martedì, luglio 26, 2005

GIANLUCA GIGLIOZZI

NEUROPA

(Poema Epicomico in Prosa)

neuropa.splinder.com

L’ORIGINE DELL’UOMO

Ancora leghe e leghe di aridi valloni, cosparsi di rocce grigie, campi di girasoli, vigneti che si sciolgono rossi—poi campi sabbiosi fino a una città di rame, su un golfo che acceca—ci transitano uomini a caccia d’occasioni—l’odore di reti e tonni stordisce—dovunque uno si volti son vicoli luridi e stretti, funi e ormeggi, giare spaccate e mendici—le chiese minute, scavate nella selce, con l’intonaco crivellato, con crocifissi d’avorio, altari d’osso—i panni stesi, innocenze che strepitano tra pontili ed empori, macerie e scafi—qui IO rimedia qualcosa per mettere a tacere il buzzo brontolone—poi se ne torna nei campi aridi, dove arrancano muli e pochi zappatori con le facce bruciate—per qualche dì resta a digiuno, in ascolto del vuoto ronzante dei poderi—fin quando una voce gli dice che, per quanto non possa piacergli, è un vivo tra i vivi, anche se di vivo da un po’ non vede che arbusti e pidocchi—e come vivo tra i vivi deve prendere parte alle cose che vivono, perché così vuole il Signore suo Dio, pane della vita—riprende a malincuore il cammino—di tanto in tanto gli capita d’imbattersi in qualche canagliume, che alla vista di quattro ossa insaiate rinuncia alla rapina—a volte capita che un mezzadro abbia pietà del suo scheletro, e gli offra una tazza di latte con un pane rinsecchito—un giorno incappa in una compagnia di guitti raminghi—MONTA SUL CARRO gli dicono, ridendo, e IO salta su—POTREBBE FARE LA PARTE DI PADRE SIMMACO NELLA NOSTRA ULTIMA COMMEDIA!, ha detto il capocomico, e tutti con lui a sghignazzare—lo tengono qualche giorno sul loro carro, che rigurgita di stoffe e marchingegni, trampoli e scatolame—sorbisce per giorni i loro canti sguaiati, le trame di girovaghi, le zuffe posticce—con loro spartisce aringhe, patate e birra pisciosa—sta volentieri con questa ciurmaglia che non pecca mai nello stesso posto—a loro mette molta allegria l’idea di andarsene in giro con un fraticello svitato—è un vero piacere vedere come questo fraticello s’incanti ogni istante a lanciare sguardi roventi alla primattrice—Venere nomade, poema di carne, sirena che si staglia superba contro le alture d’Aragona, astro che eclissa il visibile, oblio che sgretola mondi—avido ne scruta la peripezia del ventre, il capriccio degli orli, la vertigine tra i seni e il volteggiare della sottana, quasi un secondo cielo rosseggiante—circonfusa di un’aureola di veli e risate, una volgarità immensa come la terra—una notte che IO non piglia sonno, per aver la mente sprofondata nel mistero della resurrezione, la bella sfacciata sguscia dalle braccia del concubino di turno fino al saccone dove IO sta allungato e s’abbatte come una frana squisita sulla sua magrezza, sacrificandosi in nome della concordia degli opposti—il giorno dopo il fraticello perde il diritto a esser considerato da lei più d’un carrubo o d’un dosso argilloso—dolori lancinanti nell’anima abietta—non va a genio né a Dio né a Mammona, castigato dall’uno o dall’altra per non sapersi mai offrire all’uno o all’altra come si deve—allora il Signore Dio suo si ricorda di IO, e dal cielo l’aiuta a rimettere la virtù al posto della frenesia, con l’intercessione di una scimmietta, una creaturina sfoggiata dai guitti in molti esilaranti numeri—all’alba, quando tutti dormono, viene voglia a IO di studiare questo peloso prodigio—durante la notte la piccola s’era messa a caccia di lucciole—ne aveva immesse un bel po’ dentro una scatolina di latta—all’alba le riversa in un calice di vetro e ne osserva il fervore trasfigurato—a volte le inghiotte e s’adocchia il ventre, come se dovesse irraggiarsi il pelame—riprende poi il ciclo delle osservazioni—dopo un po’ s’accorge del frate che la scruta, e allora pianta le lucciole e gli si para innanzi, quasi entrasse in scena—saltella qua e là, agile e circospetta, sui corpi assopiti dei suoi titolaripare li beffi, e mostri, beffandoli, le loro fisime e tare—del mattatore il passo da orso decrepito, d’un altro i tratti del tiranno—quand’è il turno della magnifica sirena, la scimmietta dimena il culo nero, tira indietro la testolina, fa il gesto di soffiare un bacio, accenna un passo di gavotta o ciaccona—IO batte le mani felice e ringrazia di cuore questo portento d’imitazioni—le stringe la manina irsuta, calda—e vede quant’è accidenti simile alla sua—dentro i suoi occhietti notturni e acquosi si riflette la faccia di un animale supponente, irritato—intanto ecco farsi largo il Sole, di cui fino a poco fa si spifferava che ruotasse per blandire quella vecchietta della Terra—invece adesso è lei, si sa, che per far la smorfiosa e sbirciarselo meglio, deve rinunciare alla posa, e torcere il collo

GIANLUCA GIGLIOZZI

postato da: cepo alle ore 12:37 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, luglio 14, 2005

Giorgio Mascitelli

 

Il problema della sete

 

( racconto istantaneo in onore dell’iniziativa storica del concerto di live 8)

Le donne che camminano coi capelli colorati di giallo ho scoperto che molti sono falsi. Quando Orsini sente questa mia osservazione, che di solito non le esprimo ad alta voce mantenendole nel riserbo della mia coscienza, mi guarda con occhi strabuzzati e sbotta:”Quanto sei scemo”. Ora io ammetto di avere certi problemi assai per i quali che la carenza di iodio mi ha causato e non alludo solo al gozzo, ma venire a Roma a luglio al Circo Massimo per un concerto che dura tutto il giorno senz’acqua come ha fatto Orsini che è intelligente, voglio vedere se stasera starà meglio l’intelligente assetato o il cretinogozzuto dissetato. Tra l’altro è un concerto contro la fame nell’Africa ed essi soffrono anche la sete, si sa, e quindi per associazione di idee Orsini, l’intelligente Orsini gli poteva venire in mente che potrebbe soffrire anche lui di sete.

  “E poi te ne vieni fuori con queste tue scoperte dell’acqua calda, quando siamo qui con la possibilità di fare la storia, come ha detto la pubblicità progresso in televisione”, prosegue Orsini. E ancora “L’abolizione del debito dei paesi dell’Africa è un obiettivo importantissimo e tu te ne stai a guardare le bionde” e poi “nel corso della giornata decine di artisti si alterneranno sul palco”. Io però non ci vedo nulla di male ad osservare un poco le donne che per via del gran caldo si denudano e mostrano di sé con generosità infrequente in altri periodi e in altre circostanze e a trarne le mie piccole osservazioni di fisiologia sperimentale. L’occhio è attirato e il cervello lavora. E tra l’altro il primo sospetto della natura artificiale del capello giallo mi è venuto proprio vedendo per strada una negra con i detti capelli. O forse era una cinese. Spero solo che Orsini non si aspetti che gli ceda la mia acqua nel coso della giornata, giacché gli artisti che si devono succedere sul palco sono moltissimi e perciò questa basta a stento solo per me.

   La carenza di iodio non è un problema derivato dal bere un’acqua povera di sali minerali o dalla scarsità di altra risorsa naturale, ma dal fatto che mia madre, quando ero bambino, non mi dava il iodio apposta o forse mi diceva “ ti odio” e io capivo che non mi dava il iodio perché avevo una carenza in me, insomma il solito problema noto a tutti cui non risere parentes eccetera eccetera. Quando per la prima volta Orsini mi chiede da bere, io lo guardo dritto negli occhi e gli dico che ho una grande stima di lui, però l’acqua basta a stento per me, certo, sicuramente, nel corso della giornata, indotto dalla pietà, farà un’eccezione e gli darò una sorsata, però secondo me è sciocco che si giochi subito questa sua unica risorsa. Allora qualcuno gli dà da bere e, dopo che ha bevuto, a Orsini gli si scioglie la lingua e mi dice che avrei fatto un’enormità per di più proprio in occasione di questo concerto per l’Africa in una giornata storica per l’impegno contro la povertà in cui bisogna aiutare gli altri e intanto io non aiuto nemmeno un mio amico, cioè lui, lo stesso Orsini. Secondo me gli aiuti devono venire da sé stessi e al massimo se ti vengono da qualcun altro, deve essere chiaro perché serve a quello che ti aiuta aiutarti, se no, c’è sotto qualcosa di equivoco e malsano. Ora a me non è affatto chiaro in che cosa mi convenga soccorrere Orsini che mi ha appena gravemente insultato, ricordandomi che sono un cretinogozzuto perché il iodio non scorre a sufficienza nelle mie vene o dove deve scorrere. Fortunatamente  esistono felici persone, che aiutano soltanto per aiutare, ma tra queste poche non ci stiamo né io né Orsini né Tony Blair (l’organizzatore del concerto). Numerosi artisti si succedono sul palco.

   Orsini si è incacchiato con me e mormora spesso “secondo me tu non sai nemmeno perché siamo qua”. La seconda volta che me la chiede, apro i rubinetti della mia pietà (e della mia acqua) perché non vorrei avere colluttazioni con lui che si agita crescentemente urlando a squarciagola “ i grandi del mondo ci devono ascoltare”. Ciò, però, mi causa gran pena perché avevo centellinato la mia acqua con un sagace calcolo di una sorsata ogni tre, dopo il tramonto ogni quattro, artisti che si alternano sul parco. E così non avrò più acqua durante le ultime otto esibizioni. Inoltre un dettaglio che mi preoccupa e che io bevo per ovvi motivi un’acqua ricca di iodio e non vorrei mai che a lui, che non gli manca il iodio, gli facesse male, diventasse troppo intelligente. Adesso mi guarda con occhi rasserenati e mi dice che in fondo sono un bravo ragazzo. Lo vedremo tra mezzora se lo sarò ancora. Ma tra mezzora Orsini non mi chiede nulla perché attacca discorso con una giovane donna coi capelli colorati di giallo, la quale gli dà una bottiglietta. A me queste donne coi capelli colorati di giallo mi crea una gran confusione perché il colore è falso ed è una menzogna, ma a me mi piacciono questi capelli, eppure so per certo che io non amo che la verità. Dunque non so come metterla, c’è da dire in tutto questo che fa un caldo boia. Orsini guarda intensamente la giovane donna, si parlano abbracciandosi, si sbaciucchiano, hanno degli screzi, la giovane donna si allontana con passo vivace. Orsini resta impalato con una bottiglietta vuota. I cantanti si succedono sul palco.

   Tengo stretto lo zainetto perché pavento che Orsini possa sottrarmi acqua, l’intelligente Orsini che mi guarda in cagnesco e fa la posta alla mia acqua che vuole lui.

   “Come fai a berne così tanta?”, mi urla.

   “Ho la carenza del iodio.”, gli rispondo.

   “Vaffanculo”, dice.

   “Questo non è un argomento serio”.

   “Taci, Gioppino”. Quando gli amici si inquietano con me, mi chiamano come l’omonima maschera del folclore bergamasco per via del gozzo.

   Poi, sospirando, Orsini prende mano al portafoglio e si offre di comprarmi l’acqua a qualsiasi prezzo. E io trasecolo e mi offendo a mia volta perché Orsini è un amico, il più intelligente dei miei amici, forse il più ricco dil iodio, e se avessi dell’acqua in più, gliela cederei gratuitamente e con la massima sollecitudine. Per consolarlo gli offro una sigaretta, ma Orsini non fuma.

   “Sto morendo di sete”. Così grida ed è una grande cazzata perché per morire di sete ci vuole ben altro. Lui sta semplicemente soffrendo un certo grado di arsura. Fa due passi nelle mia direzione e temo che adesso ci siano delle possibilità più elevate di una colluttazione tra di noi, che andrebbe a sporcare il clima sereno e il tono pacifico della giornata. Sempre nuovi artisti si succedono sul palco.

   Orsini non si muove più verso di me. C’è un ragazzo che va in giro con un secchiello e distribuisce gratis le bottiglie d’acqua. Orsini ne prende due o tre e si disseta.

   Nonostante si sia dissetato, Orsini è accigliato e si lamenta di me affermando che in fondo è solo colpa sua, di lui, di aver voluto portare un cretinogozzuto come me, cioè io, a un evento come questo, il più importante della storia del mondo o del rock, che in fondo largamente coincidono, con le possibilità di cambiare il mondo o il rock, di aver voluto partecipare insieme ad uno, cioè io, che starebbe meglio in un istituto per deficienti (ma in realtà io sono un cretinogozzuto), poi mi chiede stizzoso se so almeno a cosa serve abolire il debito dei paesi dell’Africa. E io devo ammettere che non lo so, ma se mi sforzo un attimo, la risposta la trovo. Le rughe sulla fronte nel segno dello sforzo per la riflessione. Poi dico a Orsini “Ecco perché”. Se i paesi africani sono pieni di debiti, ma sono poveri, per pagarli spenderebbero tutti i soldi e allora non avrebbero più i soldi per pagare i debiti che gli faranno fare nel futuro.

   Ma Orsini non mi ascolta, gli artisti non si succedono più sul palco, la folla svuota il Circo Massimo, le bottiglie giacciono a terra e io penso ai troppi anni che mi hanno visto seguire una dieta povera di iodio.

Il problema della sete

 

Giorgio Mascitelli

postato da: cepo alle ore 17:08 | Permalink | commenti
categoria:
lunedì, luglio 11, 2005

Posto volentieri lo scritto di Giuliano Mesa

sul testo di Marzio Pieri, già apparso su

Archivio barocco  http://www2.unipr.it/~pieri/ 

e su www.italianisticaonline.it.

Tale scritto costituirà il testo della rubrica Lettura

della rivista in pdf Poesia da fare, numero 6, previsto per dicembre 2005

 

 

Marzio Pieri

Il Paratasso o La Gerusalemme Rivelata.

 

Il poeta, le vergini e le crociate della cocacola.

 

Autentici falsi d’Autore. Collana diretta da Giovanni Casertano.

 

Alfredo Guida, Napoli, 2005.

In una condizione di guerra permanente, permanente è la menzogna, che permane, sempre più sedimentandosi, condizionando ogni comportamento, ogni parola.

Lo statuto di menzogna della letteratura dev’essere costantemente ricalibrato, preservando la menzogna come rifiuto della verità assoluta dall’invasività della menzogna come condiscendenza, collaborazione, complicità, in vera o falsa coscienza, con i poteri. Non solo con quelli dominanti. Anche con quelli dominati. Con tutti. Con il potere come mezzo e fine dell’agire culturale e sociale.

“E’ del poeta il fine lo scompiglio / Dell’attendibile, del rubricato, / Del certo.” Così, ricalcando il suo Marino, nelle Conclusioni (del Tasso), Marzio Pieri annota la poetica sottesa a questo libro, anomalissimo, non rubricabile, nemmeno in un àmbito di neobarocco. La scrittura di Pieri è troppo disperante, in discanto perpetuo, per costituirsi come mimesi pacificata del “mondo barocco”. Nemmeno Gadda fu pacificante, ma lo è forse un certo barocchismo odierno, che ha scelto la dis-tensione delle forme e dunque, forse, la pre-esistenza dei contenuti, la loro estetizzazione. Nelle stesse Conclusioni, Pieri annota infatti anche un’altra poetica: “V’è in tutte le notti un momento, / Che l’oriuolo non segna, / Come v’è in ogni verso / Una battuta bianca impercettibile, / Inavvertita / Da chi un verso lo conta / Su le dita... / Del poeta il fine è l’inconoscibile silenzio.”

Si pongono qui un fine e un confine: il fine conoscitivo della letteratura, la nominazione del non certo, del non conosciuto, e il confine, invalicabile, del silenzio, di ciò che mai le parole seppero dire. Fine e confine sono inscindibili. Non facile disincanto del “tutto è già stato detto” e conseguente ciarla, vaniloquio intrattenente. Nemmeno la pretesa del “tutto è dicibile”, che presuppone la protervia del “tutto è conoscibile”, se non “conosciuto”. La sintesi rimane quella che conclude L’innomable di Beckett: “... ça va être le silence, là où je suis, je ne sais pas, je ne le saurai jamais, dans le silence on ne sait pas, il faut continuer, je ne peux pas continuer, je vais continuer.”

Pieri è scrittore di critica, di filologia, ma è soprattutto scrittore di storia, e di storia politica, della cultura e della società. Il suo non-sistema è un irradiarsi errabondo, frenetico, di descrizioni, analisi, ricordi, racconti. E di denuncia mai sopitasi di ogni complicità con i poteri (editoriali, accademici, politicanti). Non sistematico, non fautore di una precettistica organizzata in dogma da applicare alla letteratura astraendo da testo e contesto, Pieri persegue, in una lunga e ineguagliabile esperienza barocca e novecentesca, la menzogna conoscitiva, scardinante, dell’arte, aborrendo la menzogna delle verità assolute, tanto ab-solute quanto indissolubili dai poteri che generano e che le generano. Così, decidendo di scrivere un “autentico falso d’Autore”, Pieri scrive una Gerusalemme Rivelata, per rivelare il già noto a tutti eppure da quasi tutti taciuto – il contesto di una guerra mondiale permanente in atto.

“Finita la revisione dei materiali disseppelliti alla vigilia del Ferragosto MMIV nei giorni della presa di Najaf. Impaginati in quelli della Falluja Liberata.” Con queste parole apparentemente extratestuali si chiude il testo del Paratasso. Sono esplicite. Dicono che ogni nostra pseudocertezza sulle funzioni della cultura rischia di essere pseudoconoscenza, ideologia, se si restringe lo sguardo al piccolo cerchio di finzione in cui si vorrebbe che ci muovessimo. E che può essere confortevole, accogliente, nella comunanza del privilegio occultato, nutrita di do ut des e di reciproche pacche sulle spalle, per incoraggiarsi a vicenda credendosi vittime dei mezzi di comunicazione di massa mentre si è complici dei mezzi di distruzione di massa, quelli veri, che uccidono davvero. Nella Protasi si legge: “Canto l’armi di massa e la sragione / Canto il fiume del tempo che s’insabbia [...] Poesia fu un lungo losco traffico [...] Lo capiranno tutti / che è la fine metteranno la figlia in tutù / sbrineranno il frigorifero / serreranno le porte andranno al bagno”. E poi, nella Narratiuncula prima: “E dunque non faremo il calcolo / Delle vittime / Non spetta al poeta presiedere / La commissione d’inchiesta / Forse davvero il poeta ha stretto un patto col tacet / Orrore errore onore non lo vincolerebbero / Ma è il pudore che l’obbliga / Che gli è divieto / Gli sventurati non rispondono mai, / per condizione, per statuto... / Parla bene chi è stato al calduccio / nelle sue case d’Europa / al rezzo nei giardini nel silenzio / delle foreste bibliotecarie / nel fruscìo della voce dei savî / ‘Al dolce suono della Filarmonica’...”.

Un certo snobismo intellettuale sbeffeggia e bacchetta chi denuncia l’evidente. La banalità del male dispiace ai rigattieri dell’infotainment per acculturati d’alto bordo o aspiranti tali. Gli sventurati non rispondono mai: inutile parlarne. Viene in mente Ernesto Sábato, che “fece il conto delle vittime” della dittatura argentina redigendo, nel 1984, il Nunca más. Viene in mente, a proposito della “cocacola” e delle sue “crociate”, la devastazione delle riserve d’acqua indiane (si legga, di Vandana Shiva, Le donne del Kerala contro la Coca Cola , in “Le Monde Diplomatique” del marzo 2005). Inutile parlarne...

Marzio Pieri ha voluto parlarne, ha voluto scrivere un libro di critica. Non ardirebbe mai dirsi poeta. Ma il Falso bordone che sigilla il Paratasso va citato, come poesia, per intero. Vi ritorna, suonando in contrappunto col cantus firmus dello “scompiglio”, dell’incertezza inesausta, l’”inconoscibile silenzio”. L’accenno al Tristan und Isolde, al mare desolato e vuoto, è accenno anche alla Waste Land di Eliot, dove lo stesso verso di Wagner, “Öd’ und leer das Meer”, è preceduto da quest’altro: “Looking into the heart of light, the silence.”

 

Falso bordone

 

 

Dove può andare l’anima,

 

una volta struccata?

 

Forse sotto una faccia di menzogna

 

per questo gioco badalucco

 

non si vergognerà d’essere ignuda,

 

ma come ritrovarla sotto i nuovi

 

stracci non suoi o recondite vigogne?

 

Dare il belletto a un soffio,

 

sbagliare il passo in un balletto abietto

 

per troppo amore, invano da questa coffa

 

d’arlecchino-galeone scruto il mare

 

öd’ und leer, come un uovo preistorico.

 

 

  Giuliano Mesa

 

                                                                                            

postato da: cepo alle ore 13:41 | Permalink | commenti
categoria:
venerdì, luglio 01, 2005

E’ on line il  Numero Due,

 

luglio 2005

 

di Poesia da fare,

 

rivista mensile in pdf

 

www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm

 

 

Dall’Editoriale:

Lavorare con le parole sapendo che le parole sono fuorvianti, distolgono, illudono, dominano o restano inerti, inascoltate… O parole che restano inascoltate ma che avrebbero potuto illuminare, spingere fuori dalla confusione dell’ombra.

Col tempo cambia, può cambiare il rapporto con le parole: contemporaneamente diventano più importanti e prive di senso… Giacché a dare senso alle parole non sono altre parole ma esperienze che accadono molto prima delle parole, a volte molto lontano dalle parole.

Il riduzionismo cartesiano o positivista e l’occidente attuale postculturale trovano non poche difficoltà a stare in questo spazio di confine tra parole e non-parole: forse anche per questo il rumore (anche nel senso della teoria dell’informazione) è aumentato…

Eppure lo spazio della poesia e dell’esperienza (l’inizio, la meraviglia, l’integrazione, l’accadere nuovo) insistono a non voler perdere questa sorte di episteme

Biagio Cepollaro

 

 Da Massimo Sannelli, Poesie:

*

a un chiaro, un istante, di telefono; mentre
è bello. Mentre immaginare, piace, un salto
abbandonato, e la ruota in atto; il vigore è ben-
venuto; «sii uomo» quanto l’uomo è mancato,
e la fine dell’udito, poco e male; la fame, un poco;

 l’aridità, male. / Dalla spina dura

la maggiore delle rose; da un fiore falso un fiore vero,
mostrato a chi sa; cum placet l’esca, l'esca
dello stile. chi non sa fuori-esce senza
consistenza, non o poco amico
di sé (un padre: «c’è chi ti aiuta», la sua
buona fede umilia le orecchie); forse va
gridando, forse è pena.

Da Su Quaderni aperti di Alessandro Broggi

 in uscita ad ottobre presso Poesia Italiana E-book

 www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm

 La narrazione è lieve, di reticenza in reticenza, lascia comporsi la scena insieme ai suoi buchi. Quello che manca non sono i dati, i fatti taciuti, quanto piuttosto la mancanza stessa che è dentro ogni esperienza. Ecco come un artificio retorico si carica di contenuto al punto da veicolare esso stesso buona parte del senso dell’intera operazione, facendosi logica, prima ancora che retorica e scrittura.

Quello che resta di questo racconto in cui sembra dirsi l’essenziale e invece si dicono dettagli, riguarda ciò che dentro resta delle cose: un sentire che poteva essere diverso, che le cose potevano andare diversamente, e un investigare invece con il linguaggio per dire, senza dirlo, ma mostrandolo, che le cose dovevano andare proprio così.

Non che il soggetto sparisca : semplicemente si è trasferito sui dettagli sensibili, sulle minuzie delle sue scene. Ciò che è sparito è la sua possibilità di scegliere e di determinarsi. La relazione ‘sentimentale’ diventa l’occasione per mostrare questa resa.

E più dettagli sono offerti e più questi si amalgamano o si giustappongono nel raccontare cose diverse, l’eterogeneo. Spezzoni di frasi dette, pensieri solo baluginati e mai giunti all’esteriorizzazione della parola, frammenti di percezioni oggettuali e soggettive. La forma del senso interno e la forma del senso esterno viaggiano confuse sulla stessa linea: le cose si svolgono temporalmente e spazialmente  senza riuscire a fare mondo, e senza però restare caotiche. Le cose, insomma, vengono, accadono esattamente come vengono, come accadono.

Gli eventi si susseguono ma non fanno storia. Di tanto in tanto emergono informazioni e qui il paradosso: in fondo chi legge assiste e rivive la stessa mancanza, una modalità reticente di approccio –lettura, reticente quanto la scrittura.

Nella sospensione del giudizio, scorrono le proposizioni quasi protocollari. E in tutte le direzioni: interno, esterno, logico, percettivo…L’apertura delle descrizioni, la non conclusione non dipendono tanto dalla fine, dalla mancata fine, quanto dal mancato inizio. L’apertura qui è sui due lati della retta che si protende all’infinito.

Il mancato inizio è anche la soppressione delle presupposizioni. Quando queste emergono sono velocemente vagliate e confrontate con le situazioni. Si vuole che in questo senso dell’apertura qualcosa emerga. Qualcosa che assomigli ad un racconto, se non ancora ad un senso.

La scissione non desta scandalo né un sensibile rammarico: è nella natura delle cose (o della proposizione protocollare che seziona e rende atomico il fatto).

E dunque: ‘il linguaggio del corpo arriva presto, malgrado la ragazza amasse una vita idealmente intesa’.

Legittimità hanno entrambi i piani, reale e fantastico, perché uno non è più vero dell’altro. E’ una conseguenza dell’apertura delle descrizioni che fagocita le direzioni, le valutazioni, le volizioni.

Le cose accadono, gli eventi si susseguono senza fare storia, appunto. Le cose qualificano il tempo. In assenza del soggetto, si può solo registrare queste diverse coloriture della temporalità:‘Adesso ho i tempi dell’insonnia’.

Eppure questa apertura raccoglie –senza logos- un dire/racconto che non si presenta tanto come potenzialità di senso, quanto come potenzialità di situazioni, grappoli di possibili.

 

 B.C.

 Posto una mail di Alessandro Broggi che raccoglie alcune sue considerazioni sulla mia lettura di Quaderni aperti

Caro Biagio,

leggo con piacere il tuo intervento critico su Q. A. – dopo le poesie di Cavallo (per me una scoperta) e quelle di Massimo (molto ben scelte; il cui stile continua ancora, e costantemente, a precisarsi e a crescere in un modo che non finisce di stupirmi) -.

 È per me (per la mia scrittura) molto importante specchiarmi, leggermi, persino determinarmi, attraverso gli altrui atti di lettura.

Ci sono alcune tue osservazioni che, per quello che sto facendo con Q. A. trovo davvero centrate e centrali: cruciali. E, in qualche modo, mi fanno vedere meglio alcune sue implicazioni; danno una prospettiva, utile e precisa, della strada che ho intrapreso nella raccolta.

 -         “L’artificio retorico diventa contenuto”. D’accordissimo: è proprio quello che sto facendo da quando scrivo. In altri progetti una cosa che mi sto chiedendo, radicalizzando la cosa, è: è possibile fare “poesia civile, sociale, impegnata, ecc…” (non lirica, non meramente ‘sperimentale’, ecc…) con la pura forma, attraverso il mero uso di strumenti della lingua, attraverso la mera analisi del/dei linguaggio/i (narrativi, mediatici…)? (Si va, così, nel “concettuale”?)

-         “In cui sembra dirsi l’essenziale e invece si dicono i dettagli”. Vero, quanto mai vero. Poichè non c’è verticalità - non c’è soggetto e punto di vista forte che può darla - non c’è l’essezialità (concetto che accetto solo in accezione povera, ristretta, ‘minuscola’).

-         “Relazione sentimentale”. Altra tua osservazione cruciale, che mi piace molto. Il soggetto-personaggio non sceglie né si determina, le sue relazioni sentimentali sono l’occasione (contenutistica, di trama) di mostrare questa resa (tematica, di mia poetica). (Un po’, come per il protagonista di Europa di Von Trier, per me un capolavoro).

-         Indifferenza interno=esterno. Non ci avevo pensato; è, credo, la diretta conseguenza della “assenza del soggetto” (assenza dell’interno).

-         Mancanza di inizio e fine. Spiegazione: cercavo la forza dell’in medias res, dell’estetica del processo rispetto a quella dell’oggetto (quest’ultima con chiara diegesi inizio-centro-fine). Da qui la “reticenza priva di presupposizioni” del testo (perciò, anche, wittgensteinianamente, senza “mistero”).

-         Non c’è storia. Vero. Perché non c’è finzione (e suoi meccanismi), o meglio c’è finzione (perché ogni scrittura è astrazione) ma non di tipo narrativo, non sul piano narrativo classico, qui negato.

-         Mi piace infine, la sottolineatura della laconicità protocollare e sulla centralità della descrizione scissa. Da me chiaramente ricercate. Che, come giustamente dici, non veicolano potenzialità di senso (=etica. Impossibile per un soggetto assente), ma di situazioni (=pragmatica. Recuperabile come senso in sede di intenzione, di messaggio complessivo).

Un carissimo saluto; a presto,

Ale.

 (PS: nel montaggio del testo di Nicolas Bourriaud che ho presentato nel nuovo numero dell’Ulisse, è molto presente il tema delle narrazioni, nel senso in cui parlavamo a pranzo qualche mese fa, delle “narrative sociali”, dei copioni che ci vedono attori tutti i giorni. Secondo Bourriaud, semplificando, l’arte in questo può essere ancora impegnata con il reale: può proporre narrative altre, più libere, post-producendo quelle vigenti. Può questa essere una soluzione? Che ne pensi? Se ti capita di leggere il mio montaggio da Bourriaud nell’Ulisse, tu come ti poni?)

Alessandro Broggi

 

 

 

postato da: cepo alle ore 15:47 | Permalink | commenti
categoria: