lunedì, novembre 01, 2004

Sergio La Chiusa

Lotte di confine

*

Se sapessimo che siamo solo

lillipuziani in una città-giocattolo

da diversa prospettiva per una volta

istruiti dal volo vedremmo dall’oblò

come da un eden privilegiato la pianura

regolata dai nani e l’altrove allontanato

che si gonfia a dismisura che minaccia

di franare; dal crinale l’occhio sa

che sono in pericolo i nostri mondi

progettati con la riga e la matita

i confini fittizi cederanno

a una nuova civiltà d’erbacce e di ramarri

I

è sempre un riscrivere confini sconfinare occupare

e circoscrivere: anche le nostre saghe di famiglia

sono cicli di fughe e d’invasioni generazioni d’emigranti

che s’espandono a confondere le carte ridisegnare le cartine

II

ora, al capolinea della storia, tutto il senso sembra

rappreso in venti metri quadri da spartire, in una lotta

estenuante di domini: il nostro campo di guerra

è un riparo di muri un’esegesi eterna di leggi e di confini

III

nascono nelle nostre case guerriglie rappresaglie:

il male, che sguscia come biscia dalle griglie

dei tombini dagli spiragli delle porte si trascina

nei cantieri nelle catene di montaggio nei campi di sterminio

IV

al tavolo delle trattative, ministri di un dopoguerra

tracciamo linee sulla pianta della casa: il senso

della tregua sta in questa speranza di pace disattesa

nella firma di una nuova provvisoria alleanza


V

i nomadi che si muovono nei deserti non riconoscono

le frontiere segnate sulla carta le linee dritte tirate

dai cartografi: la loro sabbia resta sabbia cui aderiscono

le ombre, le orme i soli segni del passaggio nella tregua del respiro

VI

non conosciamo i confini che andiamo intagliando

nella carne con quest’accumularsi di silenzi doppi sensi:

potessimo staccarci da questo corpo forse ci vedremmo

come mappa frammentata, tagliata da cicatrici senza scampo

VII

qui non si vedono i caduti ma si sollevano con la polvere

per le pulizie di primavera: c’è una censura

che li cancella, come i sepolti di Falluja i corpi

non mostrati che si agitano immedicati tra i detriti

VIII

moltiplica per cento per mille per un milione

questo nostro contendere quest’alleanza

che s’incrina ad ogni perdita di fiato

questo dare per avere questo prendere

IX

il male, che ridisegna le mappe del mondo

ha messo radici in questa casa alligna nelle piastrelle

negli specchi che ci svelano intrappolati i segni del ragno

nel contorno degli occhi a tessere l’assedio

X

cadono come granate inesplose le parole come mine

o schegge depositate sui tappeti: cammina lieve

sul margine dello scoppio sgrava il passo

dalle antiche alleanze dalle scaramucce di frontiera

XI

al termine di questa lotta interna, declinate tutte le gradazioni

del dolore, ci sarà una pace senza ministri (se l’orlo della carne

sarà come cancellato, e non ci saranno dogane né carte

per orientarsi sui nostri corpi solo varchi che sbocciano ad accogliere)

Lotte di confine

Sergio La Chiusa


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lunedì, novembre 01, 2004

Andrea Inglese

ooo

La proprietà del tramonto è sgonfiare

quella compatta cresta, erta dal mattino,

cristallizzata con lacca, che floscia ricade

con le sue ciocche spente, è fatto,

rovesciato e frugato il giorno. E basta

una mezz’ora, con la luce ancora a ventaglio

sopra, e nei cortili dai tombini

già l’ombra che sale. Gli abitanti sciupati,

attendono che l’esterno si disfi, gli occhi

buttati a uno schermo, riposano

in quella piccola luce. I passeri

scoppiano invece d’eccitazione

nella cupola rarefatta degli olmi

dirigono con distratta vendetta

la loro molestia sugli uomini: esultano

loro, nei deliranti rimbalzi,

solo quando qualcosa ha inizio

o finisce.

 

 

ooo

Il lavoro non è male minore,

che ci sia o non ci sia, come vuoto

di vita, o peso sui nervi, occlusione

d’olfatto, è male a radice fonda,

cosa d’inferno, astrazione dagli infiniti

mondi e sottomondi, gelo dei sensi

dentro lunghe notti di cause

e moti d’automa.

Poco

ho lavorato di salario. Poco

è il benessere generale che ho creato, l’incremento

dell’economia di mercato. Gloria

di nullafare, di spostare ghiaia

col piede, o tallonare un gatto.

Ho disoperato molto,

dilatando intervalli di sguardo

oltre l’utile e il dilettevole:

 

le finestre tutte, attraverso i vetri

tutti, e anche tra fronde,

parabrezza, griglie di tombini,

a pescare le sagome schiacciate

negli scorci, le monotonie

delle pareti cieche,

le scollature femminili,

le dita dei piedi, le nuche

irrorate di luce, tutte,

le ho attraversate, (le pupille

nel solare svago).

 

Mi sono voltato tante volte

cercando di seguire per filo e per segno

l’avvicinarsi di due persone

sul marciapiede di fronte.

(Ogni incontro è tremendo, si ripete

ogni volta peggio, perfezionandosi,

e non basta: lascia l’intentato nel mezzo…)

 

Loro parlavano ma io non sentivo,

forse avevano nelle tasche coltelli

da tirar fuori, per tagliarsi le trippe,

forse stavano annunciando

come cosa risaputa

una festa totale, della durata impensabile

di sei anni consecutivi,

una festa a libera partecipazioni di tutti

i sopravviventi nel corpo e nello spirito,

(i respiranti inutili, gli allagatori di fiato

e di canto).

Speravo, lo giuro

che si voltassero a gridare: “Fermi!”

Sarei stato il primo dei discepoli,

lì accanto, a pochi metri, già fermo,

già segretamente, da anni, in festa.

 

ooo

 

(da Lezione di lingua)

 

Per questo, vado nelle caffetterie o in altri posti dove non esiste la solitudine.

 

Vorrei che fosse la lingua sola

al centro della vicenda,

che parlare fosse come un tamburo,

notte e vento, gente che dorme, coperte

appena sollevate e fondi,

fondi di letto, fondi di stanze,

fin fonds, dove appoggiare piedi in punta,

 

e tutto fosse solo nella lingua, nemmeno

frasi, ma meno di frasi,

non chiuse in una mente, brani

che sussistono tra una mente e un'altra

in una zona d’intemperie, dai confini incerti,

un fondale

attraverso cui scorrono, e si sfaldano,

i grovigli d’azione

che fanno una persona, le sue molte abitudini, una storia

di camminate, sonni, malanni,

 

ma non siamo mai scavalcati:

le parole sole, appena s’alzano leggere,

cadono all’indietro, cercano una frase fitta,

s’intessono, e le frasi allentano i pensieri,

rendono gli atti riconoscibili,

ridanno visibilità al nostro volto,

ci spingono destino nella carne

 

e la mano rimane, nuda, ma mai

abbastanza, il detto la morde

la tiene in risalto, la ritaglia

dal fondo, e la parola

ha le vene, pulsa,

può dissanguare

Andrea Inglese

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lunedì, novembre 01, 2004

Carlo Dentali

 

 

«Mentre lo spazio sembra rimpicciolirsi fino a diventare un “villaggio globale” delle telecomunicazioni e una “terra–navicella”  di interdipendenze economiche ed ecologiche e mentre gli orizzonti temporali si accorciano fino al punto in cui il presente è tutto ciò che c’è ( il mondo dello schizofrenico ), dobbiamo imparare a venire a patti con un travolgente senso di compressione dei nostri mondi spaziali e temporali.»

David Harvey

 

«Credere nel proprio linguaggio significa recitare.»

Michelangelo Pistoletto

 

 

            L’OSCILLAZIONE ELETTORALE

 

              

                EX NIHILO

 

Ma anche in questo caso,

ripetiamo, non si sa neppure

se apriremo gli occhi

alla pubblicità

sostituendo i manifesti.

Per adesso, appunto,

sono i possibili interrogativi

della vigilia su un astensionismo

dilagante non solo

nella vittoria…

 

 

I

               “Ci adegueremo all’Europa”,

               espressione questa che significa

               scuola secondaria,

               perché la conformazione

               degli scatoloni non potrà

               non incidere

               con un inasprimento dei parametri,

               oppure si tratta di un’accelerazione,

               ma manca il regolamento

               attuativo, e vengono contrabbandati

               subito alla domanda:

               “Lui ha il vantaggio di dire?”,

               che va rivista,

               come tutte le altre norme,

               ma tant’è,

               il tempo delle chiacchiere è scaduto,

               il vero problema è mettere

               un orologio su cui la memoria

               pattina.

               Dico questo perché tutto dipenderà,

               si dice, da come, con quali materie,

               programmi

               interessati a ciò che accade al nostro

               assetto

               ( pochissimi, è da presumere, stando

               all’indifferenza

               che la riforma dei cicli

               ci consegna ),

               rischiamo di diventare

               un particolare ladro

               in contrasto con la convenzione

               e dunque rimasto

               sul quesito.                   

II

                       

               Perché al momento nessuno riesce

               a decifrare

               un altro nome

               ( e chissà quanti altri ancora ),

               le cui riunioni sono anzi

               la mappa del nostro sistema

               di rilevazione,

               ma soprattutto un luogo

               dentro questo processo di idee

               economiche

               ed energie al salvataggio

               tutt’altro che contro le ipotesi.

                                          

III

                       

              E chissà se qualcuno  

              lì nella trincea dell’euforia

              rifiuta le offerte di lavoro sulla carta

              ( il reale ostacolo nei giorni d’estate )

              e si limita a dichiarare:

              “Deve ancora essere trovato”.

              Ma intanto molte curiosità interessate –

              tutte con l’etichetta che giura –

              tendono l’agguato

              della luce alla nostra destra.

                     

IV

                      

              Meglio liberarsi,

              nonostante il brusco rallentamento,

              e tuttavia

              avanza un’ipotesi curiosa,

              di una volontà

              che non ha riscontri immediati

              sulla crescita,

              ben oltre

              la probabilità che il cambio

              comporti una revisione delle prospettive,

              e quindi anche delle ragioni,

              nello stesso tempo

              diventate meno competitive,

              e dunque con sé stessi,

              bisogna ricordarlo,

              smobilitare la cultura e contrarre

              la forza

              della comunicazione.

              Altro che immaginare tutto labile,

              improvvisato,

              e insieme attento alla riconquista –

              accusa con le nuove banconote –

              continua a fare il proprio mestiere

              semplicemente perché le imprese

              non riducono

              per transazioni illegali

              ciò che probabilmente è.

              E ancora a chi dice

              che regolando il semplice atto

              li obbligherebbe a recarsi

              in banca

              spiega un richiamo.

      

V

                              

              Ha richiamato i contendenti

              al rispetto reciproco

              puntando tutto

              ( con un calcolo da disperati )

              su un alibi

              anziché salvare

              alla richiesta di chiarimenti

              i toni della campagna,

              perché una discussione programmatica

              fin qui li ha incalzati,

              oltre al conflitto,

              in quantità bastevole per restare

              all’effetto,

              sostituito come apocalittico.

                 

VI

                 

              Nel nostro caso

              era nell’interesse

              che questa divisione spiacevole

              fra le proprie ossessioni

              e fobie

              emergesse

              ancora ignota

              ( e si veda anche la risposta evasiva )

              dopo una lite,

              e qui mi chiedo

              in quale misura

              fare finta di nulla

              sulle vaghezze

              allevate nel ricordo.

            

                       

VII

                      

              Si affretta in tavola

              a valutazioni non facili,

              fuori dalle nostre confuse comparse,

              senza abbassare lo sguardo.

              Il che non toglie che stiamo creando

              perché in possesso di un impegno,

              una “promessa”,

              e non posso sapere

              da questo piccolo trucco

              ciò che effettivamente essi pensano.

 

VIII

                   

              Fosse pure innocente

              la particolarità che differenzia

              fra i moralmente degni

              sulla base di sondaggi altrettanto

              a sorpresa

              ( tutto sta a vedere quanto ampia ),

              incarna nel nostro immaginario

              un pareggio, ottimo per confortare

              con un sì o con un no

              l’uso politico della bellezza.

          

IX

                 

              Uso il termine “cambiamento”

              in un’accezione

              fra quelle che sostengono che

              semplicemente ha ragione

              nel sottolineare

              tutti i ceti

              con un attacco a sorpresa,

              i bravi ed esperti

              come garanzia di continuità,

              di progresso senza avventure,

              ma diciamocelo,

              queste regole cui ci accingiamo

              sono la prova di tutto,

              ogni sforzo

              addirittura ad ottenere

              l’esatto rovescio,

              e magari non lo chiederebbero

              ( un istituto che è stato già abolito ),

              o poniamo col potere di essere

              simili,

              noi diplomatici,       

              sconfiggendo alcune formulazioni.

              Certo qualcosa dovremmo fare,

              anche discutere,

              per tenere incollate maggioranze

              dopo aver elencato meno

              del disinteresse

              assai poco scientifico –

              compreso l’arresto –

              a capire una delega.

              Questo atteggiamento è irritante

              ma di enorme soddisfazione

              se dimentichiamo.

                           

X

                    

             Il primo di questi imperativi –

             nel nostro caso

             il favorito della vigilia –

             si misura per esempio

             come  “compagno segreto”,

             nonostante certi sforzi

             che gli elettori delle grandi città

             hanno deliberatamente corretto.

             Continueremo a leggere accuse,

             deplorazioni, un diverso spartito.

                 

XI

 

            Almeno in risultati che smentiscono

            un già difficile confronto

            non è il caso

            di fare scommesse plausibili

            a seconda degli eventi,

            e non soltanto

            perché gareggiano                         

            abitudini, gesti occasionali

            sul piatto.                

            Gli astenuti saranno puntigliosi.

                 

XII

 

            Per quanto  riguarda la scienza

            continua ad essere oggetto

            di altra incomprensione

            solo se ci si mette,

            oppure realizza collusioni

            ( ai danni del libero gioco del mercato ),

            per sua intima natura,

            e che esso si trasformi nel suo opposto,

            malgrado autorevoli appelli,

            dovrebbe succedere

            non senza danni per la stessa credibilità

            e dunque sempre, per definizione,

            come strumento

            avremo un governo

            con l’aria innocente

            di chi sta facendo un’osservazione

            che si presume

            non ancora da escludere.

            Ma noi ci siamo ancora,

            poiché sulla proposta di vendere

            non si può chiedere

            allo spettatore

            qualsiasi critica o motivazione,

            a misurare la difesa,

            nei confronti dei tre principali pilastri,

            finalmente diventati

            anche in Italia

            moneta corrente.

            Del resto, dopo

            il suo sperato successo

            avrebbe potuto da tempo risolvere

            la questione.

 

XIII

 

            Magari qualche volta inciampa

            e non sarà l’ultimo caso

            di andirivieni giuridico

            che per un verso o per l’altro

            sarà accolto daccapo.

            Il lento e ossessivo rimpallo

            poi approvato

            legittimamente

            è all’ordine del giorno

            in questa “corsa dei supplenti”.                    

 

XIV

 

            E come loro

            mi limito a rivolgere

            ai personaggi

            stringate rassicurazioni,

            così la gara per occupare

            con il proprio volto

            il quaresimale ex cathedra

            non trova spazio

            eppoi perché dobbiamo avere la modestia

            di somigliare

            quasi con affetto

            fino a non accorgerci?

 

Carlo Dentali

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lunedì, novembre 01, 2004

Francesco Forlani

 

 Esili narranti

 

Si è molto parlato in questi mesi della dottrina Mitterand, a proposito di Cesare Battisti e molto se ne parlerà, negli anni che verranno per l'eccezione - come sospensione politica di norme giuridiche - che essa ha costituito nella storia del diritto europeo. Non approfondiro' l'argomento avendone già parlato a sufficienza la stampa italiana e francese, ma per avere un'idea della situazione bisognerà riflettere con estrema lucidità all'idea di asilo e a quella, conseguente, dell'esilio che l'affaire "Battisti" ha suscitato.

Bisogna aver frequentato la comunità dei rifugiati italiani a lungo, ormai quasi quindici anni, per determinare e configurare un nuovo territorio, sospeso tra villaggio globale e locale - Lello Voce definiva sull'Unità, la nostra rivista Sud, come esperimento di letteratura glocale - tra frontiere immaginarie e confini reali.

In realtà, l'idea di asilo "politico" si accompagna a quella di rifugio. Uno strano destino della parola in questione la fa viaggiare attraverso l"asilo" scuola materna e l'asile, francese che è il manicomio. Nella nostra storia di novecento, chiedeva asilo chi era perseguitato per motivi di opinione nel proprio paese, e che una volta ricevuto lo statuto di "rifugiato" cominciava inevitabilmente un periodo di "esilio" dal proprio paese. I compagni italiani, di mille storie diverse, a volte intrecciate, accavallate, contrastanti, che dal 198O, anno di elezione a presidente del socialista Mitterand, furono accolti in Francia,  non erano  esuli per l'Italia e liberi di circolare altrove. Non avevano passaporto, ma carte di soggiorno da rinnovare ogni tre mesi. Non potevano lasciare il territorio francese e la loro posizione era più simile - ma dovrei usare il presente per quelli che restano- al confino, che non all'esilio. La nuova Europa, ma dovremmo, dire, il nuovo Occidente, abbatte frontiere per creare "confino", in altri termini, stampa "ponti" sulle sue banconote, creando muri e fossati per chi quelle carte non ce l'ha.

Il dialogo che segue - non è un'intervista - è tra due "esterifatti". Uno, il cui esile esilio è legato ad una scelta obbligata di libero destino, l'altra il cui esilio robusto è il frutto della libera scelta di destino necessario. Ci accomuna la fuga, ed il punto di partenza. Ci separa l' impossibilità del ritorno. Entrambi vorremmo che Cesare Battisti restasse in Francia, libero nel confino.

 

Dal greco hieròn àsylon, tempio senza il diritto di cattura, terribile millenaria saggezza.

E nelle chiese perfino gli assassini potevano trovare ostello. Ti ricordi la storia di Rodrigo, e Frà Cristoforo. L'inetto Renzo e lo scandalo Abbondio.

 

Designare un luogo dove si ferma il gioco, una "tana!", un respiro.

 

Immaginare un altro da sé. Altra storia. Come alla legione straniera dove nessuno ti chiede la tua . Di kafka amo l'america. Ci sono due capitoli, in successione. Asilo e il teatro naturale di Oklahoma. Nel primo il protagonista si salva dalle guardie grazie ad uno dei suoi aguzzini, Delamarche, e la prigione in cui si trova  è appena meno angusta di quella in cui sarebbe sbattuto se lo acciuffassero. Per la vecchia storia dell'Hotel Occidentale (il genio del praghese è tutto in questo nome). Nel secondo, quello più luminoso che Kafka abbia mai scritto in tutta la sua vita Karl si trova dalla prima pagina di fronte al cartellone: "

"Oggi dalle sei di mattina a mezza notte, all'ippodromo di Clayton, viene assunto personale per il teatro di Oklahoma ! Il grande teatro di Oklahoma vi chiama ! Vi chiama solamente oggi, per una volta sola ! Chi perde questa occasione la perde per sempre ! Chi pensa al proprio avvenire, è dei nostri. Tutti sono benvenuti ! Chi vuol diventare artista, si presenti ! Noi siamo il Teatro che serve a ciascuno, ognuno al proprio posto !" Cosi' vorremmo a volte che fosse lo spazio dell'Hotel Europa. E invece.

 

 

Questo spazio che cresce millimetrato di norme e controlli fa paura. Fa paura che lo "spazio giudiziario" sia inventato ancor prima dello spazio geografico.

 

Se gli "asilati" italiani sono pulviscolo della storia, le masse migranti in Occidente sono valanghe variamente frenate dalla nuova più larga frontiera, permesso di passaggio, foglio di via, denaro di transito, biglietto di ritorno, autorizzazione di viaggio, di lavoro, di matrimonio, di parola, di vita, di morte.

 

Per tutti, scelta di destino necessario.

 

Ma ormai ogni gesto ha la sua leggina, la sua deroga, il suo controllo, il suo consenso sociale, il suo trasgredire e il suo punire.

 

E la tana?

 

Francesco Forlani

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lunedì, novembre 01, 2004

Florinda Fusco

Editoria o letteratura?

 

Oggi si è arrivati ad un punto d’incontro-scontro tra due potenzialità coesistenti nella realtà letteraria contemporanea. Da un lato, le cosiddette <<morti>> della modernità, il superato antagonismo tra avanguardia e tradizione, la crisi delle poetiche e della critica, portano gli scrittori ad un’estrema libertà di movimento, che significa poter disporre di un patrimonio enorme di esperienze da poter guardare con occhi nuovi, liberi dalle costrizioni di ogni tradizione o criterio imposti. Dall’altro, l’industria culturale impone nuove invisibili mura: regala una libertà illusoria a chi si muove tra le pareti di una ristrettissima stanza. Questa ristrettissima stanza è figura di quello che Hannah Arendt avrebbe definito l’assenza di pensiero. I tempi e i cliché della grande Fabbrica dell’editoria letteraria minacciano ogni spazio di possibile meditazione, nel senso di dialogo silenzioso con se stessi, momento essenziale e indispensabile per il vero dialogo con l’altro. Ecco l’incontro-scontro tra la possibile estrema libertà di pensiero e di scrittura e l’impossibile libertà culturale all’interno della macchina della produzione.

La moltitudine dei libri prodotti crea un chiasso assordante, una difficoltà di orientamento tra le nuove merci (presupponendo un enorme spreco economico, come in ogni settore consumistico), ma l’abbondanza e la pluralità apparenti mascherano in realtà criteri coercitivi che uniformano entro schemi ben definiti il prodotto. I criteri confluiscono in una reductio ad unum, in un unico macrocriterio: la facile vendibilità del libro. Credo che oggi sia innegabile l’omologazione, così come la scarsissima qualità del lavoro artistico e intellettuale che la grande editoria produce. Ma d’altra parte come potrebbe essere il contrario se gli editor oggi sono, quasi nella loro totalità, operatori di mercato? E se l’ambizione ad un ruolo sociale da parte dello scrittore sostituisce la silenziosa ricerca conoscitiva? La cosa che bisognerebbe mettere in dubbio è il possibile funzionamento di questa grande macchina, che a me appare come una macchina che gira a vuoto, e pertanto destinata al collasso, specchio di una società politica, non solo subordinata al capitale, ma dominata ideologicamente sempre più dal dio lavoro (rimando al Manifesto contro il lavoro del gruppo tedesco Krisis, DeriveApprodi, 2003), nel momento storico in cui il lavoro è reso sempre più superfluo. Così come la società dominata dal lavoro crea ogni giorno di più gli <<esclusi>> dal lavoro, così la società delle grandi produzioni editoriali crea un apartheid di scrittori e intellettuali che restano, a me sembra, la fonte di maggiore vitalità in questo organismo assopito: letteratura che ancora cerca di esplorare ed esplorarsi, di conoscere e di conoscersi, letteratura che cerca di costruirsi autonomamente un’identità.  La catastrofica situazione della realtà letteraria di mercato non esclude, dunque, che in questo momento in Italia ci siano intellettuali e scrittori di grande qualità. Il problema è che la loro posizione è, tranne rarissime eccezioni, di paria, la loro voce è inascoltata. Pensare, d'altra parte, alla fine della letteratura, credo sia un atteggiamento culturalmente egocentrico. Cosa rappresentiamo noi nell'infinito ciclo della storia e delle arti? un piccolo punto, a cui seguirà un altro punto.  La situazione già riscontrabile in generazioni passate, di paria intellettuali, mi sembra si stia moltiplicando, sia diventata la situazione definitiva de