sabato, maggio 01, 2004

Sergio Beltramo 

 

Da: POESIE   SCELTE  

 

E   DIALOGHI METAFISICALI

 

- anni 1998-2004

 

 

 

 

(ancora altre ragioni)

 

 

se non fosse per il piano Marshall

 

caro te         se non fosse per quello

 

e tutto il resto che ne venne

 

la tua scettica biblioteca

 

e nobilmente nichilista in casa non avresti

 

e le tue ore fisse di lettura   e gli ozii riflessivi

 

(per altri poi la Champions League

 

oppure il sabato sera

 

il pellegrinaggio fra intingoli di ristorantini)

 

 

se non fosse per quello - provo a indovinare -

 

sarebbe solo una rabbia   un'accusa

 

un brontolio confuso di torti e di ragioni

 

del bisogno  l'oscenità                    urlata

 

davanti a quello col registratore

 

 

 

*

 

 

candid camera

 

 

ripresi dall'alto

 

come in un videoclip di compleanno

 

con occhi ombrati

 

di concupiscenza e di sospetto

 

i  bambini agguantano

 

i colorati pigiamini

 

nel cellophane di stoccaggio

 

 

e in questa torbida maretta

 

di sentimenti in differita

 

altro non so pensare

 

che la vita è con loro

 

vita in figliate da conigli

 

gremite d'occhi di mani  unghie

 

per odiare  ridere  godere

 

comunque sia per iniziare

 

tentare un destino

 

nel giusto di una cieca brama

 

 

che aggressivamente la vita

 

sia con loro    penso

 

e non qui     in questa

 

diffidenza per il gesto

 

nella parsimonia di sé

 

misura stenta   noblesse codarda

 

del sarcasmo   dell'ironia

 

 

 

*

 

 

meditazione escatologica

 

 

 

occhieggiano migliaia di universi

 

nell’ovulaia gelatinosa delle rane

 

uno per ogni punto nero

 

(e universo è una fame

 

un sensuale appiccicarsi al noto

 

fondale di teatro di viscosi limi

 

insetti sui vetri d’acqua

 

precaria ovvietà di notti e giorni)

 

 

scialacquare inizi per scialacquare in fini

 

in pareggio perfetto

 

questo dell’universo

 

il solo dato certo

 

se lo simuli al calcolatore

 

uno spropositato numero in potenza

 

cifra secca cui più nulla s’aggiunge

 

enigmatico volto

 

inesprimente

 

del tutto e del niente

 

 

 

- anni 1998-2004

 

Da: POESIE   SCELTE  

 

E   DIALOGHI METAFISICALI

 

Sergio Beltramo 

 

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sabato, maggio 01, 2004

La ricchezza degli individui

In un Paese occupato non solo vi è spreco di risorse naturali per la criminalità di pochi, ma vi è anche un immenso spreco di civiltà e di ingegno individuali. Paradossalmente a fronte della teologia dell’individualismo dominante, in questa situazione, sono proprio gli individui ad essere schiacciati. Questa immensa ricchezza degli individui un tempo era capitalizzata anche sotto forma di arte, rientrava dalla finestra, pagato il pedaggio, ciò che era stato cacciato dalla porta. Un Paese occupato non ha più finestre né porte ma solo perimetri di sbarramento costituito da reti metalliche, come nel G8 di Genova, e da ancor più metallica e sorda indifferenza.

 

 

Orbitante 5

Ho richiuso qui, nella mia stazione spaziale, il libro appena uscito (da cosa? Per andare dove?). L’effetto che fa , individuato così precisamente come oggetto, con una sua tattilità (copertina cartonata e rugosa), con un suo colore (celeste), con un suo ‘formato’ , molto, molto tascabile, con un suo peso (qui solo virtuale, in assenza di gravità), è strano. Le parole c’erano già prima, anche tutte digitalizzate, interfacciate, in parte perfino tradotte in giapponese, in spagnolo, in francese, eppure, ora, sembra che le parole non erano il libro, questo libro. La cosa ora più spiazzante è che tanta esibizione di oggettività cosale richiama il gesto del prendere e sfogliare, del trasportare, dell’aprire e chiudere, del riporre (su scaffale, tavolo, comodino) e, soprattutto, anonimi titolari di tutti questi gesti concreti... Cosa resta ora dello spiazzamento? L’avvicinamento del libro ad un oggetto scultoreo, l’eliminazione della sua riproducibilità tecnica, il ritorno dell’aura, o più banalmente e tristemente, la conferma che questo libro c’è per l’interessamento e la generosità di pochissimi e tanto basti, come quando con una certa soddisfazione si ornamenta la spoglia balaustra con dei vasi di gerani. Resta solo da chiedersi se questo può valere anche per chi abita in una stazione spaziale e, quindi, senza balconi…

 

 

 

Incantati

Nell’età di mezzo ci si può chiedere –se non lo si è fatto già prima- chi, tra i coetanei, legge ancora poesia. Se ne sa della vita, della sua prosaicità abbastanza per non restare ‘ incantati ‘ dalle parole. Neanche dalle proprie. Anzi, sono proprio queste parole – della poesia- a meravigliarsi di più: sembrano chiedersi, nel chiuso di un libro, cosa ci stanno a fare. Come è accaduto che stiano lì…Una svista, un miracolo?

 

Stati d’animo

Gli stati d’animo sembrano degli accessori, delle contingenze rispetto alla sostanzialità degli atti. Arrivano a casa biglietti pubblicitari che promettono di migliorare con la ginnastica o con la respirazione questi dettagli della vita. Anzi, queste pubblicità tendono a convincere che in queste cose è riposta una certa importanza e lo fanno come si parla ai distratti, ad alta voce. Di fatto le scadenze della vita, i ritmi, le necessità che sembrano moltiplicarsi, fanno retrocedere in serie B queste cose, come dire: la vita è dura e dei tuoi stati d’animo non importa a nessuno o quasi.  Eppure le stesse necessità appaiono in diversa luce a seconda di diversi stati d’animo…Forse ce n’è uno socialmente diffuso e tendenzialmente imposto, quest’unico, forse, abbiamo imparato a chiamarlo ‘realtà’ e così un’indicazione sociale –peraltro sotterranea e contraddittoria rispetto alle immagini euforiche che pure continuamente sono trasmesse, perfino intorno alle tragedie, nei montaggi ricchi di suspance dei tg- è diventata un mondo di cose. I biglietti pubblicitari arrivano come cose, tra cose.

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sabato, maggio 01, 2004

Su Pino Tripodi

Archivio di luglio 03 e aprile 04.

 

Non proviene dalla letteratura e neanche dalla filosofia: una caratteristica di questo percorso è l’assoluta, viscerale ‘mancanza di disciplina ‘: è il punto di vista, tendenziale, dell’immanenza (nel senso di Deleuze). Ma è anche, insieme, un’esperienza, individuale e collettiva, di un orizzonte: quelle ‘pratiche’ teoriche e di vita che serpeggiavano in Italia alla fine degli anni ’70. La ricchezza del contenuto è tale che molto del materiale ‘emerso’ dalla scrittura resta ‘non trattato  ‘. E ciò perché quel punto di vista richiede l’invenzione di un trattamento ad hoc : si può vivere e scrivere ‘senza disciplina ‘, senza il disciplinamento imposto dall’amministrazione culturale, a patto che il rigore sia assoluto. Rigore difensivo che assorbe gran parte dell’energia ma per un buon motivo:trarre in salvo l’intuizione dell’immanenza, anche allo stato grezzo, piuttosto che sacrificare la verità dentro la relatività dei codici. Ma proprio questo è il nodo: da un lato ‘è un’esperienza che si autolegittima , assoluta, dall’altro c’è il dirla che non può schivare la parziale menzogna del codice (sempre relativo, autoreferenziale, eticamente indifferente). C’è pietà controllata dalla lucidità, e c’è lucidità commossa dal gioco inutile della forma letteraria, dalla sua natura intrinsecamente utopica, o meglio ancora, atopica.

B.C.

G.Mascitelli

Il problema che Biagio solleva di una scrittura di confine e delle sue contraddizioni, come in ogni altra scrittura, assume nei due passi qui presentati un aspetto particolare. Infatti la narrazione di un avvenimento tragicamente cruciale della vita del narratore è condotta dal punto di vista del volo della nottola di Minerva che appunto spicca il volo a cose fatte e pertanto usa il linguaggio dell’analisi. Nella Fine Infinita il protagonista ha radicalmente torto nei confronti dell’amico del taxi giallo, non perché questo rappresenti il buon senso, ma piuttosto il realismo che si scontra con il desiderio. La contraddizione, fertile e dolorosa, non è solo a livello di contenuti, di istanze che si incontrano nel testo, quanto nel linguaggio dell’analisi che a tratti prevale sul racconto. E tuttavia il torto maggiore del narratore è quello di continuare a vivere e dunque a un certo punto a dover riprendere la parola e ad analizzare ciò che non andrebbe mai analizzato ( anche nel caso che il viaggio non fosse terminato nel fosso, ma in un sonno dopo l’amore tra le fratte, non ci sarebbe da analizzare nulla). La singolarità della circostanza impone al narratore il ripensamento, cioè l’analisi e la necessità di cavare fuori un qualche senso o perlomeno una conciliazione da tanto disastro. In questo risiede una contraddizione del testo e dello statuto della sua scrittura, ma questa contraddizione tiene in vita il testo stesso.

G.Mascitelli

 

 

Su Pino Tripodi

Archivio di luglio 03 e aprile 04.

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sabato, maggio 01, 2004

Massimo Sannelli

Marco Giovenale

da Bina, n°20, marzo 2004

 

Luigi Severi

 

Quale intellettuale per la nuova modernità?

 

 

1. L’odierna ripresa «del vecchio, noioso e inesauribile discorso sul ruolo degli intellettuali» (così Fortini nel ’71), ora diventato discorso sul loro degrado, offre qualche stimolo di riflessione, ben al di là della messa in scena, da un lato della nostalgia consueta di un’età dell’oro (questo: Luperini), dall’altro di reattivi narcisismi di consorteria, che, se presi in parola, sarebbero in sé dimostrazione della fine di ogni possibile dibattito, almeno di mira superiore, sia pure di un palmo, al proprio libro, o a quello di amici (questo: molti oppositori di Luperini).

Davvero dobbiamo credere che oggi l’intellettuale sia o cronicamente spaesato (dunque muto),  o stratega di se stesso, a conti fatti monadico (dunque muto)? E insomma, su un piano più alto: è possibile oggi parlare ancora di intellettuale, e di che specie?

 

2. Ovvio: ogni risposta che prescinda da una profonda investigazione delle condizioni dell’oggi, è flatus vocis. È ora di prendere atto che quelle condizioni socio-culturali che rendevano possibili i tanto rimpianti dibattiti sulle testate italiane fino agli anni ’70, sono cambiate in modo irreversibile. Tra i molti tratti della nuova modernità (la si battezzi postmodernità, seconda modernità, o, con Bauman, modernità liquida), quale si viene configurando all’esaurirsi di quel decennio, se ne appuntino i principali.

a. è proprio in quegli anni (ha notato Edward Said) che l’analisi di Gramsci, per cui «ogni gruppo sociale si crea insieme uno o più ceti di intellettuali che gli danno consapevolezza», trae più radicale conferma. Nel momento in cui manager, responsabili di marketing, agenti di borsa, ecc., si costituiscono in classi intellettuali di nuovo spicco, il letterato (o, come si diceva una volta, l’umanista) non solo si accorge di essere destituito di quella priorità sociale che si era arrogato, ma vede anche decomporsi il proprio mestiere in ulteriori celle, coincidenti con acuite settorialità.

b. Già Fortini aveva predetto come la reclusione degli intellettuali entro cerchi di specializzazione ne avrebbe eliso un’idea forte, cioè quell’«interpretazione politico-rivoluzionaria» consustanziale alla parola dell’intellettuale di sinistra, di lì a poco decaduta con il definitivo decadere dell’illusione socialista. E l’erosione dell’autoinvestimento politico si salda appunto con quella perdita di fiducia nella mutabilità radicale del sistema sociale: nel momento in cui la storia perde il suo telos, l’organismo neoliberista rafforza la propria autonomia, dando spazio a ipotesi di ritocco, non più di nuovo progetto.

c. Cruciale, in questo senso, la definitiva affermazione, proprio sul principio degli anni ’80, di una figura di crescente imperio culturale: quella del nuovo giornalista. Il quale, attraverso la pervasività del mezzo televisivo, e la saturazione delle immagini (di per sé oggettivanti), impone l’insieme delle proprie rappresentazioni di realtà, persuasive perché immediate e fondate su meccanismi di semplificazione capaci di renderle accessibili. Così, nel momento in cui i poteri economici sono sempre più oscuri e dunque immuni da critiche profonde, i giornalisti si legittimano come classe di mediazione per eccellenza verso la comunità sociale, che dalle sue parole non può più fare a meno, trovandoci facili tratti di auto-raffigurazione. «Intellettuali negativi» (così Bourdieu), i giornalisti si rispecchiano l’un l’altro come nuovi tecnici, in realtà acritici per gene, e sempre strumenti di un consenso.

 

3. L’intellettuale (l’uomo di cultura, o il letterato), non può che contemplare la propria esclusione da tutte le piazze mediatiche, che non ne prevedono la (potenziale) profondità di parola, di capacità critica. Più in generale, è fuori di dubbio che «il mondo contemporaneo non è adatto agli intellettuali come legislatori» (Bauman): il che non vuol dire che all’intellettuale-umanista non resti che l’esilio entro specialismi di mestiere, o una cinica ambizione di mercato, o infine il rimpianto di un ruolo attivo, collocato in un prius civile idealizzato. Viceversa, il disarmo dell’intellettuale-legislatore, se angoscioso per molti in quanto tramonto di un’immagine grandiosa del proprio lavoro, non coincide con il disarmo dell’intellettuale-umanista, il quale anzi può trarne quel giovamento all’intelligenza che sempre deriva da un acquisto di realismo critico. A una funzione, di radice illuminista, che ha esaurito il suo compito storico, ne può seguire un’altra, libera da carichi utopici ma più operosa, in qualche modo più silenziosa – laddove il silenzio introduca la parola. L’intellettuale di nuova specie, che potremmo definire intellettuale-critico (lato sensu), sa (o dovrebbe sapere) che la sostanza politica della scrittura è tutta interna alla scrittura stessa, alla sua articolata profondità, e al lavoro che occorre per raggiungerla. Se è vero che «gli intellettuali sono individui che hanno, come vocazione, l’arte di rappresentare» (Said), nel momento in cui pongono in atto la parola rappresentativa (formalizzata), o la parola critica, e insomma la tensione al reperimento di un senso, essi esercitano l’«unica possibilità di opporsi che [...] hanno», quella «di contrastare le immagini, i resoconti ufficiali, le giustificazioni del potere messe in circolo da media sempre più potenti» (ancora Said).

 

L’allenamento a una parola dotata di senso, non semplificabile, è primo passo di una spinta alla rappresentazione verbale, interpretativa in virtù del suo rifiuto della facilità, e dunque disomogenea ai poteri sociali ed economici, che la verità facile propugnano. A questo fine, è necessaria una duplice fatica: a) il rifiuto della specializzazione, ovvero la ricerca di quella plurivocità disciplinare che solo può rendere complessa e radiografica la parola; b) il complementare rifiuto dell’idealizzazione del passato, da problematizzare invece con piglio di storico, e convocare nell’atto verbale attraverso la dialogicità con le tradizioni – ciò che è di per sé infrazione del regime di orizzontalità e simultaneità dei nostri tempi.

Su queste basi, e qualora il reperimento di un senso complesso non sia concepito in vista di una (illusoria) mediazione con la comunità sociale tutta, ma di sue ricezioni parziali, però mobili, e dunque feconde, l’opera dell’intellettuale-critico, articolata in testo e perciò politica, può costituire oggi una via di resistenza etica, in se stessa propositiva di altra umanità.

da Bina, n°20, marzo 2004

Massimo Sannelli

Marco Giovenale

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