giovedì, settembre 23, 2004

Biagio Cepollaro

Da ‘Lavoro da fare’

 

IX

calmati o il cuore ti scoppierà e non è metafora

poetica ma proprio sordo tonfo d’organo

risposta che travalica

domanda e nel vuoto degli occhi

si schianta

ora scrivi come hai sempre fatto

e non scherzare più col fuoco

della vita

o in una di queste mattine la piccola

storia sgangherata e sempre

pronta a rimangiarsi il cielo

finirà tra lo strepito del condominio

non come si chiude un volo

ma come un colpo di tosse

 

calmati e scrivi: fallo anche ora

in mezzo ai capelli bianchi

fallo come quando eri ragazzo

col terrore negli occhi

fallo anche solo per non crepare

non si tratta più di conoscere

si tratta ora  nel pericolo

grande solo di portare a casa

la pelle: non c’è niente in questo

di cui ti devi vergognare: è così

e basta.

 

e ora che la voce si alza riesci

perfino a vedere nella finestra

di fronte l’onda del mondo

che s’appiana in risacca di pietra

e metallo: senza prodigio non vai

da nessuna parte ché quello

che non ti fu dato all’inizio

non cesserà mai di mancare

 

e lo hai sempre saputo di andare

storto nel mondo come uno

che anche correndo lo fa

con una corda al collo: ora

non dare strappi: fa colazione

fatti la barba siediti pure

ma fallo lentamente senza la stretta

non è colpa di nessuno se la voce

che ti dai è la sola che in piedi ti tiene

Biagio Cepollaro

Da ‘Lavoro da fare’

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mercoledì, settembre 01, 2004

Alessandro Broggi

da: ‘Quaderni aperti’

 

ABITUDINE ZERO

 

I.

 

Saremmo usciti dalla capanna. Dipendeva dai suoi accenni, il linguaggio del corpo arriva presto, malgrado la ragazza amasse una vita idealmente intesa (e quel suo profumo inglese raggiunse la zona alberata). Come una scena che non avesse importanza, la quale però cominciava con la presenza reciproca di tutti: un’epoca intera di occhiate - niente idee se non negli sguardi.

 

II.

 

La prima notte posso darmi ai sottintesi, affascinanti e cortesi fino alla soddisfazione perfetta, quello che voglio sono soltanto le curiosità, purché ridotte ai loro dettagli. Purché desiderabili.

 

III.

 

Dimmi un po’: la pioggia. Giriamo, sotto gli ombrelli - anziché tornare alla capanna dai compagni (dato che questo è l’ultimo dei miei scopi). Giriamo sotto gli ombrelli, interroghiamo le pause impagabili del volto.

 

 

ECCETERA

 

I.

 

[...] la fantasia di una donna insieme a un uomo: la feli-cità sembra anche realizzabile. Se ancora c’entra per qualcosa. La rotondità reale di un corpo. Marzia, i suoi consigli non lasciano margini. Il suo sollievo. È un complimento. Ciò che richiede complicità: è naturale. È stato un desiderio del professore cenare con lei, questo le ha fatto piacere, non l’ha nascosto.

 

II.

 

Il cancello è aperto da qualche parte; alle finestre è bu-io, scuro - come torba. Lui esce. C’è vento, bisognava presupporlo, quella frase (“Può baciarmi”)...

 

 

 

LA FOTO

 

I.

 

Adesso ho i tempi dell’insonnia. Ho fatto delle proposte (molto tempo che non la facevo più ridere - come vuole lei). “Senti, io sono a Bologna, me la mandi con il piccione viaggiatore, lo scambio è identico”. Le piace il silenzio, per un po’.

Il piacere si estende. Detto di passaggio: mi crede pacato. Un esempio fra tanti: “... mi puoi vedere quando vuoi”. Se ne andava, disse, e prese una valigia a suo modo. Si è negata a qualsiasi torto.

 

II.

 

Sai, a volte, ho fatto ritardo. Lei no. Per un periodo, per-ciò sono qui. Non le ricordo nessuno. In una scorta di esperienze, una foto poco contrastata. Ha saputo pia-cermi; più il resto. Stasera se è necessario mi sembra di capire cosa devo metterci.

“C’era una volta”.

 

 

 

MEMORANDUM

 

I.

 

Un giorno che per disporti meglio trasportavamo la barca all’altro lago, più ore d’amore di quante possano essere ri-pagate, cosa suscitano. Questo non passava. Uno che ci stava fino a prendermi di continuo alla sprovvista (le mie unghie troppo lunghe... “adatte per il sesso”). Molte cose in comune? Quantomeno da scommettere in una fase avanzata. Un po’ di entusiasmo umano - noi con ciò che avevamo.

 

II.

 

Suppormi abituata a improvvisare seduceva, è semplice

 

 

 

(fascicolo 2)

 

 

Il meglio

 

I

 

Capita questo. Milena non sembra un’ospite; soprattutto questo mi colpisce, un senso comune, pensavo, mi sentirò tra amici. Non se ne può fare a meno. Penso, vede ciò che succede. Una festa giunge a compimento.

 

II

 

Si è parlato un momento (lei, come un accorgimento, si toglie il cappello attillato) (i riccioli suasivi), non siamo più votati alla sublime freddezza, non è vero? Me lo chie-do io stesso; penso, io e Milena.

 

 

 

Qualche notizia

 

I

 

Continua; indiscriminato, idem. E fa un bene! Lei aveva detto: “Proprio”.

 

II

 

Riferisca che l’amore ecc. ora è noto. Milena. Sento la porta schiudersi. Altra conseguenza: ssst. Ssst.

 

III

 

Sapendo come vivere. Le luci si abbassano in casa, notte. A torto o a ragione. Comunque, come viene.

 

 

 

(fascicolo 3)

 

 

DIRITTURA

 

I.

 

Niente vie secondarie, le case danno sulla strada. Non nevica ancora, volentieri un’altra volta. E allora. Lo fa. “Posso entrare”; temperatura ambiente. Un autobus si solleva verso l’alto e Terzi è piombato in uno stato di taciturna sonnolenza (successo domestico). M. è malata. Le quattro e cinque. L’azione prosegue. Si distinguono due figure - Paolo, tutt’altro che sensibile alla nevicata, e la vecchia dedita al suo spettacolo preferito, il gioco dei bimbi lungo il terrapieno sul retro. Sembra che i prati bianchi e lisci non abbiano una storia, e verrebbe quasi da chiedersi se sono gelati anche gli annaffiatoi automatici che girano su se stessi nei giardini d’estate. Ma quando sarebbe rientrato Manale? Un’ora dopo, Paolo va via. Con la moto di Terzi.

 

II.

 

Dopo le sei, a quest’ultimo aumenta il buon umore. M. riflette; sta crescendo il suo interesse nei confronti di Terzi; come se. Poiché intuisce che il suo interlocutore parla chiaro e Manale non tornerà, neppure alla fine. M. è guarita.

 

VADEMECUM

 

I.

 

Per un’attività più personale ha invitato lei (e chi era?). L’aggettivo usato a suo riguardo è: mitomane. Tutto a colori. “Per me è importante”, avrebbe detto lui, “una preferenza di lungo corso”. Lei si mette a sedere, beve una sorsata di succo di pompelmo e dice: “Ho già creato una situazione”. Atto secondo. Vogliono essere sempre lucidi, nonostante la cortesia quasi esagerata danno un’impressione di assoluta sicurezza, sanno par-lare e conversare; lui adempie ai suoi obblighi, lei fa altrettanto con i propri, in un contesto spigliato. Siamo all’atto terzo. Entrano in un’altra stanza, per motivi che andrebbero approfonditi; ne risulta una pausa.

 

II.


Ancora episodi eclatanti, da tenere in considerazione (atto quarto). Lei gioca di fantasia, “Importa” dice lui - provano anche piacere (atto quinto). Si rivestono.

 

IL TEMPO CONDIVISO

 

I.

 

Non sa che importanza vorrà dargli, perché è un passatempo. Mancano cinque o dieci minuti, in fondo meno. L. lo guarda tranquillamente in faccia; come viatico; importante valore ag-giunto: (lei pure) esce di scena. Ha distinto i potenziali pro-blemi - “Quando arrivano, arrivano per entrambi, te lo garanti-sco”. Lui (ridendo): “È che sono dell’idea”.

 

II.

 

Dunque partono insieme. Il momento in cui le loro motiva-zioni corrispondono è molto importante; dopo tre giorni di pa-role chiave, la risposta sì permette l’amore. Un apprezzamento senza vincoli, restano intesi, molto, ma infine non tutto.

 

III.

 

Si tratta di una vacanza. I due si rendono le cose facili - “Per quanto, compiaciute”. Poi cos’è successo, gli ultimi giorni, per ragioni diverse L. mostra un sorriso stanco, (tale reazione è un suo modo di esprimersi) la loro è stata una relazione.

 

 

IPOTESI

 

I.

 

I caroselli girano, e noi continuiamo a vedere immagini che non conosciamo ma che cominciamo a riconoscere, a forza di ripetizioni. Se un sentiero battuto passa attraverso una pozza di fango, procedi attraverso il fango: camminare intorno ai bordi aumenterebbe le dimensioni della pozza. Scelgo una donna. La prima volta che la noto, non ha nulla da aggiun-gere. Il tempo passa.

 

II.

 

Non è poi così difficile ripetere le cose. A. fa sul serio quello che dice e quello che fa, finge di scherzare e vive la sua vita (a sentire lei indifferentemente), e ci riesce al cento per cen-to. Scambiamo i saluti, nient’altro.

 

III.

 

Lucidamente aver continuato. Esterno giorno. La trovo che passeggia… lei piace, succede: sa cosa penso. La sua posizio-ne non ha scopi immediati, altrimenti un’esperienza. Un’ipo-tesi. (Nel frattempo ha continuato a camminare…) 

 

da: ‘Quaderni aperti’

Alessandro Broggi


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mercoledì, settembre 01, 2004

Massimo Sannelli

 

 

la poesia fatta in sequenze dimostra
la vita prima, mostra la sua dolcezza; non è
astratta la pietà che si aveva, e suscitava un
altro tempo ("non si accorge"): conosce

l'industria della cultura e la superbia
di dire, fare, tradire. Così si invoca
il nome di Cristo nel nome della donna;
fioriva prima; ora fiorisce.
"se avesse invocato Dio, il Dio vivo..." questo
uomo sarebbe vivo, ancora fiore; "tutto l'amore
è cristiano". da qui la prosa misurata
sugli accenti; con questo: distinguere
tra passione e affetto; tra naufragio
e affetto; tra invocazione e idea
del pudore. "e potrai ancora guardare
Maria negli occhi?", la madre di Dio in una stanza intima,
non tempestata, e con Cristo?

 

 

 

*

a un chiaro, un istante, di telefono; mentre
è bello. mentre immaginare, piace, un salto
abbandonato, e la ruota in atto; il vigore è ben-
venuto; «sii uomo»; e: essere uomo è mancato,
e la mancanza di pace si attribuisce alla strage
della coscienza.
«io voglio» il conforto del foglio elettronico, come
qui; dopo il chiaro, come sopra, l'istante
del telefono e l'apertura a Dio; ma il sì
e il no vogliono essere limpidi, non
questo. Per fare perdiamo il mondo
e la famiglia, senza volere.


*

il nemico è l'aridità: il male è peggiore
del rimedio; dalla spina dura la maggiore
delle rose; da un fiore falso un fiore vero,
mostrato a chi sa; cum placet l'esca, l'esca
dello stile. chi non sa fuori-esce senza
consistenza, non o poco amico
di sé (un padre: «c'è chi ti aiuta», la sua
buona fede umilia le orecchie); forse va
gridando, forse è pena.


*

molto scritto, testo, esaurisce
il possibile da dire; ora finisce
in uno scatto di mouse, in una
visione di schermo e tastiera
che varrà come cuna, culla
bella.

credendo a una pretesa di innocenza
si è vista la violenza; si esalta la gloria
del seme; non porta alloro; è amaro
tanto; è amato l'errore per cui si è, fino
ad ora, scritto; nel nome cucciolo la maschera
del vero nome, il proprio. Questa perdita vuole
esistere nella farfalla, volante, dell'intimità;
se fosse valso il bosco! Diana si tenne;
ma ora la castità degli atti.

 

 

 

***

come si vagheggia? che cosa? una struttura
muore. Se in cerca di risposte mature,
l'idea nuda e la volontà di dire; lì è.
l'aridità finisce. lo stile (lo stilo)
cambia; una condizione
gioiosa si offre; la continuazione
del lavoro si offre; e dove finirà,
inanellando, più inanellando...

il poco onora il molto: sono anche aperture
improvvise al petto e alle spalle
(nessuno vede) e tensioni dove
è l'intimo, dove l'intimo sta...


***

breve ciclo, ispirato all'estasi: la lingua
moltissimo tratta a dire. Siamo presenti
a, celesti, le vene nei polsi: con altri molti
squilli, per esistere.

il flauto della voce si calma qui:
dopo, e per meraviglia, la fama
delle notizie. Era questo il desiderio
dell'accelerazione su pietra dura
e muro forte, poi fine: così
si aspetta un abbraccio correndo; e
con comunicare la fine
in «io sono», «parlo», «vedi», «so».

«Io tengo alla tua vita»: come
la prima piena notte, a luce bassa, il
suo splendore.

 

Massimo Sannelli



































































































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mercoledì, settembre 01, 2004

Giulia Niccolai

da: Frisbees, Campanotto Editore, 1994

 

GIN - ginepro (a Joan Steen Wilentz)

 

GIN - ginepro {Juniperus communis)

GIN - Gordon (alcool aromatizzato con bacche di ginepro)

GIN - Giulia Niccolai

tre parti di Gin e una di Vermouth per il Dry Martini classico:

gemma liquida trasparente incolore

che vortica tra cubetti

(«... sì, sì, proprio con il brio di un ruscelletto

o          dei sonagli di una slitta in corsa sulla neve...»)
per venire poi adagiata

silenziosa ghiacciata

(la bella addormentata)

in piccoli preziosi bicchieri a stelo

che anche nella forma ricordano il diamante.

(Ve l'ho fatta venire la voglia di un Dry Martini?)

Così New York. Quando la vidi (la città) mi parve

anch'essa

rifrangere la luce: indistruttibile perfetta.

Oleosi tremolanti e sfuocati

(miraggi o onde di calore?)

i tre caleidoscopici diamanti del ricordo
ruotano ruotano

e si fondono in un tutt'uno.

 

Ora esso mi appare immobile nitido splendente

incorniciato nel mandala dell'occhio della mente.

Diamonds are forever?

Tutto ciò che allora sembrava eterno

non è durato più di trent'anni.

New York si è macerata e sfatta come una città del

Terzo Mondo. Sono finiti i tempi in cui era sportivo sfi-

­dare la vita sorseggiando nitroglicerina da bicchieri

triangolari con una Lucky Strike accesa tra le dita della

stessa mano.

Questo poemetto sulle radici della mia poesia sta

diventando un excursus nella pubblicità del secolo, ma

invecchiare serve a capire di persona le vanità del

mondo.

Il grande Gatsby e Marlowe ci hanno lasciati,

per noi la fatica della vita continua                             

e c'è ancora molto da imparare, I presume...

I presume... I presume... I presume...

Una volta per tutte: basta!

Basta con questa corretta reticenza inglese

ora che appartengo anch'io al Terzo mondo!

Basta con le illusioni e le delusioni

dopo aver finalmente capito

(e me l'ha suggerito il Larice)

che la giustizia terrena è indifferenza.

Ora credo solo nella fede

ma è proprio nell'aura di una coincidenza

(e di una lunga consuetudine alla sofferenza)

che riconosco il tocco del destino,

la grazia, la pace della meraviglia pura: GIN-LAB.

GIN-LAB in tibetano, Adishtana in sanscrito, sono le

onde radiose di beatitudine che emanano dai grandi

Lama e che i discepoli sentono di ricevere in modo tan-

­gibile.

 

Maggio 1986

Note

Testo scritto per  Le radici della poesia, numero antologico della rivista Steve, Modena.

 

da: Frisbees, Campanotto Editore, 1994

Giulia Niccolai



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mercoledì, settembre 01, 2004

Il gesto non-collaborazionista

Ciò che fa di un gesto un gesto ‘non-collaborazionista’ non è il suo conformarsi ad un’ideologia ‘antagonista’, tutte le ideologie, proprio perché ideologie sono costruzioni menzognere che mimano uno spazio pubblico quando la verità amara dell’Occidente contemporaneo è proprio l’assenza dello spazio pubblico. Conta la motivazione del gesto, il suo stile, il milieu che lo ha generato: tratti sottili che assomigliano più ad una performance artistica che ad un proclama di principi. Il rifiuto del non-collaborazionista è così profondo, così radicato, antropologico, necessario, che è già diventato curiosità per il mondo così com’è, è già diventato disponibilità a trattare il resto come il prossimo: mondo tutto curvato sui giorni, consapevolezza della propria età, delle proprie ‘speranze di vita’.

 

La società reazionaria di massa

L’amico sconsolato che mi dice: siamo passati da una società democratica di massa, soggetta al fascismo implicito nel conformismo, alla società reazionaria di massa. E lo dice come risposta all’aneddoto che gli avevo appena raccontato relativo al mendicante in metropolitana. Costui era un barbone cittadino dall’accento locale, indigeno, che ripeteva :’anch’io avrei voluto come voi una casa, voi avete una casa, potete lavarvi, anche a me piacerebbe lavarmi...’Il disagio che provocava costui era l’aggressività di chi parla in nome della coscienza altrui, era l’utilizzo della manipolazione, l’assunzione della prospettiva di chi doveva fare l’elemosina. Non di chi doveva riceverla. L’amico osserva che il tossico fa parte del vecchio paesaggio democratico che rivendica implicitamente l’efficacia del welfare, mentre questo tipo di mendicante è già liberista, si pensa a partire da quella massa reazionaria che presuppone solo la fortuna o la competenza, o entrambe le cose, dei singoli individui nella giungla.

 

Le teste scoppiano

Si è così abituati a mentire a se stessi, non tanto per infingardaggine quanto piuttosto per fretta, per indaffarata superficialità, che occorrerebbero ore e ore di meditazione silenziosa per rendere il proprio spazio mentale respirabile. Le teste scoppiano di frammenti di discorsi e di propositi, le emozioni sono reazioni a stimoli più che relazioni umane, l’abuso che si fa di sé –lo spreco- è pari solo allo spreco degli altri: non occorre arrivare ad additare lo sfruttamento capitalistico per produrre questa desertificazione del mondo, bastano in parte già i nostri cosiddetti rapporti personali, il nostro modo di rispondere al telefono, di scrivere una lettera, di comportarci sul posto di lavoro, anzi, basterebbe il modo con cui trattiamo noi stessi e il nostro spazio mentale.

 

Le fissazioni micro-identitarie

Bisogna davvero inventare molto se non tutto daccapo: la scomparsa dello spazio pubblico sotto un cumulo di menzogne che non cercano neanche più la sublimazione culturale, impone quasi di inventare delle relazioni di tipo tribale, con tanto di gerghi e segnali condivisi, con tanto di fissazioni micro-identitarie. Sono proprio queste ultime, le fissazione micro-identitarie, che fanno retrocedere la possibile re-invenzione di uno spazio pubblico. Quando più si approfondisce, infatti, l’ambito individuale di azione e si dà nome a questo ambito, tanto più non si è impediti dalle ristrette categorie di una tribù a cui si vorrebbe appartenere. Ecco: in questa situazione l’inappartenenza diventa il presupposto paradossale per riconoscersi, senza eluder le difficoltà a botta di luoghi comuni. Ciò che ci unisce , insomma, lo si scoprirà col tempo. E’ il contrario del fantasma identitario che continua  a fare vittime in chi vuole essere antagonista finendo con l’essere speculare.

 

Intellettuale organico all’azienda.

Un conduttore televisivo privato rientrerebbe nella definizione gramsciana di ‘intellettuale organico’. Solo che bisogna sostituire ‘all’azienda’ ciò che originariamente veniva indicato come ‘la classe’. Cosa è successo? E’ forse accaduto che alla fantasia che aveva preso corpo nell’immagine della ‘classe’, ne è sopravvenuta un’altra che riguarda l’azienda.  Realtà economiche e collettive, materialissime e figure dell’immaginario, che hanno preso il posto l’una dell’altra. La grande azienda che tende a identificarsi con un intero Paese: è la voce che l’intellettuale organico ascolta quando illustra le sorti giornaliere del mondo. Bisogna essere uomini ‘di fede’ per essere organici a dei fantasmi radicati nella materia sociale. La classe come evocazione mitologica ha fatto il suo tempo, non così la relativamente nuova evocazione mitologica, quella dell’azienda: la menzogna è il comun denominatore e, da un certo punto di vista, lo è il ridicolo. O, anche, il grottesco. Ma il prete che è il progenitore del dotto, dell’intellettuale, allora come oggi, celebra periodicamente la sua messa, sciorina il suo mistero, cioè la contraddizione logica e l’assurdità come distanza sacrale dal buon senso. Credo perché è assurdo, targato Agostino, appunto.

 

 

Non si tiene in piedi

In un certo senso la locuzione ‘società reazionaria di massa’ è contraddittoria sul piano logico: come farebbe ad esistere e a tenersi in piedi, una società che contraddice il suo stesso principio: il legame sociale, la percezione della comunità come luogo verso cui indirizzare il proprio contributo e all’interno del quale godere la propria giornata terrena? Infatti non si tiene in piedi.

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mercoledì, settembre 01, 2004

Marco Giovenale

Breve nota sul lavoro di Massimo Sannelli

 

La scrittura di Massimo Sannelli, in questi anni e anche nei libri recentissimi (La giustizia e La posizione eretta), è tra le più rigorose, fra quelle degli autori della sua generazione. (Ammesso che sia possibile parlare di generazioni in poesia).


In varie sedi lui stesso ha scritto sulla particolare connotazione clus di molta ricerca contemporanea, inclusa la propria.
È forse corretto parlare di una sorta di ascesi dell'impersonalità (non un petrarchismo, dunque), dove l'io narrante è – in sequenze testuali e ipercodifiche di eventi – fortemente ma non arbitrariamente velato da schermi.
Questo stile di distacco, in cui l'ego pur allontanato su sfondi opachi riaffiora parlante da/per frammenti, ha misura sorprendentemente classica, e costringe la materia (che è infine biografica) a nudità e secchezza.
Non potrebbe essere più percettibile la separazione da ogni realismo. Allo stesso tempo, non si attivano compensazioni, costruzioni di maschere, di personaggi. La lingua per prima - semmai - forma e sviluppa 'apparizioni', angeli sintattici, o fonico-ritmici, o grammaticali: parole-segno. La casa diventa «la bambina» o «la casa bambina». A volte Sannelli istituisce nomi complessi attraverso la chiusura di una intera frase (descrittiva ma non 'aperta') fra virgolette.

Ipotesi: la ricerca è di uno spessore semantico (compresenza e compressione di valori semantici) che la lingua italiana non sempre garantisce, e che compete semmai all'ebraico, all’arabo, in certi casi al francese (pensiamo alla densità di un vocabolo come «lumière»..).

 

Breve nota sul lavoro di Massimo Sannelli

Marco Giovenale

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