sabato, luglio 17, 2004

Biagio Cepollaro

 

Due ritratti di artisti

 

John Cage , Ginevra, 1990

La sala con 400 persone in silenzio. Mi chiedevo, mentre Cage leggeva a voce bassa, come riuscisse a sostenere le pause che imponeva tra parola e parola. Le parole dette, scolpite da quelle non dette. Poi toccò a me inserirmi nella scia di quel silenzio e cominciare a leggere. Il difficile era entrare nell’applauso , non potevo tornare indietro e non volevo. La lettura di Cage faceva spazio ad altre letture: per questo era possibile. Lo capisco adesso, quattordici anni dopo: dipese da lui, non dalla mia temerarietà. Poi, dopo, al bar, mi sentii un colpetto sulla spalla: era lui che mi ripeteva, quasi sussurrando, eppure udibile nel casino, ‘thanks’ e  sorrideva. ‘Thanks’. Più tardi, da solo, cercava l’albergo. A mezzanotte. Esitava, destra o sinistra. Completo di jeans (dello stesso tipo che vidi indossare a Mac Low), alto, magro, anziano e agilissimo. Lentamente si avvia e il passo sul selciato di Ginevra è leggerissimo, da solo, tutto dentro la sua figura, non suona.

 

Amelia Rosselli, Milano-New-York, 1991

Seduta vicino a me, a diecimila metri d’altezza, che gesticolava, ricordava gli anni ’50 e gli aerei, le distanze. In ascolto, dandole tutto lo spazio. E lei che si rigirava dentro, a suo agio, e dietro i suoi occhi il nucleo non devastato e non toccato, un fare sicuro di sé ed ineluttabile. ‘Ora è giusto che stai in gruppo, poi ti ci vorrà un grande isolamento e un lavoro sodo…’ Il mio orgoglio (il rovinoso, l’infantile colpevole) alle stelle quando nella hall dell’albergo mi prendeva ‘da parte’: era la sua parte, la nostra, gli altri, tutti gli altri non avrebbero mai capito. Anche amandoci, gli altri non ci avrebbero mai capiti. Non ero d’accordo ma le davo tutto lo spazio.Con meraviglia mi ringrazia per la coperta con cui la copro , lei infreddolita e acciambellata in posizione fetale: era questo che chiedeva, era solo questo.

 

Due ritratti di artisti

Biagio Cepollaro

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giovedì, luglio 01, 2004

Non metadiscorso ma materia del discorso

Potremmo anche dire che oggi i temi fondamentali intorno a cui proporre un discorso sulla poesia siano il manierismo e il realismo. Ma sarebbe davvero, in un senso più profondo, errata l’impostazione: l’oggi è caratterizzato proprio dalla difficoltà di proporre discorsi, in assenza di comuni riferimenti. Quindi una discussione, come si faceva nel Novecento, non si può fare. Ciò che si può fare è evitare le astrazioni ,quando è possibile, e raccontare, descrivere la propria esperienza con gli stessi materiali di questa esperienza. E’ il contrario del metadiscorso: è la materia del discorso. La difficoltà di questo approccio sta anche nel fatto che occorre familiarità per comprendere, cioè: un movimento di lenta familiarizzazione con l’estraneità dell’altro. E’ il prezzo che bisogna pagare se non si vuole ridurre tutto a due o a tre formulette che diventano all’occorrenza slogan pubblicitari o fissazioni identitarie. L’esperienza ermeneutica condivide con l’esperienza erotica questa progressiva tolleranza dell’attrito, questo capovolgimento progressivo del diverso in eventuale entusiasmo per la diversità. Al contrario,quanta storia della critica potrebbe rientrare in quei ‘vizi d’origine’? Ma tollerare l’estraneità dell’altro, creando per essa uno spazio, è cosa difficile: bisogna mettersi da parte, per un momento almeno, da parte. E’ un movimento etico prima ancora che intellettuale, è un’esperienza di vita e uno stile, di vita. Buona parte della difficoltà, scava scava, è qui.

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giovedì, luglio 01, 2004

Antonella Anedda

da Il catalogo della gioia

Donzelli Poesia, 2003

 

 

Nell'autobus. Pensando all'affresco di Andrea Orcagna sulla

peste di Firenze del 1300

 

vediamo la strada con le mani delle donne sui volanti

le fronti leggermente chine, le labbra schiuse:

gridi di vento secco nelle bocche

-  e da ogni gola una richiesta muta

-  un immaginario cartiglio che invoca la fine di un flagello.

 

 

 

 

Come gli assetati scolpiti da Nicola Pisano a Perugia

 

siamo le statue

con bronzo fuso al posto del cuore

il gesto degli assetati, la pietra delle mani traversata di ferro.

 

 

 

 

Ramarri, lucertole: una in particolare tra le pietre di Paestum

sotto il sole svelata dallo spavento. «Io sono te» le ho detto con

la mia lingua divisa. Aveva il corpo grigio, solo sul dorso la

pelle era verde-chiaro come se le fosse cresciuto un pezzetto di

prato, lo stesso che si muoveva sotto i templi e il passato

(loro e mio e delle mille lucertole e ramarri) con fili di erba

elettrici - morti

morti e lentamente nuovamente verdi.

 

 

 

 

Rauschenberg (come un quadro di)

 

mentre il treno corre verso gli alberi

sul crinale dei parchi ancora chiusi

si spalanca di cruda bellezza l'immondizia:

un vortice di latta e carta, di foglie di verdura

e piccoli legni nella luce

nell'opera d'arte del mattino.

 

 

 

 

Futuro

 

Mia madre partorì a dicembre. La neve cadeva nel fiume.

Alla fine del mese l'acqua gelò sui pesci. Mi mostrarono a tutti

perché non ero morta: «.. .la toglieremo a pezzi, un braccio e

una gamba incastrati, forse incompiuti».

 

Di quel tempo resta solo un richiamo come un sibilo interno:

tornare in quel ventre con mia figlia, testa in giù, corpo

informe, due cordoni di carne intorno al collo.

Via da dicembre, dal fiume trasparente

indietro e indietro verso l'inconcepito

l'inizio aprile del nulla.

 

 

Antonella Anedda

da Il catalogo della gioia

Donzelli Poesia, 2003

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giovedì, luglio 01, 2004

Su  Sud,

rivista europea, n. 2,

edita da Libreria Dante & Decartes, Napoli

 

La rivista Sud, inventata da Francesco Forlani  con scatto di ripresa da un’esperienza napoletana omonima del secondo dopoguerra, rigorosa nella follia e contagiosa per la forza intrinseca propria di ogni entusiasmo ‘senza secondi fini’,  ha del miracoloso.

Si costruisce su di un’idea impellente, anzi sull’idea di impellenza, un tema che sembra poter illuminare una fetta di mondo mentre può anche apparire semplicemente un ricordo, un aneddoto, una battuta, un modo di dire o un gioco di parole.

Poi questa ‘incidentale apparente’ rompe le parentesi di contenimento e straripa nel testo fino ad organizzarlo in periodi. E quel tema -in questo numero: ‘I Maestri’-  cessa di essere un modo scherzoso e auto-ironico di appellarsi tra amici e diventa la domanda a cui tutti i collaboratori avrebbero primo o poi voluto rispondere. Ciò ovviamente non è vero, ma se si leggono le ampie pagine-lenzuola della rivista, l’impressione che probabilmente si avrà è questa. Forse perché il tema  della ‘maestrìa’ , dell’esser orfani o semplicemente privi di punti di riferimenti, viene rimosso quanto più l’orrore dovrebbe diventare pienamente consapevole, forse perché il merito di Forlani di coinvolgere i suoi collaboratori ‘in-disciplinati’ con tocco leggero ed eccessivo è anche testimonianza di una disponibilità all’entusiasmo mai spenta…Un entusiasmo non-collaborazionista perché non presta la propria competenza ma la usa per giocare al ‘come se’…Utopia da consumare nella curvatura dei giorni. D’altra parte Forlani abita e lavora da tanti anni a Parigi e lì il plumbeo italiota è un presentimento amaro, più che un muro. Almeno finché non giunge fino a lì.

Non si sa insomma cos’è. Non si sa come succede, come riesce. Di certo sulla rivista poi hanno scritto autori diversi, di nazionalità e temperamento diversi e ognuno col suo contributo perfettamente intonato. Perfettamente intonato anche senza fare le prove. Autori come, per citarne solo alcuni e a casaccio, Milan Kundera, Antonio Ghirelli, F.Taillandier, Josè Muñoz,, Stefano Jossa, Michele Sovente, Andrea Inglese, Marco Giovenale, Paola De Luca, Jean-Claude Michéa, Felice Piemontese, Raffaelle Franchini, Giuseppe Catenacci, Renata Prunas, Massimo Rizzante, Nico Naldini, Marco Berisso, Paolo Gentiluomo, Andrea Pedrazzini, Francesco Iodice, Margherita Remotti, hanno suonato i pezzi di questo secondo numero che è poi il terzo, considerando anche il numero zero. I percorsi dell’immagine s’intrecciano senza interferenza con i percorsi testuali: la sensazione che si ha è che, pur andando ognuno per la propria strada, tutti vanno insieme: insomma che la parte dove andare è propriamente uno ‘stato d’animo’, travestito da tema: è questo forse all’origine di quel senso di libertà, di vitalità, di quotidianità disinvolta che emerge da queste pagine. Non trattati ma intuizioni, non fiori ma opere di bene: e invece questi sono fiori e buone opere in faccia all’imbarazzo del presente. Prosit!

Su  Sud,

rivista europea, n. 2,

edita da Libreria Dante & Decartes, Napoli

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giovedì, luglio 01, 2004

Dentro le cose.

Per quanto ci si controlli, può capitare di accorgersi di parlare ancora troppo, di scrivere ancora troppo, di agire ancora troppo...Il silenzio, l’astenersi dallo scrivere e dal fare, possono fare molto bene, a patto di non aver paura. Di che? Di sparire. Quando si torna a parlare, a scrivere, ad agire dopo aver capito che nessuno sparisce perché non c’è qualcuno che possa sparire, che un vivo non può mai sparire...Quando si torna da quella comprensione, sia pure una comprensione a metà, il movimento è più fluido e agile: è dentro le cose

 

Perfino dell’entusiasmo

Bisognerebbe forse diffidare  perfino dell’entusiasmo. All’apparire nella mente di un progetto coinvolgente, è come se di colpo tacessero le voci che fino a quel momento l’affollavano... Ci si può sentire più compatti, più sintetici, eppure quelle voci che borbottavano insoddisfazioni e regressioni erano esenziali, garantivano una sorte di cognizione caotica, ma vera, delle cose...Anche se dolenti ci tenevano, forse, un po’ più radicati al nostro hinc et nunc.

 

Due fuochi

Un progetto per sua natura ti fa guardare lontano, l’oltranza è la sua essenza, la mancanza il suo carburante. Il progetto può rivelarsi una macchina infernale, una macchina da guerra. Eppure a dirsi sembra facile: guardo qui intorno e guardo più in là...Ma i due sguardi non sono sullo stesso piano e vivono in due fuochi diversi.

 

L’allegria

E un bel giorno, in una bella mattina, ci si sveglia con un senso crescente di allegria. Uno ci resta sorpreso al punto dal chiedersi perché. Sarà per questo, sarà per quello…Boh. Non convincono i nessi troppo stretti con le circostanze: le stesse, in altri momenti, sortivano altri effetti. E allora? Allora, niente: viene l’allegria e se ne va, magari prima che il suo giorno finisca o il mattino dopo. E questo è tutto.

 

Non rispondere

Quando qualcuno con noi alza la voce, anche per iscritto, anche polemizzando su temi culturali, la tentazione a rispondere per le rime è forte. Ma questo talvolta si rivela un’ingenuità: a chi sta parlando, scrivendo, cosa sta fraintendendo, il nostro interlocutore? Non ha neanche letto il nostro scritto e già polemizza, che ne sa lui o lei del nostro cammino ? Ma sopratutto: contro chi davvero ce l’ha  e a cosa mira? E’ molto probabile che per lui o per lei noi siamo solo un frettoloso pretesto. Dunque una sovrana indifferenza può proteggere la pacatezza del nostro procedere ma anche un’amarezza in più nel dover riconoscere che pur mimando la comunicazione, noi stiamo parlando, o scrivendo, da soli.                                                                

 

Attività scultorea, 1.

Per poco che si pratichi un’attività scultorea è quasi inevitabile trarre degli insegnamenti dal contatto fisico con la materia. Tutti hanno cominciato così, nella lontana o lontanissima infanzia: con la manipolazione di oggetti, con l’esercizio del tatto, con l’esperienza  progressiva e puntualissima di quell’esperienza con quella cosa e  in quel momento. Forse il grande piacere che questo tipo di attività regala ha a che fare proprio con questa concretezza e puntualità e precisione del tempo, dello spazio e della materia. E’ il contrario dell’indeterminatezza in cui si muove il pensare concettuale, per suo statuto sradicato da queste coordinate, tanto leggero da essere inconsistente, tanto pesante da rivelarsi fin troppo spesso esile e fantasmatico.

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giovedì, luglio 01, 2004

Francesco Forlani (del maestro)

Divinitad

 (per Marion che ci porto’ dalla Sardegna il filo e il ferro)

 

La vita di un uomo, nelle metropoli contemporanee, è il susseguirsi incessante di traslochi. E si impara a fare delle cose un peso e di mobili zavorra. Cambiare casa può significare cambiare vita ed allora al di là delle metrature, o geopolitica dei palazzi in cui ci si abita, lo spiazzamento è sempre un atto di lutto, una lotta di quartiere. Dopo aver inventato la figura dello psicologo degli animali, si inventerà lo psicologo dei traslochi, che segue a ruota il camion, il furgone, le macchine degli amici o quella presa a noleggio, apposta. Questo mi ha detto Biagio Cepollaro, maestro di divinanza.. Perché di tutti i traslochi uno resterà memorabile e fu quello delle bottiglie di Alix. Alix Willaert è una giovane scrittrice belga, di stanza a Parigi da una quindicina d’anni e figlia di una tradizione profondamente radicata nel centro della Francia, trasmessa di padre in figlio. In un giorno di dicembre con un’allegra brigata di quella che si poteva definire la redazione di una rivista letteraria, Paso Doble, ci si diede appuntamento in un posto a metà strada tra il Collège de Philosophie e il Panthéon, vale a dire nella culla de l’Esprit francese ( in italiano la parola spirito già reca in sé nemmeno tante vaghe tracce di alcol). In realtà i nonni di Alix avevano accumulato qualcosa come ottocento bottiglie di un vino eccellente che per uno strano gioco di “spiazzamenti” giacevano nelle caves di un libraio editore, l’Harmattan, in attesa di giungere a destinazione finale. Quando scendemmo per quelle scale impervie, strette e polverose, sotto le arcate di un sottosuolo per altri motivi familiare, mi colse come un miraggio la visione memorabile di corpi così distanti, gli uni cilindrici e neri, accanto a quegli altri rettangolari e bianchi.

E’ inutile dire che tra i titoli dei volumi, di un’eccellente collana per altro, e la carta, ormai divorata dall’umidità e dal tempo, delle etichette, era a quest’ultime che la mente chiedeva consiglio. Eppure come occhi lucidi, di iridi e pupille, essi  ci guardavano fare e disfare carte da imballaggio, prima di incollare e chiudere gli scatoloni. Che il vino più invecchi e più è buono, si sa, ma che se conservato troppo a lungo, e in modo non ortodosso si perda, questo si vorrebbe non saperlo. Perché un vino si perde, esattamente come certe azioni in borsa, o determinate valute di cui non si ha più traccia, o di cui non si saprà più nulla, per eccesso di prudenza, di conservazione. La polvere accumulata sulle etichette faceva si’ che il nome apparisse per sillabe, ma qualche volta un’intera parola emergeva dal buio come le due più belle, in francese, per significare vino: grave, e château.

Man mano che svuotavamo i ripiani avevo come la sensazione che quelle schiere di libri sistemati in ordine alfabetico, ci guardassero in cagnesco, come se ci rimproverassero di aver dissolto l’antica unità tra i due elementi, perché se è importante leggere tra le righe, lire entre les lignes, più importante ancora gli sembrava “lire entre les vignes”.

Un’esperienza molto simile doveva accadermi molti anni dopo, sempre a Parigi. Questa volta pero’ nelle caves della biblioteca dell’Istituto di  Cultura, dove lavoro come professore. Il bibliotecario, Francesco, di Cuneo, mi inizio’ un giorno alla grappa ed in particolare alla grappa di Barolo, di botte ed allora giallognola, legnosa nel colore e dal sapore, divina. Riposta con cura la bottiglia dietro ai Maestri del colore – il suggerimento era venuto sempre da Biagio  che col suo bibliotecario a Monza, faceva lo stesso- ogni volta che la si stappava, il suono che all’apertura seguiva non solo si apriva un cammino lungo le sale della biblioteca fino ad arrivare alla direzione- noi lo temevamo- ma la cosa più straordinaria era che il profumo dell’acqua di vite sembrava attirato verso le scaffalature. Come se gli autori sistemati tra i legni ambissero ad un nuovo bicchiere. Tutti insieme, poeti  e saggisti, romanzieri e artisti.

E cosi tutte le volte che di letteratura si parla, ci si organizza intorno ad un bicchiere, come per l’Atelier du roman di Lakis Proguidis, con Kundera, Arrabal, Taillandier, Dèon, Béatrice, eccellenti bevitori, e lo stesso avviene con gli amici di Sud, Peppino, Raimondo, Paolo, Martina.

In fondo le riviste nascono sempre mettendosi intorno ad un tavolo, la letteratura vuotando il bicchiere. Purché di vino si tratti, ed è acqua di vite, cosi’ pura,come l’acqua che è di vite, perché raccoglie intorno a sé almeno più di una, vita.

In questo stesso spirito, sono nate le divinanze. Divinanza perché le letture avvengono all’enoteca di via Lippi, a Milano,  nelle case, e, cosa fondamentale, in una comunità, di musici, poeti, narratori o eccellenti cuochi prestati alla letteratura . Performance di poesia e musica attraverso l’Europa.

E cos’altro se non le etichette delle bottiglie mi suggerirono le poéthiquettes? In uno strano destino incrociato, frutto anche di circostanze- i primi passi mossi sulla tastiera di un computer collegato a internet, lo scanner, le mail, vicende esistenziali-  cercavo di dare un nome alle cose, ma non attraverso le semplici parole quanto quella complessa unità di sensazioni, emozioni, che solo certe esperienze, in quel caso la morte di mio padre, aveva generato. La poéthiquette, che voleva essere una forma di piccola etica poetica era in realtà il susseguirsi di tentativi di superamento. Del dolore. Dell’esperienza. A corollario di tale testo vorrei proporvene due. Una dedicata a mio padre, l’altra alla comunità di cui faccio parte. Che è una comunità invisibile, ai più , dove l’amore è di casa ed il vino non fa male. 

Francesco Forlani (del maestro)

Divinitad

 (per Marion che ci porto’ dalla Sardegna il filo e il ferro)

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