giovedì, dicembre 30, 2004

La dimensione quotidiana

Talvolta può apparire chiaro che, per quel che è possibile ad un singolo uomo, la dimensione della vita quotidiana, la più colonizzata in tempi mediatizzati, è anche la dimensione più a portata di mano, o almeno appare così. Di fatto le trasformazioni, entro certi limiti rigorosi, sono possibili. Ma c’è una linea invisibile, la più delicata, la più misteriosa, oltre la quale si può sbucare dall’altra parte, dall’altra parte della dimensione della vita quotidiana. Può essere un attimo, possono essere mesi...In quell’attimo o in quei mesi ci ha visitato un’intuizione, ci siamo sentiti intensamente vivi, gli anni hanno perso la pesantezza del noto e ci hanno riabbracciati, nuovi.

 

Ecologia dello spazio pubblico

Sicuramente un aspetto della disciplina è saper non rispondere a certi tipi di stimoli. In questo senso uno stimolo è una provocazione e una trappola. Il chiacchiericcio sociale, non necessariamente televisivo, s’installa nella testa come una connessione in remoto. Si diventa così lontani da se stessi, si perde la possibilità di scegliere di non eseguire il programma. Questo discorso vale soprattutto per la polemica. Ciò che la caratterizza è l’implicita o esplicita aggressività che accompagna l’argomentare. Quell’aggressività dice che in gioco non è tanto la verità su cui bisognerà convenire persuasi, quanto la supremazia di chi propone quella verità. In questi casi non rispondere è misura di igiene mentale ma è anche di ecologia dello spazio

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mercoledì, dicembre 01, 2004

E’ on line il IV Quaderno di Poesia da fare

www.cepollaro.it/IVQuadern.pdf

 

e il suo Supplemento Attività scultorea

www.cepollaro.it/IVSupp.pdf

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mercoledì, dicembre 01, 2004

Biagio Cepollaro, Due parole sul IV Quaderno di Poesia da fare

Con il IV Quaderno di poesia da fare si concludono due anni di lavoro: quattro quaderni che coagulano il flusso del blog in qualcosa di più solido e più agevolmente leggibile.

Va emergendo anche da questi quaderni buona parte della ‘poesia italiana contemporanea’ i cui tratti, tra evoluzioni e conferme, mostrano non solo la vitalità del genere ma anche la sua necessità. La poesia italiana contemporanea, nel suo farsi, sembra vivere in un contesto in cui la stessa dimensione del ‘letterario’ è priva di punti di riferimento istituzionali e teorici. Non più le università (e relativo rovello della critica attenta al nuovo), non più l’editoria (con qualche eccezione), non più l’Informazione, e direi, purtroppo, in un certo senso,non più Società… In questa situazione è evidente l’insistenza implicita sulle cose che si fanno, sui contenuti, sui testi… Mentre il rumore va a confondersi con altro rumore nell’implacabilità dell’entropia…

Voci sparse, voci raccolte provvisoriamente, voci refrattarie a qualsiasi canonicità. Il risvolto della medaglia è la mancanza di un linguaggio comune, di un ponte che possa collegare e distinguere, di un campo di discorso, sia pure minimale e disincantato: di comune c’è il gesto di disponibilità, quel darsi da fare per. Di comune c’è una grande passione che istituisce reti di fatto, connessioni, più o meno libere dall’asfissia egotica dell’artista, più o meno divertita e, insieme, serissima. Il gioco scoperto: senza la seriosità e le grandi pretese (e le speranze collettive) del Novecento, resta questo gioco teso, spudoratamente assoluto, eppure gesto come un altro, gesto tra gli altri. Forse è proprio questo appassionarsi al fare che , a ben guardare, fa precipitare in questo quarto quaderno i nomi novecenteschi di Spatola e Di Ruscio, di Niccolai e di Anceschi, insieme ai trentenni, ormai solidi, formatisi in un Paese, per molti di noi, irriconoscibile e imbarazzante, non tanto postmoderno quanto pericolosamente in bilico, ai limiti  di ogni possibile discorso di ‘civiltà europea’…Eppure questi poeti l’hanno scritta la loro poesia, a dispetto di tutto, e nei modi non collaborazionisti necessari alla decenza, prima che alla cultura. Ed è già poesia risonante, in moltissimi casi risultato raggiunto, riuscita forte.

Certo la funzione intellettuale, progressivamente in dissoluzione nell’oggettività della comunicazione sociale, sembra riconfigurarsi per lo più come produzione di senso a forte connotazione esistenziale: le solitudini, non psicologiche, sembrano stagliarsi come allegoriche, condizione idiolettale di massa, anche in assenza di idioletto linguistico. La condizione idiolettale è ormai a monte del fare, realizzata condizione antropologica, quasi destino occidentale, e per questo la lingua del poeta può tornare ad essere apparentemente ‘comune’, almeno nel lessico…

I Quaderni di Poesia da fare hanno permesso a chi scrive di ritrovare, oltre le delusioni novecentesche, nuovi compagni di strada,  spesso più giovani, con i quali inventare il lavoro dell’espressione e dello spessore. Compagni con i quali farla la poesia. Insieme a loro la condizione idiolettale è meno amara.

A loro e ai loro lettori va il mio ringraziamento.

Biagio Cepollaro, Due parole sul IV Quaderno di Poesia da fare

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mercoledì, dicembre 01, 2004

Gherardo Bortolotti

Citta divisibili 1.       TAMARA

 

 

 

 

1.         Funziona: la reggia, la prigione, la zecca, la scuola pitagorica, il luogo proibito ­ si può entrare nel vicolo con i carretti, orinare dietro l'angolo del vicolo e mettersi a guardare oltre lo spigolo, oltre l'orizzonte che chiude una prospettiva buia, di pochi centrimetri, di macchie, segni nel muro, scalfitture che mostrano le stratificazioni dell'intonaco, i mattoni. Brandimarte pensa ciò che vede. Nel traffico di chi passa, il cui avvicendarsi compone una parete, un tramezzo continuamente rinnovato dalle spalle, dai profili, dalle gambe, il suo sguardo non procede oltre le increspature dei cambiamenti. Le mareggiate dei particolari ­ le cravatte, le scarpe da ginnastica, i visi ­ si disfano le une nelle altre; i piccoli tratti perdono la propria tensione superficiale: esplodono, con il “plif” di una bolla, disperdendo molecole di significati e catene paradigmatiche nel suo percetto. Cerca di ricostruire il passaggio delle persone, delle ragazze che non lo guardano. Si smarrisce nei particolari di una fascia per la fronte, che vuol dire eleganza e che sostiene, tra i capelli, la tesi di una soluzione possibile. Misura gli angoli di questo scorcio, i vettori contraddittori delle loro direzioni, le forze in raffronto delle motivazioni che costituiscono l'architettura di questo momento. Le sue ipotesi le smonta. Simile alla portantina dorata di un qualche rito, la scena si ferma nella processione della sua memoria: per gli istanti della sua gestione, nel grumo di neuroni che ne diviene il segno, essa si definisce per se stessa, la sua apparenza e tutte le sue parti.

 

2.         Ma, d'altra parte, le cose metafisiche che colmano i banchi del mio ricordo, accanto ai traumi ed a strutture cognitive di orgine filogenetica, valgono non per se stesse ma come segni di altre cose: la benda, per esempio, sta per le lunghe passeggiate, per le giornate estive, per la periferia. La loro tecnologia compone la produttività di me stesso e della confusa vicenda che identifico con la mia coscienza, ai cui margini, come scorie, si producono vuoti d'essere, e sottili spessori di sovrappensiero e impicazioni. Tra gli alterni frangenti logici, tra le estensioni ed i valori di verità, tendo ad inglobare, come uno che inghiotte aria per l'ansia, zone opache, porzioni di silenzio, errori, classi ossimoriche.  Non è come avere per segno, di cose opposte, caffettiere, torri, stelle. O come vedere un braccio e concludere: segno che qualcosa ­ chissà cosa ­ ha per segno un leone. No. Sembra un paragone interrotto ed il mio pensiero si ferma, come una struttura tridimensionale a reticolo, come un corallo che termina in uno dei suoi rami, estinguendosi in ognuno. Ma l'uomo cammina per giornate tra gli alberi e le pietre. Raramente dove corrono le nuvole. E nella forma che il caso ed il vento danno alle masse di vapore, alle volute nel cielo, alle loro curve, ritrova alcuni pomeriggi in salotto: incastonato nel silenzio e nella luce, oltre l'instaurarsi della sua distrazione, aspettava che lo scorcio del divano si rivelasse. Diverso. Astolfo ti dice tutto quello che devi pensare, ti fa ripetere il suo discorso, e l'elenco di figure di cose che significano altre cose. Secondo lui la tenaglia od un libro indicano la casa a cui il fedele dello sguardo si rivolge e anche gli altri oggetti può riconoscerli e rivolgere loro, calibrando la visione, le preghiere giuste. Come se fossero costrutti divini, ognuno coi suoi attributi: la cornucopia, la clessidra, la medusa, per mano, un elefante.

Per quel che riguarda la città, poi, cosa contenga o nasconda, l'uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Dalle porte dei templi si vedono le statue degli dei e allo stesso modo, dalle linee delle prospettive, si vedono i difetti e gli aspetti delle cose, i loro legami, raffigurati come livelli, facce, pareti, verso il punto di fuga. Brandimarte, intanto, ha raggiunto l'edicola e pensa al proprio ragionamento e si dice che, al colmo della curva del proprio concetto, è come pescare con la canna dal ponte, lasciando cadere nelle correnti delle analogie, dei resti e delle nominazioni, la perpendicolare del proprio intendimento. Sicuro che, in un resoconto di ciò che appare vero ­ e di ciò che è lecito ­, risulterebbe difficile proporre come argomentazioni, e come difesa di una propria carriera logica, le trouvailles metonimiche di cui fa collezione.

Ne stila liste ed elenchi, come se, delle frasi di cui torna ricco, dopo una visita al proprio discernimento, si potesse ricavare un discorso, una trama che dal vicolo lo porti all'edicola e poi alla ragazza più avanti. Si muove nel globo del proprio percetto, poggiando le mani sulla superficie interna delle proprie interfacce col mondo: una specie di schermo sferico, di cui sta al centro e che proietta, al proprio interno, le immagini in movimento di ciò che esiste. Fuori si estende la terra vuota fino all'orizzonte, spoglia delle apparenze, delle assonometrie, degli studi d'ombra: s'apre il cielo finalmente, per il viaggio che conduce alla città di Tamara.

Ma ci si addentra, per le ragioni più varie, in strade laterali. Le svolte, tra un blocco di edifici ed un altro, smontano il costrutto del momento presente, aprendo, come un errore di strategia, la configurazione di questo istante alle note di specifica e correzione. Brandimarte ripercorre gli oggetti: la porta del cavadenti, il boccale, la taverna, le alabarde, l'angolo della fontana, il corpo di guardia, l'edicola. Perde il proprio tempo tra una voce e l'altra, perde i saldi strumenti di una buona geometria e, nel territorio a cui dà le spalle, mentre sposta l'attenzione alla voce che vien dopo, lascia tracce di silenti tragitti verso l'interno, gli affondi di esplorazioni, consumate nella distanza arcaica degli assiomi.

 

3.         Se un edificio non porta nessuna insegna o figura, la sua stessa forma e il posto che occupa nell'ordine della città basta a indicarne la sostanziale differenza. Lo schema, quasi ludico, quasi ornamentale delle rette che prolungano gli scorci, degli angoli dei muri, le successioni delle finestre, le inclinazioni delle ombre, le scacchiere di sovrapposizioni ­ di  facciate, vetrine, sbocchi di vie laterali, muri ciechi ­ diventano il labirinto dello sguardo, dell'intendimento. Alla prospettiva come soluzione, come algoritmo di nominazione e possesso, si sostituisce la proliferazione dei tragitti, delle relazioni tra punto e punto, delle collocazioni e delle letture sulle adiacenze. Astolfo si chiede come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, aggiungendo un ulteriore schermo, un'altra topografia di questioni a quelle delle rappresentazioni successive.

           

4.         Negli interstizi del senso comune, dell'ovvietà delle persone, e delle cose a cui passo accanto, c'è spazio per tutto: si potrebbe abbeverare le zebre, giocare a bocce, bruciare i cadaveri dei parenti. Mi ritrovo a costruire il manto della tigre, a perdermi nell'alternarsi delle strisce, e sento che la sua logica binaria, come un pantano che annuncia la vena d'acqua, prevede una vertiginosa disgiunzione, un'origine basata sulle separazione e, nello spazio, sulla dislocazione. Come se l'incongruenza tra il fiore dell'ibisco e le nuvole fosse solo una differenza di posizioni, di indicizzazioni topologiche, l'uomo è già intento a riconoscere le figure di una retorica di luoghi: la giustapposizione, la contiguità, la sovrapposizione, la distanza. Seguendo le articolazioni di questa retorica, il mio pensiero è come un veliero nelle indie delle mie implicazioni, negli arcipelaghi tropicali in cui consumo una nozione di natura, di ingenuo, di primigeneo da cui non liberarmi mai.

           

5.         L'occhio si ferma su una cosa, ed è quando l'ha riconosciuta per il verso che la cancella. Lo sguardo consuma, con il fuoco del proprio affinarsi, il centro delle implicazioni che lo guidano su un oggetto, il centro stesso. Riconsiderando a posteriori la propria proiezione di senso e sensazioni, cioè la costituzione di una figura, che sublimi la casistica dei particolari, dei tratti, la media delle analogie e degli aspetti irriducibili che vede raccolti in una cosa stipulata, ricompila i cataloghi di somiglianze, gestalten originarie e configurazioni statistiche di angoli, superfici e nominazioni che ha raccolto nel tempo. Nella ricerca delle fonti, nella stesura dell'apparato di note, disfa il reperto della sua analisi: l'oggetto del proprio interesse e l'istituto semantico-sensibile in cui l'ha incastonato. Brandimarte si allontana oltre il momento, per vie fitte d'insegne, smarrito tra le indicazioni d'altro, tra le diagonali di presenze altrove. L'occhio, così, non vede cose ma potere, diritto: riscrivo, tra l'edicola ed il muro, per ogni oggetto, i canoni di una giurisprudenza di intenzioni, di civiltà di me e di altri che si estinguono e risorgono, oltre i contrafforti della mia inconsapevolezza. La presenza delle cose, la figura delle persone si traducono in mappe, in archivi di riferimenti catastali, in rilievi topografici di usi leciti e valori semantici, ed il mio concetto vi si disperde. Quasi come sfogliando i volumi di Averroè, cercando la sapienza ed ottenendo la percezione dell'interlinea, della spaziatura, dei serif eleganti come il monile per la caviglia della ragazza che ho guardato (ed in cui ho letto la fine dell'inverno).

Tutto il resto è muto, se perdo le direzioni del progetto, la rosa dei venti dell'area in cui mi muovo, ed ogni porzione si dichiara intercambiabile; la proiezione del passo, allo stesso tempo, il calcolo dello spostamento aumentano, come stipulazioni di una transazione isterica, i loro decimali ed il movimento, sospeso, si estende in relazioni cieche e siderali. Alberi, sigarette, occhiali, bordello, monumento ai caduti. Anche le mercanzie che riesco ad acquistare, in una rete di contrabbando di principi di realtà e senso delle cose, e che i venditori del mercato cognitivo mettono in mostra sui propri banchetti ­ come se fossero voluttà da gran signore ­ , fluttuano, scadono, hanno un ciclo di consumo e deperimento. Lo sguardo percorre le vie come pagine scritte, perde il filo del discorso negli spazi tra i caratteri, oltre la punteggiatura: la città specula sulle cose, sui dati, sulle indiscrezioni di cui non controlla il valore ma che mette in bibliografia, in note, in parentesi ­ dicendo cose come l'automobile, la stadera, l'erbivendola.

Statue e scudi rappresentano leoni e delfini; occupano la strada, la piazza, l'angolo del vicolo. E così Brandimarte è il segno di un'altra cosa: un'impronta sulla sabbia, la forma in negativo di un fatto, la traccia dell'evento in cui la città consiste. Nel punto in cui si incista lo sguardo, come una gemma catastrofica, si apre il foro che risucchia i referenti, le cose, i dati: il gorgo orribile delle analogie, dei distinguo, delle digressioni, degli elenchi. Il panico dilaga lungo le catene paradigmatiche, percorre le nervature di aree semantiche e vocabolari, risale oltre i fondali mitologici, nei retroscena più oscuri ed arcaici della paura del buio, dell'orrore della morte, della tragedia del distacco. Si ricongiunge all'unico, interminabile urlo finale: la fonazione semplice della disperazione.

Indico sempre un'altra cosa: o un delfino o una torre o una stella. E sono tanti i segnali che avvertono di ciò che devi temere: per esempio, in una frase, le rime interne, l'assonanza tra due parole; e le pietre sono soltanto ciò che sono. E confesso ad Astolfo: mentre credi di visitare Tamara non fai che registrare i nomi con cui la frazioni.

           

Gherardo Bortolotti

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mercoledì, dicembre 01, 2004

Marco  Simonelli

 

RAP(e)

 

 

parole che parole               parole nella mente

che quando c’eri tu e         adesso non c’è niente

che sono solo io                in questo corridoio

che tu non sai vedere        che ogni giorno muoio

che muoio lentamente       cadendo fuoribordo

che tu sei solamente          un’ombra in un ricordo

 

ci provo sai ci provo           non sono certo un mito

mi trovo e mi nascondo      sicuro dietro un dito

e tu rimani fuori                 passando indifferente

lo so non sono nulla           per te io sono niente

se sono un alchimista         tu sei un alambicco

d’amore mi bastava           solamente un chicco

 

ma tu hai preferito            buttarmi giù dal ponte

dall’acqua scura scura      andato con caronte

l’inferno è stato bianco    l’inferno non fa male

lo hanno restaurato          l’inferno è un ospedale

ci sono gli infermieri       c’è gente che non vuole

dimenticare tutto             le scarpe senza suole

 

i volti senza occhi              le labbra senza voce

c’è gente che ci tiene         a stare su una croce

le vene delle mani             il tuo passo sicuro

mentre mi schiacciavi        con forza contro il muro

e me ne stavo zitto             ridendo nel mio letto

d'altronde lo sapevo          che non ero perfetto

 

la tua pelle scura                  il tuo pomo d’adamo

se tu sei proprio un uomo    io sono solo un nano

un nano che guardava         come si guarda un monte

del male tenebroso              tu generi la fonte

e adesso che ti siedi            non solo a un tavolino

ricordati che hai ucciso      ucciso me bambino

 

che ti vedeva grande          che ti vedeva buono

ha rotto tutti i vetri             l’urlo senza suono

ma poi riprendo i pezzi      li metto in forma sette

io ti ricostruisco                 e ti rifaccio a fette

cosi’ vivo sperando            che te ne vada via

scompaia verso il nulla       sia pace e cosi’ sia

Marco  Simonelli

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mercoledì, dicembre 01, 2004

Biagio Cepollaro

Da ‘Lavoro da fare’

 

IX, 2.

ora ti tocca prendere

questo dolore rancido

e portartelo ovunque

con te: puzza, certo,

come ogni cosa che viva

è andata a male senza

per questo sparire

ma non hai scelta:

è roba umana comunque

 

pensa che ognuno c’ha

qualcosa nascosta

del genere da qualche

parte e come te è fresco

di scoperta o peggio

morirà senza averlo mai

saputo

 

e pensa anche che all’aria

il sapore rancido

si seccherà

e un bel giorno per via

farai finta che quella

muta non ti appartiene:

tirerai dritto

come se il verme

fosse di un altro

 

quello che ti tocca

ora

è tenerti una tristezza

in più

come ad un certo punto

uno accetta gli anni

che ha

e si sente la faccia

più calda e pesante

come se appunto

fosse passato del tempo

a dispetto delle ridicole

mosse che faceva

per restare in quella buca

dove una volta

era caduto

 

ora lo sai che se non esci

è perché hai imparato

a giocare

non importa con che

pur di restare:

hai fatto il morto

insomma

per non morire

 

e adesso che sei fuori

a metà

senti come normalmente

il mondo sia lontano

ed è giusto così:

ognuno parla davvero

se lo fa

dal chiodo

che un bel giorno

l’ha fissato

 

altrimenti è tanto per fare

altrimenti è solido teatro

 

Da ‘Lavoro da fare’

Biagio Cepollaro

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mercoledì, dicembre 01, 2004

T.S.Eliot
"Morning at the window"
(da "Prufrock and Other Observtions", 1917)


They are rattling breakfast plates in basement kitchens,
And along the trampled edges of the street
I am aware of the damp souls of housemaids
Sprouting despondently at area gates.

The brown waves of fog toss up to me
Twisted faces from the bottom of the street,
And tear from a passer-by with muddy skirts
An aimless smile that hovers in the air
And vanishes along the level of the roofs.

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T.S.Eliot,
"Mattino alla finestra"



Scuotono i piatti di colazione, nelle
cucine interrate, e all'altezza
del piano stradale battuto dai passi
avverto le umide
anime delle cameriere
gemersi via - dai cancelli esterni.

Le onde marroni di nebbia mi alzano contro
facce rivoltate dal fondo della strada,
e strappano, da una con le gonne in fango,
un sorriso senza oggetto, che indugia in aria
ed esatto al livello dei tetti si dissipa

traduz. di
Marco Giovenale







































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mercoledì, dicembre 01, 2004

Su Osvaldo Coluccino

Lucio Saviani

 

 

LA MUTA DRAMMATICA DI ESSENZE

 

 

La scrittura di Osvaldo Coluccino indica una realta' come responso. Si legge come musica e lascia intendere a che cosa la realta' corrisponda.

 

E' una realta' dove qualcosa viene presentato, reso presente. Qualcosa che e' accaduto viene fatto presente, e' avvertito. Ma di quale presenza Coluccino ci fa partecipi, quale presenza ci fa avvertire?

La presenza che Coluccino ci indica non e' semplicemente cio' che permane esposto allo sguardo e disponibile, a portata di mano.  E' presenza di un altro tipo. Come la "presenza" che si dice qualcuno avere, quando e' immobile, ben composto, oppure quando entra in una stanza e, varcata la soglia, lascia entrare con sé, come dono, tutto un mondo. Una presenza che, a volte, non ha a che fare neppure con un che di "materiale" e visibile: in un suo seminario Heidegger parlava della "presenza" della campana nel villaggio che si diffonde con i suoi rintocchi.

La scrittura di Coluccino rende presente, e si fa presente, proprio perché comunica, mette in comunicazione, con una dimensione lontana rispetto alla presenza semplicemente intesa, nei suoni delle cose e nei rintocchi delle parole. E' una comunicazione in cui si resta in Presenza di un Altro, come quando "leggendo" un'icona e fissandone a lungo lo sguardo, si resta, anche in sua assenza, come osservati. Si guarda altrove e ci si avverte visti. Attraverso la scrittura composta di Coluccino si è in presenza di un'esperienza di lettura in cui non si pensa al senso della scrittura, in quanto esso, semplicemente, è lì.

 

 

Sfuggivano, involte, in abbraccio,

E spirano, svelte erose.

 

Sotto, gettato ruvido belle sciolte

Gratta - infinita sete -

Speciale trivellandone frutta,

Più in là, il tempo giusto

Di mutarsi azzurre

 

 

Le presenze di senso della scrittura di Coluccino, che emergono e comunicano tra loro come isole e piccoli arcipelaghi, sono composizioni nel senso che qualcosa si compie e proprio in questo compimento esso viene esposto.

Ciò che in questo senso viene portato alla presenza, esposto, è ex-per-ientia, un percorso nel suo compiersi, e il percorso in questione è proprio l'esperienza della scrittura.

La natura di questo procedere, di cui ad ogni passo si avverte la presenza, ama nascondersi. A prima vista sembra consistere nel continuo, ripetuto eccedere della metafora (una parola che in sé è già metafora: spostamento, viaggio) dai significati cui si destina; come nuvole, sospese tra due dimensioni, che si addensano e si diradano e che tornano, così, sempre più numerose delle cose che sono in cielo e in terra.

Nuvole di senso, in Coluccino, che si condensano e si spostano. E' lo stesso procedere in cui ciò che è passato e ciò che è "presente" - ricordi, esperienze, visioni - nello sguardo ironico di Coluccino volentieri si confondono, sovrapponendosi e, paradossalmente, mai cancellandosi.

 

Canto fermato col salice dei diademi.

Ormeggiato nei fianchi ronzante

Di un rosaio di collant e letti.

Eea confinata - che da solo non travolga

Inesauribile di veglia rosseggiante -

Tronca il dispetto d'essere,

Se non una luce mortale arginasse

L'infelice corsa innamorata,

Come nasce, un gioco di eterno

 

Uno sguardo che non ha posto tra le cose e sposta le parole - come si fa in viaggio: si conserva, si riprende, si cambia di posto - ma allo stesso tempo o in un colpo d'occhio tenendo a distanza e avendo "presente" la sintassi delle cose.

E' un'altra grammatica, in cui il presente rimanda necessariamente al suo rovescio temporale - l'eterna stabilità - ma cogliendo il tempo come senso vissuto del cambiamento e del passare delle cose: malattia cronica e cura stabile delle parole in cui i nomi vanno presi in parola e compresi in quanto cose.

Di nuovo, nuvole cariche di senso. Nietzsche ebbe a dire che noi non ci sbarazzeremo dell'idea di Dio finché crederemo nella grammatica. A fargli eco, Wittgenstein ripeteva che in ogni goccia di grammatica è condensata una nuvola di metafisica.

Emerge qui il senso nascosto di quel procedere che, a prima vista, si presentava come eccedere della metafora. Tutto ricorda qui il movimento necessario di una anamorfosi, il cui punto decisivo tuttavia non sia indicato né presente, ma affidato al composto scorrere di ogni lettura.

 

 

La muta drammatica di essenze; che sopra tutti i prati e le deiscenze e le serre veneree trama i fili inconfessabili, progenie in abbaglianti lave.

Ghiacciati i velli inerti dei petali, il pensiero che non li svelò sotto la malia delle scorta d'estate; il nostro mito esploso, o sorgenti o fine corallosa, il nostro pericolo esiliante.

 

 

Non è il gesto mimetico condannato da Platone, quanto la mimesi più profonda, che da Aristotele a Plotino a Schelling è colta nel gesto dell'artista: saper cogliere "il ritmo interno delle cose" renderlo presente, invitando chi legge ad accogliersi nella vita "idiorritmica" di questa scrittura.

Il comporre di Coluccino è, in questo senso, finalmente im-posizione: nel senso di "dare il tempo", come rendere presente il ritmo interno delle cose. E' un imporre che - in quanto tale - obbliga, ma nel senso obbligato del cor-rispondere. In questa corrispondenza si è chiamati, necessariamente, a un altro modo di scrivere.

Così è stato per la mia "corrispondenza" con Coluccino. La lettura dei suoi lavori non ha potuto che incidere, come uno stile, sulle forme, sulle parole della mia corrispondenza. Come in una educazione al silenzio, al suo tempo sempre presente, si trattava di cercare parole che fossero degne del silenzio e corrispondere a una disciplina, intesa nel senso proprio di stare "composto" quando si cammina.

Da compositore Coluccino sa bene che la musica scaturisce dal silenzio e al silenzio ama destinarsi, così come dal silenzio è sempre attraversata.

Attraversare il silenzio, l'inespresso, il taciuto; leggere è accogliere: percorso e disciplina dell'accoglienza.

Lontanissima da ciascuna delle false cortesie della "leggibilità" - quella sì imposta e con violenza - lo stile di Coluccino è disponibilità della scrittura a lasciarsi interrogare.

 

Davanti alla grotta di Cuma, Enea pregava la Sibilla di non affidare i suoi responsi alle foglie, che scomposti non volassero confusi in preda al vento.

La corrispondenza lunga, lenta, silenziosa con Coluccino suggerisce, invece, di guardare in quelle foglie; sedersi, in silenzio aspettare, e capire.

 

2002 (per: Osvaldo Coluccino, Appuntamento, Anterem Edizioni, Verona, 2001)

 

Su Osvaldo Coluccino

Lucio Saviani

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