Andrea Inglese
Vedrai, potremo scrivere, se smettiamo
di parlare, potremo, verranno
fuori, sopra fogli o schermi,
si faranno materia le parole,
rallenteranno gli spasmi
della gola, e fermeranno il mondo,
nella frase, fermeremo paesaggio
e cose, logge e fiori di passiflora,
e il mondo muoverà noi, dentro le parole
che ci tengono fermi, scissi, fatti cose,
fatti materia che si legge, per materia
pensante, per pensieri che si muovono
a custodire, nella fragile loro fattezza,
la materia mobile del mondo, la materia
tutta, troppa, che ci disgrega infine, tutti
(e di questo mondo fermo nelle frasi
che muovono i pensieri dentro lati
certi, noi godiamo l’unica pace,
camminando su terra che si sgrana
dentro ossa in divario, di molecole
in fuga, di sfregio organico crescente)
*
È stato breve il malessere:
sembrava proprio che dietro la betulla,
oltre la curva del viale,
precipitassero le cose
tutte a riunirsi,
per simmetrie, rapporti, compensazioni,
come una giungla di capillari tesi, un tappeto
d’acciaio sottilissimo, che i passi tendono
e rilasciano di continuo. Una trama,
dentro cui ogni movimento è preso,
e che ogni movimento espande,
annodata in modo
che ogni squarcio nell’asfalto,
anche sul versante opposto del pianeta,
si ripercuota qui, sulla spina dorsale,
segnalando lo squilibrio, il crampo,
la difficoltà di togliere il piede da terra
come se non avesse che la sua storia
da spostare, come se fosse compreso
solamente nella sua stretta ombra,
e non nel varco sempre più dolente
tra i denti miei di avorio sano
e i buchi secchi nelle tue gengive.
*
Non hai confinato la tua mente al frammento,
al pezzo separato, al detrito d’immagine
posto come campo assoluto, muraglia
di mondo.
Vedi che la pietra
apparente del reale, la città nostra
filmata, contiene un segreta lotta
di viventi, fatiche per stringere l’entrata
della luce, ferimenti per ampliare...
E il monumento del visibile: il morente
chiamato al microfono, tirato in piedi
sulla sabbia, sotto un’ombra organizzata,
è tagliato via dai suoi torturatori,
apparsi altrove, in altre ore, dentro camicie
fresche di lavaggio e stiratura,
usando penne su fogli e non uncini
su carni disarmate.
*
Ecco, hai finalmente una tua
personale occasione d’infelicità,
ben costruita nel tempo, con graduale
ostinazione e zelo, sei quasi
in arrivo ora, a sentire come gli anni
si fanno perfettamente vuoti, dentro,
specchianti, privi persino di eco.
Sei a Parigi, che è una vasta città
di corridoi sotterranei e lunghe, ripide,
scale mobili. Qualcuno dice che sarebbe
più opportuno New York, dove l’infelicità
ha un gusto più acerbo e scattante,
e chi piange, lo fa sapendo che intorno a lui
sta succedendo qualcosa, che la sua vita
è una piccola pausa, una falla, in un gremito
da matti, dove tutti abbandonano il proprio
angolo per un altro, un poco lontano,
e diverso. Ma qui il vecchio mondo
e il nuovo si confondono bene,
qualcuno che rimane troppo fermo,
disteso di traverso, altri dirigendo persone
con premi e minacce, entrati una volta
per sempre nella razza, vincenti, imbattibili,
con loro cani quartieri amanti completi
da parata o da lussuria, con la loro ancor più
sofisticata, orafa, infelicità, con un vuoto
più tagliente nella voce, con la totale
distrazione per l’ombra
che cade sul muro, per i gesti di donna
diffidenti, di animale da millenni braccato.
Inutilmente, in cima ad un lampione
dalla copertura ovale di metallo
un uccello canta,
lascia cadere note precise dentro il confuso
fragore di autobus e moto, non lo si guarda
perché c’è questo personale vuoto
da tenere di mira, saltandoci sopra
come un elastico o un contorno di gesso
sull’asfalto, giocando con esso, dentro
e fuori, da un angolo all’altro, da Roma
a Parigi, dalla cucina al cinema,
non sapendo più in quale elemento
si scava il doloroso tracciato.
*
Senti, non c’è tempo,
non c’è tempo per passare dal Lei al tu,
non abbiamo fretta, vero, ma non posso
aspettare di parlarti, di conoscere
grosso modo la tua situazione
professionale, non credo
sia utile attardarci fino a notte,
o lasciare un tempo morto
tra una telefonata e la successiva,
certo, dovrei almeno
farti un cenno, provare a sorriderti,
cercare con il mio sorriso
di sbloccare un tuo sguardo,
lasciare che tu possa voltarti,
e vedendomi esitare appena,
ritardare di un attimo la partenza,
ma anche se ti sono di spalle,
e sono un perfetto sconosciuto,
non c’è tempo,
lascia che ti metta un dito in bocca,
nient’altro, non ti dirò nulla,
tieni solo il mio dito in bocca,
tra lingua e denti, mentre
ti fisso le labbra,
non parliamo, non c’è tempo,
lascia che ti metta un dito in bocca
*
In piedi, e dirsi, con un cellulare in pugno,
senza ancora toccare i tasti,
non sapendo a chi parlare, ora,
per riempirlo questo tratto
di respiri,
dirselo
piano, fissando uno che in basso
visto dal nono piano gioca
a tennis sul cemento rosso
spostando sul muro alle spalle
la sua ombra, dirselo adesso,
nel mezzo della stanza,
inutile ancora, dopo così tanti anni
passati a viverci dentro, la vita
come un imene ancora illibato
da penetrare, inutile.
Anche il gelsomino avaro di fiori
punta nell’aria sottili lance di foglie.
Il balcone stretto è di cemento,
presenta aloni misteriosi.
Tutto questo corpo non ha terra.
Non ha ancora avuto terra.
Un monaco cristiano
di ottocento anni fa sapeva
meglio di me cosa fosse
carne, e lo spessore del mondo.
Andrea Inglese




