbe anche notare come molta della produzione estetica attuale (non certamente poetica per questione di mancata diffusione, ma massmediale) ha funzione politica e mitologica.  Su questa ultima condizione si è spesso in passato concentrata la critica della cultura, essa stessa, come si è detto, ipostatizzante.

La presunta separatezza della sfera estetica da quella morale, psicologica, religiosa, economica e politica, alimenta uno di quei pregiudizi che hanno caricato la stessa sfera dell’arte di tutto il peso di queste mutilazioni. L’egotismo dell’artista potrebbe essere considerato anche come una conseguenza di questo sovraccarico, quasi a compensazione e a risarcimento della frattura.

La ricerca del nuovo del moderno si è così concentrata, per lo più, sulle parole e sul modo di collocarle e collegarle, più che sul nuovo come una relazione di volta in volta imprevedibile, come una qualità dell’esperienza non mutilata, non relegata alla sfera estetica, salvo il rovesciamento pure e semplice delle poetiche nelle ideologie.

Le avanguardie storiche, tra l’altro, hanno preparato il terreno per ciò che sarebbe diventata  l’estetizzazione della vita e della politica: la vita, o meglio, le rappresentazioni della vita, come opera d’arte. L’universo massmediale ha potenziato tecnologicamente in modo esponenziale la forza e la pervasività di queste rappresentazioni, riducendo e standardizzando ma anche offrendo, in qualche caso, stimoli alla ricerca artistica, dal momento che spesso un nuovo medium retroagisce su quello precedente.

Una lettura che legga tra le righe tende a ricomporre ciò che è stato diviso: la logica della moltiplicazione e dell’amplificazione semantica per risonanza aprirà le porte che il Poetico costituito, nella separatezza della sfera dell’arte, tende  a lasciar chiuse.

Leggere tra le righe potrebbe voler dire allora ricondurre il testo alla sua potenzialità morale, psicologica, politica…

 

Biagio Cepollaro

 

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lunedì, aprile 17, 2006

Biagio Cepollaro

 

Per una Critica tutta da costruire. Nota 7

 

Il detto goethiano ‘si fa ciò che si è’, riferito all’arte, può anche voler dire che leggere è sempre un leggere tra le righe. L’extratestuale coincide con ciò che traspare tra le righe, non come qualcosa di estraneo al testo ma come qualcosa che sembra averlo generato; alla fine della lettura sarà il suo senso, anzi, un suo senso. La scelta lessicale, la voce che cova nelle relazioni fonosimboliche, l’intero impianto retorico sono la materia del senso e dei sensi da ricostruire, da ripercorrere.

Le porte che la lettura dovrà aprire sono le porte che alludono all’esperienza dell’autore che la prodigiosa sintesi del testo racchiude, socchiuse.

Più accosto è il movimento della lettura ai passi che il testo compie, più si avvicina il momento in cui si profila il senso, cioè l’esperienza di uno tende a diventare l’esperienza di un altro.

Ricostruire il punto di vista significa interpretare: non abbiamo mai di fronte ciò che un autore è ma sempre ciò che un autore ha fatto. Eppure ciò che ha fatto lo possiamo interpretare leggendo tra le righe ciò che lui è. Credevamo di esserci appiattiti sulle parole del testo, sul testo come insieme di parole, e ci ritroviamo, invece, con un possibile distillato di umana esperienza.

Biagio Cepollaro

 

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lunedì, aprile 17, 2006

Biagio Cepollaro

 

 

Per una Critica tutta da costruire. Nota 6

 

 

Il nuovo non è costitutivo del testo ma dell’esperienza che del testo si fa.

Si possono leggere molte volte gli stessi libri perché ogni volta quei libri sono nuovi nell’interazione con il lettore. Il nuovo non è categoria ontologica ma relativa all’esperienza di qualcuno…D’altra parte l’esperienza perché sia tale è sempre nuova.

L’ideologia moderna dell’avanguardia trova uno dei suoi fondamenti nell’ontologizzazione del nuovo così come l’ideologia postmoderna lo trova nella sua negazione. Anche qui alla concretezza delle relazioni, dagli esiti sempre imprevedibili, si è sostituita l’astratta identità di un' ipostasi.

Quindi il nuovo non sembra ridursi ad un oggetto ma sembra piuttosto essere  una relazione di volta in volta imprevedibile.

Tale aggettivo non andrebbe mai sostantivato, reso sostanza: vuol dire cose diverse di volta in volta in contesti diversi. Per un lettore non dovrebbe porsi tale questione: la lettura non cerca il nuovo perché essa stessa in quanto esperienza di qualcuno, se davvero è tale, se davvero riesce a riattivare una ritualità dell’immaginazione e del pensiero, è sempre nuova.

Biagio Cepollaro

 

 

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domenica, aprile 16, 2006

Biagio Cepollaro

 

Per una Critica tutta da costruire. Nota 5

 

In un certo senso la critica negativa non ha motivo di esserci. L’atto di lettura è promessa di esperienza  e l’esperienza che si ritiene non valida, non significativa, è un’esperienza interrotta, morta al suo nascere, come un passo che non segue l’altro. Il critico non ha motivi per censurare, semplicemente smette di leggere. Censurare comporta un passaggio dal piano dell’esperienza della lettura a quello delle razionalizzanti ipostasi del gusto. Questo è il nodo che permette all’ideologia di sostituirsi all’atto di lettura finendo per adulterare l’intero processo.

L’atto ‘positivo’ del critico, come  lasciar risuonare una chiave provando ad aprire altre porte, non abbisogna di sostegni esterni, ideologici, gli strumenti di cui fa uso sono subordinati all’esperienza che va facendo, così come scarponi, corde, e altro necessitano a chi va per monti.

Alla fine della lettura ci sarà ancora il testo e la sua moltiplicazione, la risposta, l’attualizzazione di possibili sensi, mentre nel caso della critica negativa, della censura, il testo non c’è più e vi sono soltanto ribaditi i punti di partenza del critico, le sue convinzioni più o meno sclerotiche, i suoi fantasmi identitari.

L’ascolto di chi legge è già un rispondere se leggere è appunto riattivazione di una ritualità dell’immaginazione e del pensiero.

L’atto di lettura, insomma, o avviene o non avviene. L’esperienza o avviene o non avviene. Ma se non avviene non vi sarà nulla da dire, così come degli innumerevoli eventi di una giornata nessuno fa cenno perché ritenuti non pertinenti.

Il punto non è stabilire, leggendo, dei valori, e delle relazioni tra valori, ma leggere, appunto. La materia del testo in qualche caso non ci abbandona dopo la lettura, noi continuiamo a parlare la nostra lingua ma, in modo appena percettibile, questa , dopo l’esperienza della lettura, risuona diversa.

Quando si dice banalmente che la lettura arricchisce non ci si riferisce a dei contenuti ma all’ampiezza dei toni e delle tonalità di cui siamo capaci . L’esperienza della lettura, come ogni altra esperienza, in misura diversa, coinvolge simultaneamente i livelli mentali, emotivi e fisici: il lettore dovrebbe in questo caso, dopo la lettura, ritrovare in sé un’ampiezza di spettro del pensare, del sentire e dell’immaginare, accresciuta e approfondita.

Biagio Cepollaro

 

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domenica, aprile 16, 2006

Biagio Cepollaro

 

Per una Critica tutta da costruire. Nota 4

 

L’atto di lettura del critico, nella sua imprevedibilità di esperienza, resta comunque un gesto disciplinato. Innanzitutto diventano assai problematiche le classificazioni che veicolano, in modo più o meno implicito, delle ipostatizzazioni e delle ontologizzazioni del testo. Le classificazioni nascono soprattutto dall’esigenza economica di produrre dei segni che hanno funzione distintiva, ma l’atto di lettura come ‘esperienza di qualcuno, anzi come esperienza di più di uno’, come si diceva nella Nota 3, segue non una logica dell’economia ma una logica della moltiplicazione e dell’amplificazione semantica per risonanza. Non si tratta, leggendo, di ridurre i molti all’uno ma al contrario di moltiplicare la prodigiosa sintesi in cui consiste il testo, nella molteplicità degli esiti possibili: la ritualità dell’immaginazione e del pensiero è , tra l’altro, proprio questo rispondere del lettore, questo ripercorrere, a partire dalla configurazione formale del testo, le scelte e gli esiti possibili di quelle scelte.

Leggere è insomma un lasciar risuonare una chiave provando ad aprire altre porte, già comprese nel testo, ma ancora silenti. In questo senso il testo importa soprattutto per quel che non dice, non perché non l’avrebbe mai detto, ma perché ciò che ha detto attendeva il lettore per poter esser ascoltato, per risuonare. Ecco perché in una poesia, precisa nella sua configurazione formale, ogni elemento è semantizzato.

Biagio Cepollaro

 

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sabato, aprile 15, 2006

Biagio Cepollaro

 

Per una Critica tutta da costruire. Nota 3

 

Le convenzioni letterarie, e in genere, le strutture che permangono nel tempo, riconoscibili socialmente come arte, le fondamenta antropologiche della poesia, sopravvivono attraverso i secoli e le tecnologie, mutando continuamente, non solo nell’utilizzo dei materiali ma anche nelle funzioni.

E così da un certo punto di vista l’oralità primaria delle epoche prima dell’invenzione della scrittura e della stampa, e l’oralità secondaria indotta dalle nuove tecnologie, non sposterebbero nulla di fondamentale per quel che concerne il ‘fenomeno di lunga durata’di cui parla Inglese che è l’arte o la poesia, in questo caso.

Eppure le convenzioni di volta in volta devono essere animate per poter vivere; il rito continuamente deve rinnovarsi come esperienza di qualcuno, anzi come esperienza di più di uno…

Ed è da questo lato, dal lato di chi rinnova il rito, dal lato delle sue concrete circostanze storiche peculiari, che la nostra attenzione si sposta, quando si formula la domanda intorno a quel leggere, che definiamo critica.

La critica sarebbe innanzitutto un atto di lettura che attualizza, in senso letterale, una ritualità dell’immaginazione e del pensiero. Ma i modi dell’immaginazione e del pensiero sono sempre legati a contesti peculiari: forse è proprio questo lo specifico di una critica che  riemerga come bisogno, bisogno di tratteggiare delle peculiarità .

Chi fa la poesia sente oscuramente che i modi della critica, cioè i modi della lettura, devono rinnovarsi nel rinnovarsi dei contesti…Ogni atto di lettura ripercorre le scelte, le prospettive complessive a partire dalle quali le selezioni (lessicali, sintattiche, ritmiche, metriche etc.) si sono realizzate. Questi punti di vista si àncorano alla radice doppia del dentro e del fuori, della molteplicità degli attraversamenti e delle scelte compiute: tutto ciò va ripercorso accettandone le sollecitazioni, amplificando questo o quell’aspetto dell’insieme.

Rispondere a tali sollecitazioni (di immaginazione e pensiero) significa, tra l’altro, leggere; ricostruire il punto di vista significa, tra l’altro, interpretare: aggiungere una chiave al mazzo delle esperienze possibili.

Biagio Cepollaro

 

 

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venerdì, aprile 14, 2006

Andrea Inglese

 

Sulla lettura

 

Caro Biagio,

 

tu muovi addirittura dall’esigenza di elaborare una fenomenologia della lettura. E ciò è effettivamente fondamentale, nel senso che ci permetterebbe di pensare a una critica come proseguimento della lettura, di una lettura prima, non orientata già da uno sguardo operativo di addetto ai lavori, ma di una lettura prima che si effettivamente quella che siamo in grado di fare, nella dispersione e nel rumore, nei tentativi di concentrazione e nelle pause tra un’impossibilità a leggere e l’altra.

 

Ogni volta che s’interroga la consistenza del fare poetico così “a monte”, non dando nulla per scontato, sento come un moto di sfrontatezza e di rischio. E nello stesso tempo il timore che quel fatto, se interrogato risolutamente nelle sue condizioni elementari, come l’atto di lettura, possa sgretolarsi, svanire, nella sua estrema debolezza.

 

Che cosa ci spinge a leggere poesia? Che cosa accade durante una lettura di un testo poetico?

 

Io credo che si dovrebbe fare almeno una ipotesi d’avvio, e girarci intorno un poco. La poesia come peculiare pratica del linguaggio ha qualcosa che attraversa il tempo, poggia su di una permanenza, su qualche fenomeno di lunga durata, una convenzione fondamentale, e che è in virtù di questa consistenza “antropologica” che noi possiamo considerarla con una certa familiarità, nonostante tutto intorno ci suggerisca che essa è un corpo estraneo nel mondo contemporanea, una forma anomala, immotivata, obsoleta, di dirigersi al linguaggio.

 

Andrea Inglese

 

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giovedì, aprile 13, 2006

Biagio Cepollaro

 

Per una Critica tutta da costruire. Nota 2

 

Le dimensioni a cui un testo poetico allude, il crocevia di informazioni in cui consiste, anche quando si irrigidisce in una pretesa autoreferenziale, anche quando esibisce la sua letterarietà come un luogo atemporale e impermeabile, sono troppo presenti perché sia possibile ignorarle.

Certo, vi sono testi che indicano questa molteplicità di attraversamenti, altri testi che addirittura mimano il caotico sovrapporsi di informazioni, ma il punto è sempre, per chi legge, riuscire ad individuare il punto di vista, la posizione, il contributo di intelligenza che non è calco ma fattura originale dell’autore.

Perché dall’altra parte del testo c’è un autore: qualcuno che ha ridotto la molteplicità ad una serie di scelte discrete: ha scelto per noi un lessico, una sintassi, una ritmica. Oppure si può dire che da queste cose è stato scelto. Se si dice in questo secondo modo, la ragione sta nel fatto che si sottolinea la parte non consapevole dell’agire artistico.  Dunque alla fine il paradosso di un agire non consapevole capace di questi attraversamenti molteplici…

E allora da dove origina uno stile piuttosto che un altro? Una selezione lessicale, sintattica, ritmica, piuttosto che un’altra? Il critico dovrebbe, tra l’altro, forse mostrare proprio la necessità di questa riduzione (la configurazione formale): in questa sottrazione di possibilità, tra l’altro, sta il segreto dell’efficacia di quella allusione alla molteplicità di dimensioni…

Biagio Cepollaro

 

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giovedì, aprile 13, 2006

Biagio Cepollaro

Per una Critica tutta da costruire. Nota 1
Cosa vuol dire, leggendo della poesia, fare poi della critica? Cosa vuol dire oggi, in un tempo in cui il testo come entità semiologica, tende ad avere diverso statuto, incalzato dall’oralità secondaria della telematica e dall’utilizzo di altri media, diversi dal libro, con relative implicazioni?
Paradossalmente l’esteriorizzazione a cui sembra richiamare il mutamento del paesaggio tecnologico, invita, può invitare, ad una concentrazione maggiore sull’atto di lettura (a monitor, su foglio appena uscito dalla stampante, su pagina densa di libro)…
Così come nelle città del Nord, freddissime d’inverno, ha sapore e importanza particolare, ritrovarsi insieme al chiuso, magari a cantare, di certo a bere…
Ma è condizione nuova ed è tutta da riconfigurare.
Occorre, tra l’altro, indagare sul senso da dare, o da ritrovare, a quel termine concentrazione, che potrebbe rivelarsi, in profondità e sorprendentemente, come il suo contrario apparente: dispersione. Esiste insomma una dispersività che, invece di disperdere, raccolga che raccolga proprio nel senso etimologico, nel senso eracliteo?
Biagio Cepollaro

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sabato, aprile 01, 2006

Sono on line il nuovo libro di Biagio Cepollaro ‘Lavoro da fare’(2002-2005) www.cepollaro.it/LavFarTe.pdf e il relativo sito con mp3, foto e letture critiche di Andrea Inglese, Giorgio Mascitelli, Giuliano Mesa www.cepollaro.it/LavFare/LavFar.htm 

Postfazione di Florinda Fusco 

“Calmati/ e l'eroe che ero io diventerà la bestia che più nulla vuole./Calmati e le scodelle dei poveri si riempiranno[…]/Calmati e avrai il vento in poppa e le tue parole fresche/ di verginità rimeranno con nuova gentilezza”. Il testo iniziale di questo nuovo libro di Cepollaro richiama subito alla mente la potenza di alcuni versi di Amelia Rosselli appena citati. Come in quel caso l’autoesortazione alla calma fa prorompere l’intensità della fatica d’essere e insieme un’indomabile irrequietezza del vivere. A cercare di domare questa devastante tensione è chiamata la scrittura: “ora scrivi come hai sempre fatto”, dove il medesimo gesto dello scrivere ripetuto negli anni e nelle fasi più svariate della propria vita è unica casa nel vuoto in cui poter sostare e riposare. E’ atto di riconoscimento verso la scrittura stessa nella sua funzione di sopravvivenza di un corpo (“portare a casa/la pelle”), un corpo ancora intatto, ma che è sul punto di esplodere. E’ in questo prima di una possibile esplosione che la tensione si blocca e la scrittura può nascere. A provocare questa possibile esplosione d’organi è “la piccola/storia sgangherata”, dove consapevolezza della “piccolezza” di ogni cosa del mondo e del necessario distacco dal mondo non bastano a far dileguare la fragilità dell’essere uomo. In un richiamo eliotiano, attuato con slittamento semantico e contestuale, nel testo d’apertura di Cepollaro tutto potrebbe concludersi con un semplice “colpo di tosse”. Da un lato al di là della “finestra” vi è “l’onda del mondo” in cui fondersi e appianarsi, dall’altro al di qua della “finestra”, nel quotidiano senza “volo”, l’uomo non può che chiudere se stesso in piccoli gesti automatici, sedersi, far colazione o farsi la barba. Forse l’unico possibile atto più vicino al “volo” è il chiedere alla propria voce-scrittura di essere spinto in avanti nel percorso vitale e poetico scelto. Ma non è facile nella consolidata consapevolezza di “ andare/storto nel mondo come uno/ che anche correndo lo fa/con una corda al collo”. Il dolore ormai vecchio e maleodorante è da portar con sé come se nulla fosse, sapendo che è semplicemente e comunemente “roba umana”.

La tensione etica è quella di non fingere e pur di non fingere, fare qualsiasi cosa, fare anche “il morto” (morendo ogni momento al mondo senza finzione), farlo “per non morire”.

La realtà è un amalgama indistinguibile, senza confini delimitanti in cui “non c’è sapere non c’è ignoranza/non c’è neanche alto /e basso”. Per creare confini, distinzioni, classificazioni a cui la cultura occidentale è secolarmente abituata, bisognerebbe prima di tutto domandarsi cosa sia il sapere e cosa l’ignoranza, cosa sia l’alto e cosa sia il basso. Ma se il punto di vista è decentrato, a questa domanda avremmo solo risposte relative al punto d’osservazione dal quale si parla (al punto di vista in cui siamo inchiodati), relative culturalmente e antropologicamente, e che pertanto si annienterebbero a vicenda. In una storia come quella occidentale che per Cepollaro sembra muoversi per sottrazione, cosa può cambiare?:“e la vita di fuori/(quella che resta/sottratta allo sterminio/della storia)/è ridotta a ben poca cosa//i grandi cambiamenti/sono spesso solo cambi di indirizzo/o di modi di vestire.” L’attenzione non può che spostarsi alla vita della mente che è flusso continuo dove tutto si confonde, dove realtà e immaginazione sono intercambiabili e occupano lo stesso spazio, hanno lo stesso peso. Ed è questo pianeta, il pianeta della mente, che per Cepollaro diviene il luogo in cui poter camminare, in cui poter andare avanti e cambiare.

E’, in altri termini, il “fare anima”, espressione usata da Cepollaro che richiama immediatamente Hilmann (e attraverso Hillmann, Jung), l’unico compito reale e vero che rimane all’uomo. Ma nella società dello spettacolo “[…]fare anima ci suona/quasi minaccia”. Si tratta di una “formula magica”? O di una nuova moda new age? Per Cepollaro “fare anima” è un compito, un lavoro, l’unico vero possibile. Il fare anima è il lavoro di un’intera vita, lavoro faticoso. Non vi è una rinunzia al fare, ma al contrario una devozione al fare, a un fare che è soprattutto azione della mente:“spingere la mente al fare/nei modi e nei tempi/che sono della mente”.

Si potrebbe forse parlare di una tensione ad una storia dell’anima, in cui l’anima diviene il centro principale d’attenzione della scrittura: “fare dell’anima/la nostra vita/gettare un ponte/tra ciò che siamo e ciò/che comunque eravamo già/da prima”. E’ un richiamo ad una traiettoria ancestrale ed archetipica dell’anima e della sua memoria che non è più solo anima individuale, ma anima collettiva, così come la memoria che s’intende recuperare è un “oltre” junghiano della “memoria individuale”. Vi è un continuo richiamo all’”origine”, a un’origine mitica in cui tutto è presente e tutto è già detto e ascoltato. Ciò che ha valore nella storia dell’anima è la sua capacità di divenire, mutare insieme al continuo mutamento delle cose: “l’importante è non restare/incistati in una vita/bloccata” e “non dare requie/al cadavere/che addosso ci portiamo”. La forza centrale del percorso è il mutamento, l’“ energia da smuovere”, per seguire “l’onda del mondo”. In questo irrefrenabile mutamento del tutto in cui le memorie “sono già aria”, vi è un continuum di generazione e dileguarsi delle cose: “le cose che generano/scompaiono nella stessa/generazione”. La principale tensione dell’io sembra essere quella della perdita del possesso del sé “ed è che noi non siamo/nostri” e di una preparazione e di una consapevolezza al suo ineluttabile dileguamento materiale. E la prima lotta in questo senso è la lotta contro l’umana paura. La scrittura stessa diviene momento sostanziale di tale preparazione e del saper “nuotare negli strati/del cervello”.

Se siamo in movimento, in un moto che è conoscenza, non ha più importanza per l’anima “che siamo ognuno ad un certo/punto/del binario”, l’importante è essere in cammino, l’importante è  il lavoro da fare.

Nell’approccio al mondo è primo passo da compiere, attuare un distacco dall’intelletto che produce armi-argomenti:“dalla parte nostra/non abbiamo tanto/l’intelletto/che facilmente passa/al nemico col suo sollecito/traffico/d’armi/e argomenti/-tanto che sarebbe meglio/sospenderlo dal servizio/per buona parte/del tempo-“. Solo nella sospensione può esserci un inizio di conoscenza poiché la conoscenza può avvenire in una mente sgombra, in un recipiente anche momentaneamente svuotato: “abbiamo fin qui/abitato la nostra mente in un modo/che ora ci uccide, ci dice: è/necessità/sgombrare la mente”. E la possibilità di svuotarsi può raggiungere stadi diversi fino a uno stadio in cui si può toccare “il nulla dell’esser già/passati altrove o in niente”.

Il tempo può essere “azzerato” e i singoli individui non hanno più rilevanza per la loro individualità: “non siamo mai/speciali”. Nella storia occidentale per Cepollaro è l’essere travolti da uno sfrenato individualismo a chiudere ogni strada alla conoscenza. All’individuo si oppone la figura della “piazza” in cui gli uomini stanno insieme e sono insieme. La piazza è luogo comune.

Da un lato si legge il disagio dello scrittore verso la progettualità raziocinante del mondo, ma dall’altro l’atteggiamento di chi scrive non è certo di disillusione, è quello di un’apertura gioiosa al cambiamento in una realtà invisibile, in cui l’uomo deve in primo luogo curare la propria scissione, la scissione persona-anima: “c’è ancora tempo per cambiare volto/e se quella è l’anima che nel tempo persiste/a lei va dato ascolto: certo, va composta/la scissione e va messo con forza/l’accento su quell’apertura/di cielo”. 

Il lavoro dell’anima è un lavoro di cui è difficile parlare, è un lavoro che si può soltanto “fare”. Ma la scrittura sembra voler essere testimonianza e invito al “lavoro” e insieme documento di un’esperienza raggiunta: “il sospetto della bellezza/dell’essere/oggi non è più sospetto/ma un’esperienza”.

L’impressione che si ha di questo testo è che si tratta di un testo che vuole dire, che ha una certa urgenza di dire, e che sceglie l’espressione diretta, spoglia di qualsiasi tecnicismo o manierismo, al di là di qualsiasi modello letterario, proprio perché vuole essere testo dell’anima.

I richiami alla tradizione di pensiero orientale, assai ricca e poco conosciuta, sarebbero molteplici. Mi limito a citare un pensatore contemporaneo come Coomaraswamy che riapre alcune questioni fondamentali della filosofia orientale mettendole a confronto con il pensiero occidentale e con le scoperte della fisica moderna. Ma, nell’ambito della cultura occidentale, bisogna notare che pochi pensatori contemporanei si sono ‘esposti’ a parlare con serietà della ricchezza e vitalità del pensiero orientale (di quello buddhista, di quello induista, di quello taoista) e del peso che ha avuto sulla nostra tradizione filosofica. Può venire in mente una figura anomala come Simone Weil che ha cercato coraggiosamente di disegnare tracciati che creassero collegamenti tra pensiero occidentale e pensiero orientale. E concluderei a tal proposito riprendendo un passaggio di Jung particolarmente significativo in questo senso, nella sua prefazione all’ I’ Ching. Libro dei mutamenti: “Per capire in generale di cosa tratti un simile libro è imperativo buttare a mare certi pregiudizi della mentalità occidentale. […]”. Jung si trova di fronte alla difficoltà di “conciliare” il libro dell’antica civiltà cinese con “i canoni scientifici correnti”. Ma ciò nonostante afferma: “So che in passato non avrei osato pronunciarmi così esplicitamente su una materia così incerta. Ora posso correre il rischio perché ho superato gli ottant’anni, e le mutevoli opinioni degli uomini non mi fanno più impressione; i pensieri degli antichi maestri hanno per me maggior peso dei pregiudizi filosofici della mentalità occidentale”. 

Florinda Fusco

 

 

postato da: cepo alle ore 14:08 | Permalink | commenti
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