Andrea Inglese
Da L’Indomestico,
Poesia Italiana E-book, 2005
Nei remoti dintorni I
Il cerchio, o la stella, o la pozza
delle nostre vite, non vedi?
abbiamo cercato ampiezza
o intensità, abbiamo cerchiato
con rinunce taglienti il campo
di forze, il camminante disastro,
e i passi si sono fatti colonna, filo,
tutto uno sforzo di essere individuo
ben separato, spiccante sul fondo.
Abbiamo un perimetro, una zona
di caccia, e tutto si svolge in vicinanze,
a casa, nei dintorni, dove la vista giunge,
traversando vetrine, agli oggetti d’uso,
alle mani dei negozianti macchiate di cibo.
Se poi lo allarghi, lo tiri dal fuori
il tuo cerchio, o soltanto ti concentri,
l’invasione è continua, di fugaci
apparizioni, gl’impiegati acquatici
della piscina di Les Halles, guizzando
fitti nella corsia, dando di testa
nei calcagni, occhi scoppiati dal cloro,
le danzatrici in apnea con il busto
immerso, o l’obeso che si è perso sotto
e affonda ignaro, il giovane di spalle
che possiede più muscoli che anni da vivere.
E ne troviamo ancora nei saliscendi di scale:
un vecchio generale Custer, con cappello
ampio, collo e volto torturati dalle rughe,
una bottiglia asciutta a qualche metro,
e prima dell’uscita, dietro la serra di palme,
due negri in tuta, adolescenti e lunghi,
trottole che girano azzerando l’attrito:
testa a terra, gambe che falciano l’aria
neppure si sente la musica, ma loro ballano
in un mondo a rovescio,
e capovolgono anche me che passo.
Mi sollevano nel vuoto, mi fanno
un compasso d’ali, un volo improvvisato.
Non esistono tracce,
o ce ne sono troppe
appese, esposte dietro vetri,
ben illuminate, le sciolgono dagli imballi,
scoppiano dentro le valige.
Non devi mettere in ordine nulla.
Quando cammini, separi la strada,
e la strada a tua volta ti separa,
in pensieri che non hanno fiato,
perché qui nessuno respira,
nella picchiata vicinanza.
Quando cammini, gli anni,
prendendo un remotissimo slancio
salgono con te, dove i rami fanno
coltre incostante, e le finestre dei palazzi
contengono in un quadro
cedimenti di vite,
abbracci malfermi, piedi nudi
che cercano ancora e ancora
aderenza. Dal battito strambo dei passi,
vengono ritmi che spingono avanti
la città, oltre il suo muro,
oltre la disciplina, l’apnea, lo sguardo
morto al quadrante.
Canzone leggera
Mancano bibite nel frigo. Non
c’è traccia di liquidi freddi, con aromi
di frutta, o bollicine, o lievito.
Posso solo far scorrere acqua
dal rubinetto, strizzare un limone
nel fondo del bicchiere. In compenso
trovo un libro di Brina Svit, Moreno.
È probabile che muoia senza leggerlo.
Non so neppure a chi appartiene,
come sia giunto qui, nelle mie mani,
da quali mani, e secondo che piani.
Ma sarà forse, per stasera, aperto
a colmare. Due cuscini dietro
la schiena permettono una lettura
notturna. La timida insonnia
d’agosto. Il mare tocca ovunque
la terra, ma qui dal quartiere sembra
lontano e debole, una fantasia
d’interni. Gli esperimenti continuano
su uomo e donna, sulla carne viva
per farne una docile merce,
ma non è oggi il mio turno, abbasso
con indolenza le palpebre, il sonno
sgorga ancora limpido, sgombro
da spettri.
Ascesi
Ho composto uno stato d’animo alto
almeno due metri, scosceso, fatto
con migliaia di nervi: due cosce
sorgenti dal nulla che si tuffano
in altro nulla, e la radiocronaca
di struggimenti sotto le coperte:
Padma Susanna Salomé,
“Moglie cara” – le dico – “quando
mi partorisci?” Ci sarà pure
un punto ultimo, un tetto
del desiderio. Lo vorrei sfondare
con il cranio, per deporre a terra
i tuoi spettri finalmente,
le belle statuine, i milleseni,
da svuotare all’aperto. Veneri
tornate amorfe, monocellulari,
bulbi senza palpebre, sorrisi
senza labbra, il buco-bocca,
scarnato il sogno furioso di donna,
quel rigoglio di vigne per un dito
toccato, fino alla nota semplice
che filtra sottile tra le vertebre.
Nessuna forma, ora taglio anche
le cosce di due metri, mangio
una mare insipido di nulla,
il diametro di brama, il conato,
e in pace mi distendo, solo, e dormo.
È delicato amputare la propria
donna cava, cavarsi via
il suo vuoto. Tenerlo fisso
davanti come un urlo,
un vento che secca gli occhi.
Ninna nanna
Cattivella la strada, piena di buche,
che porta dritta ai cani bui, a dover
decidere da che lato saltare, bieca
lastra di rughe, fiorita di lische,
di gusci, che sbuca dai tornanti
assiepati, di colpo, a nodo duro,
a lampi secchi di fari, pestifera
la via che chiede casa, motiva
al quadrello domestico (ben chiuso
fuori, oltre blinde, cancello, persiana,
l’uomo sdentato con l’ascia o quello
in tuta e casco d’altro mondo,
o inturbantato, la cinta di nitro...).
Doppia mandata, pantofole e a letto
con l’occhio aperto ai rumori
di ghiaia, di gatti, di nodi nel legno,
a fissare il tendaggio d’ombra
che si stacca strano dal soffitto piatto,
che non mi cada mai più addosso
una stradina, grigia e umida, aperta
davanti, sotto i piedi avidi.
Ci sia solo cancello, muro, luce
fredda di lucchetto. E buona notte.
La proprietà del tramonto è sgonfiare
quella compatta cresta, erta dal mattino,
cristallizzata con lacca, che floscia
ricade con le sue ciocche spente. È fatto,
rovesciato e frugato il giorno. E basta
una mezz’ora, la luce ancora a ventaglio
sopra, e nei cortili l’ombra
che sale dai tombini. Gli abitanti sciupati
attendono che l’esterno si disfi, gli occhi
buttati a uno schermo riposano
in quella piccola luce. I passeri
raccolgono invece le forze.
Dalla cupola dell’olmo dirigono
con distratta vendetta
la loro molestia sugli uomini: esultano
loro, nei deliranti rimbalzi,
solo quando qualcosa ha inizio
o finisce.
Da L’Indomestico, Poesia Italiana E-book, 2005
Andrea Inglese