E’ on line il Numero Due,
luglio 2005
di Poesia da fare,
rivista mensile in pdf
www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm
Dall’Editoriale:
Lavorare con le parole sapendo che le parole sono fuorvianti, distolgono, illudono, dominano o restano inerti, inascoltate… O parole che restano inascoltate ma che avrebbero potuto illuminare, spingere fuori dalla confusione dell’ombra.
Col tempo cambia, può cambiare il rapporto con le parole: contemporaneamente diventano più importanti e prive di senso… Giacché a dare senso alle parole non sono altre parole ma esperienze che accadono molto prima delle parole, a volte molto lontano dalle parole.
Il riduzionismo cartesiano o positivista e l’occidente attuale postculturale trovano non poche difficoltà a stare in questo spazio di confine tra parole e non-parole: forse anche per questo il rumore (anche nel senso della teoria dell’informazione) è aumentato…
Eppure lo spazio della poesia e dell’esperienza (l’inizio, la meraviglia, l’integrazione, l’accadere nuovo) insistono a non voler perdere questa sorte di episteme…
Biagio Cepollaro
Da Massimo Sannelli, Poesie:
*
a un chiaro, un istante, di telefono; mentre
è bello. Mentre immaginare, piace, un salto
abbandonato, e la ruota in atto; il vigore è ben-
venuto; «sii uomo» quanto l’uomo è mancato,
e la fine dell’udito, poco e male; la fame, un poco;
l’aridità, male. / Dalla spina dura
la maggiore delle rose; da un fiore falso un fiore vero,
mostrato a chi sa; cum placet l’esca, l'esca
dello stile. chi non sa fuori-esce senza
consistenza, non o poco amico
di sé (un padre: «c’è chi ti aiuta», la sua
buona fede umilia le orecchie); forse va
gridando, forse è pena.
Da Su Quaderni aperti di Alessandro Broggi
in uscita ad ottobre presso Poesia Italiana E-book
www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm
La narrazione è lieve, di reticenza in reticenza, lascia comporsi la scena insieme ai suoi buchi. Quello che manca non sono i dati, i fatti taciuti, quanto piuttosto la mancanza stessa che è dentro ogni esperienza. Ecco come un artificio retorico si carica di contenuto al punto da veicolare esso stesso buona parte del senso dell’intera operazione, facendosi logica, prima ancora che retorica e scrittura.
Quello che resta di questo racconto in cui sembra dirsi l’essenziale e invece si dicono dettagli, riguarda ciò che dentro resta delle cose: un sentire che poteva essere diverso, che le cose potevano andare diversamente, e un investigare invece con il linguaggio per dire, senza dirlo, ma mostrandolo, che le cose dovevano andare proprio così.
Non che il soggetto sparisca : semplicemente si è trasferito sui dettagli sensibili, sulle minuzie delle sue scene. Ciò che è sparito è la sua possibilità di scegliere e di determinarsi. La relazione ‘sentimentale’ diventa l’occasione per mostrare questa resa.
E più dettagli sono offerti e più questi si amalgamano o si giustappongono nel raccontare cose diverse, l’eterogeneo. Spezzoni di frasi dette, pensieri solo baluginati e mai giunti all’esteriorizzazione della parola, frammenti di percezioni oggettuali e soggettive. La forma del senso interno e la forma del senso esterno viaggiano confuse sulla stessa linea: le cose si svolgono temporalmente e spazialmente senza riuscire a fare mondo, e senza però restare caotiche. Le cose, insomma, vengono, accadono esattamente come vengono, come accadono.
Gli eventi si susseguono ma non fanno storia. Di tanto in tanto emergono informazioni e qui il paradosso: in fondo chi legge assiste e rivive la stessa mancanza, una modalità reticente di approccio –lettura, reticente quanto la scrittura.
Nella sospensione del giudizio, scorrono le proposizioni quasi protocollari. E in tutte le direzioni: interno, esterno, logico, percettivo…L’apertura delle descrizioni, la non conclusione non dipendono tanto dalla fine, dalla mancata fine, quanto dal mancato inizio. L’apertura qui è sui due lati della retta che si protende all’infinito.
Il mancato inizio è anche la soppressione delle presupposizioni. Quando queste emergono sono velocemente vagliate e confrontate con le situazioni. Si vuole che in questo senso dell’apertura qualcosa emerga. Qualcosa che assomigli ad un racconto, se non ancora ad un senso.
La scissione non desta scandalo né un sensibile rammarico: è nella natura delle cose (o della proposizione protocollare che seziona e rende atomico il fatto).
E dunque: ‘il linguaggio del corpo arriva presto, malgrado la ragazza amasse una vita idealmente intesa’.
Legittimità hanno entrambi i piani, reale e fantastico, perché uno non è più vero dell’altro. E’ una conseguenza dell’apertura delle descrizioni che fagocita le direzioni, le valutazioni, le volizioni.
Le cose accadono, gli eventi si susseguono senza fare storia, appunto. Le cose qualificano il tempo. In assenza del soggetto, si può solo registrare queste diverse coloriture della temporalità:‘Adesso ho i tempi dell’insonnia’.
Eppure questa apertura raccoglie –senza logos- un dire/racconto che non si presenta tanto come potenzialità di senso, quanto come potenzialità di situazioni, grappoli di possibili.
B.C.
Posto una mail di Alessandro Broggi che raccoglie alcune sue considerazioni sulla mia lettura di Quaderni aperti
Caro Biagio,
leggo con piacere il tuo intervento critico su Q. A. – dopo le poesie di Cavallo (per me una scoperta) e quelle di Massimo (molto ben scelte; il cui stile continua ancora, e costantemente, a precisarsi e a crescere in un modo che non finisce di stupirmi) -.
È per me (per la mia scrittura) molto importante specchiarmi, leggermi, persino determinarmi, attraverso gli altrui atti di lettura.
Ci sono alcune tue osservazioni che, per quello che sto facendo con Q. A. trovo davvero centrate e centrali: cruciali. E, in qualche modo, mi fanno vedere meglio alcune sue implicazioni; danno una prospettiva, utile e precisa, della strada che ho intrapreso nella raccolta.
- “L’artificio retorico diventa contenuto”. D’accordissimo: è proprio quello che sto facendo da quando scrivo. In altri progetti una cosa che mi sto chiedendo, radicalizzando la cosa, è: è possibile fare “poesia civile, sociale, impegnata, ecc…” (non lirica, non meramente ‘sperimentale’, ecc…) con la pura forma, attraverso il mero uso di strumenti della lingua, attraverso la mera analisi del/dei linguaggio/i (narrativi, mediatici…)? (Si va, così, nel “concettuale”?)
- “In cui sembra dirsi l’essenziale e invece si dicono i dettagli”. Vero, quanto mai vero. Poichè non c’è verticalità - non c’è soggetto e punto di vista forte che può darla - non c’è l’essezialità (concetto che accetto solo in accezione povera, ristretta, ‘minuscola’).
- “Relazione sentimentale”. Altra tua osservazione cruciale, che mi piace molto. Il soggetto-personaggio non sceglie né si determina, le sue relazioni sentimentali sono l’occasione (contenutistica, di trama) di mostrare questa resa (tematica, di mia poetica). (Un po’, come per il protagonista di Europa di Von Trier, per me un capolavoro).
- Indifferenza interno=esterno. Non ci avevo pensato; è, credo, la diretta conseguenza della “assenza del soggetto” (assenza dell’interno).
- Mancanza di inizio e fine. Spiegazione: cercavo la forza dell’in medias res, dell’estetica del processo rispetto a quella dell’oggetto (quest’ultima con chiara diegesi inizio-centro-fine). Da qui la “reticenza priva di presupposizioni” del testo (perciò, anche, wittgensteinianamente, senza “mistero”).
- Non c’è storia. Vero. Perché non c’è finzione (e suoi meccanismi), o meglio c’è finzione (perché ogni scrittura è astrazione) ma non di tipo narrativo, non sul piano narrativo classico, qui negato.
- Mi piace infine, la sottolineatura della laconicità protocollare e sulla centralità della descrizione scissa. Da me chiaramente ricercate. Che, come giustamente dici, non veicolano potenzialità di senso (=etica. Impossibile per un soggetto assente), ma di situazioni (=pragmatica. Recuperabile come senso in sede di intenzione, di messaggio complessivo).
Un carissimo saluto; a presto,
Ale.
(PS: nel montaggio del testo di Nicolas Bourriaud che ho presentato nel nuovo numero dell’Ulisse, è molto presente il tema delle narrazioni, nel senso in cui parlavamo a pranzo qualche mese fa, delle “narrative sociali”, dei copioni che ci vedono attori tutti i giorni. Secondo Bourriaud, semplificando, l’arte in questo può essere ancora impegnata con il reale: può proporre narrative altre, più libere, post-producendo quelle vigenti. Può questa essere una soluzione? Che ne pensi? Se ti capita di leggere il mio montaggio da Bourriaud nell’Ulisse, tu come ti poni?)
Alessandro Broggi