Francesco Forlani (del maestro)
Divinitad
(per Marion che ci porto’ dalla Sardegna il filo e il ferro)
La vita di un uomo, nelle metropoli contemporanee, è il susseguirsi incessante di traslochi. E si impara a fare delle cose un peso e di mobili zavorra. Cambiare casa può significare cambiare vita ed allora al di là delle metrature, o geopolitica dei palazzi in cui ci si abita, lo spiazzamento è sempre un atto di lutto, una lotta di quartiere. Dopo aver inventato la figura dello psicologo degli animali, si inventerà lo psicologo dei traslochi, che segue a ruota il camion, il furgone, le macchine degli amici o quella presa a noleggio, apposta. Questo mi ha detto Biagio Cepollaro, maestro di divinanza.. Perché di tutti i traslochi uno resterà memorabile e fu quello delle bottiglie di Alix. Alix Willaert è una giovane scrittrice belga, di stanza a Parigi da una quindicina d’anni e figlia di una tradizione profondamente radicata nel centro della Francia, trasmessa di padre in figlio. In un giorno di dicembre con un’allegra brigata di quella che si poteva definire la redazione di una rivista letteraria, Paso Doble, ci si diede appuntamento in un posto a metà strada tra il Collège de Philosophie e il Panthéon, vale a dire nella culla de l’Esprit francese ( in italiano la parola spirito già reca in sé nemmeno tante vaghe tracce di alcol). In realtà i nonni di Alix avevano accumulato qualcosa come ottocento bottiglie di un vino eccellente che per uno strano gioco di “spiazzamenti” giacevano nelle caves di un libraio editore, l’Harmattan, in attesa di giungere a destinazione finale. Quando scendemmo per quelle scale impervie, strette e polverose, sotto le arcate di un sottosuolo per altri motivi familiare, mi colse come un miraggio la visione memorabile di corpi così distanti, gli uni cilindrici e neri, accanto a quegli altri rettangolari e bianchi.
E’ inutile dire che tra i titoli dei volumi, di un’eccellente collana per altro, e la carta, ormai divorata dall’umidità e dal tempo, delle etichette, era a quest’ultime che la mente chiedeva consiglio. Eppure come occhi lucidi, di iridi e pupille, essi ci guardavano fare e disfare carte da imballaggio, prima di incollare e chiudere gli scatoloni. Che il vino più invecchi e più è buono, si sa, ma che se conservato troppo a lungo, e in modo non ortodosso si perda, questo si vorrebbe non saperlo. Perché un vino si perde, esattamente come certe azioni in borsa, o determinate valute di cui non si ha più traccia, o di cui non si saprà più nulla, per eccesso di prudenza, di conservazione. La polvere accumulata sulle etichette faceva si’ che il nome apparisse per sillabe, ma qualche volta un’intera parola emergeva dal buio come le due più belle, in francese, per significare vino: grave, e château.
Man mano che svuotavamo i ripiani avevo come la sensazione che quelle schiere di libri sistemati in ordine alfabetico, ci guardassero in cagnesco, come se ci rimproverassero di aver dissolto l’antica unità tra i due elementi, perché se è importante leggere tra le righe, lire entre les lignes, più importante ancora gli sembrava “lire entre les vignes”.
Un’esperienza molto simile doveva accadermi molti anni dopo, sempre a Parigi. Questa volta pero’ nelle caves della biblioteca dell’Istituto di Cultura, dove lavoro come professore. Il bibliotecario, Francesco, di Cuneo, mi inizio’ un giorno alla grappa ed in particolare alla grappa di Barolo, di botte ed allora giallognola, legnosa nel colore e dal sapore, divina. Riposta con cura la bottiglia dietro ai Maestri del colore – il suggerimento era venuto sempre da Biagio che col suo bibliotecario a Monza, faceva lo stesso- ogni volta che la si stappava, il suono che all’apertura seguiva non solo si apriva un cammino lungo le sale della biblioteca fino ad arrivare alla direzione- noi lo temevamo- ma la cosa più straordinaria era che il profumo dell’acqua di vite sembrava attirato verso le scaffalature. Come se gli autori sistemati tra i legni ambissero ad un nuovo bicchiere. Tutti insieme, poeti e saggisti, romanzieri e artisti.
E cosi tutte le volte che di letteratura si parla, ci si organizza intorno ad un bicchiere, come per l’Atelier du roman di Lakis Proguidis, con Kundera, Arrabal, Taillandier, Dèon, Béatrice, eccellenti bevitori, e lo stesso avviene con gli amici di Sud, Peppino, Raimondo, Paolo, Martina.
In fondo le riviste nascono sempre mettendosi intorno ad un tavolo, la letteratura vuotando il bicchiere. Purché di vino si tratti, ed è acqua di vite, cosi’ pura,come l’acqua che è di vite, perché raccoglie intorno a sé almeno più di una, vita.
In questo stesso spirito, sono nate le divinanze. Divinanza perché le letture avvengono all’enoteca di via Lippi, a Milano, nelle case, e, cosa fondamentale, in una comunità, di musici, poeti, narratori o eccellenti cuochi prestati alla letteratura . Performance di poesia e musica attraverso l’Europa.
E cos’altro se non le etichette delle bottiglie mi suggerirono le poéthiquettes? In uno strano destino incrociato, frutto anche di circostanze- i primi passi mossi sulla tastiera di un computer collegato a internet, lo scanner, le mail, vicende esistenziali- cercavo di dare un nome alle cose, ma non attraverso le semplici parole quanto quella complessa unità di sensazioni, emozioni, che solo certe esperienze, in quel caso la morte di mio padre, aveva generato. La poéthiquette, che voleva essere una forma di piccola etica poetica era in realtà il susseguirsi di tentativi di superamento. Del dolore. Dell’esperienza. A corollario di tale testo vorrei proporvene due. Una dedicata a mio padre, l’altra alla comunità di cui faccio parte. Che è una comunità invisibile, ai più , dove l’amore è di casa ed il vino non fa male.
Francesco Forlani (del maestro)
Divinitad
(per Marion che ci porto’ dalla Sardegna il filo e il ferro)