Marina Pizzi
Una camera di conforto
(2004)
Questi gironi di giorni di mattanza
alla mansione della fotocopia
l’orizzonte in censura inùmano.
Arsione del sale la festuca
del cappio rappreso quando
nessun restauro dorme nel baleno.
Il figlio cremisi mi torni di mano
appena in un qualunque indovinello
in lotta per la fuga verso il bacio
l’io conserto di non badarsi più.
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La litania del giorno dopo
Porgi la coroncina di petali
a chi salta in aria senza passare
per la modica cifra
degli angeli fratelli
né tra quelli che si mischiano alla cenere.
Salvi i marchi di tutti i commerci
troneggiano nei non-luoghi di chi vaga
cliente della noia solo a guardare
altri che non guardano guardando.
Dominio di coriandoli l’amor mancato
fin da quando le more dell’estate
stanno alle gerle del lunario al batticuore
di chissà quale appuntamento
litania del giorno dopo
poco fata di darsena.
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Energie del secolo l’abisso
il tuo nome consumato
in tralice
senza l’abbraccio in cima al cipresseto
dove finalmente pianga
l’amara cornucopia in farsa tutta.
Mai tornato dalla trebbia del deserto
ti corro al collo amante più che unico
confesso che ti gioco grandine di dentro.
Costanza di natura il tuo ventre
stambecco sulle resine di ogni lapide.
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Nonostante la chimera
dentro mi risieda
azzoppo il mio forziere
nullo dal fuori
nullo dal dentro.
Nessun resto ne rimanga
appena questa stanza
dichiari secessione
scisma senza secolo
né con la gara un altro grado aggiunto
lo spalto del rimosso quando godevo il seno.
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Ti guardo con il brevetto sulla fronte,
ma non sei salvo.
Gattabuia eloquente questa nascita
voglia la soglia della bestia non macellata
della pace la lezione in ogni zigomo.
A monte non verrò per darmi penitenza
né da mane a sera a lavorare il teschio
che di persino ed anche nelle mani
degli amati amanti frulla.
Coriandoli di comete averti
semmai da adesso non verrà la giungla
del coma sempre ragazzino.
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Cornucopia di stenti
zero a zonzo
sillabario di gelo il tarlo del cielo.
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Dì per dì finì
la forza d'edera del muro
il cofanetto delle mani.
Sconcio di terra perdite di Dite.
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Di un tragico scarlatto il tuo mestiere
breviario senza pace
colma alluvione.
Biblioteca senza silenzio la tua resa
braccata dalla casa senza pace
piena di pece in coda alla pendenza.
Non basterà commettere una nuvola
farsi di nuvola, nulla farsi nulla, né fato di cristallo
caso di fanga. Strapiombi di assassini
accatastano le salme. Bambini, i rondinini
alle sevizie.
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Non darmi ernie al vólto né costi eccessivi
tra marine di pece cedole di affitti
tra disdette ferite palco ai condannati.
Altra dovizia di vite alla vendemmia
mai avverrà dal cauto ottimismo
né dal faro amato dalle stelle
velatissime ormai rese scialbe da Las Vegas.
L’aria ariana degli dèi cattivi
anche nel sonno uccide
rondinelle e rospi.
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Strappo il mio ritratto voglio sparire
nelle lontane anse
nel se del cielo.
Per un tiro mancino la mia nascita
volse al silenzio della pena àtava
all’ira della chiosa contro il romanzo
alla non novella.
Semmai ti venga di scortarmi amico
porta con te l’urto del ferale
calamaio in cui io possa
legarmi mani e piedi per non restare.
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Apportale la voce che sia l’ariosa
altana di una volta con la riva,
in perno alle stagioni tutte sapide
per la tema del pozzo non concessa
all’ilarità del fato.
Saltello di cometa veder natale
finalmente dall’arresto della pece.
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Col muso in appello per una ciotola
(unico strazio di candore
strazio candido)
vieni nel singhiozzo
segnato dalla giuria.
Nemmeno con uno stratagemma posso salvarti
dacché il museo del cimitero di guerra
verte, lo sai, su condoni senza corpo.
Le belle stanze delle faccende madri
uccisero chiunque, compresi i fuggitivi
e le violette delle parvenze.
L’inferno delle braci dette altana
al sale che si riflette dentro i libri.
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Il vento piccolo di settembre
faccia breccia nel coma
dell’alfabeto.
In una calunnia di agosto
l’ago del tuo bene se ne andò
per settembre.
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Le fole in seno sono le madri
pendule dai fossi
regali con le pene delle perdite.
L’atrio minore, il portico minore
ho salvati, l’androne l’ho perso
nel furto delle scarpe.
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Parli ormai con l’ombra nella voce
che organetto di brace pare alluderti
quale fosti quando qui sul petto eri
uomo e ragazzo in forma di gaiezza.
Una grana di cielo fosti a lungo
anzi sul ciglio della strada vuota
ti venga accolta la foggia che ti spetta
così non piangerò giammai mai più.
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Salutami la gioia,
di me ho fatto scempio
nell’alone del vuoto che scombina
ti dirò la rondine vanesia
asessuata e sola
il pianto ossuto da olio santo.
In breve la brina del mio nascere
ebbe la frusta della stalla
la censura della paura
la foga della giostra senza salirci.
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Una camera di conforto
quasi un eremo
nel modo della rondine vicina
e del ciliegio carico.
Così dal bivio della rotta vuota
le perle senza gancio spazieranno
in terre senza maghi né vestali
preparati all’attacco.
Nessun amante pianga sul disperso
nel grumo della piaga che lo rese
cenere viva strazio senza resa.
La remissione del contagio sia comunque
il balbettio del plasma più benigno
felice oltre i lingotti di tesori in cielo.
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A meno di concerti bene affettivi
non partirà l’arrivo della rondine
giammai giammai più
fasti di vasti gridi.
Il natale del comignolo di spari
attenda alla risposta ogni stamberga
tutte le patrie in un circo di felicissimi
funamboli.
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Assunto ad abaco il sudario
so la maretta della corsa in gioco
con la certezza di lasciare
la fune del coriandolo
senza la lode del magistero al fato.
Al vetriolo la pena di scemare
sotto lo strascico dell’ultima sposa
la costa senza terra e senza mare
nemmeno nella foce a delta l’ultima
miniera.
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Ne uscì la darsena con un furore
di enigma. Il periglio dei mozzi fu la pena
di tutta una vita. Confinata la rotta
del grande amore grande che declina
la lira del poeta in fossa e tomba.
Anche il Natale non riesce ad accendere
la noia dei bambini per la gioia,
nelle falle del muro l’orizzonte.
Marina Pizzi