lunedì, aprile 25, 2005

A partire da maggio 2005

il blog Poesia da fare diventa

Rivista Mensile on line in pdf,

edita dalla Poesia Italiana E-book,

all’indirizzo

www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm.

La rivista, a cura di Biagio Cepollaro,

comprenderà le sezioni Editoriale,

Testi, Letture e Immagine.

Il Numero Zero, pubblicherà testi inediti

di Luigi Di Ruscio, Jacopo Galimberti

e Giorgio Mascitelli

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mercoledì, aprile 20, 2005

E’ uscito presso Lieto Colle www.lietocolle.it

  I Sepolti di Sergio La Chiusa.  

Posto  una parte della postfazione.

La poesia di Sergio La Chiusa   si muove con cadenze narrative,

anche quando il respiro del verso si contrae. Si tratta di una narrazione

che esplora l’immagine, anche quella già data e glorificata, l’interroga

 ancora una volta per restituirne il senso, per riattualizzarlo. Altrove

questa esplorazione avviene per i dettagli del quotidiano, ridotti

ad oggettività significante, a sintomo di una condizione fattuale .

In questi versi vi è una ricerca di secondo grado (a contatto con

la grande pittura, essendo l’oggetto di riferimento già condensato

 di mediazioni culturali, storicamente stratificate) che va a configurare

un’esperienza di secondo grado, di riflessione metartistica e metapoetica.

E’ come se si cominciasse a dire a partire dall’impossibilità dell’esperienza

 individuale. A pronunciarsi infatti è una soggettività che si propone come

collettiva, che si fa carico degli esiti della civiltà, nei suoi punti estremi di

 dolore e di bellezza. Anche quando la ricognizione è privata, questa

privatezza viene dissolta dall’annegamento delle situazioni particolari

negli standard esperienziali contemporanei. E’ una poesia della lucidità:

del suo bisogno e dei suoi effetti, del carico che comporta per l’adesione

 alla vita.

*

che le falene vedano gli specchi contro cui sbattono le ali 

 ‘nel museo delle belle arti’

Il museo, la visita ad un museo, come esperienza di una continuità

spazio-temporale da riscrivere. E dove c’è da riscrivere -vicinanze

e assonanze- c’è da ritrovare un senso, non quello abituale perché

 dove ‘ognuno è al suo posto’ non è che menzogna o superficialità.

Nulla in realtà è al suo posto. Anzi, il problema è proprio il posto

delle cose, il loro senso.

Così nella prima sala, o stanza, o lassa, la ‘cosa’ che doveva stare

per il messia ‘è un relitto/ che stilla una melassa scura’ :

la risposta all’attesa dell’Annuncio si rivela come scivolosa

degenerazione del senso: da messia a melassa, la vita nuova

promessa è alla fine vita parassitaria, inversione mortale.

Ma poi si scopre che è il fuori dell’arte

( ‘dettagli rimasti fuori quadro’) a voler parlare dentro la sua

percezione. Una volta che l’arte –anche l’antica- è coniugata 

al presente, non può sottrarsi al suo potere rivelatorio, al suo

essere vera, alla questione, insomma , della sua verità.

Qui il fantasma –ora concretissimo- viene da fuori. La morte,

la melassa, il relitto stanno ‘a pochi chilometri da qui’, siamo noi.

La continuità spazio-temporale da riscrivere è anche senso

dell’arte (tutto da ristabilire, provare) e senso tout court

(tutto ancora da vivere, nello scacco della cronaca, nell’orrore

di cui si fa esercizio d’immaginazione per capacitarsene, per

sentirlo possibile, anzi: reale).

La cronaca cerca una sua verità attraverso la forza mitica

della rappresentazione pittorica antica: l’orrore, lasciato 

 ai massmedia che lo riproducono, cessa di essere percezione

reale e diventa, appunto, fantasma.

(….) Biagio Cepollaro

 

 

 

 

 

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venerdì, aprile 01, 2005

Florinda Fusco

 

 

 

Da Linee, Zona Ed. 2001. Edizione integrale

in Poesia Italiana E-book, 2005

 

 

 

bacchettare sulle gambe (sordida mia liturgica)

   arsura precipitando sulle teste     

chiudersi in blocchi d’acqua senza certezza

                                             [con l’intera certezza

strisciare la lenza fino al bordo

             ho pomeriggi pieni e tazze ripiene di tè

          ho un terreno di asfalto sul quale sdraiarsi

io non so se il mio corpo sarà di nuovo

 

                                         [ il tuo altare  

 

o se il tuo altare sarà ancora il mio cibo

 

            l’acqua ha una bocca e non è la mia

fasciarsi la testa ( puoi tirarmi su solo con una corda )

camminare sulle mani camminare sulle mani

                                                    [e all’indietro

   il centro è nel fracasso   il centro è nel fracasso squadrato

il vagone ancora non si muove ma ogni cosa

                                    [deve essere al suo posto

           nel fondo della tazza la violenza non ha volume

                                  nel fondo della tazza

la macerazione è una fornace la fornace non è sporca

(solo l’amore quando è amore è sporco)

 

uno spillo e l’acqua di mare una tradizione

                                        [ che non si conosce

(strofinare il rossetto sulle gambe è una tradizione

 

                                               [ che non si conosce)

bacchettare sulle gambe

          ho pomeriggi pieni

ho il Cristo da portare su due spalle e su due teste

ora non può succedere nulla

 

la femme a cavalcioni la femme a quattro

                                       [zampe e il deserto

ossi informi                       non c’è il deserto

consumare le scarpe    (la pelle degli animali è senza odore)

   garza prosciugata nella mano della mano

non può succedere nulla

            una tasca senza noccioli induriti

             zampe ancora sul collo

la corriera barricata dritta fino al margine

 

ora non può succedere nulla

 nessuno ora può vedere

i passi dei passi con le mandorle sulle dita

con i capelli afferrati da altre zampe

con l’acqua gettata in altre viscere

avere un aquilone a due corde (potrei forse alzarmi)

il drago nell’acqua le forme del drago nell’acqua

    il  corpo che ruota (un piacere incavato)

prepararsi nel fondo della sabbia / imitare

                                  [le forme dell’acqua

misurala come puoi togliti il cappotto

 

                            [e misurala col corpo

 

sordamente

sprofonda il minimo articolare

stati di veglia e generazioni glaciali

salire o aspettare toccare il campo

   avere le parole giuste sbagliare con le parole

    cercare i punti di forza

     galleggiare come l’aquilone

 (non c’è certezza nel riparare

 

nella riparazione c’è qualcosa di molto rotto

 

di slegato congelato tagliato raffermo

 

c’è qualcosa di molto rotto

 

voglio dire che il centro è diverso dal lato

 

la riparazione è macerazione)

    sporcarsi la faccia di nero

    sedersi ad un tavolino in stazione

il pane è nel cesto          le giostre si muovono

un secchio di acqua bollente per scaldarsi

 (Verónica attraversa la strada stringendosi il corpo)

le calze        e le mosche       la tovaglia      e le mele

                  (il deposito di armi nella terra)

 “spingi il pane sulla pancia”

 

il mondo è una cassa (un’urina lenta)

 

 un tondo di mela da pesare sulla testa

 

                         pozzi di catrame e di carbone

(i pavimenti dei lager adesso sono sale da tè)

Da Linee, Zona Ed. 2001, Edizione integrale

 in Poesia Italiana E-book, 2005

Florinda Fusco

 

 

 

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venerdì, aprile 01, 2005

Mariano Baino

 

Da Camera Iperbarica (1983):

ristampa Poesia Italiana E-book, 2005

 

 

distesa a chiederti il perché del nero

in natura occupi prati periferici

depositi  sghembi di poesia

concreta la silfide di un pelo

pubico  a svolgere ideogrammi

sfatti da orina strategica

ritirata nel  sogno

composizioni di  autunni  a vela

ripiani  smemorati (cercansi)

grafie mature

oltre i trent' anni

angosce

 

*

per un muggine sulla sabbia

il tuo liquido agire dov'è

guizzo dissanguato trasalita

sede di vigilie fredde scuro

apice di fissità escrescenza di

fradicio argento vincolante

detrito di un furto per sempre

soffiato nel cristallo male

senz'angoli sfumato in un neutro

buio estensione  solitaria

particola di morte

 

*

Di lì a poco la città avrebbe preso a ruotare su  se stessa

 

 

 

crocchiante sotto le scarpe degli operai che, ancora assonnati,

andavano in fabbrica

 

 

 

le piante grasse, sui balconi, ci apparvero coperte da un velo

bianco, farinoso

 

*

erano ancora evidenti nella ghiaia i  segni lasciati dalle ruote

 

 

e da lontano le luci  apparivano sfumate e quasi timorose  della

propria superstite lucentezza

 

 

anni prima, nello stesso punto della costa, i gusci  delle noccioline

cadevano al  suolo con leggerezza diversa

 

 

e per l'imminenza della mareggiata, zoccolette impaurite cercavano

rifugio sulla sommità degli scogli

 

Da Camera Iperbarica (1983): ristampa Poesia Italiana E-book, 2005

Mariano Baino

 

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venerdì, aprile 01, 2005

Si postano qui alcuni versi di alcuni autori in uscita

presso la Poesia Italiana e-Book.

Andrea Inglese

 

 

Da L’Indomestico,

Poesia Italiana E-book, 2005

 

 

 

 

Nei remoti dintorni I

 

 

 

 

 

Il cerchio, o la stella, o la pozza

delle nostre vite, non vedi?

abbiamo cercato ampiezza

o intensità, abbiamo cerchiato

con rinunce taglienti il campo

di forze, il camminante disastro,

e i passi si sono fatti colonna, filo,

tutto uno sforzo di essere individuo

ben separato, spiccante sul fondo.

 

 

 

Abbiamo un perimetro, una zona

di caccia, e tutto si svolge in vicinanze,

a casa, nei dintorni, dove la vista giunge,

traversando vetrine, agli oggetti d’uso,

alle mani dei negozianti macchiate di cibo.

 

 

 

Se poi lo allarghi, lo tiri dal fuori

il tuo cerchio, o soltanto ti concentri,

l’invasione è continua, di fugaci

apparizioni, gl’impiegati acquatici

della piscina di Les Halles, guizzando

fitti nella corsia, dando di testa

nei calcagni, occhi scoppiati dal cloro,

le danzatrici in apnea con il busto

immerso, o l’obeso che si è perso sotto

e affonda ignaro, il giovane di spalle

che possiede più muscoli che anni da vivere.

 

 

 

E ne troviamo ancora nei saliscendi di scale:

un vecchio generale Custer, con cappello

ampio, collo e volto torturati dalle rughe,

una bottiglia asciutta a qualche metro,

e prima dell’uscita, dietro la serra di palme,

due negri in tuta, adolescenti e lunghi,

trottole che girano azzerando l’attrito:

testa a terra, gambe che falciano l’aria

neppure si sente la musica, ma loro ballano

in un mondo a rovescio,

e capovolgono anche me che passo.

Mi sollevano nel vuoto, mi fanno

un compasso d’ali, un volo improvvisato.

 

 

 

 

 

 

Non esistono tracce,

o ce ne sono troppe

appese, esposte dietro vetri,

ben illuminate, le sciolgono dagli imballi,

scoppiano dentro le valige.

Non devi mettere in ordine nulla.

 

 

 

Quando cammini, separi la strada,

e la strada a tua volta ti separa,

in pensieri che non hanno fiato,

perché qui nessuno respira,

nella picchiata vicinanza.

 

 

 

Quando cammini, gli anni,

prendendo un remotissimo slancio

salgono con te, dove i rami fanno

coltre incostante, e le finestre dei palazzi

contengono in un quadro

cedimenti di vite,

abbracci malfermi, piedi nudi

che cercano ancora e ancora

aderenza. Dal battito strambo dei passi,

vengono ritmi che spingono avanti

la città, oltre il suo muro,

oltre la disciplina, l’apnea, lo sguardo

morto al quadrante.

 

 

 

 

Canzone leggera

 

 

 

 

 

Mancano bibite nel frigo. Non

c’è traccia di liquidi freddi, con aromi

di frutta, o bollicine, o lievito.

Posso solo far scorrere acqua

dal rubinetto, strizzare un limone

nel fondo del bicchiere. In compenso

trovo un libro di Brina Svit, Moreno.

È probabile che muoia senza leggerlo.

Non so neppure a chi appartiene,

come sia giunto qui, nelle mie mani,

da quali mani, e secondo che piani.

 

 

 

Ma sarà forse, per stasera, aperto

a colmare. Due cuscini dietro

la schiena permettono una lettura

notturna. La timida insonnia

d’agosto. Il mare tocca ovunque

la terra, ma qui dal quartiere sembra

lontano e debole, una fantasia

d’interni. Gli esperimenti continuano

su uomo e donna, sulla carne viva

per farne una docile merce,

ma non è oggi il mio turno, abbasso

con indolenza le palpebre, il sonno

sgorga ancora limpido, sgombro

da spettri.

 

 

 

 

Ascesi

 

 

 

 

 

Ho composto uno stato d’animo alto

almeno due metri, scosceso, fatto

con migliaia di nervi: due cosce

sorgenti dal nulla che si tuffano

in altro nulla, e la radiocronaca

di struggimenti sotto le coperte:

Padma Susanna Salomé,

“Moglie cara” – le dico – “quando

mi partorisci?” Ci sarà pure

un punto ultimo, un tetto

del desiderio. Lo vorrei sfondare

con il cranio, per deporre a terra

i tuoi spettri finalmente,

le belle statuine, i milleseni,

da svuotare all’aperto. Veneri

 

 

tornate amorfe, monocellulari,

bulbi senza palpebre, sorrisi

senza labbra, il buco-bocca,

scarnato il sogno furioso di donna,

quel rigoglio di vigne per un dito

toccato, fino alla nota semplice

che filtra sottile tra le vertebre.

 

 

 

Nessuna forma, ora taglio anche

le cosce di due metri, mangio

una mare insipido di nulla,

il diametro di brama, il conato,

e in pace mi distendo, solo, e dormo.

È delicato amputare la propria

donna cava, cavarsi via

il suo vuoto. Tenerlo fisso

davanti come un urlo,

un vento che secca gli occhi.

 

 

 

 

 

Ninna nanna

 

 

 

 

 

Cattivella la strada, piena di buche,

che porta dritta ai cani bui, a dover

decidere da che lato saltare, bieca

lastra di rughe, fiorita di lische,

di gusci, che sbuca dai tornanti

assiepati, di colpo, a nodo duro,

a lampi secchi di fari, pestifera

la via che chiede casa, motiva

al quadrello domestico (ben chiuso

fuori, oltre blinde, cancello, persiana,

l’uomo sdentato con l’ascia o quello

in tuta e casco d’altro mondo,

o inturbantato, la cinta di nitro...).

 

 

 

Doppia mandata, pantofole e a letto

con l’occhio aperto ai rumori

di ghiaia, di gatti, di nodi nel legno,

a fissare il tendaggio d’ombra

che si stacca strano dal soffitto piatto,

che non mi cada mai più addosso

una stradina, grigia e umida, aperta

davanti, sotto i piedi avidi.

Ci sia solo cancello, muro, luce

fredda di lucchetto. E buona notte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La proprietà del tramonto è sgonfiare

quella compatta cresta, erta dal mattino,

cristallizzata con lacca, che floscia

ricade con le sue ciocche spente. È fatto,

rovesciato e frugato il giorno. E basta

una mezz’ora, la luce ancora a ventaglio

sopra, e nei cortili l’ombra

che sale dai tombini. Gli abitanti sciupati

attendono che l’esterno si disfi, gli occhi

buttati a uno schermo riposano

in quella piccola luce. I passeri

raccolgono invece le forze.

Dalla cupola dell’olmo dirigono

con distratta vendetta

la loro molestia sugli uomini: esultano

loro, nei deliranti rimbalzi,

solo quando qualcosa ha inizio

o finisce.

 

 

 

Da L’Indomestico, Poesia Italiana E-book, 2005

 

 

Andrea Inglese

 

 

 

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