Dall’Editoriale del Numero 1,
di Poesia da fare,
giugno 2005, www,cepollaro.it:
L’attenzione richiede una drastica riduzione di ciò che si osserva.
C’è, è vero, l’attenzione rilassata, o il rilassamento vigile,
ma nell’accezione che qui si vuol usare, attenzione è fare
davvero caso a ciò che si sta facendo, oppure se non si sta
facendo nulla, davvero non fare nulla.
L’attenzione rivolta ad un testo poetico non necessariamente
coincide con lo studio di esso: alla fine si sarà attenti al metodo,
alla tradizione critica, alle strutture linguistiche, alla ricezione
documentata –tutte cose utili e buone-, ma si rischierà di distrarsi dal testo.
L’attenzione, si potrebbe dire, è prendere sul serio un testo poetico.
E’ sentirsi tirati dentro alcune sue questioni, fosse anche
l’impossibilità di stabilire qualsiasi contatto. Il piacere del testo
non è la cosa più importante: uno sta sulla sua soglia tirando il fiato,
nell’attesa che qualcosa accada, la cosa che può accadere è
scoprire un senso del testo, e ciò che importa di più, un senso
per il nostro stare lì alla sua ricerca.
L’attenzione si porta con sé un desiderio di libertà: mi sento
libero di fronte a qualcosa che mi tira dentro e che mi
prende sul serio.
Che la poesia sia poco letta è più che ovvio in un tempo
che ha fatto della distrazione una struttura ormai
neurologicamente rinforzata: da scelte culturali
e tecnologiche a mutazioni della specie, come
per il cristianesimo potremmo dire che siamo
tutti distratti, così come siamo tutti cristiani.
Siamo distratti e ci dispiace di esserlo, perché
sentiamo che perdiamo molte cose, e solo per
la necessità di stare a galla, per ricominciare, cioè,
a tralasciare.
Da: Su L’Indomestico di Andrea Inglese, Poesia Italiana E-Book:
in Poesia da fare, Numero 1, giugno 2005:
Ora gli interni sono richiamati soprattutto per sottolineare l’estraneazione, l’impossibilità dell’essere, appunto, domestici. Addomesticati ma anche appartenenti ad un corso ovvio di pensieri o raccolti o sostenuti dentro un ovvio calore umano. Eppure non c’è traccia di nostalgia, di perdita di unità originaria: lo sguardo è troppo occupato per scovare contraddizioni, accostamenti smascheranti, è troppo teso per rendere inospitale il consueto, per voltarsi indietro. O in alto.
Il movimento resta pur sempre quello della descrizione ma non più per inventariare quanto per ragionare, meditare con dati di fatto. Questi sono elementi già connotati di senso e di affetto ma risultano raffreddati e resi metallici dall’operazione di sradicamento e di decontestualizzazione. Sradicare e decontestualizzare per rendere indomestici. Quasi a dire che solo a queste condizioni gli oggetti dicono una loro verità, solo a questa condizione testimoniano i nostri vissuti. A dire cioè: non ritirando nessuna proiezione, anche gli oggetti più comuni parlano di noi.
L’indomesticità non è la ribellione di chi si allontana dal domestico perché ha bisogno di libertà. Non c’è una casa da cui fuggire o una casa da fuggire. L’indomesticità appare qui un a priori dell’esperienza lucida che non glissa sui dettagli rivelatori ma che anzi li esaspera tirandoli fuori, trascinandoli allo scoperto. L’indomestico è l’affettività introvabile: quella che per sola vitalità è disposta anche a mentire, a guardare male,a fraintendere. Ciò che sfugge dell’affettivo è l’indifferenza alla verità delle cose: l’affettivo vuole vicinanza e basta.
Lo stato d’animo è quantificato in due metri e ‘composto’ (Ascesi, pag.24). L’indomestico non si sente di questo mondo perché non è ancora nato, non è ancora nato nella decisiva seconda nascita, ‘punto ultimo, tetto del desiderio’….
L’indomestico è anche la forzatura. Dall’esser stati forzati, il forzare per abbreviare i tempi della rivelazione del male, per scongiurarne il ciclo di attesa, illusione, delusione. La forzatura mimetica: agisce in chiaro ciò che nel mondo è crittato. E per questo deve agire alla grossa, con movimenti che divellono, torcono, staccano. Anche la visione deve avere l’immobilità del metallo e dall’altra parte il sogno dell’acqua e del liquido, il sogno della trasformazione, del passaggio di stato.
Il presagio del collasso e dell’esplosione della violenza dall’interno della presunta domesticità del mondo: anche questo è l’indomestico. Lo sguardo che presagisce la precarietà dell’equilibrio ‘sopra la follia’: sarà l’erompere della cieca casualità, sarà lo straripare dell’acqua che preme dall’interno del torace…Non si può far finta di nulla, non si potrà più far finta di nulla.
E allora su cosa regge la vita quotidiana, così domesticata?
Sulla dimenticanza, l’inconscienza e la codardìa. L’alternativa sarebbe sbatterci la testa e piegarsi, tentare un minimo di familiarità con l’orrore. Ma questa ipotesi di paradossale familiarità sarebbe appunto l’indomestico, integrazione dell’ombra, in fondo, come è giusto, come si spera. Accettare il male distinguendo il disguido dalla devastazione, le chiavi che rovinano le tasche dalla casa sventrata dall’esplosione di una bombola a gas…
Eppure la catastrofe, in quanto rottura di confini, in quanto rivelazione di quanto è celato, sembra proporsi come immagine salvifica rovesciata. Anche l’orgasmo è catastrofe, lo è l’intendersi profondo senza reticenza, lo è il capirsi quando giunge dall’ascolto: la rottura dei confini, la sospensione elastica della solitudine: in questione è pur sempre l’articolazione vissuta e calda di un io con un tu. Dopo il conflitto interno, una volta riassunta la folla stipata nell’ombra dell’inconsapevolezza. Fino ad allora l’indomestico ha una sua necessità conoscitiva e non solo scacco e iattura.