domenica, dicembre 18, 2005

Andrea Inglese

 

 

Vedrai, potremo scrivere, se smettiamo

di parlare, potremo, verranno

fuori, sopra fogli o schermi,

si faranno materia le parole,

rallenteranno gli spasmi

della gola, e fermeranno il mondo,

nella frase, fermeremo paesaggio

e cose, logge e fiori di passiflora,

 

e il mondo muoverà noi, dentro le parole

che ci tengono fermi, scissi, fatti cose,

fatti materia che si legge, per materia

pensante, per pensieri che si muovono

a custodire, nella fragile loro fattezza,

la materia mobile del mondo, la materia

tutta, troppa, che ci disgrega infine, tutti

 

(e di questo mondo fermo nelle frasi

che muovono i pensieri dentro lati

certi, noi godiamo l’unica pace,

camminando su terra che si sgrana

dentro ossa in divario, di molecole

in fuga, di sfregio organico crescente)

 

 

*

È stato breve il malessere:

sembrava proprio che dietro la betulla,

oltre la curva del viale,

precipitassero le cose

tutte a riunirsi,

per simmetrie, rapporti, compensazioni,

come una giungla di capillari tesi, un tappeto

d’acciaio sottilissimo, che i passi tendono

e rilasciano di continuo. Una trama,

dentro cui ogni movimento è preso,

e che ogni movimento espande,

annodata in modo

che ogni squarcio nell’asfalto,

anche sul versante opposto del pianeta,

si ripercuota qui, sulla spina dorsale,

segnalando lo squilibrio, il crampo,

la difficoltà di togliere il piede da terra

come se non avesse che la sua storia

da spostare, come se fosse compreso

solamente nella sua stretta ombra,

e non nel varco sempre più dolente

tra i denti miei di avorio sano

e i buchi secchi nelle tue gengive.

 

 

 

*

Non hai confinato la tua mente al frammento,

al pezzo separato, al detrito d’immagine

posto come campo assoluto, muraglia

di mondo.

Vedi che la pietra

apparente del reale, la città nostra

filmata, contiene un segreta lotta

di viventi, fatiche per stringere l’entrata

della luce, ferimenti per ampliare...

 

E il monumento del visibile: il morente

chiamato al microfono, tirato in piedi

sulla sabbia, sotto un’ombra organizzata,

è tagliato via dai suoi torturatori,

apparsi altrove, in altre ore, dentro camicie

fresche di lavaggio e stiratura,

usando penne su fogli e non uncini

su carni disarmate.

 

 

 

*

Ecco, hai finalmente una tua

personale occasione d’infelicità,

ben costruita nel tempo, con graduale

ostinazione e zelo, sei quasi

in arrivo ora, a sentire come gli anni

si fanno perfettamente vuoti, dentro,

specchianti, privi persino di eco.

 

Sei a Parigi, che è una vasta città

di corridoi sotterranei e lunghe, ripide,

scale mobili. Qualcuno dice che sarebbe

più opportuno New York, dove l’infelicità

ha un gusto più acerbo e scattante,

e chi piange, lo fa sapendo che intorno a lui

sta succedendo qualcosa, che la sua vita

è una piccola pausa, una falla, in un gremito

da matti, dove tutti abbandonano il proprio

angolo per un altro, un poco lontano,

e diverso. Ma qui il vecchio mondo

e il nuovo si confondono bene,

qualcuno che rimane troppo fermo,

disteso di traverso, altri dirigendo persone

con premi e minacce, entrati una volta

per sempre nella razza, vincenti, imbattibili,

con loro cani quartieri amanti completi

da parata o da lussuria, con la loro ancor più

sofisticata, orafa, infelicità, con un vuoto

più tagliente nella voce, con la totale

distrazione per l’ombra

che cade sul muro, per i gesti di donna

diffidenti, di animale da millenni braccato.

 

Inutilmente, in cima ad un lampione

dalla copertura ovale di metallo

un uccello canta,

lascia cadere note precise dentro il confuso

fragore di autobus e moto, non lo si guarda

perché c’è questo personale vuoto

da tenere di mira, saltandoci sopra

come un elastico o un contorno di gesso

sull’asfalto, giocando con esso, dentro

e fuori, da un angolo all’altro, da Roma

a Parigi, dalla cucina al cinema,

non sapendo più in quale elemento

si scava il doloroso tracciato.

 

 

 

*

Senti, non c’è tempo,

non c’è tempo per passare dal Lei al tu,

non abbiamo fretta, vero, ma non posso

aspettare di parlarti, di conoscere

grosso modo la tua situazione

professionale, non credo

sia utile attardarci fino a notte,

o lasciare un tempo morto

tra una telefonata e la successiva,

certo, dovrei almeno

farti un cenno, provare a sorriderti,

cercare con il mio sorriso

di sbloccare un tuo sguardo,

lasciare che tu possa voltarti,

e vedendomi esitare appena,

ritardare di un attimo la partenza,

ma anche se ti sono di spalle,

e sono un perfetto sconosciuto,

non c’è tempo,

lascia che ti metta un dito in bocca,

nient’altro, non ti dirò nulla,

tieni solo il mio dito in bocca,

tra lingua e denti, mentre

ti fisso le labbra,

non parliamo, non c’è tempo,

lascia che ti metta un dito in bocca

 

 

*

In piedi, e dirsi, con un cellulare in pugno,

senza ancora toccare i tasti,

non sapendo a chi parlare, ora,

per riempirlo questo tratto

di respiri,

dirselo

piano, fissando uno che in basso

visto dal nono piano gioca

a tennis sul cemento rosso

spostando sul muro alle spalle

la sua ombra, dirselo adesso,

nel mezzo della stanza,

inutile ancora, dopo così tanti anni

passati a viverci dentro, la vita

come un imene ancora illibato

da penetrare, inutile.

 

Anche il gelsomino avaro di fiori

punta nell’aria sottili lance di foglie.

Il balcone stretto è di cemento,

presenta aloni misteriosi.

Tutto questo corpo non ha terra.

Non ha ancora avuto terra.

Un monaco cristiano

di ottocento anni fa sapeva

meglio di me cosa fosse

carne, e lo spessore del mondo.

 

Andrea Inglese

 

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giovedì, dicembre 15, 2005

Francesco Forlani

 

 

Hotel Occidente

 

 

 

 

 

 

Quando ci siamo svegliati la città dormiva ancora. La pioggia tirava a lucido le strade e dalle finestre

arrivava giusto il riverbero del lampione, dritto davanti al balcone. Non so neppur’io come nel giro

di una serie di gesti, falsamente domenicali, macchinetta del caffè, lavarsi, vestirsi, allacciarsi le

scarpe con la premura di chi si chiede perché ora, di domenica, mi sia ritrovato in un chiosco

piantato come un chiodo ai piedi delle Molinette.

Seduto ad un tavolino che si faceva prendere a schiaffi dal vento, avevo davanti a me un

pericoloso svicolo con curva  a gomito, dietro di me il complesso ospedaliero e a qualche passo,

proseguendo sulla sinistra  la maternità con fronte, giusto all’entrata di una viuzza, l’obitorio.

Inutile dire che in quella mezzora. ora d’attesa avevo potuto notare che il numero di persone

che si recavano all’obitorio era di gran lunga superiore a quelle che varcavano la soglia delle

 natalità. M’ero immaginato anche la scena delle ostetriche e infermiere che facevano a botte

per prendersi quel po’ di lavoro che una terra un tempo scoppiettante di salute e di baby boom,

assai stancamente e di rado partoriva infanzia - come se non ci fosse rimasto del botto di un tempo

che l’odore della polvere da sparo. Per non parlare di quell’altro luogo, così tristemente balzato

alle cronache per via dello strano vizio dei suoi abitanti. E non parlo dei morti, poveri loro, ma di

chi avrebbe dovuto curarsene e che invece obbligava a d assistere a riti orgiastici e  perversi.

Insomma è domenica mattina, molto mattina e troppo domenica, piove ed io sono qui ad un passo

dalla palestra dove Gabriella fa il suo stage di Aikido. Quello che mi affascina delle tribù non è

 tanto la condivisione dei codici, delle parole, dell’esperienza comune, quanto la sensazione di

appartenenza che portano con sé cucita addosso come una seconda pelle, o meglio nel momento

 in cui la tribù si incontra come tale. Io quel momento posso solo immaginarlo esattamente come

 il significato di tante di quelle parole che Gabriella mi ha sussurrato e che mi scivolavano addosso

senza che neppure una vocale, che so, una virgola, mi restasse dentro. Tatami, no, quella l’ho

imparata subito, perché era in sé ridondante, due volte amore, seppure provocatoriamente narcissica

ed interrogativa. Ma tu t’ami? E vederli arrivare da diverse città, con mezzi diversi eppure accomunati

dallo stesso desiderio di ritrovare il maestro e soprattutto di ritrovarsi. Che poi si traduca il tutto con un’arte seppure marziale dell’oblio, questo lo si coglie solo dopo avere a lungo osservato quel complesso sistema di riti e modi che si configura in ogni gruppo.

Non so dire cosa mi abbia colpito di più, la calma di una dirigente in carriera, il sorriso dell’impiegata, la determinazione di una segretaria, o forse il tono austero di una coppia, lui ingegnere lei casalinga, a braccetto. Insieme agli altri- se ne contavano almeno una trentina- ognuno compieva quello stesso gesto di lasciare ogni cosa al di qua della soglia, come se per entrare nel vivo della lezione fosse necessario spogliarsi di tutto, dimenticare, appunto. E l’arte marziale diventava gioco forza un’arte dell’oblio. In cui rispetto ad altre non contava la forza fisica, lo sguardo incarognito, l’occhio arrossato e sanguinolento, ma la capacità chirurgica di fare leva. Sugli arti, le dita, il ginocchio e per quello non si domandava un fisico bestiale ma agilità del corpo, rapidità del gesto. Quando sono entrato mi sono accomodato in fondo alla sala, sulle panche di legno che silenziosamente- proprio come vi stava seduto- osservavano le spade di legno appoggiate alle pareti e inguainate in tessuti solcati da ideogrammi. E così l’arte del piegare consentiva  uno scambio dello spazio col tempo. Ecco penso - mentre la crisi che attraversiamo ci riduce ad accumulatori di roba e a memorie. Come dire, intasate di dati ed esperienza che immancabilmente ad ogni settembre, quando è tempo di bilanci rifuggono ogni ricerca di senso. Esco una sola volta per fumare una sigaretta e come uno schiaffo inatteso il freddo che mi ha investito al chiosco, si ripresenta attraverso brividi e vento. Improvvisamente come un sipario, cala sul puro spirito di quanto più o meno segretamente accadeva nel quadrato composto dagli astanti, un bisogno, anzi il bisogno per eccellenza e con esso l’impellenza dell’atto. Inutile non pensarci e fingere colpetti sulla pancia come se una misteriosa voce avesse deciso di traslocare nelle interiora, e meno che mai risolvere tutto andando altrove, perché a parte l’obitorio e la maternità non c’era assolutamente nulla che potesse richiamare la sola idea di servizi igienici. Gabriella si volta in quel preciso momento ed il sorriso che mi porge è l’ennesimo segno della cecità assoluta dell’amore. Con un gesto risoluto traccio allora una linea precisa che va dalla panca alla segreteria e poi di lì, grazie alle preziose indicazioni di un addetto, fino  al locale sito esattamente sullo stesso asse. Ovvero a meno di mezzo metro dal Tatami, ad un’eternità dalla leggerezza.

Entro mantenendo la stessa dignità di un prigioniero inglese e poi, tralascio descrizioni che toccherebbero un immaginario declinato su un ventaglio che andava dagli ultimi giorni di Pompei, a King Kong ( prima scena tra le palizzate).

E nel silenzio assoluto che ne era seguito bisognava fare sparire ogni traccia. Una parola. Niente che partecipasse del viaggio voleva lasciare quei luoghi, come certi ospiti che più ti parla di ultimo bicchiere ed un ultima sigaretta e più quei beni quasi moltiplicandosi rinviano all’infinito il commiato. Un concerto per sciacquoni soli e spazzola, con la certezza di avere come minimo attirato  l’attenzione dei presenti e rovinato ogni immagine di sé- la novità della relazione con Gabriella faceva si che ci amasse come tra icone. Il sudore, il tempo interminabile, una materia che più passava il tempo più impregnava l’aria. IL tutto accompagnato dalla scoperta di avere per errore occupato il locale riservato alle donne. Che quando non fai parte di un gruppo sei un intruso e il più delle volte ti guardano male ma se poi sei di un altro sesso, immediatamente i compagni di rito penseranno che sei il solito maschio in cerca di avventure. Colle loro donne. Il tempo si dipana all’inverosimile e la sconfitta si colora dei toni più grigi, quasi grigi come il cielo la domenica mattina, in un giorno di pioggia, in una città del nord che per comodità chiameremo Torino.

Allora non resta che il gesto di ammissione della colpa e secoli di cultura cattolica riaffiorano dal nulla ammantando di pietas ogni tua caduta, esattamente come il prete della prima infanzia ti liberava dal male e da dio con la recita di qualche preghiera. Prego. E quasi distrattamente, appoggiandomi a quel tasto metallico che ormai brucia, un acqua più potente lava via tutto.

Stento a crederci e quasi ne faccio una colpa di quella perdita di fede. Ritrovo addirittura su una mensola un deodorante potente che dice Lavanda. E lo grida addirittura quando ne  provo la diffusione.

-Nulla più nulla mi trattiene qui, penso. Apro la porta di un gesto preciso e meccanico confidando che non vi sia nessuno davanti a me soprattutto una donna, e men che meno la mia.

Il maestro mi guarda negli occhi. Non ricordo il suo nome né mai lo ricorderò. Ma non potrò dimenticare il suo sorriso.

- Benvenuto al primo corso- mi  dice. E solo l’inchino ci fa staccare lo sguardo dl cielo.

Francesco Forlani

 

 

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giovedì, dicembre 01, 2005

E’ on line il VI Quaderno

di Poesia da fare

 

 

 

www.cepollaro.it/QuadernVI.pdf

 

 

 

 

 

 

Ennio Abate, Da prof. Samizdat

Gherardo Bortolotti, Da Tracce

Alessandro Broggi, Da Economie vicarie

Paolo Cavallo, Da Senza valore

Paola Febbraro, Da L’eredità non parla

Sergio La Chiusa , Appunti giapponesi

Andrea Raos, Da Le api migratori

Gianpaolo Renello, Da Monologo, Nessuno torna

Stefano Salvi, Intorno l’acqua

Massimo Sannelli, Poesie

E’ on line il Numero Sei di dicembre di Poesia da fare

www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/pf006.pdf

 

EDITORIALE

Mi è capitato di usare l’espressione ‘postculturale’,

 pensando all’Italia dopo il postmoderno, come suo esito.

Ma a pensarci bene non è proprio così. Ciò che è davvero

finito è un contesto di stato-nazione che dal Risorgimento

alla fine degli anni ’70 ha rappresentato l’orizzonte delle

attività intellettuali  e del loro legame con delle istituzioni

culturali.

Oggi quelle istituzioni sono a tal punto delegittimate

 che perfino i più giovani che non hanno vissuto

altre stagioni - egualmente dure ma almeno tollerabili

esteticamente- si ritrovano smarriti. Eppure altri orizzonti

si vanno costituendo al di fuori della tradizione della cultura

dello stato-nazione, dove l’autorevolezza non discende,

non può discendere da un’istituzione ma dal riconoscimento

reciproco sul campo. Sono orizzonti mobili e friabili, talvolta

transnazionali, che vanno a intersecarsi con altri friabili confini

e pratiche e modi di fare fino a ripetere, appunto,

i modi dell’orizzontalità come modi di procedere strutturali.

Qui la mancanza di gerarchia non è ideologica ipocrisia ma

tecnica di produzione, modalità di produzione concreta di ciò

che si fa e si va progettando. La Rete è il medium di queste

 trasformazioni, anche se si continua materialmente a stare

dentro il cartaceo, anche se vi è incremento di osmosi tra

l’uno e l’altra: le tradizioni stanno forse nascendo, come

all’origine, dentro l’oralità secondaria, dentro codici di

riconoscimento locali ma agiti su di un mezzo tendenzialmente

globale (globale per ora purtroppo è solo l’impero). 

Tradizioni e trasmissioni dirette nel momento esatto

 in cui avanzano e si propongono come tali: forse

è questo ciò che segue al postmoderno troppo

impegnato a destrutturare il fantasma del moderno

per avere lo spazio e la possibilità di fare qualcosa,

questa volta si, di nuovo.

Biagio Cepollaro

 

 

 

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