sabato, gennaio 28, 2006

Biagio Cepollaro

La Rete e la Poesia

 

Accettare il fatto che in Italia la poesia non abbia nessun mercato (in un Paese dove quasi la totalità del fatturato dell’editoria proviene dalla scolastica) può far tirare un respiro di sollievo.

La Rete sembra nata proprio per Lei.

Già il vecchissimo ciclostile aveva avuto un che di arioso ma ora, si potrebbe dire, ogni ombra è fugata.

Si va diffondendo una pratica che, con naturalezza telematica, fa rimbalzare un testo nuovo da un da un sito ad un altro, in amicizia.

Sociologicamente si sta sganciando l’informazione dal suo supporto ma anche la dimensione autoriale del poeta da quell’ambivalente commistione che l’individualismo romantico, legato all’oggetto-libro, aveva creato con l’individualismo proprietario della borghesia in fase eroica.

L’egoità del poeta non perde in narcisismo ma si può lasciare definitivamente alle spalle anche l’apparenza della residua –se possibile-  illusione economica, illusione che solo onesta ingenuità, sprovvedutezza o ridicola malafede fin qui avevano alimentato. E ciò è bene.

Biagio Cepollaro

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venerdì, gennaio 27, 2006

Jacopo Galimberti

L’ultimo stadio dei desideri è una vita lontana dal corpo.

Nei reami della naftalina, nelle cantine, addosso a vecchi muri

si stringono sacche di resistenza dove i desideri

continuano.

 

E continuano a reinventare le storie delle cose. 

Allora, senza ostilità, avvengono traslochi in cui una biografia

si lascia. Perché gli oggetti non appartengono più alla scia

di chi li ha deposti.

Un cappello di iuta evoca a tutti i costi una ferrovia, un ritorno,

di chi non partì mai. Un anello di plastica addirittura mi sposa

ad una semisconosciuta.

Se un tessuto era un lago di sangue oggi si asciuga, non restano che dosi di

avventure assolutamente inavvenute. Questo trasloco sembra un gioco antiproust

che rivela una totale assenza di solidarietà

con le opere reali della poca vita.

Eppure, però, anche la realtà è spesso una fuga. E poi ci sono

molti tipi di inesistenza. Forse vale elaborare, dal basso,

una nuova strategia d’imballaggio.

Per il trasloco di oggi gli scatoloni sono allora

quanti ne esige la mia agiografia. E seguo con rigore solo

le divisioni della vita desiderata.

Lo scatolone delle amicizie morte sul nascere, ma oggi

tormentate e terminate per un motivo valido. Lo scatolone

degli amorazzi, in realtà casti strazi: riccioli votivi, peluche scotennati, scontrini

di gran bevute…

E così via, inviare via nel nuovo ordine, verso

nuove dimore, nuove città, nuove mutile malintese mille nuove

figure di solidarietà.

 

 

Jacopo Galimberti

 

 

 

 

 

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lunedì, gennaio 23, 2006

Poesia Italiana E-book è nuovamente on line.

 

http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm

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sabato, gennaio 21, 2006

Biagio Cepollaro

 

 

 

 

Meglio le spiagge libere

 

 

La moltiplicazione di presenza che la Rete permette, sin dall’inizio ha avuto un effetto inebriante su chi aveva bisogno di presenza, su chi, a suo parere, aveva qualcosa da dire. Basta il fenomeno dei bloggers a dimostrarlo. Qualcosa da dire ce l’abbiamo tutti, e meno male…

Anche se si trattasse per lo più di un blablablà, meglio questo scintillìo sgraziato di suoni che il silenzio di un Paese Occupato, imbavagliato e sotto assedio, sotto coprifuoco o copyright telematico. Certo, la parola pensata e pesante è preferibile ed è quanto mai rarefatta in questi mari dal facile accesso, ma la spiaggia libera è di gran lunga preferibile alla privatizzazione delle spiagge: queste ultime, infatti, con i loro servizi, regolamenti e offerte, già a colpo d’occhio, snaturano il mare.

 

 

Biagio Cepollaro

 

 

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venerdì, gennaio 20, 2006

Biagio Cepollaro

 

Il dibattito in Rete

 

Si, la Rete è spesso umorale. La velocità dell’intervento troppo spesso trasuda bile, patèma, irritazione, adulazione…Come al bar, ma senza il piacere di vedersi in faccia, senza il piacere di bere, soprattutto. Questa sostanza umorale che mima il dibattito, privata della sua fisica convivialità è davvero imbarazzante, come le tracce organiche ancora visibili il giorno dopo la festa sull’asfalto.

No, non serve a niente tanta tecnologia se uno non rispetta l’interlocutore, ancorché invisibile. E questa diffusa mancanza di rispetto dichiara un'altra mancanza, ancor più radicale, che è il rispetto di sé. Perché queste tracce organiche, questa sostanza umorale, apparentemente scagliate contro qualcuno, in realtà restano appiccicate in noi e ci fanno il microclima di una sera o di un mese…A volte fanno una faccia, una smorfia o una sigla.

Per fortuna non è sempre così. E quando non è così, la Rete è letteralmente prodigiosa.

Il fatto è che essere decenti con sé e con altri è cosa per tutti difficile e la facilità e la velocità del mezzo non ci aiutano.

 

Biagio Cepollaro

 

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giovedì, gennaio 19, 2006

Gabriele Frasca

 

 

bonebomb

 

a Brian Eno

 

 

     guàrdati intorno cosa vedi schegge da far saltare via dall’impiantito. lo ripeteva quasi nella pancia e lungo i fianchi sotto la casacca. ma quella malta che teneva i pezzi adesso neanche più la distingueva. vedeva invece vacui nel vagone vestiti appena gonfi sotto i neon. il sudore che già velava gli occhi sfumava i loro visi dai colletti. una dose di giorni per ognuno li aveva cesellati sotto pelle. persone e attese perse e assuefazioni portate su a piegare i lineamenti. smorfie di genitori riaggallavano in fondo alle narici sopra il labbro. così come sul suo s’era stampata la lenta umiliazione di suo padre. con tutti quegl’inutili residui che trascrivono un piano immotivato. non come il pegno che portava in cuore di espellere la vita al compimento. essere breccia fra le superfici che fanno velo al nuovo mondo austero. dove ogni padre è padre di suo padre riconvocando un seme immacolato. e dove anche la ruga sulla bocca avrebbe levigato la promessa. da combaciare adesso fra le labbra col rullo dei sobbalzi del vagone. su cui sentiva vivida la voce che trapassava nelle sue parole. non era sua non era di nessuno ma il propagarsi della vibrazione. tutta compresa ancora nel suo colpo che non aveva smesso di iniziare. così come fu sempre ripeteva ed ogni sempre schiude il suo destino. disperso e risarcito nell’istante che ricongiunga l’ombra alla sua luce. e dissipi l’immagine di morte cucita con la trama dei vestiti. sui manichini che scorgeva intorno fra il velo del sudore già dissolti. e persino in quel bozzolo di sé che avrebbe lacerato la farfalla. per dispiegare fragili e severe su tanto male le ali del giudizio. che adesso forse già se le sentiva nascoste dallo zaino sulle spalle. bruciare un’eritema sotto pelle nei clonici sussulti dei deltoidi. così come sul polso percepiva scoccare con il sangue la lancetta. più degli stessi intensi soprassalti degl’improvvisi scambi di rotaie. che a tempo rianimavano i pupazzi da cui il suo corpo avrebbe espulso un nome. o un numero piuttosto e per qualcuno una foto trasmessa per un attimo. il rigo necessario al palinsesto per scrivere una vita col raschietto. magari quella sua da compendiare nella cova di un uovo di serpente. ma ricordando di dimenticare ogni volta chi pose primo l’endice. a quale prezzo poi s’innesca l’ordine anonimo e pietoso degli ordigni. dei padri che dissolvono nei padri il corpo come fosse un colpo a vuoto. o quella muta smessa da infarcire con la polpa del sangue che si versa. e s’addensava adesso sotto cute come fosse in attesa di schizzare. nell’ennesima sosta alla stazione dell’ultima smazzata delle carte. poi le porte si chiusero e rimase solo un momento immobile il convoglio. e sentì il sacro nome liquidare ai lati della lingua un po’ di fiato. tutto vibrava ed anche la vettura si scosse per slanciarsi nell’oscuro. doveva domandò guardarle ancora quelle vesti coperte di rammendi. ma sugli occhi calava una cortina che li spingeva in basso sul quadrante. dove il numero scorso dopo l’ultimo avrebbe cancellato la sua smorfia. quella calcata da quell’uomo debole e ignaro che l’amasse con vergogna. pietà magari rabbia e ancora voglia di risalire al padre che non c’era. e ci sarebbe stato nella vita che attende solo il gesto che l’avveri. quest’è il mio corpo ripeté quel varco da cui la gioia stessa fu sottratta. poi fu d’istinto come nell’infanzia che si portò le mani sulle orecchie. s’intese solo dire dalla tomba come ogni bimbo torno al grembo pa.

 

Gabriele Frasca

 

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lunedì, gennaio 16, 2006

Mi arriva una mail di Luigi Di Ruscio con l’intestazione ‘poesia per Biagio’. Mai momento più opportuno per questo saluto di poeta. Lo rigiro a tutti coloro che credono nel dono.

 Luigi Di Ruscio

 

l'aria

è piena di semi volanti

la natura

spasima nei suoi supremi orgasmi

sperge semi di vita

anche sulle terre morte

il miracolo avverrà

anche se non meritiamo più niente

Luigi Di Ruscio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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giovedì, gennaio 12, 2006

La pagina dedicata agli e-book di poesia sul sito  www.cepollaro.it  è temporaneamente sospesa

 

 

 

 

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martedì, gennaio 10, 2006

Marco Giovenale

 

da slow-forward.splinder.com

Il tempo conta

Da vari commenti ovunque in rete, ma - si può dire - in generale da quella forma di vertiginosa "accelerazione della mappatura dell'esistente" che la rete rappresenta ed è in sé come modello prima ancora che come luogo, sembra di vedere (senza specchio e senza enigma) una fortissima violenza, una competizione tra autori aspra e talvolta demenziale, e insomma la rappresentazione di battaglie che non sono affatto piccole o sottovalutabili, perché sono anche interiori, e riguardano il pensiero e le emozioni delle persone, dunque la loro vita.

      

Spesso ci si domanda come possano dimostrarsi tanto gravi i dissidi e le fratture che intervengono tra individui o tra correnti di scrittura, quando a entrare in gioco sia appena il lavoro poetico. Forse fra tanti motivi spicca il fatto che è proprio il lavoro poetico a trovarsi più profondamente a contatto con il derma dell'ego, con lo scatto e scintillio sensibile e vulnerabile di ciò che profondamente siamo.

Constatazione aggiunta: tanto più la ricerca poetica cresce, tanto più le strutture formali si fanno solide in un autore che va trovando sue strade e generando testi in grado di esibire senza costruzione o artificio una necessità (che diventa condivisa), tanto meno questo autore è coinvolto dalla tentazione del narcisismo. Ossia (tendenzialmente) non emette ego. Nemmeno mascherato. (È molto più interessato e preso dalle opere).

[ma poi in fondo: forse agiva precisamente così già da prima: da sempre. forse non ha mai pensato il proprio lavoro come qualcosa di disgiungibile da alcuni sodali, fratelli maggiori, minori, maestri: perché questa comunità, realizzabile e realizzata solo fuori dal dilettantismo, fuori dal chiasso e dalle soluzioni sbrigative, confusionarie, è in fondo quel che si chiama da sempre letteratura, scrittura, comunità e dialogo fra arti. e si dà in tempi e luoghi che possono non essere quelli di una - appunto - grottesca mappatura 1:1 di un esistente, di un paesaggio di edizioni e opere e pagine e materiale che non è affatto tutto letteratura, tutto "testo compiuto", tutto "colpo riuscito"].


Il momento in cui la voce di un autore è o si avvicina a essere , e si compie e cristallizza senza isterilirsi, così diventando riconoscibile e sua e dunque di tutti, è proprio il momento in cui lui non è più interessato a immetterla in qualcosa come una corsia agonale, un ring, una competizione a ostacoli, un teatro di guerra, un "conflitto" (con o senza fuoco egotico).


Recentemente qualcosa si sta facendo più chiaro. Stanno iniziando a essere visibili le stature di alcuni "nuovi" autori. Le virgolette sono d'obbligo: da quasi vent'anni esordiscono e sono "giovani autori". (Di loro si parla diffusamente - dal 2003 - in questa pagina web).

           

E insomma può essere definita, inquadrata, la ricerca di molti che - per niente isolati - studiano ed espongono gli esiti dello studio; attendono ed espongono quanto realizzato nell'attesa; negano le meccaniche di accelerazione dello spettacolo, e il pettegolezzo fintamente critico, o la polemica spicciola. Si sottraggono o tentano di sottrarsi - perfino con un silenzio mal interpretabile - alle semplificazioni. E offrono semmai i risultati dei versi o dei saggi o delle narrazioni alla lettura, al possesso di tutti. Ne fanno oggetti di tutti. (Che saranno, come accade, disprezzati o meno, amati o meno, anche invidiati, o sopravvalutati: è umano che succeda).

 

In tutto questo, e nel consolidarsi o dissolversi effettivo di valori e di nomi - come è sempre stato in passato - giocheranno un ruolo inevitabilmente dirimente due fattori: il tempo (nonostante le ideologie di accelerazione proprie della rete) e la filologia. Ossia: gli anni e l'amore e lettura critica dei testi. Non l'informazione pura, non la cronaca, non la "fedeltà" di riproduzione (di quale 'quadro generale'? come attingibile? quanto sensato?).

Marco Giovenale
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sabato, gennaio 07, 2006
PER FAUSTO PAGLIANO
Il Museo del Paesaggio di Verbania ha dedicato una mostra antologica a Fausto Pagliano. Le opere raccolte vanno dal 1985 al 2005. La mostra è stata intitolata Di echi di specchi ed è stata anche motivo d’ispirazione per la creazione di un film di Gabriele Croppi, www.gabrielecroppi.com, L’intelligenza della mano, con sottotitolo che recita ‘Conversazioni con Fausto Pagliano’. Il film in dvd è all’altezza del suo oggetto e rivela un non comune talento del regista, proveniente dalla fotografia. Il dvd è procurabile contattando il Museo del Paesaggio di Verbania.
Fausto Pagliano oggi ha 63 anni e vive in un paese praticamente disabitato dell’Ossola. Ha vissuto a Milano incontrando Lucio Fontana e gli artisti che hanno animato la ricerca degli anni ’60, poi ad un certo punto, nei primi anni '90, è andato via. In quel paese disabitato lavora tutto il giorno nel suo studio. Ha sviluppato gradatamente un suo campo di ricerca e gli strumenti di questa ricerca.
Ho seguito il percorso delle sue opere e della sua vita nel ventennio che viene testimoniato e distillato dalla mostra. Ho imparato molto da lui sull’arte e sul rapporto tra spessore dell’opera e spessore di scelte di vita che sono a monte del fare…Per me, allora non ancora trentenne, conoscerlo fu molto importante: non si trattava solo di arte o di punti di vista sul mondo, si trattava di qualcosa di più importante.
Incontrarlo è stata per me la prova che davvero una vita dedicata all’arte è una vita che non lascia scampo: senza mistificazioni, senza indulgenza, autentica e vera.
Il suo sorriso oggi è più che mai radioso e bonario e standogli accanto si sente, come dire, la percezione della felicità di chi ha interpretato il suo destino con coraggio e determinazione, di chi non si è tirato indietro e non ha ceduto alle lusinghe. E’stato presente con la sua intelligenza del mondo anche restando isolato per tanti anni nel suo paese disabitato.
Attraversando le sale della mostra ho riattreversato con lui le fasi di un organismo in crescita, un tutto che nel tempo si svolge chiarendo il suo senso. Fausto non hai mai scelto le mezze misure. Per nulla. E ora l’interezza non riguarda solo le sue opere ma anche la sua persona. L’arte come opera alchemica, come trasmutazione.
Biagio Cepollaro
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lunedì, gennaio 02, 2006

E’ on line il Numero Sette

 

di gennaio 2006 di Poesia da fare

 

www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/pf007.pdf

SOMMARIO

TESTI

Erminia Passannanti, Sei poesie

Pino Tripodi, da Sogni dal vero

LETTURE

Giorgio Mascitelli, Sordello nel Baldus

IMMAGINE

Alessio Varisco, Cavallo nero

EDITORIALE

 

Troppe discussioni ‘culturali’ sono state sostituite dall’esercizio

del potere che non ha neanche più il bisogno di giustificarsi…

E ciò non dipende soltanto dalle sconfitte di chi proponeva

la democraticità dell’agire comunicativo, ma anche da

un’insidia insita in quelle discussioni in cui l’aggressività

che veniva da lontano si spacciava per passione ideologica

o ideale…Dunque, allo stato, non ho alcuna voglia di fare

discussioni e mi sottraggo puntualmente. Occorre un lungo

lavoro per andare a ripescare le ragioni che spingono

ad ‘appassionarsi’ ad un’idea fino ad identificarsi.

E se si riesce a disidentificarsi, passa la voglia di stare

a discutere, voler convincere qualcuno…E allora?

Cosa succede? E’ una perdita questa mancanza

diffusa di dibattito?

Se le cose stanno come credo non è una perdita.

Ma certo non è positivo ciò che sostituisce questa

mancanza: il comando pure e semplice. Che dire?

Non eravamo pronti per ‘confrontarci’ e questo

è lo scotto da pagare.

Ora forse siamo solo pronti semplicemente

per ‘incontrare’: lo scontro anche se c’è, anche

se ci scappa, non ci appassiona, è solo un atto dovuto.

Biagio Cepollaro

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