lunedì, agosto 01, 2005

Biagio Cepollaro

 

da Lavoro da fare

 

(work in progress)

 

VII 

al ruotare del pianeta l’aria

anche questa volta acquista

in dolcezza: e anche quest ‘anno

ci sorprende come un dono

 (in un giorno è un dettaglio:

è l’attesa dell’autobus con minimo

conforto é l’occhio

che poggia sul riflesso

del vetro è l’ aggiunta

di musica di sottofondo)

eppure chiama a sé in forma

di elenco la vita che si tiene

tutta in una mano come cose

e persone che brillano vive

durante

per quanto

è loro concesso durare

è come scivolare da una cima

scoprendo che da sempre il moto

puntava alla dissoluzione

degli elementi: solo che prima

erano gli intrecci a illudere

così come una forma disegnata

porta con sé –anche non detta-

l’idea di permanenza e riuscita

si disse che guardato dalla fine

solo l’amore è cosa che val la pena

di realizzare e con ciò non s’intendeva

una situazione ma il modo globale

di fare mondo -dentro standoci- e

in ogni cosa da fare -facendola

ma quando tutto questo sta

nel palmo di una mano

ogni cosa mostra il suo nome

e sopra tutto oltre la mano

c’è il nulla dell’esser già

passati altrove o in niente

è così difficile tollerare questa vista

contare con le dita di cosa è fatta

poi la propria vita

e

nome

per nome

avere coscienza

di questo passare: è la malinconia

che si accompagna all’intensità

del desiderio che quando è sano

ha sempre inizio e fine

noi –diceva saggia- andiamo

in giro da sempre a chiedere

l’essere da qualcuno

dall’inizio

dal primo sguardo

a fuoco

di neonato oltre il primo

riconoscimento

a fiuto

e la completezza che cerchiamo

nel darci da fare o nello stare

fermi lasciando avvicinare

è cosa che sfugge in breve:

ogni giorno daccapo cerchiamo

il ciclo al suo ritorno quell’attimo

solo che poggia a terra il piede

e sembra senza peso per potere

andare

*

e insomma ora che fare? la scomparsa

dei racconti del mondo in una dittatura

mondiale ci lascia l’uso

solo di una parola

lunga come dura la nostra vita: sarebbe

altrimenti restata sullo sfondo ma ora

è l’unica da svolgere così come di un giorno

si racconta dall’alba

alla notte il farsi

e il disfarsi

di inezie

–come il Tao

che chiedeva come può la durata

di farfalla saperne di stagioni

così noi con la storia –

 (nel Paese

occupato non collaborare con nemico

è ricerca di un'altra lingua pur sempre

parlando nella propria pur sempre

restando comuni –anche se di comunità

privi)

siamo in attesa di quel che accade

e forse per questo

stiamo accadendo: ci difendiamo

poco e senza riassumerci

in un motto

avanziamo: le cose

possono anche all’improvviso

avere un nome

nuovo

oppure tranquille

persistere in una loro

faticosa

scorrevolezza

sono i motivi

il succo dell’inganno

di qui il disagio quando si sta

in mezzo a gente

che fa progetti

che fa e non si capisce

per cosa e perché

come uno che manca

per troppa presenza

come uno che non sa

vuota la natura di quella

presenza

 

*

diciamo che siamo stanchi

dei teatrini altrui

e nostri

che piuttosto ce ne stiamo

buoni e zitti

da qualche parte

come chi abituato

a lottare

in un campo

un bel giorno scopre

che il campo

non c’è più

-che questo è accaduto:

la poesia nel Paese

occupato

come in genere la rosa

dei simboli in cui

dice di sé

la vita

non c’è più: ancora

si scrive e si pensa

ancora si fa arte

ma da un’altra parte

 (una volta si rifugiavano

sulle montagne

preparando imboscate

ora si sparisce nei monitor

e il bosco è salvaschermo )

da Lavoro da fare

 

(work in progress)

 

Biagio Cepollaro

 

 

postato da: cepo alle ore 11:34 | Permalink | commenti (1)
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