venerdì, agosto 27, 2004

Onore a Philip K. Dick e al suo The man in the High Castle

La fine del ‘secolo breve’ pare essere anche la fine della cultura occidentale forgiata dalla Rivoluzione Francese e, più da lontano ed efficacemente, dal Cristianesimo. Purtroppo l’unico esempio concreto di alternativa a questi due binari dell’Occidente è stato, a partire dalle sue stesse contraddizioni, il Nazismo. E’ per questo che ‘la guerra preventiva’ torna ad essere la falsa motivazione per fare del mondo un deserto. Solo che la macchina statale tedesca di allora era infinitamente meno potente della macchina statale statunitense: nel primo caso l’ideale non universalmente condiviso dell’antisemitismo carburava la coesione di un popolo fino alla sua trasfigurazione in razza sovranazionale, nel secondo caso la globalizzazione della teologia liberista  passa attraverso l’adattamento dei concetti di ‘democrazia’ e di ‘pace’. Lo svuotamento dei pilastri della Rivoluzione Francese (uguaglianza) e del Cristianesimo (amore, pace ) e l’asservimento ipocrita di questi alle campagne mediatiche che preparano, seguono, e giustificano le guerre, erano astuzie che mancavano o che dovevano per forza mancare, per ovvi motivi tecnologici, ai Precursori tedeschi: l’ingenuità del loro ideale biopolitico getta una luce sulla sorte esull’efficacia di ogni tentativo di sopraffazione che faccia a meno di una retorica della pace e della democrazia. Chissa perché il libro di Philip K. Dick, The man in the High Castle, (La svastica sul sole), 1962, torna a fagiuolo…

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giovedì, agosto 26, 2004

I rapporti di produzione letteraria

Dovendo ristampare virtualmente un libro del recente passato, essendo possibile una pluralità di stampatori ,venuta meno per ragioni tecniche il monopolio dell’editoria cartacea, nel mutare forse dei benjaminiani rapporti di produzione letteraria, almeno per questo aspetto, si può finalmente uscire dalla logica della canone. Si dissolve così la monoliticità del resoconto, si polverizza il criterio del bilancio, si moltiplicano invece le tradizioni, le memorie plurali non fanno più riferimento a comunità centralizzate e ristrette ma a sottocomunità trasversali, clan, tam tam...

Sotto la canicola

Una ricerca che si va svolgendo facendo di sè deserto. Ricerca paradossale nel metodo e anche atto di fede. Accettando, pare che venga detto,il deserto, ciò che dopo vedranno gli occhi sarà straordinariamente vicino, vivo,fresco... Occorre quindi aver toccato, anche solo per un attimo, questa vividezza, questa vicinanza, questa freschezza per lasciarsi indietro il comfort del frigo e della casa all’ombra e, volontariamente, incamminarsi sotto la canicola.

Solo se è un problema si risolve

Può capitare che per anni un’inquietudine ci abbia accompagnati, una tensione talmente forte che mai abbiamo osata guardarla in faccia, piuttosto abbiamo imparato a convivere con essa, senza mai risolverla ma, al contrario, tamponandola con mezzi di fortuna, poi con mezzi che ormai si sono sostituiti a quella tensione, a quel buco, a quella mancanza. Dunque il nostro adattamento ha reso invisibile del tutto il nostro problema che non è più un problema. Solo per questo, perché non è più un problema che il nostro misconosciuto problema è diventato irrisolvibile.

Ma chi era poi davvero l’intellettuale ?

Forse in passato si è sopravvalutato il carattere ‘pratico’ delle analisi che si andavano facendo del mondo: da qui forse l’arroganza dell’intellettuale: come se le parole più o meno immediatamente trasformassero le cose. Il nostro tempo , che pure non abbonda di analisi, mostra come queste siano impotenti a fronte delle cose stesse che procedono indisturbate. C’è da chiedersi allora quale illusione ottica ha fatto credere che qualcuno potesse essere depositario della ‘coscienza di classe’ e, in seguito, della vera natura delle trasformazioni sociali. Probabilmente tutto è nato da un equivoco: le cose si muovevano per loro conto e per le ragioni più disparate, molte delle quali avrebbero fatto inorridire i ‘detentori della coscienza’, e intanto qualcuno provava a suggerire o a imporre a queste cose la sua ‘coscienza’. Di fatto da questo equivoco, se davvero c’è stato, sono nate disgrazie e se del buono è venuto è stato perché i bisogni elementari dovevano essere soddisfatti, pena l’interruzione e lo smascheramento repentini del gioco.

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domenica, agosto 01, 2004

Biagio Cepollaro

Attività scultorea 2

La Regina del rame

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Si muove quando apro la finestra, da queste oscillazioni la sensazione di vitalità, di cosa viva, anche se non umana. La Regina del rame appartiene al Pianeta e, dunque, indirettamente al Sole. Il suo occhio, il suo cuore vuoto e il suo sesso segnano l’alternanza di luce e buio. La Regina del rame è propriamente senza cuore, ne resta l’oro ma non c’è palpito. Anche per questo essere senza cuore lei appartiene al pianeta.

L’Angelo del Sonno

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E’ accanto alla mia sedia, alla mia sinistra. E’ riuscito a non essere ingombrante nonostante il vuoto circondato dal filo di ferro zincato. Talvolta mi fermo ad osservare il suo volto: ancora vuoto che parla, che protegge, che sta bene così com’è. E’ destinato da tempo all’amico Francesco Forlani, attende di essere trasferito a Parigi. E’ a lui destinato perché una sua immagine fu, in un momento preciso del tempo dell’amicizia, l’immagine risolutiva.

Amanti.

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L’ho ritrovata a casa di Vittorio Passaro: non me ne ricordavo più e quindi l’ho vista come per la prima volta. Le due figure o l’unica figura moltiplicata in breve spazio per due. Come un feto sul filo. E poi la radice nella pietra: terra promessa, consistenza desiderata. Almeno quanto l’aria. Camera e studio di un designer. Tra modellini di cartone e foto di opere realizzate. Un altare geometrico in chiesa barocca, legno contro marmo, inclusione contro ribollire di elementi. A colpo d’occhio: solissima, vulnerabilissima. Filo appeso ad un filo. Alla ricerca di una dimensione: l’essere piccola o grande, piccola oltre ogni tolleranza, fino a sparire. La precarietà che trascina o, al contrario, la precarietà evidenziata. Da chi sta fermo. O quasi.

Figura 1.

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Doveva essere una madonna o una donna. La differenza è nel grado di paura, nel grado di sprofondamento nell’archetipo…Non so come sia stata collocata, a casa di Andrea a Parigi, come l’abbia accolta la sua compagna. Due donne che possono essere tra di loro in buona compagnia oppure chissà quali le reazioni suscitate. Gli oggetti non esistono: vi sono solo relazioni spaziali: e quindi tonalità affettive. In questo caso il luogo dove l’oggetto viene posto e ciò che dall’insieme viene fuori per chi entra in quella stanza. Ciò che gli risuona la prima volta.

Insieme.

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Il disegno lo fa in rilievo il fil di ferro. E si resta a metà tra le due e le tre dimensioni, tra l’immagine e la cosa. L’ombra che il rilievo getta fa parte dell’immagine ma è prodotta da una cosa. L’immagine poi è solo una cosa più sottile. E la cosa si rivela anche sempre come un’immagine.

L’ombra che getta sdoppia il segno che dice e il segno che ascolta.

Attività scultorea 2

Biagio Cepollaro

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domenica, agosto 01, 2004

Biagio Cepollaro

 

Attività scultorea

 

Modellare

Il termine ‘modellare’, riferito alla ‘materia’, non rende bene l’idea, per quel poco che ne possa sapere per esperienza. Vi è un senso di potenza, di supremazia, di prevaricazione, e vi è anche un suggerimento di entelechìa, di imposizione del costrutto razionale e finalistico sull’inerte, magari supposto già dato, che non mi è capitato di riscontrare. Ciò che si chiama idea mi risulta piuttosto una battuta più o meno indovinata offerta in risposta ad uno ‘stato delle cose’ che si viene configurando al limite dell’incomprensibile e dell’inaccettabile. Dunque ‘modellare’ qui vorrebbe dire: rendere accettabile, con un colpo di mano, l’incomprensibile e l’inaccettabile. Ad esempio, vi è un momento in cui il filo di zinco, di ferro, di ottone o di acciaio (metalli diversi il cui ‘comportamento’ è molto diverso) danno vita ad un groviglio che, con tutta la buona volontà, con tutto l’ottimismo di cui si è capaci, non può che essere un groviglio e basta: inaccettabile e incomprensibile. Quel punto di crisi, di rottura è anche il punto in cui, nel migliore dei casi, si andrà ad innestare la risposta che risolve. Ma tutto questo a partire dal casuale venirsi a configurare dello ‘stato delle cose’.

 

L’oggetto unico

Ad uno scrittore di qualità oggi consiglierei di impegnarsi in un’attività scultorea. La ragione sta nel fatto che la scultura, se non produce multipli deliberatamente, produce oggetti ‘unici’. Questa unicità, questa non moltiplicabilità dell’opera, questa permanenza e  consistenza dell’oggetto accanto al suo autore (dove è possibile per le dimensioni e il tipo di lavorazione) restituiscono in positivo ciò che un libro lamenterebbe come negativo. Ogni libro, lo ripeto, ogni libro di qualità oggi è un libro d’arte. Ogni libro (nuovo, non un classico) di qualità non può che essere a tiratura limitata. L’appellativo di libro d’arte questa volta non si riferisce alla presenza di illustrazioni o al lusso della veste grafica, ma alla sua tendenziale equivalenza con l’unicità dell’opera scultorea. La scomparsa della Polis o della società, la scomparsa dello spazio pubblico, sembrano produrre queste intensificazioni del quotidiano in cui l’unicità dell’opera si sposa all’hic et nunc dell’autore.

Si potrebbe immaginare che l’effetto della pratica della scrittura in tali condizioni si diriga verso una maggiore responsabilità della parola: quando viene meno il sostegno della menzogna collettiva (buona parte delle compiante istituzioni dell’arte erano questo) mentire a se stessi può apparire improvvisamente come una perdita secca di tempo.

 

Animato/inanimato.

Da Pigmalione al feticismo, dalla manipolazione alla genuina meraviglia: tutta l’estensione di un gioco che è sia creazione che prigione, sia invenzione che coazione. Ma il ‘fare compagnia’ di un oggetto,il suo essere disciplinato nell’essere ‘soltanto un oggetto’, così come le parole ‘sono soltanto parole’, libera altro spazio, questa volta abitato. Desiderio cristallizzato, come il lavoro nella merce, eppure pronto a sciogliersi di nuovo, in apertura all’uso del giorno. Con l’oggetto come con qualsiasi evento, a contatto diretto con la sua elasticità. Nella vita può anche apparire che l’evolversi non sia altro che saggiare l’elasticità del proprio esserci, tra metallo e morbidezza, tra automatismi e creazione.

 

L’oggetto scultoreo è un intruso

Come una poesia, l’oggetto scultoreo sfugge in modo sfacciato al commento. Aspetto del paesaggio: lo si incontra, ci si imbatte. Si è liberi di fermarsi o proseguire. Un albero non è lo stesso albero se piantato in una strada o in un’altra, o in una foresta. Il paesaggio è forma che ci comprende in un punto preciso del tempo e dello spazio. E non ammette repliche. Noi siamo un di più e, insieme, il presupposto della sua esistenza. L’oggetto scultoreo grava, e questo peso di cosa è chiaramente sfuggente nel suo senso. Una parola avrebbe ancora la scusa di essere suono, un oggetto scultoreo no. E’ lì, cosa tra cose, eppure nessuno potrà ridurlo, senza ferire, ad una semplice cosa. Tra arredamento e paesaggio questo oggetto fa la parte dell’intruso: testimonia, con la sua sfacciataggine, l’intrusione di chi ‘vi ha messo le mani’, per farlo.

Attività scultorea

Biagio Cepollaro

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