Gherardo Bortolotti
Citta divisibili 1. TAMARA
1. Funziona: la reggia, la prigione, la zecca, la scuola pitagorica, il luogo proibito si può entrare nel vicolo con i carretti, orinare dietro l'angolo del vicolo e mettersi a guardare oltre lo spigolo, oltre l'orizzonte che chiude una prospettiva buia, di pochi centrimetri, di macchie, segni nel muro, scalfitture che mostrano le stratificazioni dell'intonaco, i mattoni. Brandimarte pensa ciò che vede. Nel traffico di chi passa, il cui avvicendarsi compone una parete, un tramezzo continuamente rinnovato dalle spalle, dai profili, dalle gambe, il suo sguardo non procede oltre le increspature dei cambiamenti. Le mareggiate dei particolari le cravatte, le scarpe da ginnastica, i visi si disfano le une nelle altre; i piccoli tratti perdono la propria tensione superficiale: esplodono, con il “plif” di una bolla, disperdendo molecole di significati e catene paradigmatiche nel suo percetto. Cerca di ricostruire il passaggio delle persone, delle ragazze che non lo guardano. Si smarrisce nei particolari di una fascia per la fronte, che vuol dire eleganza e che sostiene, tra i capelli, la tesi di una soluzione possibile. Misura gli angoli di questo scorcio, i vettori contraddittori delle loro direzioni, le forze in raffronto delle motivazioni che costituiscono l'architettura di questo momento. Le sue ipotesi le smonta. Simile alla portantina dorata di un qualche rito, la scena si ferma nella processione della sua memoria: per gli istanti della sua gestione, nel grumo di neuroni che ne diviene il segno, essa si definisce per se stessa, la sua apparenza e tutte le sue parti.
2. Ma, d'altra parte, le cose metafisiche che colmano i banchi del mio ricordo, accanto ai traumi ed a strutture cognitive di orgine filogenetica, valgono non per se stesse ma come segni di altre cose: la benda, per esempio, sta per le lunghe passeggiate, per le giornate estive, per la periferia. La loro tecnologia compone la produttività di me stesso e della confusa vicenda che identifico con la mia coscienza, ai cui margini, come scorie, si producono vuoti d'essere, e sottili spessori di sovrappensiero e impicazioni. Tra gli alterni frangenti logici, tra le estensioni ed i valori di verità, tendo ad inglobare, come uno che inghiotte aria per l'ansia, zone opache, porzioni di silenzio, errori, classi ossimoriche. Non è come avere per segno, di cose opposte, caffettiere, torri, stelle. O come vedere un braccio e concludere: segno che qualcosa chissà cosa ha per segno un leone. No. Sembra un paragone interrotto ed il mio pensiero si ferma, come una struttura tridimensionale a reticolo, come un corallo che termina in uno dei suoi rami, estinguendosi in ognuno. Ma l'uomo cammina per giornate tra gli alberi e le pietre. Raramente dove corrono le nuvole. E nella forma che il caso ed il vento danno alle masse di vapore, alle volute nel cielo, alle loro curve, ritrova alcuni pomeriggi in salotto: incastonato nel silenzio e nella luce, oltre l'instaurarsi della sua distrazione, aspettava che lo scorcio del divano si rivelasse. Diverso. Astolfo ti dice tutto quello che devi pensare, ti fa ripetere il suo discorso, e l'elenco di figure di cose che significano altre cose. Secondo lui la tenaglia od un libro indicano la casa a cui il fedele dello sguardo si rivolge e anche gli altri oggetti può riconoscerli e rivolgere loro, calibrando la visione, le preghiere giuste. Come se fossero costrutti divini, ognuno coi suoi attributi: la cornucopia, la clessidra, la medusa, per mano, un elefante.
Per quel che riguarda la città, poi, cosa contenga o nasconda, l'uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Dalle porte dei templi si vedono le statue degli dei e allo stesso modo, dalle linee delle prospettive, si vedono i difetti e gli aspetti delle cose, i loro legami, raffigurati come livelli, facce, pareti, verso il punto di fuga. Brandimarte, intanto, ha raggiunto l'edicola e pensa al proprio ragionamento e si dice che, al colmo della curva del proprio concetto, è come pescare con la canna dal ponte, lasciando cadere nelle correnti delle analogie, dei resti e delle nominazioni, la perpendicolare del proprio intendimento. Sicuro che, in un resoconto di ciò che appare vero e di ciò che è lecito , risulterebbe difficile proporre come argomentazioni, e come difesa di una propria carriera logica, le trouvailles metonimiche di cui fa collezione.
Ne stila liste ed elenchi, come se, delle frasi di cui torna ricco, dopo una visita al proprio discernimento, si potesse ricavare un discorso, una trama che dal vicolo lo porti all'edicola e poi alla ragazza più avanti. Si muove nel globo del proprio percetto, poggiando le mani sulla superficie interna delle proprie interfacce col mondo: una specie di schermo sferico, di cui sta al centro e che proietta, al proprio interno, le immagini in movimento di ciò che esiste. Fuori si estende la terra vuota fino all'orizzonte, spoglia delle apparenze, delle assonometrie, degli studi d'ombra: s'apre il cielo finalmente, per il viaggio che conduce alla città di Tamara.
Ma ci si addentra, per le ragioni più varie, in strade laterali. Le svolte, tra un blocco di edifici ed un altro, smontano il costrutto del momento presente, aprendo, come un errore di strategia, la configurazione di questo istante alle note di specifica e correzione. Brandimarte ripercorre gli oggetti: la porta del cavadenti, il boccale, la taverna, le alabarde, l'angolo della fontana, il corpo di guardia, l'edicola. Perde il proprio tempo tra una voce e l'altra, perde i saldi strumenti di una buona geometria e, nel territorio a cui dà le spalle, mentre sposta l'attenzione alla voce che vien dopo, lascia tracce di silenti tragitti verso l'interno, gli affondi di esplorazioni, consumate nella distanza arcaica degli assiomi.
3. Se un edificio non porta nessuna insegna o figura, la sua stessa forma e il posto che occupa nell'ordine della città basta a indicarne la sostanziale differenza. Lo schema, quasi ludico, quasi ornamentale delle rette che prolungano gli scorci, degli angoli dei muri, le successioni delle finestre, le inclinazioni delle ombre, le scacchiere di sovrapposizioni di facciate, vetrine, sbocchi di vie laterali, muri ciechi diventano il labirinto dello sguardo, dell'intendimento. Alla prospettiva come soluzione, come algoritmo di nominazione e possesso, si sostituisce la proliferazione dei tragitti, delle relazioni tra punto e punto, delle collocazioni e delle letture sulle adiacenze. Astolfo si chiede come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, aggiungendo un ulteriore schermo, un'altra topografia di questioni a quelle delle rappresentazioni successive.
4. Negli interstizi del senso comune, dell'ovvietà delle persone, e delle cose a cui passo accanto, c'è spazio per tutto: si potrebbe abbeverare le zebre, giocare a bocce, bruciare i cadaveri dei parenti. Mi ritrovo a costruire il manto della tigre, a perdermi nell'alternarsi delle strisce, e sento che la sua logica binaria, come un pantano che annuncia la vena d'acqua, prevede una vertiginosa disgiunzione, un'origine basata sulle separazione e, nello spazio, sulla dislocazione. Come se l'incongruenza tra il fiore dell'ibisco e le nuvole fosse solo una differenza di posizioni, di indicizzazioni topologiche, l'uomo è già intento a riconoscere le figure di una retorica di luoghi: la giustapposizione, la contiguità, la sovrapposizione, la distanza. Seguendo le articolazioni di questa retorica, il mio pensiero è come un veliero nelle indie delle mie implicazioni, negli arcipelaghi tropicali in cui consumo una nozione di natura, di ingenuo, di primigeneo da cui non liberarmi mai.
5. L'occhio si ferma su una cosa, ed è quando l'ha riconosciuta per il verso che la cancella. Lo sguardo consuma, con il fuoco del proprio affinarsi, il centro delle implicazioni che lo guidano su un oggetto, il centro stesso. Riconsiderando a posteriori la propria proiezione di senso e sensazioni, cioè la costituzione di una figura, che sublimi la casistica dei particolari, dei tratti, la media delle analogie e degli aspetti irriducibili che vede raccolti in una cosa stipulata, ricompila i cataloghi di somiglianze, gestalten originarie e configurazioni statistiche di angoli, superfici e nominazioni che ha raccolto nel tempo. Nella ricerca delle fonti, nella stesura dell'apparato di note, disfa il reperto della sua analisi: l'oggetto del proprio interesse e l'istituto semantico-sensibile in cui l'ha incastonato. Brandimarte si allontana oltre il momento, per vie fitte d'insegne, smarrito tra le indicazioni d'altro, tra le diagonali di presenze altrove. L'occhio, così, non vede cose ma potere, diritto: riscrivo, tra l'edicola ed il muro, per ogni oggetto, i canoni di una giurisprudenza di intenzioni, di civiltà di me e di altri che si estinguono e risorgono, oltre i contrafforti della mia inconsapevolezza. La presenza delle cose, la figura delle persone si traducono in mappe, in archivi di riferimenti catastali, in rilievi topografici di usi leciti e valori semantici, ed il mio concetto vi si disperde. Quasi come sfogliando i volumi di Averroè, cercando la sapienza ed ottenendo la percezione dell'interlinea, della spaziatura, dei serif eleganti come il monile per la caviglia della ragazza che ho guardato (ed in cui ho letto la fine dell'inverno).
Tutto il resto è muto, se perdo le direzioni del progetto, la rosa dei venti dell'area in cui mi muovo, ed ogni porzione si dichiara intercambiabile; la proiezione del passo, allo stesso tempo, il calcolo dello spostamento aumentano, come stipulazioni di una transazione isterica, i loro decimali ed il movimento, sospeso, si estende in relazioni cieche e siderali. Alberi, sigarette, occhiali, bordello, monumento ai caduti. Anche le mercanzie che riesco ad acquistare, in una rete di contrabbando di principi di realtà e senso delle cose, e che i venditori del mercato cognitivo mettono in mostra sui propri banchetti come se fossero voluttà da gran signore , fluttuano, scadono, hanno un ciclo di consumo e deperimento. Lo sguardo percorre le vie come pagine scritte, perde il filo del discorso negli spazi tra i caratteri, oltre la punteggiatura: la città specula sulle cose, sui dati, sulle indiscrezioni di cui non controlla il valore ma che mette in bibliografia, in note, in parentesi dicendo cose come l'automobile, la stadera, l'erbivendola.
Statue e scudi rappresentano leoni e delfini; occupano la strada, la piazza, l'angolo del vicolo. E così Brandimarte è il segno di un'altra cosa: un'impronta sulla sabbia, la forma in negativo di un fatto, la traccia dell'evento in cui la città consiste. Nel punto in cui si incista lo sguardo, come una gemma catastrofica, si apre il foro che risucchia i referenti, le cose, i dati: il gorgo orribile delle analogie, dei distinguo, delle digressioni, degli elenchi. Il panico dilaga lungo le catene paradigmatiche, percorre le nervature di aree semantiche e vocabolari, risale oltre i fondali mitologici, nei retroscena più oscuri ed arcaici della paura del buio, dell'orrore della morte, della tragedia del distacco. Si ricongiunge all'unico, interminabile urlo finale: la fonazione semplice della disperazione.
Indico sempre un'altra cosa: o un delfino o una torre o una stella. E sono tanti i segnali che avvertono di ciò che devi temere: per esempio, in una frase, le rime interne, l'assonanza tra due parole; e le pietre sono soltanto ciò che sono. E confesso ad Astolfo: mentre credi di visitare Tamara non fai che registrare i nomi con cui la frazioni.
Gherardo Bortolotti