mercoledì, giugno 30, 2004

Roba da genitori

Se capita di notare nei figli ancora bambini (‘ancora’ già denota fretta, ansia, stanchezza con una punta di insofferenza) dei comportamenti problematici come eccessiva irritabilità, aggressività sopra le righe, frequente spirito di insubordinazione, può capitare, dopo aver assunto tutti o quasi i provvedimenti del caso, di ritrovarsi in uno stato di frustrazione, se non di vero e proprio dolore. E quanto più si approfondisce questo dolore, questo senso d’impotenza, tanto più ci si sente spaesati, increduli, sorpresi dalle ragioni di tutto questo malessere. Non si era abituati fin qui a questo tipo di malessere. Sembra che i motivi di frustrazione fin qui fossero sempre stati davanti, vicini o più in là ma sempre davanti, ora sembra che questi motivi siano di fianco, tanto vicini da confondersi con altri che non sappiamo riconoscere e che per questo non possono che riguardare noi stessi, nel profondo. E’ la nostra infanzia infelice (e si, bisognerà in questo caso ammetterlo) a urlare disperatamente dentro di noi. Quella volta ci rassegnammo e attendemmo di crescere per essere liberi dai nostri aguzzini. Poi una volta cresciuti dimenticammo e perdonammo poi piangemmo di dolore davanti al capezzale. Ma anche nell’ultimo commiato la nostra era sofferenza di adulti, anzi, ci accorgemmo proprio in quei frangenti dell’irreversibilità dell’essere e del dover essere adulti. Ma ora? Ora siamo di nuovo laggiù, contemporaneamente vittime e carnefici anche se razionalmente sappiamo distinguere, impartire la giusta punizione, tener fermo sull’inaccettabile...O almeno ci tentiamo...Quel dolore di tanto tempo fa ora potrebbe fare ancora del male, questa volta uccidendo, nella paralisi, il genitore che è in noi, l’opera che dobbiamo compiere oggi.

 

 

La memoria come una sporgenza

Nella seconda parte della vita può accadere che la memoria di ciò che si è fatto cominci a profilarsi come una sporgenza del presente: qualcosa da appianare, sistemare, ricostruire, qualcosa che può anche essere percepita come un ostacolo a proseguire, o, al contrario, come una sponda da cui rilanciare una nuova configurazione del presente. In ogni caso la memoria si può presentare come un lavoro, un lavoro da fare: forse è per questo che ripensando ai tanti libri di poesia di amici, libri pubblicati negli anni ’70 e ’80 e mal circolati, o circolati come possono circolare i libri di poesia, può venir voglia di opporsi all’oblio facendone ristampe virtuali. Per i libri nati prima, come file, il problema è molto meno gravoso, ma per i libri non digitalizzati, l’oblio materiale è inevitabile. E dunque: oggi vi sono, tra l’altro, due tipi di oblio: quello appunto materiale (le tracce sono scomparse, non si può più far niente) e l’oblio dovuto all’eccesso di memorizzazione (le tracce sono talmente tante che ciò che risulta è solo rumore). Pare che anche alla poesia, paradossalmente nata insieme al problema della memoria, tocchi di subire entrambi i tipi di oblio: scomparire fisicamente, nella scomparsa dei libri, e scomparire virtualmente, nel gran rumore dei titoli che affollano la Rete.

 

Ricordare per uscire

Se la memoria è un servizio, la cosa può anche non convincere. E’ l’etica dell’archivista, da lì esala un’aria di rinuncia, di chiuso, di passione feticistica o di rancorosa supponenza. Se la memoria è un modo per rassettarsi, mettersi in ordine, tastarsi le tasche prima di uscire per controllare che vi sia tutto l’essenziale, le cose vanno meglio, ma occorre che i gesti che ricordano siano asciutti, essenziali, efficaci e, soprattutto, proiettati già sul mondo fuori, al di là della porta di casa. L’archivista ha l’ossessione di non dimenticare nulla, l’altro, quello che sta per uscire, ha solo la preoccupazione di non dimenticare alcune cose utili per poter andare.

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mercoledì, giugno 30, 2004

Su: Andrea Inglese

Per una poesia dell’appercezione e della responsabilità etica.

Da Avanguardia n°22,annoVIII,2003, Parte Seconda

Cecilia Bello Minciacchi

 

Così, l'Inventario del gesto, che qui viene presentato, mostra con grande chiarezza la sovrapposizione dei due livelli: quello parcellizzato delle esistenze frazionate frattalicamente (ogni porzione può contenere, in scala ridotta, l'insieme) ed emblematicamente, vista la forte valenza iconica che ogni frammento può assumere, e quello ampio dell'induzione, o, meglio, della compattezza argomentativa che procede dall'accumulo delle parcellizzazioni e dalle conseguenti inferenze esistenziali, culturali, politiche e sociali. Effettivamente ha qui già un contenuto, una scansione politica e sociale molto forte, la distribuzione dei versi in lasse, la distribuzione dei gesti ritagliati dal gran mare delle azioni quotidiane. La prima lassa è articolata su immagini che suggeriscono una catena di montaggio - anche e soprattutto esistenziale, a partire dalla lezione concreta dei gesti materiali -: è il fungere iniziale, che apre il testo, il fungere «in un quadro / più vasto» in cui servire e non servire possono distinguersi, fatte salve la relatività, l'indifferenza e l'ambivalenza d'obbligo, sul fine o sul vantaggio (servire ad altri, non servire a sé, e viceversa); ma sono anche i «guanti gialli», a fare la catena di montaggio, sono le «precise leve», i «testini», le «maniglie»; è l'adoperarsi «nel tratto designato», spazio circoscritto e finalizzato, è l'essere elementi di un meccanismo più grande; è, in significativa paronomasia col fungere d'esordio, il fìngere «di fare una cifra neutra, che passa liscia». A questa prima stanza rispondono in corsivo, nella seconda, «i gesti / che non fanno patrimonio» di nessun genere, che non arricchiscono i padroni né servono a fare commerciabile ricchezza personale. Sono i gesti perduti, in certo senso, quelli «a spaglio smarriti nella vita minuta», quelli reversibili - «chiudendo aprendo finestre» - e routinari, quelli dello spazio privato e della (di ogni possibile) lettura - «fischiando con le mani / sotto il getto dell'acqua, voltando / pagine sature di righe nere». Emblematici dello smarrimento, della perdita «a spaglio» di questi gesti, della loro perenne, non solvibile ambivalenza e oscillazione tra imbrigliamento nell'«unico regno» (probabilmente quello della necessità) e approdo al «sogno» sono tre versi densi per figure eti-mologiche, parallelismi, consonanze, omoteleuti grammaticali: «viandante tra l'unico regno e il sogno, / tra il secchio delle ore da svuotare / e il vuoto ancora da fare», tre versi che compiono la frantumazione dei gesti sotto le onnipotenti «orbite immense delle merci». La nettezza del principio di realtà, dell'orientamento al profitto è nella esatta, rigorosa partitura dei registri, nelle «storte a elica» in cui lo stesso profitto, quasi piombo in agognata trasmutazione alchimistica, bolle e «non svapora». La lassa successiva procede ad un torrenziale inventario di gesti e mestieri che nell'incedere necessariamente iterativo e necessariamente mutevole ha l'inesorabilità di una dimensione geologica ed eraclitea insieme: «II fiume carsico della storia / impolitica, domestica (...)»; «il fiume coeso che addomestica»; «il fiume che scava nella mano / la presa del cubo di sapone»; «il fiume dei corpi immemorabile» per i troppo numerosi avvicendamenti di vite, e di tragedie; «il fiume / idiota che ripete sotto le rotte / ardite dei mercanti, le carte / delle truppe, le vie del pepe». E mentre qui si succedono gesti arcaici col loro ossimorico portato di crudeltà - «l'agonia delle semine» -, gesti di quelle attività elementari che compie chi miete e chi lava, chi macella carni e chi scava in miniera, chi combatte e chi fa mercatura, fino a chi fa commercio (ma è guerra e commercio insieme) dei legami domestici, nella lassa che a questa risponde, «restano i passi mai studiati», gli itinerari non previsti e comunque logoranti, resta la casualità, la consunzione del tempo. In questi versi la tramatura fonica tessuta dalle sibilanti sorde o sonore e, soprattutto, dalle affricate alveolari sorde e sonore ("s" e ''z'' nelle loro varie combinazioni: «passi», «studiati», «zonzo», «casba», «Zanzibar», «insetti», «pezzi», «scattano», «impazzite»...), crea un rumore di fondo che ha la penetranza e il fastidio di un disturbo radiofonico o la regolare continuità dei denti di una sega. Su questo effetto si muove il «viandante di terzo mondo e sogno», che, affratellato finanche nella struttura del verso al precedente «viandante tra l'unico regno e il sogno», non può sfuggire né al lavorìo del tempo capace come il fiume di scavare e fondere in unica presa mano e sapone, né al movimento che procede tra altri corpi e altri spazi: «s'agitano ora le ginocchia agili, / memori di cadute ininterrotte, / la bocca a pompare polvere, / i fianchi scavati dalla ghiaia». Lo sbocco dolente che immette nel testo un «io» soggetto empirico più che lirico - sbocco rasciugato quanto disilluso, data la restrizione d'intervento sulla realtà ad un «centinaio di abitudini» - nel momento in cui convoglia la sapienza pratica dei gesti nella povertà basilare, essenziale alla dimensione esistenziale - «campare torna ad essere il lavoro / maggiore e richiede un minuzioso / occhio di orafo, un'attenzione vigile al niente attraversato / nel più accanito dolore e rumore» -, prepara e introduce il passaggio analogico che nell'ultima parte del testo lega «io» e «tutti». La comunanza di gesti interpretati ed esibiti in qualità di eventi - «come io taglio un cavolfiore, estraggo / dal polpastrello una scheggia di legno, / così hanno fatto le serve e gli stallieri / ma anche i principi» - restituisce in icone dai contorni nitidissimi, in molecole semplici, l'originaria eguaglianza umana frantumata dalle diversità sociali e dà al testo una struttura concettuale ad anello, tornando sul tenore politico e sociale delle lasse d'apertura. È questo uno dei casi, nella poesia di Inglese, in cui il tema - o problema esistenziale - dell'identità scontra quello dell'individualità e della collettività nella sua ampia - conoscitiva, etica, civile - interrelazione. Scrivere poesia e leggere poesia chiamano in causa primariamente e con valenza programmatica le modalità di percezione del soggetto e l'impatto reciproco tra io e mondo: in questo può risiedere efficacemente il significato sociale di un testo, se è vero che «chiedere all'arte di cambiare il mondo è insensato; esigere che essa modifichi il nostro sguardo sul mondo è indispensabile»5. Rimanendo sostanzialmente immutati i canali percettivi, dovranno mutare, per sorprendere l'orizzonte d'attesa del fruitore (e, in prìmis, dell'autore) e per scompaginarne le usate categorie di pensiero, le relazioni tra i canali, le distanze e le misure, le sovrapponibilità e tutte le derivanti conseguenze, comprese le ulteriori "aperture" catalogatorie e argomentative indotte, in certo senso, a forza. Perciò gli Inventari di Inglese, scontando consapevolmente l'impossibile compimento della vocazione enciclopedica che pure sottendono, mentre selezionano con caparbietà immagini a risoluzione molto alta - «la chiarezza di Andrea Inglese è quella di chi si trattiene dal chiudere gli occhi, è quasi l'iperrealista ostinazione a tenere gli occhi spalancati»6 -, mentre creano l'evidenza, quella che preme e si impone ai cinque sensi, discoprono nel contempo le zone d'ombra, costringono non solo a presupporre, ma anche ad analizzare ciò che non dicono, ciò che non pongono scopertamente alla luce. Secondo un processo sottrattivo che avanza parallelamente e contrario rispetto a quello cumulativo dell'Inventano inchiodando questo alla coscienza della provvisorietà.

Delle sovrapponibilità, delle variazioni di misura e distanza, degli incroci relazionali tra i canali della percezione potranno essere esempi, sia pur incompleti, sommari, alcune spie testuali di Mentre: la pluralità dei tempi e delle frazioni di tempo che moltiplicano le occasioni storielle interrompendo «nei tanti frattempi» l'altrimenti indistinto continuum; l'articolata diversità della durata del tempo (gli «anni», gli «istanti», il «mentre», il «frattanto»); la dialettica tempo/carne, in cui il mostruoso sbranatore tempo ci mastica «tra un canino e l'altro» o, a sua volta «ingerito» si apre «con i mille uncini degli istanti» a strappare «da dentro». Una dialettica, questa, in cui la molteplicità delle sensazioni tattili provate dalla carne si unisce sinesteticamente a quella gustativa: ciò che si sente esteriormente sulla pelle e intimamente nelle «ondate di calore» della circolazione sanguigna (e che funziona dunque osmoticamente) è anticipato dalla nausea «in bocca», che è a sua volta posta dialetticamente in relazione con l'apparato escretore cui è qui affidata l'espressione polisemica di calore, sperpero, liberazione, vergogna, umidità. Ma le spie esemplari potrebbero moltiplicarsi nell'opposizione dì minime porzioni di testo: dalla precisione di «un microscopio» e di un «millimetro di rene» alla massività del «libero commercio / di corpi, imbarcati a quintali / per fare la storia», dalla sensazione visiva del tempo che passa accanto a coloro che lo aspettano «sfuocandoli» a quella tattile (e poi olfattiva nel bruciato) resa in figura etimologica del «fuoco [che] divampava sulle carni / solo degli altri». Altro esempio analogo potrà essere, in un testo come In moto, che sonda la fuga della memoria e della terra tutta in quanto pianeta, la mutevolezza di respiro spaziale ripetutamente posta in gioco dall'alternarsi di «passi» dall'umana misurabilità - la «terra tolta a brani / ad ogni passo», la dimensione privata, casalinga della vita e della memoria del «mio metro / quadrato, tra finestra e acquaio» - e di spazi siderali -l' ''illùvie d'ammassi di galassie», «giù nell'orbita di Via Lattea, senza / alcuno scampo, e punto i piedi, prima / che si urti Proxima Centauri». Un movimento, questo, quasi di sistole e diastole che si riavvolge come coercizione su se stesso, e montalianamente non risolve: «e grandi / passi in avanti sono poi ritorni d'ellissi / seppur nessun cerchio si chiuda, ma smaglia». Nel moto esistenziale memoria e presente possono respingersi, ma la «repulsione reciproca» delle immagini che sono «filamenti vissuti», «due scorci verso opposti bui», è disperatamente qui e avviene disperatamente ora: congiunge l'evidenza, la prepotenza di oggetti tanto vicini da essere afferrabili all'indistinto, allo sfondo risucchiante da cui pure emergono: «mani / senza avambracci da mondi del tutto / scomparsi». L'ingaggio con il tempo attuale, e con la sua inevitabile dinamica tra affioramento di nuclei primitivi e sovrapposizioni socio-culturali, scaturisce dalla forza icastica delle metafore, dei processi di assemblaggio critico e, infine, delle immagini portiane come quella delle «labbra tagliate» nell'Inventario del gesto o come questa delle «mani tagliate» che alla fine di In moto tornano quali «maniglie» a rendere possibile, forse, una presa sulla realtà nel presente, ovvero proprio il contrario, in termini poetici, di ogni allusiva (ed elusiva) estetizzazione del quotidiano. Oggi, del resto, la pratica artistica non può che presupporre una strutturale eteronomia e non può che assumere, o meglio incarnare in termini sensoriali e conoscitivi il vivo scontro con l'autenticità della dimensione empirica che è teatro della relazione tra soggetto e oggetto: «In un mondo dove l'immaginario è diventato materia prima della produzione industriale, all'arte spetta il compito di difendere il principio di realtà. L'arte non può più avere come scopo quello di sottrarre il soggetto al mondo, per introdurlo nel cerchio magico e liberatorio dell'opera. La forza di fascinazione dell'arte, il suo carattere anti-mimetico, deve divenire ora strumento cartografico, capace di tracciare itinerari inediti di sensibilità e senso all'interno dell'unico mondo in cui tutti contemporaneamente siamo»7.

Ed è tale teorizzata e mirata difesa del principio di realtà e di tutte le sue più serie conseguenze che permette di leggere la poesia di Inglese, primariamente, come una poesia dell'appercezione nell'originario senso leibniziano e poi naturalmente kantiano, e come una poesia della responsabilità etica tanto dell'attività della coscienza quanto della scrittura.

 

 

Note

5.Andrea Inglese, Stati dell'arte, In «DerìveApprodi», 15, Inverno 1997, poi in Àkusma. Forme della poesia contemporanea, a cura di Andrea Inglese, Salvatore Iemma. Giuliano Mesa, Fabrizio Lombardo, Gian Paolo Renello, Massimo Rizzante, Fossombrone (Pesaro), Metauro, 2000, p. 242.

6.Biagio Cepollaro, Lettera ad Andrea, come se fosse una post-fazione, in Andrea Inglese, Inventari, op. cit, p. 90.

7Andrea Inglese, Stati dell'arte, op. cit., p. 236.

 

 

Da Avanguardia n°22,annoVIII,2003, Parte Seconda

Cecilia Bello Minciacchi

Per una poesia dell’appercezione e della responsabilità etica.

Su: Andrea Inglese

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sabato, giugno 26, 2004

Il paradiso su questa terra

Si potrebbe dire anche così: dietro l’ansia, l’agitazione, il frenetico delle nostre vite c’è, tra l’altro, forse nascosto e reso invisibile, il desiderio del paradiso su questa terra. E’ un’idea che può venire una volta che i motivi tipici utilizzati per giustificare queste ansietà con l’oggettività delle ragioni ‘pratiche’, non convincono più. Certo ci sono i problemi del mondo grande e piccolo, del lavoro e del non lavoro, della casa e della non-casa, del mutuo e del prestito, del parcheggio e degli acciacchi di salute, del caldo e del freddo, del single e della famiglia, del vivere in città e del non vivere in città, e via via tutte le ragioni inoppugnabili del nostro essere agitati…Eppure può capitare di non credere più che davvero è quella condizione che manca per stare finalmente bene. Qualche sospetto viene quando, raggiunto un obiettivo, l’agitazione non decresce se non per un attimo e subito riprende ad alimentare un pensiero e un’attività compulsivi. Ne segue il sospetto che l’agitazione sia indipendente e più antica , che dica altre cose. Che dica ad esempio che la vita così com’è, comunque essa si configuri in un determinato momento, anche se in superficie ci vede in equilibrio (meglio non indagare su cosa poi poggi questo equilibrio), non è nel profondo quello che davvero vogliamo. E non si tratta della situazione fetale che chissà per quale determinismo meccanicistico è stata indicata come felicità archetipale, no, non è al chiuso che vorremmo stare, ma, al contrario, in un vero aperto, in un aperto da ripetere all’infinito senza altra preoccupazione che ripetere questa felicità coatta. Il paradiso su questa terra (di esso tutte le utopie ne hanno parlato: ‘ognuno secondo i suoi bisogni, ognuno secondo le sue necessità’, l’età dell’oro spostata indietro o avanti), il paradiso su questa terra sarebbe un desiderio socialmente indicibile se non come paradiso artificiale o come follia allucinatoria…Questo paradiso ha forse la stessa forma dell’agitazione che denuncia la sua mancanza ma disegna anche la sua sagoma: l’ossessività. Il paradiso su questa terra sarebbe la coazione alla felicità: non voler smettere, non sopportare l’idea che ci siano anche altre cose, che ci sia, ad esempio, quella sensazione deprimente del banale delle cose, cose che scorrono e per noi sono niente. Il coatto alla felicità non dormirebbe neanche.

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domenica, giugno 20, 2004

Un consiglio

Un consiglio semplice per i poeti più giovani: non discutete troppo, non gonfiatevi troppo. Abbiate la semplicità di chi sa che le parole sono soltanto parole. Quando si è giovani spesso capita di voler difendere ciò che è vulnerabile con razionalizzazioni e con armamentari libreschi. Più tardi la difesa diventerà l’arroganza di chi si tiene stretto ciò che crede un privilegio, sarà la spocchia dello scrittore. La cosa più fuorviante in tutto questo è che quelle parole, nate a margine di un’esperienza, di una situazione, di una vita, finiscono per essere impegnate loro malgrado a significare quell’esperienza, quella situazione, quella vita. Ma queste cose erano già trascorse, passate con i loro molteplici significati e la vita, alla fine, è sempre tutta nel presente, qualunque esso sia, che tutto riassume. Dall’ irrimediabile rendersi presente della vita difesa non c’è. Tutto questo lo si capisce quando si legge una buona poesia, appare come suo presupposto vissuto, come una sorta di interna delicatezza del testo. Il resto è letteratura, nel senso che il resto sono chiacchiere, magari di qualità intellettuale alta, ma chiacchiere.

 

Manierismo come desiderio di appartenenza

Vi sono testi poetici e narrativi che mostrano innanzitutto la loro struttura costruttiva: sono nati da una passione logica, una rivolta raggelata, un urlo convertito alla rappresentazione delle ragioni. Oggi anche questo tipo di testi può darci l’idea di un racconto che non viene a patti con la chiacchiera massmediale, col trash, col manierismo pop, per segnalare, con dolore, che la cosa da dire è lontana ma che il coraggio di fregarsene del giudizio altrui è altrettanto lontano, che per questa doppia lontananza si è stati costretti a restare a metà del guado: il manierismo, nel suo intimo, è necessità di appartenenza al Codice, anche quando questo Codice è muto.

Ciò che è reale non è razionale

La realtà contemporanea, le realtà contemporanee, sono così intrise di manierismo che la vecchia questione che contrapponeva realismo e manierismo non ha più senso. Le realtà contemporanee funzionano come sofisticate macchine segniche dietro le quali vi sono retoriche chiuse e autoreferenziali. Anche se vengono spacciate per flussi linguistici o di immagini, queste realtà non hanno nulla di casuale ma sono riprodotte continuamente da programmi precisi che standardizzano anche le varianti. Certo il sangue, il dolore, l’indignazione, il desiderio si contrappongono a questa produzione di autoreferenzialità ma si tratta di un balbettìo soggettivo, che dura un attimo, non abbastanza per fare realtà. Che disdetta: ciò che propriamente è reale non ha più lo statuto corrispondente! E’ clandestino senza cittadinanza, roba da poeti o da assistenti sociali, o da amanti ‘seri’.

Quando in occidente esisteva la società

Quando in Occidente esisteva la società, prima che le politiche liberiste disfacessero la trama riparatoria nata dopo il macello della seconda guerra mondiale, allo scrittore poteva essere richiesta l’eccellenza nella sua arte, i segni di riconoscimento condivisi garantivano per il resto: un certo modo generoso di essere borghese, un certo modo utopico e falso-cosciente di desiderare di non esserlo. Con la scomparsa della società e della borghesia come classe sinceramente impegnata a falsificare ideologicamente e culturalmente il suo dominio, con l’imposizione attuale e barbaro del dominio senza cultura, allo scrittore non viene richiesto nulla che riguardi l’eccellenza dell’arte. Le richieste allora se la fa da solo: il non collaborazionismo è anche un modo per convertire la solitudine in un’area di ricerca integrale, dove i comportamenti concreti e minuti sono tanto importanti quanto gli effetti collaterali scritti di ciò che è innanzitutto, prima di ogni letteratura, uno stile di vita.

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martedì, giugno 01, 2004

L’uscita del III Quaderno e l’e-book  Biagio Cepollaro, Perché i poeti? (saggi 1986-2001) festeggiano il  primo compleanno del blog Poesia da fare.

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martedì, giugno 01, 2004

Fabrizio Lombardo

Frammenti da una stagione di pioggia

(1999 - 2004)

 

 

“Aspetterò l’estate.

É terribile un lungomare deserto

ma è peggiore la pioggia.

La pioggia lava ogni segno lava anche il sangue”

Roberto Roversi

 

 

“Not a word to compensate. Not a sentence

to describe this desperate state.”

Notwist

 

 

"Appartengo all'ultima generazione

che ha creduto ad un disegno di letteratura

inserito in un disegno di società.

E l'uno e l'altro sono saltati in aria"

Italo Calvino

 

1.

 

sono così lontano ora/ che non puoi nemmeno

sfiorarmi con gli occhi. me ne sto impacchettato

per bene nello scompartimento di 2ª classe

senza apprezzabili cambiamenti di programma

e di umore. ho sperato poi di lasciare alle spalle

l’inverno. ma anche qui piove. e la neve

mi cammina dentro come il passato. fa’ presto

allora a staccare dal muro ogni cartina

topografica, ogni progetto di viaggio/ a buttare

ogni oggetto riconoscibile/ ogni memorabile segreto.

la tentazione di tornare è come la scrittura: resta.

 

2.

 

gli scarti di una stagione di pioggia

hanno riempito i pochi rifugi/ le cavità

i solchi. si soffoca con normalità.

ci si organizza nei territori di vuoto.

 

3.

 

non chiede nulla il mendicante sul ponte

San Carlo. nessuna preghiera, o litania da passeggio.

nessuna pietà che si possa indossare. è fermo. immobile.

la sua umiliazione è in vendita ad ogni turista che, come noi,

cerca il Castello, Kafka, o il murato Holan. processione

capace solo di un click ricordo/ di uno sguardo gadget.

l’aria fredda ci tiene sotto tiro. poi ci allontana.

(marzo 2001 - Praga)

 

4.

 

mangeremo dalle loro mani vuote anche oggi.

seduti. guardando fuori senza disperazione.

quasi rassegnati ad un cielo di cenere

in questi luoghi senza spazio e lineamenti.

qui dove nulla sarà più come prima (nemmeno

ciò che può accadere) perché è già stato dimenticato,

rimane solo il rumore delle falene

contro i vetri. il peso degli anni/ uno dopo l’altro.

 

5.

 

...se ce ne andassimo ora. raccolta

la poca luce dall’asfalto/ il noi fatto trasparente

dalla storia, resterebbe solo questa ferita, finta

scena nel caldo improvviso di una Bologna assediata.

le divise senza voce. i solchi di terranera

delle parole che non sappiamo più dire.

e se il tempo finisse ora/ noi saremmo

gli orfani, i senza fratelli/ come quelli

con il fucile in mano/ prede del silenzio

scavati dal sudore. il nostro è un tempo

già estinto. una geometria azzerata dal mercato.

niente da mettere in comune. neppure

un luogo. e neanche il groppo nella gola.

 

6.

 

la ville est tranquille

 

Marsiglia non è così lontana da Bologna in questo niente

di piccoli uomini/ di nani senza cuore/ di quieta violenza

che inizia qui dove ogni cosa ha un prezzo.

bisogna perdere tutto per ritrovare la dignità - avrei voluto

dirti, nell’aria di settembre, usciti dal cinema. anche gli scarti

di un tempo che invecchia senza possibilità di descrizione.

nemmeno una lingua ci è rimasta capace di scavare

tra questi relitti/ nell’orrore di queste periferie

 

7.

 

me la trascino, questa vita, con qualche esitazione

ragionevole. quella di oggi poi, è una neve strana

tutto questo bianco senza dolore e nemmeno

malinconia. la gente si ripara sotto i cappucci

le auto ferme/ di traverso. tu che mi dici “ci vuole

tempo, lo so, ma sono troppo stanca”.

si accende una finestra, la prima, nel condominio.

(29.02.04)

 

                                                                      

8.

 

In the city (a sampler)

(1997 - 2002)

 

 

“In the city there’s a thousand

things I want to say to you”

The Jam In the city

 

 

fuori dai vetri lo scirocco e nuvole in corsa

al fondo del cielo/ tutto attorno la città mostra le sue

travature/ umida ancora della pioggia recente/ quasi

immagine di un grande porto/ i riflessi d’oro delle bandiere

 

ma cosa scrivere adesso che abbiamo perso tutto/ anche

la dignità. quella che sta nelle cose più piccole

 

attesa/ brusio/ vigilia di festa. il portico

rosso dalle lucerne moresche. fuochi anche.

“caro campana così inzaccherato/ strappa

fogli/ lacera carta/ butta segnali dentro l’eco di un ombra”

 

luogo è inferno detto malebolge/ e non pur io qui piango

bolognese / recati a mente il nostro avaro seno

 

SI AFFITTA APPARTAMENTO NON A MERIDIONALI

 

sbianca nel cielo fumoso la melodia dei passi/ ombre di dolore

una grande linea attraversa la piazza/ luce obliqua

nell’occhio nero/ poi verande di torri/ enormi sotto il cielo curvo

 

in una splendida Bologna / ho contato sacchi di chicchi

di grano di mais/ orzo, zucchero e neve.

 

aspetto che si decompongano le ore/ le schegge affilate

delle parole/ la polvere di fabbriche ormai chiuse

resistere all’incendio/ pietra su pietra

 

o passeggiare sotto l’incubo dei portici. una goccia di luce

sanguigna/ poi l’ombra/ poi una goccia di luce/ la dolcezza dei seppelliti

 

quando le persone amate vanno via

le seguiamo con gli occhi sino all’ultima curva

 

 

Note:

 

Frammenti da una stagione di pioggia: il titolo di questa sezione richiama il titolo di un disco di John Cale del 1992 dal titolo “Fragments of a rainy season” che portava in epigrafe i versi di Shakespeare:

Banquo:It will be rain tonight.

1st Murderer: Let it come down.

Il ponte San Carlo della poesia a pagina 27 è quello di Praga. Il titolo della poesia La ville est tranquille riprende il titolo di un film di Robert Guédiguian del 2000.

Il testo di in the city è pensato e strutturato come un vero e proprio sampler (inteso in senso musicale). È composto infatti utilizzando, “campionando”, frammenti, di testi di Dino Campana, Roberto Roversi, del gruppo musicale Jam, ed inserendoli all’interno di una struttura originale di versi da me composti.

La poesia è stata scritta per essere letta in occasione di un’iniziativa contro la giunta comunale di destra eletta a Bologna alcuni anni fa.

 

Frammenti da una stagione di pioggia

(1999 - 2004)

Fabrizio Lombardo

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martedì, giugno 01, 2004

Giulia Niccolai

Da: Orienti Orients 

traduzione dall’italiano Giulia Niccolai e Ian Simpson

Fondazione Franco Beltrametti

Josef Weiss Edizioni, 2004

 

GIAPPONE

A Kyoto il tempio

dei 1001 Bodhisattva

ha nome Sanjusangen do      

che vuol dire "33".

Il salone che ospita le statue  

dei 1001 Bodhisattva

è sorretto da 35 colonne.

33 sono gli spazi vuoti

tra  le   colonne.

 

Filosoficamente, il fatto

di dare il nome al tempio

in base al numero degli spazi vuoti,

dunque a ciò che non c'è,

può essere interpretato

come la garanzia più elegante,

squisitamente Zen,

di non escludere mai niente,

e nessuno.

 

*

 

JAPAN

In Kyoto the temple

of the 1001 Bodhisattvas

is named Sanjusanden do        

which means "33".

The hall containing the statues

of the 1001 Bodhisattvas

has 35 columns.

33 are the empty spaces

between   the    columns.

 

Philosophically, the fact

of giving the temple it's name

on the basis of the numbcr of empty spaces

- therefore of that which is not -

can be interpreted

as the most elegant guarantee,

exquisitely Zen,

of never excluding anything

or anybody.

 

 

*

Una bellissima ragazza

nel vagone del metrò di Tokyo.

I posti a sedere tutti occupati,

lei e pochi altri in piedi.

Legge un libro. Con la mano libera

si tiene a una sbarra

al fondo del vagone.

Molti la osservano.

Lei ne è consapevole.

Non ostenta in alcun modo

la propria bellezza,

non ne è fiera. Anzi,

da umile ancella,

quasi da vittima, la offre

agli sguardi altrui. Incantati.

Mi chiedo se ciò a cui

sto assistendo non sia

un raro esempio di ciò che

— in passato —

possa essere stato

il fascino delle gheisce.

Quando la ragazza scende,

tutti si voltano per un'ultima occhiata.

Scomparsa.

 

 

*

 

A beautiful girl

in a carriage of the Tokyo subway.

All the seats are occupied,

she and a f ew others are standing.      

She is reading a book. With her free hand

she holds on to a rail

at the end of the carriage.

Many are watching her.

She is aware of it.

She doesn't flaunt

her beauty in any way.

She is not proud of it. Instead,

like a humble maid-servant

almost a victim, she offers it

to the enchanted gaze of others.

I wonder whether

what I am seeing

is not a rare example of what

- in the past -

may have been

the fascination of geishas.  

When the girl leaves

everyone turns for a last look.

She's gone.

 

 

 

 

 

 

*

All'alba, dalla finestra

della mia camera d'albergo

al ventesimo piano, l'eco

risonante dei richiami dei corvi

tra i grattacieli di Tokyo:

come tra le nude pareti

di alte montagne.

 

 

 

 

At dawn, from the window

of my hotel-room

on the twentieth floor, the resounding

echo of the cries of the crows

between the skyscrapers of Tokyo:

as between the rock-faces

of high mountains.

 

Da: Orienti Orients 

traduzione dall’italiano Giulia Niccolai e Ian Simpson

Fondazione Franco Beltrametti

Josef Weiss Edizioni, 2004

Giulia Niccolai

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martedì, giugno 01, 2004

La fiera delle vanità

Sarà la sensazione di impotenza rispetto all’ingiustizia dell’occupazione ad accrescere la violenza delle polemiche. Ognuno è pronto a rimproverare l’altro di moderazione, c’è sempre qualcuno pronto ad attaccarti sempre più ‘da sinistra’: si tratta di parole, parole di chi non potendo far nulla nell’essenziale, almeno vorrebbe contare a scapito di chi la pensa grosso modo come lui, ma non ancora abbastanza. Dunque: le grandi tragedie si consumano sotto i nostri occhi e ci toccano indirettamente o, in qualche caso, direttamente. E’ difficile dovere ammettere una verità banale: ora non ci possiamo fare niente o quasi. Se quel ‘quasi’ fosse privo di quel tipo di polemiche forse vi sarebbe più efficacia. Ci sarebbe un accrescimento della consapevolezza di ciò che ci accade di fronte all’orrore. Questo incremento sarebbe poco o niente ma già qualcosa che sopravanzerebbe l’amarezza di chi vede aggiungersi alla tragedia anche la sterile fiera della vanità dei commentatori.

 

Andarsene e basta.

In molti racconti epici, in favole, vi è il peregrinare, il viaggio di individuazione: ciò che importa davvero non è mai a portata di mano, non è qui e ora, non è nella familiarità dei gesti, negli automatismi in cui la vita si è adattata. Le società di massa (tra la fine dell’800 e gli anni ’70 del ‘900) avevano mostrato che non bisognava andare lontano e basta, ma anche tornare, e modificare la solita realtà, la realtà di tutti. Le società mediatiche, invece, tornano a rendere necessario il peregrinare senza ritorno, dal momento che per fuggire ciò che è a portata di mano, occorre un rifiuto senza speranza di modificare un giorno ciò che è intorno a noi: l’intorno è diventato l’intero pianeta senza alternativa, la dittatura mondiale. Ciò che del mondo appare sotto gli occhi è che i buoni e i cattivi sono gli stessi a seconda della prospettiva: un movimento di resistenza allo straniero è anche una guerra civile in pectore, genocidio possibile, caos. Lo straniero è cattivo, certo, ma anche il capo tribale pronto a sferrare una guerra fratricida lo è, anche l’equilibrio che c’era prima dell’occupazione lo era…La pervasività del male, divenuta veramente cosciente, lascia senza fiato. E senza parole.

 

Orbitante 6

I mezzi tecnologici sono tali che ognuno può darsi da fare per rendere potenzialmente disponibile a tanti ciò che fa, sia questo fare un’impresa economica, culturale o artistica. Nella stazione spaziale è proprio quello che sto facendo. Anche se, devo ammetterlo, ad ogni passaggio dell’orbita, la Terra mi appare sempre più manipolata, indirizzata nei gusti, nelle ossessioni, negli interessi. Almeno lo scarso miliardo di persone che chiamiamo Occidente…E non è un paradosso, questo? Che proprio ora che le cose fatte sono disponibili, la concentrazione della capacità di indirizzo al consumo annulla l’effetto benefico di questa potenzialità? Ad ogni modo il lavoro procede alacremente. Comunque.

 

Farselo bastare

Badare al qui e all’ ora. Anzi, non badare ma lasciare che sia. E in questo spazio fare ogni cosa. Si può parlare a lungo, dire molte cose e con tutte le pause del caso, con tutte le pause che richiedono le parole. Da istante a istante operosamente la vita si svolge. Come doveva svolgersi, dall’inizio alla fine. Ma che dire di tutti questi momenti, queste esperienze che i molti pensanti hanno conchiuso nel segreto di una pagina o di una camera, che hanno provato a dire a due o a cento o a mille come se tutti comunque entrassero in una pagina o in una camera, che dire di tutto questo che per tutti gli altri è andato perso? Dire che così è. Così deve essere. E farselo bastare.

 

La facilità del vivere

I motivi di preoccupazione e di angoscia non mancano mai. Quel che fa forse la differenza è il livello energetico generale. Vi sono periodi che, una volta trascorsi, si ricordano come, se non felici, di certo più leggeri. La facilità del vivere è parte integrante, da questa prospettiva, della sua felicità.

Eppure quella facilità sembra essere piovuta dal cielo, come in una rappresentazione teatrale che, nel suo svolgersi, nasconde, se riesce, tutta la fatica delle prove, i dissidi, gli equivoci, i ritardi...Ma questo basta per far nascere talvolta la convinzione che si è trattato di un periodo fortunato, di una congiuntura favorevole, di una felice, appunto, coincidenza di circostanze (la salute, il lavoro, gli affetti, il tempo...).

 

Piuttosto le arti marziali.

E’ forte la tensione che oggi si crea tra la durezza e ottusità medioevali dei vari fondamentalismi e la sostanziale indifferenza ad ogni contenuto. Indifferenza e fondamentalismo spesso s’intrecciano dal momento che il fondamentalista può essere poi indifferente a tutto il resto. Indifferente nel senso che valica i limiti di ciò che ci si potrebbe attendere da un comportamento ‘umano’. Qualcosa di questo spirito, o di questa mancanza di spirito, si mostra nella polemica: pur sapendo che l’interlocutore può essere molto di più di ciò che conviene credere, lo si affronta nel suo punto più basso. Già la rissa sostituisce l’argomentazione e l’argomentazione forse si mostra qui nel suo etimo segreto di agonismo e desiderio di prevalere, fosse anche con la prevaricazione. Anche per questo molte parole che si spendono, polemizzando, sono parole che vanno perdute, inutili spargimenti di bile. Anche per questo vanno apprezzate e praticate le arti marziali: qui paradossalmente la lotta è reale, la simulazione è necessaria perché non è la distruzione dell’avversario che conta ma la distruzione, anche solo temporanea, della paura di morire. E non c’è peggior sordo di colui che non vuol capire.

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martedì, giugno 01, 2004

Stéphane Mallarmé, Tre sonetti
traduzione di Massimo Sannelli


I

Victorieusement fui le suicide beau
Tison de gloire, sang par écume, or, tempête !
O rire si là-bas une pourpre s'apprête
A ne tendre royal que mon absent tombeau.

Quoi ! de tout cet éclat pas même le lambeau
S'attarde, il est minuit, à l'ombre qui nous fête
Excepté qu'un trésor présomptueux de tête
Verse son caressé nonchaloir sans flambeau,

La tienne si toujours le délice ! la tienne
Oui seule qui du ciel évanoui retienne
Un peu de puéril triomphe en t'en coiffant

Avec clarté quand sur les coussins tu la poses
Comme un casque guerrier d'impératrice enfant
Dont pour te figurer il tomberait des roses.

*

Fuggito con vittoria il bel suicidio,
divina luce, sangue, oro, tempesta!
o riso se una porpora si appresta
a fare il mio marmo tomba di un dio.

Nessun frammento della gloria si ode,
è mezzanotte, nell'ombra che resta:
tranne il tesoro superbo di testa
che versa il sonno privo del rimedio

della luce, delizia eterna, capo
tuo, che conserva del cielo finito
l'infantile trionfo della chioma

con chiarità posata sui cuscini.
Così è un casco di guerra nella giovane
imperatrice, e la rosa ne piove.

 
II


Le vierge, le vivace et le bel aujourd'hui
Va-t-il nous déchirer avec un coup d'aile ivre
Ce lac dur oublié que hante sous le givre
Le transparent glacier des vols qui n'ont pas fui !

Un cygne d'autrefois se souvient que c'est lui
Magnifique mais qui sans espoir se délivre
Pour n'avoir pas chanté la région où vivre
Quand du stérile hiver a resplendi l'ennui.

Tout son col secouera cette blanche agonie
Par l'espace infligée à l'oiseau qui le nie,
Mais non l'horreur du sol où le plumage est pris.

Fantôme qu'à ce lieu son pur éclat assigne,
Il s'immobilise au songe froid de mépris
Que vêt parmi l'exil inutile le Cygne.


*


Il vergine, il vivace, il bello oggi
sta per aprirci con un colpo d'ala
il lago duro che calpesta il ghiaccio
trasparente, nel gelo, e i voli immobili.

Un cigno antico ha ricordato sé
sublime, e disperato ora si libra:
chi non cantò lo spazio in cui la vita
fugge la noia abbagliante d'inverno.

Il collo scuoterà lo strazio candido
dal luogo imposto al cigno, che lo umilia,
non il suolo che incarcera le piume:

spirito che allo spazio il puro lume
dona e diventa statua nel rifiuto
che orna il Cigno nel suo bianco esilio.


III

M'introduire dans ton histoire
C'est en héros effarouché
S'il a du talon nu touché
Quelque gazon de territoire

A des glaciers attentatoire
Je ne sais le naïf péché
Que tu n'auras pas empêché
De rire très haut sa victoire

Dis si je ne suis pas joyeux
Tonnerre et rubis aux moyeux
De voir en l'air que ce feu troue

Avec des royaumes épars
Comme mourir pourpre la roue
Du seul vespéral de mes chars.


*


Violare la tua storia
è per un eroe timido:
se il suo tallone nudo
un lembo della terra
ha sfiorato. Al tuo ghiaccio
opposto, io non conosco
il peccato infantile
che non avrai vietato
di ridere, vincendo:
dimmi se non è gioia
la mia, tuono e rubino
ai mòzzi contemplare
(nell'aria traforata
dal fuoco, con i regni
giù sparsi) la morte
nella ruota dell'unico
mio carro vesperale.

 

Stéphane Mallarmé, Tre sonetti
traduzione di Massimo Sannelli





































































































































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martedì, giugno 01, 2004

Su: Andrea Inglese

Per una poesia dell’appercezione e della responsabilità etica.

Da Avanguardia n°22,annoVIII,2003, Parte Prima.

Cecilia Bello Minciacchi

 

(...) Mi sono educato di nuovo

a pesare tutto e con bilance sempre

più precise. E avverto anche un ago

di rosmarino, ora, sul palmo della mano.

Ed è un dettaglio che diventa centrale nel quadro.

E sarò gentile anche con il rosmarino,

lo innaffio e lo osservo sotto

luci diverse, gli ho dato concime

liquido, ho legato il vaso crepato

con un filo di stendibiancheria.

E la tortura esiste. E i fiori di rosmarino esistono.

 

Questi i versi conclusivi del primo libro edito da Andrea Inglese,  Inventari1. Versi di formazione - Bildungsroman di un punk il titolo del componimento -, che con lenti esatte e linguaggio così terso da rendere inerme il lettore mettono a fuoco ed esibiscono la reciproca, stringente morsa io/mondo, l'evidenza dannatamente reale di condizioni e forze divergenti, di dettagli - siano oggetti o gesti - che pur semplici e disavvenenti diventano capaci di catalizzare l'attenzione, di imporsi come ele-menti centripeti della rappresentazione. Già era raggiunta, in quei versi di formazione, la consapevolezza del valore emblematico del quotidiano e  delle sue scorie e, insieme, del loro valore filosofìco) e storico, di una filo­sofia della percezione, in primo luogo, e di una storia minuta e ripetutamente incerta, impossibile da fissare e ciò nonostante imperiosa nella sua frontalità, nel suo non concedere scappatoie. Spessore di oggetti e di ver­sificazione, densità della dialettica io/mondo e della inesausta risultanza riflessiva di questa dialettica medesima sono il carattere primo di una poesia che mentre lavora a decantare l'Erlebnis mirabilmente sa restituir­le sembiante e senso in modo fisico, tangibile. Nei testi poetici di Inventari, così come in quelli che si danno qui per la prima volta - Mentre, Lezione, In moto, Inventario del gesto - la consapevolezza della storia, della materia, dell'esistente e delle sue contraddizioni, delle tensioni dei corpi, della difficoltà di ogni individuazione, e dell'affidabilità delle perce­zioni produce un accumulo poetico stratificato e coeso, esposto nei suoi snodi brutali, ruvido negli accostamenti oggettuali. Il tessuto è dunque disarmonico, in testi che appaiono dominati da una equilibratissima com­piutezza. Compiuto (e composto) è il linguaggio, che si mostra tendenzialmente referenziale e intonato ad un monolinguismo ricco in realtà di screziature e in sé sottilmente ingannevole, perché tutto finalizzato a dis­ascondere il reale vivo d'attriti, di luoghi comuni, di stilemi lisi. E compiu­te sono anche le immagini, fedeli e ineccepibili nei tagli e mai alonate. Questa poesia che attraversa volitivamente e si lascia filtrare in consona reciprocità dagli esistenti - perché l'io esiste, l'altro esiste, ed esistono la «guerra» e la «tregua» e le «gradazioni dell'angoscia», esistono «la tortu­ra» e «i fiori di rosmarino» - esperimenta e mette alla prova quella realtà che è, gaddianamente, «sentimento del complesso». Mentre tutto sembra tenersi, come ferreo si tiene il sistema che ci imbriglia, mentre lingua e immagini procedono ad un accrescimento catalogatorio e ad una sempre più stringente focalizzazione definitoria - processi, entrambi, che sono esercizio critico prima che poetico (e critico, va da sé, nel senso etimolo­gico di affilata arte del giudizio e della separazione) -, spie retoriche come assonanze e consonanze o come la ricorrente paronomasia immettono in quel tessuto fonico compatto, che pure contribuiscono a creare, le insidie delle analogie fonetiche sconfessate da distanze semantiche, e la deluso­ria rievocazione della non coincidenza tra i significati di sonorità affini. Non è simile ciò che simile può suonare. Una prova ulteriore, di secondo grado, dell'impossibile consustanzialità di res e verba. E di un uso, qual è quello fatto da Inglese, niente affatto estetico, né esteriore o riflessivo dei significanti e delle molteplici, contraddittorie relazioni tra significante e significato.

La netta evidenza di fatti, cose, corpi e gesti (e parola poetica) non è univoca: aggetta prepotentemente, costantemente preme; occupa il pre­sente della scrittura, eppure di continuo slitta. L'oggettivìtà può essere solo d'intenzione, può essere nella prospettiva dell'analisi, nell'inquadratu­ra di partenza. Anche da questa concretezza investita da una luce cruda si può apprendere, veramente, solo l'incalzare continuo dei vincoli: la lezio­ne del presente e delle cose erode certezze di percezione e di proprietà, mostra i fili che invischiano, circoscrive il raggio utopico della libertà per­sonale, mostra come, muovendo dalla periferia e procedendo verso il cen­tro del corpo, la necessità dell'esterno comprima senza riguardi. Questo scrive Inglese nei termini conativi e autoriflessivi che in Lezione chiamano in causa una seconda persona, esemplare alterità dialettica e didattica, immettendola nella responsabilità dell'hic et nunc. «Guarda qui: stendi il braccio, facile. / Puoi tagliare l'aria da parte a parte. / Stringere mosche». La gestualità fendente parrebbe confortare, ma la presa, infine, deludere. Sia che si intenda quello stringere mosche come esercizio di crudeltà, sia che io si intenda come il ritrovarsi con un pugno di mosche in mano. La saggezza spicciola e la certezza del possesso sono analoghe alla moneta che ci si può rigirare fra le dita: è spendibile con poca soddisfazione. È una «proprietà» minima, àncora incapace di salvare, malgrado il suadente legame, ovvero il presupposto di identità che la rima proprietà : libertà (l'unica perfetta in tutto il testo) sembrerebbe istituire e che mi pare inve­ce esitare in un esatto capovolgimento, in una limitazione dell'orizzonte di libertà individuale. Il livello catacretico di una lingua media, che tutto sem­bra, in principio, fuorché aggressiva e che si rivela poi di una cattiveria propriamente penetrante e inesorabile,  mostra microscopiche, quasi impercettibili infrazioni alla norma: «Nel pieno raggio della tua libertà» dice che ad essere piena non è la libertà, come in un comunissimo, trito stilema; ad essere «pieno» è invece il raggio che per la sua stessa esi­stenza presuppone una circonferenza e dunque un confine, un pomerium costrittivo (più che difensivo) della libertà personale. Il movimento del soggetto impone l'impatto con la «necessità», la paronomasia tra «metro» e «tetro» amplifica l'angustia dello spazio con la cupezza dell'eco in enjambement «Ma se fai due passi, / dopo il primo metro, / entri con stridore nel regno / tetro della necessità». Alla deflagrazione della «prima bomba» viene meno ogni tentativo di accomodamento o di assimilazione del siste­ma dell'io a quello dell'esterno: la necessità, resa qui spoglia ma polisen­sa, a partire dalla mitopoietica Ananke - "Fato" secondo i mitologemi clas­sici, ma anche "necessità logica" in Aristotele, "miseria" e "sofferenza" in Euripide -, vive nel frusto quotidiano di un quadrilatero d'elementi com­plementari che muovono dalla fisicità terragna del «piede» alla pratica idealità del «senno», dal flusso basilare e vitale del «sangue» al riposo altrettanto basilare e vitale dato dal «sonno». «Sonno» che vischiosamente bisticcia e compromette il «senno» di cui è paronomasia vistosa, o con­sonanza quasi ritmica, posta com'è a chiudere due versi contigui. Se da questa cacciatoriana lezione delle cose2 il sapere che si apprende, conclu­sivo, definitivo, è quello della forza della necessità - «la necessità è più forte di tutto / il sapere» -, nella poesia di Inglese, le cose, tuttavia, senza soppiantare o sostituire il soggetto della percezione, continuano a imporsi in termini di spazio e tempo (e di loro fìsica percezione), in termini di atti - gesti-e memoria, e in termini di moto. In quella sorta di geometria dis­creta, silente che è sottesa ai testi di Inglese, con i loro equilibri di paral­lelismi e di rimandi, e le infrazioni a quegli equilibri, c'è una materia decan­tata, sì, ma tutt'altro che raffreddata. La ferma esattezza del dettato poe­tico è percorsa da un dinamismo pressante, urgente, fatto di accumuli e di sconfinamenti. La vita vi scorre calda, insomma, e sanguinolenta, pur senza quei compiacimenti a cui un debordare facile della materia potreb­be dare origine. L'evidenza - percettiva, in primo luogo, e poi argomenta­tiva e memoriale - si accompagna alla sedimentazione. E, siano gli istanti o le fratture di tempi personali e collettivi (storici) in Mentre, siano i gesti carichi di valenze sociali, gesti «a spaglio smarriti nella vita minuta», gesti del lavoro, dei commerci e delle guerre in Inventario del gesto, o siano pure le quattro cose «a basamento», a umana difesa (o tenuta) persona­le, «le mie quattro, a basamento, cose / le ciotole, la bottiglia d'olio, il sale, / fortificazioni forse, argini minimi», comunque tutto ciò che nei versi  di Inglese appare terso e semplice, quasi immediato, è di fatto a lungo digerito, scomposto in molecole più semplici, ma volutamente non assimi­lato e dunque non assunto indistintamente, non confuso, non perso lirica­mente nell'io. Prima di essere ricomposta in una versificazione improntata al monolinguismo (ma, lo si ripeta, un monolinguismo che svaria di livello e sventaglia d'intensità), la realtà viene spolpata fino all'osso. E manduca­ta, benjaminianamente ruminata. I lacerti di reale e di presente, che sono finalizzati soprattutto ad indagare la relazione conoscitiva e insieme dilem­matica e brutale tra io e mondo, sono disposti grano a grano, hanno super­ficie lucida e specchiante, levigata dagli enzimi che ne hanno innescato la digestione, l'analisi. Per questo la poesia di Inglese è di qualità riflessiva anche quando procede catalogatoria alla ricerca degli elementi primi, quando compie l'arduo esercizio dell'Inventario, quasi un sottogenere spe­cifico nella sua poesia3, e quando, come nell'Inventario dei giovani4, tema «di diffìcile catalogo», esita in accelerazioni di immagini e di ritmi incal­zanti per la notevole frequenza degli enjambement, per le disarticolazioni sonore dovute alle diverse tramature toniche la loro intrecciate come il mutevole presente di cui è carico, per il controcanto cupo, da preghiera rovesciata, che chiude il testo su un cumulativo sacrifìcio, sullo «sperpero, lo spreco vero».

Note: 1)Andrea Inglese, Inventari, Rapallo (Genova),Zona,2001,pag.85. 2)Mi servo, anche per la ricchezza argomentativa e filosofica della scrittura cacciatoriana, ricchezza che vedo qui analogicamente opportuna, del sottotitolo di un’opera saggistica dell’autore siciliano:Edoardo Cacciatore, Dal dire al fare, cioè: la lezione delle cose, Urbino, Argalìa,1967. 3) Si veda il bel saggio di Giovanni Palmieri dedicato agli Inventari su Avanguardia, 22, annoVIII,2003. 4)Il testo è apparso di recente: ‘ l’Apostrofo’, IV,19, dicembre 2002, pp.27-29.

 

Da Avanguardia n°22,annoVIII,2003, Parte Prima

Cecilia Bello Minc