Evitare le etichette dei ‘critici’ per poter comprendere
Noi etichettiamo continuamente. Funzione economica del linguaggio, strettoia insuperabile della nominazione, trionfo del principio d’identità, ma anche stupidità, schematismo,pigrizia, violenza manichea, fanatismo.
Si può capire veramente questo forse solo se in passato si è stati ferventi etichettatori, se si è consumata tutta l’illusione di controllare l’oggetto del discorso appiccicandoci su un bollino.
Se davvero si vuole evitare di etichettare bisogna accettare il rischio di contenere in ogni affermazione un largo margine di non definetezza e di probabilismo, anzi, più insidiosamente, occorre comprendere la propria sotterranea disponibilità ad ammettere in ogni momento di essersi sbagliati, esser pronti quindi a ricominciare. Bisogna non avere fretta, non presumere che l’atto di nominazione sia un atto sovrano, bisogna insomma indebolire l’orgoglio se si vuole tentare l’intelligenza e quindi ricominciare. Cosa? Il dialogo con ciò che abbiamo di fronte e che non dovremmo neanche chiamare oggetto, visto che non ci sono oggetti ma solo relazioni tra osservatori e osservati…
E così può capitare che un autore venga frainteso solo per la forza della sua capacità di rinnovarsi: l’inerzia dell’etichetta ‘critica’ è più forte (e quindi sono più forti le ragioni dell’economia e della pigrizia. Della disinformazione).
Si, occorre cambiare modo di fare. Anzi, bisogna leggere con onestà per ascoltare qualcosa di nuovo che non sia la tautologia della propria nominazione.