martedì, novembre 01, 2005

E’ on line il  Numero Cinque,

novembre 2005

di Poesia da fare,

rivista mensile in pdf

 http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/pf005.pdf

 

 

 

 

 

 

 

Sommario  Editoriale Testi

Ennio Abate, da Prof Samizdat

Gianpaolo Renello, da Monologo

 

 

 

 

Letture

Su Le api migratori di Andrea Raos

(B.C)

Immagine

Arena 5, (B.C)

Editoriale

Ad un tavolino del bar della stazione

Cadorna, a Milano,

con Gherardo Bortolotti ed Alessandro

Broggi. Il bianchino

secco, il gelato, la fretta ma senza tempo,

con i treni che va

bene prendo il prossimo. Il racconto del mio

amico sessantenne Fausto Pagliano, pittore

che abita da solo in un paese disabitato,

dentro il suo lavoro.

Finalmente un’istituzione, un museo

che gli dedica una mostra, a Verbania,

a lui che non ha voluto mai

mostrare nulla.

Fino ad ora.

L’etica dell’artista cos’è? E’ la parte piena

che muove a creare delle forme, è la parte

felice, centrata di chi è riuscito ad indebolire

il proprio egotismo, che ha

capito il gioco inutile del narcisismo.

E’ la parte piena di chi può fare qualcosa

perché è divenuto e continua a divenire

qualcosa.

E in questo essere scopre anche l’umiltà che non

ha bisogno di umiliare, come dice Francesca.

Qualcosa in costante divenire. L’etica è il

contrario dell’estetismo, della disperazione

mai guardata in faccia e mai attraversata,

mai trasmutata in altro. Con Fausto,

che cominciò con Fontana, raramente

si parlava di pittura.

Biagio Cepollaro

 

 

 

 

 

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martedì, novembre 01, 2005

Giorgio Mascitelli su Neuropa

di Gianluca Gigliozzi

Il romanzo, o meglio il poema epicomico in prosa, Neuropa di Gianluca Gigliozzi è un testo che si discosta profondamente dal quadro delle corrente produzione romanzesca italiana per il forte tasso di invenzione narrativa che lo ricollega alla tradizione letteraria di maggiore impegno. Articolato in tre parti, della quali la seconda occupa più di tre quarti del testo, è imperniato sulla storia di un giovane ricoverato nell’ospedale psichiatrico di Charenton in età napoleonica, che con l’aiuto del più celebre degente di quell’istituzione, il marchese De Sade, mette in scena un testo teatrale che lo vede identificarsi in una sorta di trance psicotica con una serie di personaggi, a volte illustri, del periodo classico nell’accezione fucoltiana ovvero i secoli diciassettesimo e diciottesimo, e in particolare con un domenicano spagnolo sbandato nella Spagna del 1671 e degli anni successivi. Romanzo storico estremamente sui generis, dove l’ambientazione nell’epoca della formazione dell’identità moderna non è né gusto archeologico ornamentale né immediato allegorismo dell’epoca successiva, mette in scena il conflitto tra costruzione della ragione progettuale e immediatezza della vita con una radicalità che ha ricadute sul nostro presente, secondo una modalità che è debitrice della cinematografia di Straub e Huillet, nella quale il rigore documentario si unisce a una possibile lettura del fatto storico in una chiave attualizzante.

Non intendo tuttavia qui soffermarmi sulle complesse parentele e citazioni letterarie che sostanziano il libro di Gigliozzi e che del resto sono già trattate nell’interessante e utile postfazione di Luigi Severi, ma vorrei sottolinearne l’estremo impegno stilistico con risultati di grandi eleganza a dimostrazione  che la vitalità della lingua italiana non abbisogna di imitazioni del parlato massmediatico che sembra essere l’ultimo grido, e anche il penultimo, in fatto di novità letteraria. Lo svolgimento della storia è comunque contrassegnato da un’impossibilità della bildung del protagonista, che vede il riscontro della propria follia nella follia della costruzione di un discorso razionale sul mondo e sulla vita, quello della scienza e della filosofia settecentesche e infine della stessa rivoluzione francese, e il fallimento della sua partecipazione a  congiure utopiche nella Spagna tardoseicentesca, alle quali del resto aderisce con una sua vena di cauta cialtroneria, anche grazie all’incontro con personaggi interessanti, ma, come dire, in presenza dei quali è bene fare attenzione al proprio portafoglio, passa quasi in sordina di fronte al naufragio della ragione  critica occidentale ( da questo punto di vista un vero romanzo nel romanzo è l’episodio della repubblica dei nomi). Il tono con cui si consuma la vicenda è comico con alcune vette, nell’episodio relativo a Newton per esempio, ma di una tradizione comica  più vicina a Sterne che a Rabelais, tanto per citare i due numi tutelari della scrittura di Gigliozzi o per meglio dire  lo Sterne letto dai romantici. La comicità di Gigliozzi è stretta parente della comicità malinconica di cui parla Jean Paul, da lui chiamata humour distruttivo, nella quale “il mondo intero si trasforma in qualcosa di estraneo, di terribile e di ingiustificabile” ( Bachtin) e in cui l’attacco comico non è solo radicale, come anche nel grottesco rablesiano, ma in qualche modo grave, senza speranza di rigenerazione. Ma è proprio questo humour distruttivo che solca il romanzo a far sì che un’opera con un’impalcatura anche erudita non diventi un algido esperimento avanguardistico, ma al contrario sia un romanzo in carne e ossa in cui il protagonista in carne e ossa è posto di fronte, in maniera tragica, allo scarto incolmabile tra pratiche della vita e costruzione del senso da parte della ragione. Nel contempo questa tensione sotterraneamente tragica impedisce che la carica antiutopica ( e più in generale scettica) trasformi il romanzo in una pur brillante variante interpretativa del mito postmoderno della fine delle grandi narrazioni, perché sotto il riso di Gigliozzi si cela un urlo di dolore possente e dissonante che ha poco a che fare con quella rispettosissima maniera del comico che oggi va sotto il nome di ironia postmoderna.

Giorgio Mascitelli

 

 

 

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