sabato, gennaio 01, 2005

Nevio Gàmbula

Gli stracci laceri sul ventre

Cantica diabolica, luxuriosa, amatoria, obscaena, turpia

 

 

 

1.

 

Adesso lo dico: ti devo amare, adesso, schiudere

per te le mie labbra – logore le mie labbra – e posso

dirlo anche così: mia lingua su tua – furioso cumulo

di lingue – e devo assaggiarti, ora, in prova di fuoco,

mischiare la mia saliva alla tua nell’incrocio esatto,

ingoiarti, devo sputarti dentro di me, è questa, ormai,

la mia difficoltà: scappare da dove mi sono rintanata

– questo luogo interiore – devo uscire da me stessa,

sono costretta ad uscire. Ecco, sono pronta, vedi?

Preparo la danza

 

Adesso ti dico: questa sera la mia danza. Con le dovute

formalità. Oh, possente mio sovrano. Il fuoco brucia

se metto la mano sul fuoco, ma se lo dico soltanto

allora il mio corpo non può essere bruciato. Un nome

è un nome, non può venir distrutto. Ma un corpo,

io sono un corpo con qualche idea: in questo modo,

appunto, questa sera io ti accoglierò, col mio corpo

nudo. Non basta dirlo. Ci vuole l’incontro. Mi apro.

Il mio viso una maschera ferita, ma sono pronta.

Preparo la danza

 

Adesso potrei dire: a me piace vivere libera – libera.

Signora di tutte le cose e ogni cosa diventa musica.

Soggetta soltanto a me stessa. Ma mi tocca dire:

sono serva di tutte le cose – oppure: la storia

mi dispone, insieme alle cose, al tuo comando,

e considera dunque quanto segue: la mia libertà

deve passare dal tuo corpo – dal tuo corpo la mia

libertà. Tanto vale bruciare i tempi. Tanto vale

bruciare. E da questa bocca scorra sangue.

Preparo la danza

 

2.

 

Dunque la voce: giungi, giungi qui, dentro di me,

questa piccola ragazzina si concede con ardore,

tutto il mondo diventa un'unica stanza, una stanza

che brucia, e il tuo corpo mi fa gola, stasera – un atto

esemplare, e ti voglio sfogliare una volta per tutte,

decisa a prenderti tra le braccia, avida di piacere –

tra le mie braccia, ti sto aspettando, vieni, ti offro

la gioia che può venire dal mio corpo, e il mio corpo

ha sedici anni appena, vieni, ti sfido a gara su letto.

Tra queste rovine la danza

 

Più forte la voce: dalle piazze alla mia capitolazione.

Sono scivolata nell'intimo della lamentazione, entrata

in un'ombra d'incanto. Io vaga, nebbia, illusione,

fruscio, fruscio di sillabe, io nient'altro che giuoco

d'invenzione, melodia, melodia soave, leggera,

puro suono remoto, di seduzione, io arido deserto

di lingua, cristallizzazione di nulla, o canto salvifico,

qualcosa di sogno, un istante, intimo, o un tempo

interiore, io solo sentimento, oh sì: oscillazione.

Tra queste rovine la danza

 

Urlata la voce: esisto di carne, di sangue, corpo

che pulsa, corpo che pulsa con cervello e mani

e tutto il resto, io viva insomma, vera, e viva oltre

la pagina, vera in brutta copia, certo, franta

rotta disarmonica impura, io disordinata,

vedo me stessa dispersa nella storia recente,

nel cosa succede è nella prassi ch'io son viva,

dove devo procedere, e procedo, salto la corda

che mi taglia la strada – con il mio corpo: sfatto.

Tra queste rovine la danza

 

 


3.

 

Bacio. Voglio

un bacio. Un impasto

di saliva. Un bacio

come un orizzonte. Una

frontiera da passare. Lo

voglio adesso. E

spesso. Qui. Dentro

questo silenzio

denso. Un bacio

La danza

 

Saziami. Brilla

puoi farlo. Con la mano

sai bene come. La

mano verso lascia che

porta luce. Cresce

un grumo che trema

delicato. Lingua

ancora sempre

muovi. Io rido

La danza

 

E altre cose

ancora. Fammi

tu certo tutto. Arco

si può dire

lancia. O la mia

forma le parti

attiva. E questo

bacio, un altro

esatto. Fammi

La danza

 

 


4.

 

La cecità posso dire: ci siete e non vi vedo. Che cosa mi propongo

di dirvi è: di una danza, della mia danza segreta, di un congegno

di morte. La cosa vuol dire ciò: mischiarsi, per vivere, con le cose

scendere a patti, e devo, senza desiderio, concedermi, devo andare

a nozze, sposarmi. Sto per essere annientata nel matrimonio.

Domani, e per un istante che durerà tutta la vita, mi strofinerò

al tuo ventre, perché così vuole l'usanza. Ho dentro il vortice

impetuoso del tempo: che mi costringe a muovermi, col ventre.

Non la quiete. Non la pace in armonia. Ma il moto affannoso.

La mia danza del ventre

 

Non vedo ma se dico: è l'onda che mi trascina e svariate ragioni

e questa guarda è la tua fotografia guarda la tua immagine

su questo foglio di carta e guarda come la poggio sul grembo,

con la faccia guarda la faccia rivolta al pube, e non voltare

la testa, resta su di me, resta, e guarda come mi cullo, e canto

e mi cullo, mi dimeno con le anche, guarda come muovo

le anche e la tua foto, che ritmo, la tua fotografia sul grembo,

soltanto il piacere mi dà il ritmo, ascolta il ritmo, la vibrazione,

sento vibrare dentro una danza, ecco, ora la mia danza segreta.

La mia danza del ventre

 

Descrivo l'aroma del buio: devo sposarti, come una citazione,

per mutare il contesto. Le circostanze – sono costretta. E qui,

improvvisamente, mi dico: che siano nozze di sangue, scure.

Un colpo. Soltanto un colpo. Un coltello bene affilato. Devo

sposarmi. Nozze. Devo andare a nozze. Questa la mia crisi.

Stai calma, mi dico, calma, calma mi dico, molto calma.

Oh questa bambina appena sedici anni trascinata all'altare.

Così stanno le cose: e allora mi provo le mie nozze, vado.

Nel bel mezzo di un massacro. Oh, devo farmi riempire.

La mia danza del ventre

 

 


5.

 

Così. Come stanno. Le cose. Stanno.

E vanno. Mosse. Si muovono. Spirali.

Altrimenti cedono. Vale a dire:

basta. Rompo la tregua (finalmente).

E cominci la disputa. Questa sera

Mi svelerò. Col bacio. Vado a braccio.

Un bacio d'orrore. Balza, o mio bacio.

Di bocca in bocca. Furtivo. E attira.

Con un pretesto. Uno qualsiasi. Brucio.

Dalle mie braccia la danza di guerra

 

Tra le mie braccia ti spremo ruggente

se ti spruzzo la trama la crudele

mossa, io clamore di fuoco, e brucio,

ardo e fremo nel caos delle vere

nozze, fatali, in coito di cappio,

oh stronza danza, acerba, tu lurida

ed io tumefatta in labbra umide,

a scatti di voglia m'infilo nel ventre

e fletto il tronco mi schianto lo squarcio.

Dalle mie braccia la danza di guerra

 

Oh specchio oh specchio delle mie brame

dimmi sono sempre io la più bella

del reame? dentro ho dentro un incendio

è il mio grembo che si sta preparando

poi vai, pensiero, diventa messaggio,

trappola, diventa oltraggio: voglio

come zattera percossa fondermi

abbandonarmi al tuo corpo voglio

il tuo corpo oh riva tenera calda.

Dalle mie braccia la danza di guerra

 

Gli stracci laceri sul ventre

Nevio Gàmbula




postato da: cepo alle ore 00:06 | Permalink | commenti
categoria:
sabato, gennaio 01, 2005

Francesco Forlani

Le bouquiniste

 

(à l'ami Massimo, à propos du prix Strega )

Del maestro Francesco Forlani

 

Quand je me suis promené avec Elisabeth nous n'avons pas échangé un mot. Au moins nous avons essayé car comme les miens le savent, je parle beaucoup, je parle trop. Et j'écris peu. La raison de ce rendez vous par ailleurs était précisément la suivante : comment faire pour livrer aux amis des lettres une véritable œuvre. Pas un recueil de nouvelles, publiées ici et là, dans des revues improbables, entre la France et l'Italie. Non, non, un véritable roman de quatre cents pages avec l'écrivain en question qui déclare dans une interview: j'ai éliminé beaucoup de passages, à levare à levare, en tout quelques centaines de pages. Bref, un seul livre qui serait dans mon cas l'équivalent de tout ce que j'ai pu rédiger, thèse universitaire et lettres d'amour ou de résiliation comprises. Pourtant ce n'est pas la quantité qui compte, c'est la qualité. Et si aujourd'hui nous nous sommes promenés avec Elisabeth, c'est, entre autres, pour cette raison. Les quais de la Seine sont une sorte de Gange pour les parisiens et je dois m' y immerger de temps en temps, comme pour gagner à jamais cet univers mystérieux et insaisissable qui est la langue française. La langue mais non seulement, parce que c'est une culture à part entière qui se dissimule entre les clairs obscurs d'une pellicule qui défile à la même vitesse que les bateaux-mouches. 

 

Quand nous avons longé la rivière, elle était sur notre gauche. Je refais le chemin tout seul dans le sens contraire et je comprends la différence. Nous n'avons pas parlé beaucoup. Une femme assise sur ses genoux, entourée par d'autres personnes, certains plus jeunes, s'est levée tout d'un coup à notre passage pour nous dire que nous formions un joli couple. Aux cheveux noirs- j'ai juste ajouté.

 

Les yeux noirs entourés d'un iris lumineux ; la bouche fine aux lèvres sévères ; une masse de cheveux couleur de l'encre ; la peau claire tachée de grains de beauté ; le cou élancé ; le regard clément ; les gestes succincts et une vocation à la mélancolie. J'emploie ce terme car Elisabeth en réalité est une gagnante, mais avec la beauté des vaincus.

 

Elle m'a intimé de me taire et du coup je ne savais plus quoi dire. Nous  avons pris place sur le bord en pierre du cours des choses et je l'ai regardé en silence. Le ciel était rouge et j'etais apaisé, les pieds suspendus dans le vide et la tête au coucher de soleil.

 

-         Seulement la littérature peut nous sauver, et encore

-         Je connais ce dont j'ai le plus besoin, mais le passage à l'acte serait douloureux

-         Je rêve d'une rencontre

-         Ni maître ni dieux

-         Embrasse-moi, je peux ?

Je me souviens de tout, des odeurs qui flottaient à la surface d'une journée de juillet, les autres assis à coté de nous, son parfum, le bruit de voitures au de la du mur, l'esprit léger, le désir laissé en veille au plus profond du ventre, des jambes, sur des points de pieds, et sur la pointe des seins. Les vibrations douces, car nous étions comme bercés par le paysage qui nous entourait, et j'aurais déposé mon cœur entre ses jambes, et le sentir palpiter au plus profond de son intimité.

Et pourtant j'ai tout oublié. Je refais le même chemin, dans l'autre sens et je suis seul. La rue déserte ; les feux en orange intermittents ; les huis clos ; la brise accouchée ; les voitures en sommeil.

Je marche vite, comme pour récupérer la distance entre les souvenirs et chez moi, et j'ai l'impression que quelqu'un me suit. Ou presque. Car en réalité le son devient plus fort- des talons aiguës fourrés dans le goudron des trottoirs. Alors que là, le son s'affaiblit au fur à mesure que je poursuis mon chemin. Je réalise en fait que je m'éloigne de la source et dans le silence incestueux de nuit et métropole je reviens sur mes pas pour établir si le pressentiment que j'ai - il s'agit peut-être de quelqu'un qui demande de l'aide -  s'avère juste.

C'est à la hauteur d'un de ces objets métalliques disséminé au bord de la Seine, ces librairies portatives et suspendus entre ciel et terre, forteresses minimes qui gardent en soi fragments de littérature, que le bruit se transforme en voix.

-         De l'aide s'il vous plait, faites quelque chose, mon dieu !

Un homme est enfermé dans cet espace étroit et franchement, je ne sais pas quoi faire. Sinon de lui dire :

-         Mais que c'est ce que vous faites, là-dedans?

-         Banane, je ne sais pas, en tout cas pas plus que toi sur ceux qui m'ont fourré ici. La seule chose que je sais, c'est que je ne peux pas m'en tirer, tu comprends?

-         Je vois.

En fait un lourd cadenas reliait les deux volets du …machin, de la caisse métallique. On aurait dit un bureau.

-         C'est drôle

-         Quoi ?

-         Non, pas votre situation. Je pensais à une histoire qui me concerne

-         Vas-y, j'aime les histoires et puis du moment que vous ne pouvez rien faire pour me libérer, au moins, aidez- moi à passer le temps.

Je me suis donc assis à coté de lui, et je veux dire de sa cage et j'ai sorti une clope. Juste au moment où je vais lui raconter , il m'interrompt brusquement…

-         Aurais-tu la gentillesse de m'en offrir une ?

-         Ah bon, mais vous êtes sûr que cela vous convient. Vous finirez brûlé comme Giordano Bruno, et oui, enfin avec tout le papier …

-         Tu as raison, mais je ne te cache pas que parfois j'aurai envie moi-même de le faire

-         De vous allumer

-         Mais, non, banane, je parle des livres. Si seulement on arrêtait cette destruction inutile d'arbres. Tu sais combien de papier ça fait les livres inutiles qui ont étés écrits depuis Gutenberg

-         J'imagine

-         No, tu ne peux pas l'imaginer mais je me trompe peut-être. En tout cas la question c'est qu'on ne peut pas tout de suite déterminer l'inutilité d'un livre. Il y a même des livres qui naissent inutiles, et un jour, ils deviennent des chef-d'œuvres. Il y a quelques cas dans l'histoire de comme ça, mais ce n'est pas la règle. Pourquoi tu riais tout à l'heure?

-         Non, c'est con…

-         Tant mieux

-         Un écrivain un jour à la télé avait dit que l'exercice plus important pour un auteur, c'est de coller les fesses à la chaise. Et vous. Eh bien vous y etes jusqu'au cou.

-         Donne-moi une taffe au moins

Je lui mets ma cigarette juste à coté d'une petite entrée d'air où le fer avait été dévoré par la rouille.

Il a tiré si fort que j'ai cru qu'il allait s'étrangler. Puis une quinte de toux, amplifiée par la caisse en fer, avait provoqué une quasi-explosion.

-         Vous allez vous tuer

-         Pas de problème à ce point

La voix aiguë; stridule, métallique; à l'accent insaisissable ; amorcé par la cortine de fer; pleine et redondante

-         Homme ou femme?- je lui demande

-         Est-cela important?

-         Ça dépend

-         Homme ou femme, homme et femme. D'ailleurs en littérature, on devrait omettre les prénoms. Les vrais auteurs sont comme les anges. Ils n'ont pas de sexe. Madame Flaubert c'est moi

-         Ce n'etait pas exactement comme ça, mais si vous permettez, j'ai une question qui me tracasse l'esprit, depuis un certain temps…

-         Vas-y mais je te préviens, je prends cher pour les consultations…

-         Si on est là je m'en vais - je me lève brusquement

-         Arrête, je plaisantais, banane, vas-y , dis-moi

-         Comment faire pour vivre de sa plume?

-         Tu parles encore de littérature?

-         Écoute, je t'ai dit plume

-         Même les comptables s'en servent

-         Plus maintenant

-         Et les écrivains?

-         Vous avez raison

-         Vous avez songé à quelque chose

-         Pas spécialement

-   Alors souvenez vous d'une chose, la plus importante, par ailleurs, de littérature, on en meurt, c'est tout

Un silence profond comme de l'encre s'installe entre nous. Ici même la Seine dort d'un sommeil mérité. Et les feux au coin de la rue. Les commerces envoûtés dans un repos ultraterrain. Je n'ose même pas poser d'autres questions. Je n'ai pas envie de rentrer. Il faut que je veille sur mon compagnon. L'idée d'une atteinte peut-être longue, mais nécessaire prend place dans mon esprit. Il y a des moments dans lesquels l'essentiel se passe ailleurs que dans un programme issu de la seule volonté. Je m'endors.

 

La ville se lève aux premières lumières de l'aube. Un soleil timide de Nord s'ouvre un passage entre les immeubles en pierre et la cathédrale ouvre ses vitraux aux pèlerins distraits. Ce qui me semble être le bouquiniste- je vois que ses pieds chaussés sans aucun effort d'élégance- reste devant moi et avant qu'il me file un coup de pieds, gentil, mais un coup de pieds quand même je lève mon regard à son encontre.

-         Vous avez l'air reposé, dites-donc

-         Quelle heure est-il?

-         Dis donc, Je suis ton horloge personnelle ?

-         Non mais - et je pense immédiatement à la créature enfermée dans la boîte

-         Qui a bousillé mon exercice, il y a des coups partout ! Encore des voleurs, j'en ai marre !

-         C'est moi qui ai essayé de libérer la   personne qui est là-dedans

-         Qui quoi, mais tu déconnes ?

Obliger le bouquiniste à ouvrir son cercueil. Être sûr de ne pas avoir rêvé. Appeler la police. Téléphoner aux pompiers. Faire un constat. Forcer le cadenas. Faire des courses. Prendre une douche. Me raser. Appeler une ambulance. Être sûr. Contraindre le bouquiniste. Ecrire. Raconter. Ecrire.

Le bouquiniste

Francesco Forlani

postato da: cepo alle ore 00:05 | Permalink | commenti
categoria:
sabato, gennaio 01, 2005

Giacomo Botta

 

protocolli di berlino

 

protocollo n.1

il mittwoch bar (bar del mercoledì) si trova in uno scantinato, nel secondo cortile di uno stabile di prenzlauer berg, a berlino, ex capitale della repubblica democratica tedesca. sulla facciata ci sono ancora i buchi lasciati dalle pallottole di una guerra combattuta quasi sessant'anni fa.

qui sotto, quando c'era il muro, scendevano gli scrittori dissidenti a leggere manoscritti o a sentire rock occidentale su giradischi malandati. l'arredamento (poltrone sgualcite, tavolini da modernariato) non pare comunque essere cambiato molto da allora.

oggi è soltanto un bar senza licenza dove ci si ritrova a bere una birra. sono simpatici i bar della settimana (ce n'è uno per ogni giorno), sembra di essere a casa di un amico, per quel misto di calore domestico e precarietà che molti luoghi di berlino continuano ostinatamente ad avere.

il mittwoch bar è comunque il mio preferito. forse perché è aperto di mercoledì, il giorno in cui ci si è ripresi dal finesettimana precedente e non si pensa ancora al prossimo, il giorno in cui gli inglesi, per questo motivo, vanno a votare.

ho passato tutto il giorno alla staatsbibliothek a riflettere sul rapporto tra città e romanzo nella berlino contemporanea , poi sono uscito e sono andato a spasso per la berlino contemporanea, con la sensazione di essere finito in un romanzo.

insomma m'immagino di essere nel 1971 e di passeggiare per la kastanienallee con aria da holden caulfield oltrecortina. m'immagino la coda davanti al negozio di dischi dove finalmente anch'io avrò la mia copia di exil on maine street (stampa sovietica).

a berlino succede di proiettarsi in qualche altro spazio/tempo. facilmente dopo aver bevuto una birra a stomaco vuoto. troppo facilmente dopo aver bevuto una birra a stomaco vuoto al mittwoch bar.

 

protocollo n. 2

nicolaij viene dal kasakistan. mi chiede se ho studiato russo a scuola. gli dico di no. il kasakistan è vicino alla cina e alla mongolia. è a 6000 km dal luogo dove io e nicolaij stiamo imbustando degli inviti ad un documentario sulla stasi.

nicolaij avrà 40 anni, ha un cappello da baseball in testa umido di sudore.

pur essendo nato 6000 kilometri a est da qui non ha tratti somatici mongoli. suo nonno era tedesco. per questo adesso è qui. è uno delle migliaia di russotedeschi, che grazie a qualche legge sull'immigrazione sono potuti diventare cittadini tedeschi a tutti gli effetti.

per qualche motivo stalin aveva mandato suo nonno a lavorare, magari a costruire una ferrovia