venerdì, febbraio 25, 2005
 

Andrea Inglese sul IV Quaderno di POESIA DA FARE e su Poesia Italiana E-book

(commento su Nazione Indiana del 16 febbraio 2005)

 

Al di fuori di ogni sollecitazione editoriale, di ogni conclamata richiesta del pubblico, di ogni canonizzazione della critica, Cepollaro lavora a trasmettere un'eredità quanto mai "minoritaria" ed eterogenea. Spatola, Di Ruscio, Niccolai, Mesa, Baino. Qui non ci chiediamo neppure se è popolare, se vale la pena di occuparsene, piuttosto che leggersi il fenomeno editoriale del momento. Qui alcuni poeti giovani e giovanissimi hanno semplicemente capito che questi testi parlano a loro in modo decisivo, indubitabile.

L'atto di lettura individuale esiste ancora ed è a partire da esso che si organizza la consistenza "sociale" di un testo. Anche se tutto cio' non è sincronizzato con "lo spirito del giorno", con "i fondamentali dell'epoca", con i temi del giorno.
Che questi libri, ora trasmessi in formato "elettronico", siano una faccenda di numeri irrilevanti in termini di pubblico, non cambia nulla. Cio' che qui conta è la "forma" della trasmissione: il modo e la libertà attraverso cui dei testi sono proposti e attraverso cui vengono fatti propri. Questa forma sarà di minoranza, ma è sociale nel senso più forte del termine. Un'associazione di individui intorno ad un testo-valore.

Cosi succede ovviamente anche per i romanzi o per i dischi che improvvisamente acquistano un grande successo, al di fuori di ogni previsione di marketing. Sotto strati e strati di mediazioni di natura ideologica ed economica, la consistenza "sociale" del testo letterario sta nella sua possibilità di rispondere anche intempestivamente, in ritardo, e sulla lunga durata.

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giovedì, febbraio 03, 2005
 

Paola  F.Febbraro

4 da Fiabe

Paola  F.Febbraro

a Roberto De Angelis

in amore e gratitudine

infinito

 

Irachena

sorella ! dove sei?

Non so da dove venisse questa mattina questa voce: come venisse da terra.

Forse pensai alla cosa più triste del mondo: il tremore eterno di chi resta in piedi o seduto su poltrona con sotto i piedi un cadavere teschio ossa nome parentela che nella sua estrema scomparsa dalla storia regge tutto: casa dove abiti, poltrona dove siedi, mensola della libreria, scienza e letteratura.

 

Poi stamattina arriva l’artificio dell’ora più lunga in questi ultimi mesi di storia della mia vita che mi sta cambiando l’ordine dell’armonia e il mio cervello che come una macchina usata chiede il passaporto per le alpi per correre a rivedere gli elefanti dell’africano e poi non sapere più se benedire il tempo che ci volle e di cui nessuno ci insegna il contenuto o spargere sale sui libri ogni volta che un cranio si spacca a calci e sassate o viene bruciato un villaggio di vivi.

30 marzo 03 

Sappiamo più noi sulla scomparsa di civiltà e utensili che ci dovremmo sposare ognuna con un esploratore, un cartografo… appallottolare la stesura e poi mettere il bolo in bocca e masticare.

30 marzo 03

Era in mare

m’aveva preso per la collottola il sogno come un cucciolo riottoso eppure quel grigio del cielo che si confondeva con le acque era insieme Atlantico lago di Como Ionio e tre ragazzi di cui il più piccolo aveva la testa tonda e i capelli corti come mio fratello che dopo quando mi sono svegliata mi sono trovata a dire: era un bambino baciato dagli dei con tutto quell’oro sulla testa e quei sorrisi di occhi furbi come due cespugli con dentro una bicicletta

intanto quei tre ragazzi completamente soli facevano acrobazie con il loro aliscafo a motore antico e quando uno di loro piroettò nell’aria e poi ricadde perfetto nelle acque nacque una leggenda: e loro tre nudi come la purezza della memoria si abbracciavano come avessero issato una bandiera sull’inconscio.  Bravi!

 

in mezzo al sogno c’era una lingua che faceva eco ed era greca e italiana e tirava il filo dei miei matrimoni con uomini più vecchi di me

1 aprile 03

Se rivivo

se rivivo quando scrissi io non so e poi volli andare a capo

non era Socrate che pur amo ma una ragazzetta che s’era infilata finalmente la sua veste

e così sentii che potevo cominciare ad avere a che fare con un certo paradiso ma non per averlo detto: io non so, forse più per esserla andata a capo e averlo così lasciato solo lassù in alto in cima che la buona compagnia non gli mancava certo ma io che ci potevo fare ancora con una bandiera che mi faceva pianto ogni volta che m’ammantavo di scoperte che appena aperto il palmo della mano sfuggivano via come si addice solo a ciò che non è tuo che non ha neppure dove andare a finire sapendo invece bene dov’era cominciato 

io mi chiedo in queste righe qualcosa sul destino se sia naturale per una donna mostrarsi in pubblico con una penna in mano mica storie

 

13 giugno 2003

Ritorno

a quando scrissi io non so andando poi a scoprire che così facendo m’infilavo una fascia passata di mano in mano un incipit insomma che m’avrebbe onorata d’appartenere ad una stirpe che s’era messa su a declinare il verbo della sua mente nel giardinetto in cui strusciavano vesti e piedi scalzi: il popolo del mistico verde canterino, ma io non udii campane né trilli né ruscelli tutto era muto e aperto a non finire c’era anche una certa forma di desolazione e sopra l’arcobaleno: quanto avevo pianto! E così lasciavo. Avevo un fagotto che ciondolava dal bastoncino ma il bello il bello il bello il bello era che ora me ne vado senza dover partire.

 

Il paradiso è dove nessuno ti chiede chi sei cosa fai.

Si vede e si fa altro insieme.

Il paradiso è dove le domande sul tuo conto sono a forma di lamponi o fragole di bosco.

29 giugno 2003

Paola  F.Febbraro

 

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giovedì, febbraio 03, 2005
 

Fiammetta Cirilli

 

Sette sequenze

 

 

 

Zoo

 

E’ come divincolato dall’alveo, il sangue – crepita, sbocca fuori. Lambisce qua e là il ventre, ne lievita (aggruma) i tessuti

 

morta, la rondine sta ad ali aperte. Inspiegabilmente – venuta giù mentre era in volo, si direbbe (per poco che riesca ancora a distinguersi dalla terra dell’aiuola: giovane, e piccola di taglia).

  Mesi fa, era toccato a un topo – la carne via via slabbrata, le ossa brunite di pioggia. La coda sola sembrava non consumarsi, e orientare la fuga dell’occhio: verso le orbite, la zampe circonflesse, in dentro.

 

Al fiume

 

Abita continuamente l’assenza - si fa pietra (non femmina) in un’unica forma rescissa, che l’avvolge. A sottrazione di quanto, negato

 

[ma (pietra) abiterebbe infine il fiume]     

 

 

 

Al fiume, nuovo

 

Il nodo, quello sì, è necessario: la corrente, la cascata corta, il ristagnare dell’acqua, subito.

  Lì, a depositare: concrezioni, legni, fibromi. Il tronco di un platano, aperto in mezzo, vuoto. Gusci di tartarughe - mappe, stropicciate, a pezzi.

   Secondariamente, poi: mescidare: di umori e alghe, sponde coagulate in muschio -una blatta che si trascina e secca al sole.

 

L’isola è breve, astratta, chiusa - la calpesta a passi incolonnati. Come una qualche bestiola, colmando reticoli, vertigini - ecco. Quasi vicino, il ponte monco le graffia addosso un’astuta indifferenza curva

 

(può dare una misura alla sua privazione) 

 

 

Campo del Verano

 

 

Pretendeva di avere ragione di lei, la città dei morti. E che fosse insopportabile -

 

inseguiva un rigagnolo, quella stesa d’asfalto. Si ricompattava poi, subito: in celle moltiplicate, bianche. Finiva, enorme: a puntello di un grammo di cielo opaco.

  

Con indifferenza fiori in decubito ammaestravano: ombre d’angeli accucciate, gatti, anime con ancora un corpo. Non c’era tempo che ne succhiasse il tempo - sopra i sassi, la grammatica della memoria inoculava un gelo di lingue sfatte. E il fiato, il peso di tante madri, il loro morso calcareo da reggere fino in fondo -       

 

- tessuto a ricatto. Come ricatto, pietrificato in nessi di un’inutile (putrida)  architettura.

 

 

 

 

 

S. Ivo alla Sapienza

 

La città agguanta e ferisce, allenta la stretta per poi più saldamente agglutinare piaga con piaga, ossa, pelle

 

il cortile è sgombro - si compongono e divaricano gli archi, sillabando a scatti, decuplicando (ironici): il ragazzo filippino che urta il secchio di cemento per tumulare la morta più recente; la lapide appena lucidata; il polline. Cade - la geometria denigra i gesti dei turisti in fila, lo sguardo verso l’alto. 

 

E no, non era filippino, il ragazzo, allora. Polacco, forse - al camposanto, altrove.

  Qui, invece, stanno dando giusto adesso riposo ai resti di un rinfresco consumato da poco - liquidi disseccati, pane, plastiche. Scatole, ai cui spigoli manca durezza, forma d’oggetto.

  Sono in due, in divisa, di pelle scura, che piegano tavoli, li scalfiscono, battono - il polso ha mosse quasi femminili, come di madre, o di faina, quando preme a sigillare cosa (corpo) che non debba più servire    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(non tanto muoversi, quanto rifluire tra solco e solco dei sampietrini – scendere, infiltrarsi, assottigliarsi, stagnare. Evaporare quello che resta, o amalgamarlo ad altro rivolo o fango: finché sia indistinguibile)    

 

 

 

 

 

 

 

Imperfetto

 

 

Ora ha un utero di latta. Disarticolato, sordo, duro. Gracidante se pressato, pestato - guaisce, tira fuori un sibilo che chiude vetrificato, corneo.

   La lingua, qualcosa che lo raspa - che corre, seminandolo. Gli spasmi controllati: dai muscoli, al sangue, al cuore. Dal nodo della bocca al basso, giù - vorrebbe, se potesse. Perdere, strizzare, perdere: e quella sua scatola atrofizzata estrarla, scartarla via, agonizzarla in un bagno di acidi.

 

Ha un soffitto trinato d’ombra, su. Le pareti che imbiancate di fresco esalano -  muffa moritura, colla, tabacco.

  Sul letto - la sagoma dell’amplesso a leggersi capovolta in riflesso di metallo.

 

Calcola i secondi, i gesti, i vuoti.

 

Considera, altrimenti: l’inturgidirsi, l’esfiatare della pelle. Il ventre che sa di urina, un po’, accartocciato, lento. Il seno sfinito, smarginato, come in gesso. La carne inchiodata, in un risalire breve (lungo) di caldo vischioso.

  

Non si oppone -

 

 

 

 

 

Ultimo interno

 

no, non così, dice – in uno spicchio di lume, di coscienza. I tre quarti del tempo sfilati: e ritessuti, poi, metodicamente, fobicamente.

 

Nutre in bocca parole non parlate. Con la punta della lingua tenta di arrivarle: e scalzarle tutt’intorno, staccarle. Non deglutirle – rigettarle, invece. A margine di sé come se essere non dipendesse che da uno stesso movimento, ripetuto

 

qui, ora – lo scarto da prima: dal già liberato, espunto.   

 

Preclude (colma) la corona della luce elettrica con le dita - c’era, che l’ha distolta, il fibrillare di qualcosa: un filo di rame, ali, zampe d’insetto. L’insistenza di certe frasi vecchie, prolungate: ancora – il tonfo del cuore, cavo; un suo pullulare, espandersi; il freddo; l’ansia di sciogliere (riannodare)

 

(inesatta, grossa, una nebbia fuori come ne ha mai vista)  

 

Fiammetta Cirilli

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martedì, febbraio 01, 2005
 

Francesca Genti

 

FIORE DELICATO DENTRO IL BOSCO
è andato via: ha detto arrivederci
è un fiore educato ma non vuole più restare
in silenzio dentro il regno delle merci.

 

Francesca Genti

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martedì, febbraio 01, 2005
 

Biagio Cepollaro

 

 

Il megafono planetario e il sasso

Ora che il buffonesco e il truffaldino legano i vari campi della vita pubblica, come una pasta che amalgama materiali eterogenei, come spirito del tempo e poetica imperante, come colla a due componenti, emerge tra l’altro, come terribile paradosso, l’enorme sproporzione tra la moltiplicata potenza di comunicare e l’assoluto nulla da dire, tra il megafono planetario e la faccia ebete del sasso, immobile in fondo alla scarpata.

 

Aggiungi un posto a tavola.

Non tutti i momenti sono buoni per leggere poesia. Vi sono alcuni momenti in cui, per straordinarie coincidenze, la lettura è rivelatrice. Queste rivelazioni, però, non sono molte, non possono esserlo. I libri invece sono tanti, come gli autori. Bisognerebbe moltiplicare a tal punto queste circostanze favorevoli da fare spazio a più libri rivelatori, a più momenti di grazia, insomma. Per poter leggere molta poesia, sembra dedursi da ciò che si è detto fin qui, la propria vita deve avere molte qualità. Cioè occorre che intorno al momento della lettura ci sia stato molto lavoro in campi che con la lettura non c’entrano niente. Occorre aver preparato tutto, come quando, con ironica ma affettuosa solennità, si invita un amico a cena.

 

 

La Storia privatizzata

Il pensiero rivolto a sé ha il piglio della privatezza ma spesso la sostanza può essere ‘pubblica’, mentre il pensiero rivolto al ‘pubblico’ può avere il piglio collettivo ma la sostanza può essere privatissima. Ciò che può dar fastidio ad un certo punto è il giudizio su questioni collettive: traspare troppo la privatezza della motivazione. E’ difficile un discorso che riguardi il ‘pubblico’ forse perché la dimensione pubblica non è solo un registro retorico ma anche una situazione storica. Come dire oggi i discorsi ‘pubblici’ sono destinati a restare chiusi nella retorica perché la storia non aiuta, perché la situazione non c’è. Eppure la storia c’è, eccome!, e sempre ci sono situazioni…Storia e situazioni non afferrabili dai discorsi, parlanti scollati radicalmente dalle situazioni…Ma come, anche la storia più che essere ‘privata’ è stata ‘privatizzata’? Come la Storia tende a coincidere con i mezzi di comunicazione?

 

 

Scopo ed obiettivo

Bisogna aver chiaro in mente lo scopo del proprio lavoro. Che non è l’obiettivo. Lo scopo è l’aspetto interno, diciamo così, dell’obiettivo. Uno può aver raggiunto il suo scopo anche senza raggiungere il suo obiettivo: cioè nessuno se ne è accorto. Uno scopo può essere una certa vitalità fluida, un certo modo di svegliarsi al mattino, un certo modo di essere contenti di ciò che si fa. O anche, un certo modo di pensare  o non pensare spontaneamente… Può capitare di aver raggiunto l’obiettivo ma di mancare ancora lo scopo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il sistematico talvolta è presuntuoso

La tentazione di raggruppare tutti questi blog-pensieri sotto temi definiti e svilupparli verticalmente è forte. Ciò che mi trattiene è la consapevolezza che questo tradirebbe la natura dei blog-pensieri che hanno l’indisciplinatezza propria dei pensieri che vanno e vengono, ma soprattutto dei pensieri che credono di aver consumato tutta l’illusione dell’ontologia…Scrivere, infatti, è un paravento: più sottile è, meglio è, meno forse è forte il distacco tra l’originaria umiltà e la presunzione che vien strada facendo. E data che l’occasione fa l’uomo ladro, meglio una scrittura morigerata per mancanza di occasioni.

 

 

Biagio Cepollaro

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martedì, febbraio 01, 2005
 

Gherardo Bortolotti

 

SU  Marco Giovenale

ENDOGLOSSE –

 

 

 

Due aspetti, soprattutto, mi sembrano interessanti di Endoglosse, dando luogo a quella che potremmo definire un’estetica della dichiarazione, che ritengo nuova e, probabilmente, decisiva per una letteratura in grado di offrire strumenti e modelli di esperienza per i nostri giorni. Questa estetica, e la poetica che nel caso se ne deriva, si basa sull’idea che il testo (l’opera) non è tanto la testimonianza di una realtà che esiste a priori, ma ne è una delle fonti, diventando il dettato la traccia di un processo di azione sul mondo (un processo che dà luogo a ciò che poi si intende per reale). Da un punto di vista retorico, poi, questa operazione si fonda sull’interruzione della continuità del discorso, che smonta la simbolizzazione e, senza interromperla, la lascia alla deriva.

Il primo aspetto è sicuramente la dissipazione della voce narrante. “Il gelo intensifica le mani fino a dissiparle” scrive Giovenale nella glossa XV; allo stesso modo mi sembra che la freddezza dello stile (la glacialità della raccolta, per continuare la metafora) intensifichino il narratore fino a farlo scomparire.

Mi è capitato di leggere che la retorica degli asserti scientifici (un esempio paradigmatico di “espressione fredda”) si basa sulla dissimulazione dell’enunciatore e che proprio questa assenza “fonda” il valore scientifico degli asserti stessi. Si può spiegare questo punto considerando che il valore assoluto del dettato scientifico deriva, in sede retorica, dall’impossibilità di collocare la sua fonte, e quindi di relativizzarla a sé ed al mondo. In questo modo, le proposizioni della scienza si liberano dal soggetto che le esprime e si collocano autonomamente, come oggetti (quelli teorici, di cui parlano) nello spazio della nostra esperienza.

La voce narrante di Giovenale agisce in modo analogo, rinunciando al “calore” lirico o affabulatorio e sfruttando l’interruzione sintattico-semantica come fonte inesauribile di oggettività. Si intensifica e dissipa, infatti, grazie alla giustapposizione irrisolta delle proprie frasi: la distanza semantica tra di esse, cioè, utilizzando la forza di ciò che non viene detto, le lunghe catene di implicazioni che la loro incongruenza richiede per chiarire il dettato, carica il narratore di una forza quasi numinosa che l’azzera, attribuendo ai paragrafi un valore di verità autonomo. Le proposizioni, così, si installano nello spazio pragmatico del lettore come elementi assoluti e, generando il dato di cui dovrebbero essere testimonianza (il mondo? la realtà?), lo modificano, simili a megaliti che cambiano gli spazi della piana in cui vengono alzati.

Il secondo aspetto particolarmente significativo di Endoglosse è il valore di resto, per così dire, che sembrano avere le frasi di Giovenale. È come se, a monte, ci fosse un testo più ampio di cui restano, appunto, le frasi che abbiamo davanti agli occhi. Di nuovo, si noti, il motore di questa dinamica è la giustapposizione. Questa struttura, come ogni figura catalogica, presuppone o sottintende l’esistenza di un ordinamento coerente e, in questo modo, nel caso specifico dà luogo ad una dinamica centrifuga. L’incongruenza delle singole frasi le une con le altre, infatti, rimanda la coerenza tra di esse ad un altro livello, delegandola ad un ipotetico testo originale che riscatti, con la propria organicità, la compresenza delle proposizioni che si leggono ed il loro accostamento discontinuo.

Questa qualità residuale, di traccia, investe così il lettore di quello che mi sembra essere un incarico a ricostruire il testo “perduto”. Una ricostruzione che, in effetti, si limita all’esperienza della distanza tra i due testi ed alla percezione delle frasi lette come il risultato di un’operazione di ordinamento sul mondo, completata a monte dalle frasi che, non esistendo, non si possono che implicare. Il dato poetico scaturisce dall’ipotesi del testo ipotetico, se mi si passa il gioco di parole; un’altra volta, si tratta non di riportare la testimonianza di qualcosa, ma di occupare con un nuovo oggetto il mondo. Giovenale chiama le sue sequenze “preludi” e quindi in senso opposto ai “resti” di cui parlo; ciononostante mette sul piano lo stesso tipo di processo, proprio perché il preludio innesca qualcosa che lo segue.

Accanto agli aspetti appena considerati, vorrei sottolineare ancora tre cose. In primo luogo, come conseguenza di quello che ho detto, noto che le prose di Giovenale, per quanto apparentemente lontane da un’estetica realista, sono forse, al contrario, un esempio di come si può pensare un nuovo tipo di realismo. Questo “realismo nuovo” mi sembra porsi non tanto il problema di rappresentare il mondo (finendo per rappresentarne le rappresentazioni, declinandone i generi e gli stili) ma quello di modificarlo, per produrne ulteriormente. E questo, si badi, con un doppio livello realistico: da una parte, appunto, incidendo sul reale (nel suo primo esponente: il lettore); dall’altra sfruttando per questa manipolazione la realtà prima di un testo, cioè quella delle sue parole. In Giovenale, infatti, grazie ancora alla forza della giustapposizione, si arriva ad un livello di icasticità tale che le parole perdono il loro valore di scambio, per così dire, ovvero smettono di essere solo mosse di un gioco linguistico (che azzera il testo nello spettacolo della scrittura/lettura) e mantengono invece intatto il valore d’uso, il miracolo vero e proprio della significazione, per cui una cosa diventa un segno ed un segno una cosa. E questa spoliazione, smontando e liberando la funzione simbolica, è necessaria alla generazione di quegli oggetti sintattico-semantici che il lettore non potrà che intendere come “pezzi di realtà”, proprio perché evidenti cose nel mondo e non semplici “indicatori di poetico”.

Il secondo punto è una considerazione che mi sembra inquadrare le cose già notate in un contesto più ampio, ed è la seguente. Al di là della possibile riformulazione del realismo, gli aspetti individuati e quella che ho chiamato l’estetica della dichiarazione  spostano il quid della poeticità dall’interno del testo, dai suoi meccanismi (il cui riconoscimento dovrebbe generare il fenomeno estetico), al di fuori del testo, fondando l’azione estetica nella manipolazione dello spazio pragmantico del lettore e capovolgendo il modo invalso di intendere il poetico. È importante intendere questo passaggio. Prima di tutto perché è da questo spostamento che nasce la “poeticità” di Endoglosse. In secondo luogo, ha un valore paradigmatico e, in questo senso, andrebbe letto come una proposta alternativa alla gran parte della produzione italiana di questi anni (che continua a credere che il valore del dettato sia funzione del soggetto retorico che lo enuncia). Infine ha una serie di ricadute che qui non si possono esaminare ma che toccano sia il valore dello stile, liberando il testo dal ricatto della “bellezza” o della “espressività”, sia la funzione autoriale, che si  sposta dalla produzione alla collocazione di materiale testuale, sia, infine, il senso della fruizione, evitandole la trappola del giudizio estetico.

Per concludere, segnalo che parlando, per Endoglosse, di “voce narrante” anziché di “io lirico”, o di qualche altra funzione forse più propria a delle poesie (per quanto in prosa), ho cercato di cogliere quello che il testo propone nel campo della “prosa vera e propria”. Da una parte, infatti, le caratteristiche del testo di Giovenale suggeriscono un’alternativa anche alla narrativa contemporanea. In effetti, a fronte dell’elefantiasi della funzione “narratore” che basa, sull’onniscienza effettiva - non solo narrativa - argomentata dalle strutture metonimiche delle citazioni, sulla distanza morale e gnoseologica assicurata dall’ironia, sul valore “mistico” delle metafore, un carisma che le permetta di gestire almeno apparentemente quella materia parcellizzata, frammentaria e contraddittoria che è la realtà contemporanea, il narratore di Giovenale accetta il decadimento della propria autorità intellettuale e invita il lettore a ben altro impegno che non a quello di spettatore dei virtuosismi stilistici degli autori. Dall’altra parte, infine, le stesse caratteristiche collocano Endoglosse in una terra comune alla prosa ed alla poesia in cui, al di la di questi due macrogeneri e delle varie articolazioni in cui la spinta narrativa e l’afflato lirico si dispiegano, si trova un spazio nuovo per quell’esercizio di misura che è la letteratura e che potrebbe essere interessante esplorare.

 

 

SU  Marco Giovenale

ENDOGLOSSE –

 

Gherardo Bortolotti

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martedì, febbraio 01, 2005
 

Francesco Forlani

 

La cigarette de Malraux

 

 

C’est une manipulation de la mémoire très troublante, on cherche à imposer à la nation des souvenirs fabriqués. « Même le passé est imprévisible en URSS » (blague populaire)

 

"Tu as arrêté, donc tu peux en prendre une !" Tom Waits à Iggy Pop dans le film "Coffee and cigarettes " de Jim Jarmusch

 

 

Quand tout le monde parlait de la chute du mur, ou du communisme, personne, sinon de tres rares exceptions, observaient étonnés un nouveau monde parcouru par des nouvelles créatures : les ex-fumeurs.

L'ex-fumeur est encore plus qu'un humain, une série de comportements, un nœud de models, plus ou moins imposés par Le Nouvel Droit Communitaire , une weltanschauung - plus ou moins imposée par l'usine de la santé et de l'hygiène de la contemporanéité - qui est en train de transformer les lieux en commun et qui sait, si c'est vraiment un bien. En fait - là je cherche avec impatience mon paquet de Lucky Strike qui est quelque part dans la chambre - au de là de réflexions qui sont et doivent rester du domaine du privé - assumer ou non le risque lié à la vie, de mourir, de rouler à 200 km à l'heure, mettre le casque, mettre la capote, mettre…ou plutôt remettre un dernier verre d'alcool au lendemain pour ne pas conduire en état d'ivresse. -  la question d'interdire la cigarette reste une question ouverte. Par ailleurs, des nouvelles alarmantes nous parviennent d'outre océan où ils nous disent que non seulement dans certains hôtels, il est strictement interdit de fumer - là j'allume ma cigarette -  mais qu'on élargisse cette interdiction aussi dans les immeubles en acceptant comme locataires que des non-fumeurs.

L’ex-fumeur, exactement comme l'ex-communiste, est en réalité le nouveau paladin d'une campagne de privatisation de l'espace public. Espace désormais à mesure d'un individu, seul - l'agent immobilier qui m'accompagnait dans la visite des appartements, en tissant les louanges d'un deux pièces, remarquait avec une certaine satisfaction que dans l'immeuble il n'y avait pas d'enfants- standard, au PH neutre, 0 matière graisse dont l'espace de liberté coïncide avec l'espace occupé par son propre corps. Avant d'approfondir la relation entre ex-communistes et ex-fumeurs,  nous remarquons d'emblée que tous les deux ont au moins un point  en commun : une haine farouche vers les fumeurs et les communistes, ou bien les compagnons d'autre fois.

Or, après une analyse des comportements métropolitains, j'ai remarqué qu'ils existaient des innombrables segments de rencontre entre "cette nouvelle idéologie des ex-communistes" et " le nouvel ordre des hygiénistes, qui ont cessé toute relation avec les "blondes" - cigarettes.

Il n'y a pas longtemps, précisément en 1995, la Poste française émettait à l'occasion d'un important anniversaire, un timbre consacré de Malraux, photographié par Giselle Freund dans un célèbre portrait,. La photo transmettait la même inquiétude qui surgit des écrits de l'auteur de la condition humaine et l'hommage etait en soi la preuve ultérieure de l'importance qu'on accorde; ici en France et nulle part ailleurs, aux écrivains dans l'imaginaire collectif.  Tout suivait alors le cours naturel des choses lorsque l'on monumentalise le passé mais qu'on monumentait jusqu'à ce point, c'est-à-dire, d'arriver à éliminer du portrait en question,  la cigarette, ça alors!

L'acte de l'effacement d'un détail - si l'on gratte, il y a une démangeaison - d'une personne, d'une situation, d'une image fixée à la réalité que l'appareil voulait immortaliser c'est historiquement une pratique de la censure politique. Ce que d'une part, on voudrait définir comme "communication" - ministère de la santé, société civile, et - en réalité est pure propagande. Pourquoi éliminer la cigarette du portrait ?. Parce qu'on la juge comme non pertinente en rapport au message qui veut transmettre, et surtout en rapport à d'autres détails qui eux, par contre, semblent incontournables - le regard, les moustaches, la casquette. Imaginerez - vous un De Gaulle sans les moustaches, ou le Che sans sa barbiche. La cigarette est par contre perçue uniquement comme "message" subliminale de publicité des marques des cigarettes d'où l'intolérance des associations des consommateurs, nouvelle Sacra Rota de l'Empire du Dieu Commerce.

Qu'il s'agit d'une nouvelle religion nous en avons quelques exemples. Walt Disney qui remplace des bières bues par Mickey avec un jus d'orange, une nouvelle liste rouge rédigée par une association américaine et qui déconseille tous les films du début de l'histoire.. du cinéma à aujourd'hui, ou les personnages fument ouvertement. Exactement comme les culottes ajoutées par pruderie au jugement universel de Leonardo. Pour donner un exemple je vous propose ce que j'ai trouvé sur le net. Lucky Luke, cow-boy libertaire et protagoniste d'une célèbre bd, se voit la cigarette, éternellement collée aux lèvres, remplacée par un cure-dent. Sur le site officiel, un lecteur pose la question:

 

 

Cher Lucky Luke,

À quel moment avez-vous décidé de cesser de fumer, et quelles étaient vos motivations?

Westernement vôtre,

Francis K.

 

 Le héros,  par la bouche de son auteur, ainsi (sic) répond:

                                                 

Ça fait longtemps que j'avais le goût d'arrêter de fumer. Mais ça a pris pas mal de temps avant que je me décide une bonne fois pour toutes. Car si je veux encore être capable de courir après les Dalton, je dois faire attention à mon état de santé.

Lucky Luke

 

On frôle le ridicule, tres franchement et ce qui se passe n'est moins grave pour autant. Le désir d'enlever la cigarette à Humprey Bogart, ou à Marcello Mastroianni, ou carrément supprimer des séquences concernées par la présence d'une cigarette - à quand la retouche des albums photo de famille -  nous fait penser à ce qui se passerait si on appliquait la même censure en littérature.

Prenons par exemple La coscienza di Zeno de Italo Svevo. Un des chapitres les plus importants est consacré à l'initiation aux cigares, par Zeno. Il est gamin, et se décide à voler une cigarette du paquet de son père. Immédiatement toute sa dynamique existentielle se joue autour d'un combat acharné entre désir de fumer et volonté d'arrêter. Laissant de côté les questions profondes relancées par Svevo et qui relient la maladie de son personnage à son besoin de soins,  le génie de l'écrivain triestin se déploie dans toute sa puissance lorsque le monde clôs  de la chambre de Zeno enferme le monde en dehors.  C'est sur ces mêmes murs qu'il  écrit et efface toutes ces déclarations d'intention d'arrêter marquant par exemple : «Oggi, 2 Febbraio 1886, passo dagli studii di legge a quelli di chimica. Ultima sigaretta!!».

En réalité Zeno-Svevo-Schmitt  fait coïncider la geschichte , c'est-à-dire le destin individuel - ici le désir d'arrêter de fumer - avec l'historiche, l'histoire avec un gros h, des évènements fondamentaux, comme le début d'une guerre, l'attentat au roi, et ainsi de suite. La cigarette devient une sorte de marque-pages de l'histoire, qui est absolument remarquable. Il faut ajouter avant de reporter la citation que le traducteur Paul Henry Michel a consciencieusement traduit le chapitre "il fumo", avec "les dernières cigarettes", au pluriel, bien entendu.       

 

 Une fois étant étudiant, comme je changeais de chambre, je fus obligé de faire retapisser à mes frais le mur de celle que je quittais et que J'avais couverts de dates. Il est probable que si j'abandonnais cette chambre, c'est qu'elle était &venue un cimetière de bonnes intentions et que je ne croyais plus possible en ce lieu d'en former des nouvelles. 

J'estime qu'une cigarette a une saveur plus intense quand c'est la dernière. Toutes les autres ont aussi leur saveur particulière mais moins intense. La saveur que prend la dernière Iui vient du sentiment qu'on a d'une victoire sur soi même et de l'espoir d'un avenir prochain de force et de santé. Les autres ont leur importance, parce qu'en les allumant on affirme sa liberté

Les dates sur les murs de ma chambre étaient de couleurs variées ; certaines étaient peintes à l'huile.

. Ma décision, affirmée chaque fois avec la confiance la plus ingénue, trouvait une expression adéquate dans la vivacité de la couleur qui devait faire pâlir l'inscription consacrée à la décision précédente. Certaines dates avaient ma préférence    à cause de la concordance des chiffres. Je me rappelle une date du siècle passé qui me sembla devoir clore à  jamais le cercueil où je prétendais ensevelir mon vice : " Neuvième jour du neuvième mois de 1899."

Date significative, n'est-il pas vrai ? Le siècle nouveau m'apporta, des dates bien autrement musicales : " Premier jour du premier mois de 1901. > Aujourd'hui encore, il me semble que si cette date pouvait se répéter, je saurais commencer une nouvelle vie.

Mais les dates ne manquent pas dans les calendriers et avec un peu d'imagination, il n'en est pas une qui ne puisse s'adapter à une bonne intention. Je me rappelle celle-ci parce que celle-ci me, sembla contenir un impératif suprêmement catégorique : Troisième jour du sixième mois de 1912, 24 heures.

Quelle résonance ! Chaque chiffre semble doubler la mise…

 

L'année 1913 me procura un instant d'hésitation. Il manquait un treizième mois pour l'accorder avec le millésime. Mais qu'on n'aille pas croire qu'il faut tant d'accords dans une date pour donner tout son relief à une dernière cigarette. Bien des dates que je retrouve sur mes livres ou mes cahiers préférés se font remarquer par leurs dissonances. Par exemple le troisième jour du second mois de 1905, six heures! Cette date a son rythme cependant, pour peu qu'on y réfléchisse : chaque chiffre nie le précédent. Des nombreux événements , que dis-je, tous les évènements sans exception, depuis la mort de Pie IX jusqu'à la naissance de mon fils, me parurent dignes d'être consacrés par mon ferme propos habituel. Tout le monde dans la famille est émerveillé de ma mémoire des anniversaires joyeux ou tristes et j'en tire une réputation de grande bonté !

Pour diminuer son apparence grossière, j'essayai de donner un contenu philosophique à la maladie de la dernière cigarette.   On prend une fière attitude et l'on dit : "jamais plus !"  Mais que devient cette fière attitude si on tient la promesse ? Pour-la garder, il faut avoir à renouveler le serment. Et d'ailleurs, le temps, pour moi, n'est pas cette chose impensable qui ne s'arrête jamais. Pour moi le temps revient.  Rien que pour moi

 

 

Ce qui semble avoir réussi dans le cinéma,  pourra se répéter en littérature? Franchement, je pense que non. Et pour cause. Avec quoi remplacer la cigarette de Zeno? Avec un chewing-gum, une sucrerie ? Une pratique d'autosatisfaction sexuelle ? Une pipe, à la Maigret?

L'Amérique ! Et si cette histoire de l'anti-tabagisme ce n'est qu'une attaque, le énième, à Cuba, et à son économie. Les Montecristo - enfin encore des romans, un des meilleurs en plus- sont le seul point de résistance de Fidel. Voilà le complot des communistes et des fumeurs ! Et si c'etait lui à avoir infiltre la maison blanche à l'époque du scandale de Lewinsky Clinton.  Ah ces communistes!! Ils auraient dû quand même mettre un mode d'emploi dans une boîte à cigares. Je connais d'ailleurs un type qui avait pris un jour des suppositoires par la bouche ! Une amie américaine m'avait expliqué la règle première à observer dans   l'attente de bus. On le sait, les bus, à Paris comme à Naples, à Athènes - surtout-  ou a New York sont souvent en retard. Bien - plutôt mal, mais …- pour ne pas attendre ultérieurement, il suffit d'allumer une cigarette -  et tu verras, -dit-elle- ton 69, apparaîtra comme une Madonna dans la rue du bac. Bacco Tabacco et Venere. Plus de Bacchus, Tabac, envolé en fumée et de Venus que l'instinct paranoïde d'attraper quelques maladies.

Et pourtant, une autre affinité réunit les ex-fumeurs avec les ex-communistes, et c'est le rapport circulaire au temps, ou bien l'incapacité de "vivre" toutes les contradictions que la vie, une vie faite de décisions porte avec soi. Un bon fumeur, c'est quelqu'un qui vit son plaisir partagé entre envie - besoin de fumer, et "bon sens, à ne pas le faire (trop tôt, pas avant le café, il y a des enfants dans la pièce etc.).

De même, le communiste dandy qui est plutôt attiré par le foie gras que par le caviar , peut vivre intensément un plaisir que tout bourgeois partagerait- une belle terrasse, un bon whisky, un cigare, à la bouche, sans pour cela se culpabiliser vis-à-vis du monde des exclus. En d'autres termes les deux, les communistes dandy et les fumeurs ne renoncent pas à l'utopie mais ils la gardent sur soi comme une boussole dans les chemins complexes de l'existence. Les ex-fumeurs et les ex-communistes, par contre, similaires dans leurs visages habités par la hargne, la boussole la perdent volontiers et souvent, car incapables d'assumer leur contradiction.

J'ai peur sincèrement que la société dans laquelle nous vivons devienne de plus en plus petite. On interdit de jouer de la musique dans les bars sous prétexte de nuisances sonores -  les villes qui vieillissent de plus en plus, sont désormais habitées par des vieillards enterrés dans leurs solitudes, ou télé- déportation, et il arrive de plus en plus fréquemment d'écouter écœurés des jeunes filles assises dans une terrasse, commander de l'eau chaude pour un bouillon grisâtre et terreux, aux pouvoirs miraculeux,. On voudrait crier : un bon verre de rouge !

Mais là aussi les nouvelles ne sont pas bonnes. Ils veulent afficher sur les bouteilles les mêmes diktats en novlingua, du genre "qui boit risque l'impuissance", ou " l'alcool (ce sujet est surprenant associé à ce verbe- me dit Word) peut entraîner une mort lente et douloureuse".

Les ex-fumeurs tout comme les ex-communistes haïssent ceux qui gardent en soi et autour de soi un sentiment d'appartenance. Les fumeurs, comme les communistes, font de la vie une œuvre présente faite de passé. Comme une célèbre éditrice sicilienne qui a garde le vieux paquet de Lucky- sans les annonces funèbres- pour y placer les cigarettes d'un nouveau paquet aussitôt jeté à la poubelle.

Mais il n'y a rien à faire. Comme pour cette étrange loi physique qui fait que si un fumeur est assis- en pleine aire à coté d'un non-fumeuse, la fumée court toujours en direction de ce dernier, les idées du passé nous poursuivent. Il n'y a rien à faire, à rien ça sert de se tordre le bras, ou la bouche, la fumée avec des tres étranges détours ira toujours chez le non-fumeur. Ainsi les ex-communistes qui désavouent leur jeunesse pour ne pas apparaître trop cons. Jusqu'au moment qu'on leur demande d'allumer une toute dernière cigarette. Une vraie dernière. Et comprendre, seulement alors, que comme écrivait Svevo citant Goldoni: "il est fort mieux de vivre sain pour mourir malade que de mourir sain en ayant vécu comme des malades toute sa vie."

 

La cigarette de Malraux

 

Francesco Forlani

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