Roba da genitori
Se capita di notare nei figli ancora bambini (‘ancora’ già denota fretta, ansia, stanchezza con una punta di insofferenza) dei comportamenti problematici come eccessiva irritabilità, aggressività sopra le righe, frequente spirito di insubordinazione, può capitare, dopo aver assunto tutti o quasi i provvedimenti del caso, di ritrovarsi in uno stato di frustrazione, se non di vero e proprio dolore. E quanto più si approfondisce questo dolore, questo senso d’impotenza, tanto più ci si sente spaesati, increduli, sorpresi dalle ragioni di tutto questo malessere. Non si era abituati fin qui a questo tipo di malessere. Sembra che i motivi di frustrazione fin qui fossero sempre stati davanti, vicini o più in là ma sempre davanti, ora sembra che questi motivi siano di fianco, tanto vicini da confondersi con altri che non sappiamo riconoscere e che per questo non possono che riguardare noi stessi, nel profondo. E’ la nostra infanzia infelice (e si, bisognerà in questo caso ammetterlo) a urlare disperatamente dentro di noi. Quella volta ci rassegnammo e attendemmo di crescere per essere liberi dai nostri aguzzini. Poi una volta cresciuti dimenticammo e perdonammo poi piangemmo di dolore davanti al capezzale. Ma anche nell’ultimo commiato la nostra era sofferenza di adulti, anzi, ci accorgemmo proprio in quei frangenti dell’irreversibilità dell’essere e del dover essere adulti. Ma ora? Ora siamo di nuovo laggiù, contemporaneamente vittime e carnefici anche se razionalmente sappiamo distinguere, impartire la giusta punizione, tener fermo sull’inaccettabile...O almeno ci tentiamo...Quel dolore di tanto tempo fa ora potrebbe fare ancora del male, questa volta uccidendo, nella paralisi, il genitore che è in noi, l’opera che dobbiamo compiere oggi.
La memoria come una sporgenza
Nella seconda parte della vita può accadere che la memoria di ciò che si è fatto cominci a profilarsi come una sporgenza del presente: qualcosa da appianare, sistemare, ricostruire, qualcosa che può anche essere percepita come un ostacolo a proseguire, o, al contrario, come una sponda da cui rilanciare una nuova configurazione del presente. In ogni caso la memoria si può presentare come un lavoro, un lavoro da fare: forse è per questo che ripensando ai tanti libri di poesia di amici, libri pubblicati negli anni ’70 e ’80 e mal circolati, o circolati come possono circolare i libri di poesia, può venir voglia di opporsi all’oblio facendone ristampe virtuali. Per i libri nati prima, come file, il problema è molto meno gravoso, ma per i libri non digitalizzati, l’oblio materiale è inevitabile. E dunque: oggi vi sono, tra l’altro, due tipi di oblio: quello appunto materiale (le tracce sono scomparse, non si può più far niente) e l’oblio dovuto all’eccesso di memorizzazione (le tracce sono talmente tante che ciò che risulta è solo rumore). Pare che anche alla poesia, paradossalmente nata insieme al problema della memoria, tocchi di subire entrambi i tipi di oblio: scomparire fisicamente, nella scomparsa dei libri, e scomparire virtualmente, nel gran rumore dei titoli che affollano
Ricordare per uscire
Se la memoria è un servizio, la cosa può anche non convincere. E’ l’etica dell’archivista, da lì esala un’aria di rinuncia, di chiuso, di passione feticistica o di rancorosa supponenza. Se la memoria è un modo per rassettarsi, mettersi in ordine, tastarsi le tasche prima di uscire per controllare che vi sia tutto l’essenziale, le cose vanno meglio, ma occorre che i gesti che ricordano siano asciutti, essenziali, efficaci e, soprattutto, proiettati già sul mondo fuori, al di là della porta di casa. L’archivista ha l’ossessione di non dimenticare nulla, l’altro, quello che sta per uscire, ha solo la preoccupazione di non dimenticare alcune cose utili per poter andare.




