Massimo Sannelli
Marco Giovenale
da Bina, n°20, marzo 2004
Luigi Severi
Quale intellettuale per la nuova modernità?
1. L’odierna ripresa «del vecchio, noioso e inesauribile discorso sul ruolo degli intellettuali» (così Fortini nel ’71), ora diventato discorso sul loro degrado, offre qualche stimolo di riflessione, ben al di là della messa in scena, da un lato della nostalgia consueta di un’età dell’oro (questo: Luperini), dall’altro di reattivi narcisismi di consorteria, che, se presi in parola, sarebbero in sé dimostrazione della fine di ogni possibile dibattito, almeno di mira superiore, sia pure di un palmo, al proprio libro, o a quello di amici (questo: molti oppositori di Luperini).
Davvero dobbiamo credere che oggi l’intellettuale sia o cronicamente spaesato (dunque muto), o stratega di se stesso, a conti fatti monadico (dunque muto)? E insomma, su un piano più alto: è possibile oggi parlare ancora di intellettuale, e di che specie?
2. Ovvio: ogni risposta che prescinda da una profonda investigazione delle condizioni dell’oggi, è flatus vocis. È ora di prendere atto che quelle condizioni socio-culturali che rendevano possibili i tanto rimpianti dibattiti sulle testate italiane fino agli anni ’70, sono cambiate in modo irreversibile. Tra i molti tratti della nuova modernità (la si battezzi postmodernità, seconda modernità, o, con Bauman, modernità liquida), quale si viene configurando all’esaurirsi di quel decennio, se ne appuntino i principali.
a. è proprio in quegli anni (ha notato Edward Said) che l’analisi di Gramsci, per cui «ogni gruppo sociale si crea insieme uno o più ceti di intellettuali che gli danno consapevolezza», trae più radicale conferma. Nel momento in cui manager, responsabili di marketing, agenti di borsa, ecc., si costituiscono in classi intellettuali di nuovo spicco, il letterato (o, come si diceva una volta, l’umanista) non solo si accorge di essere destituito di quella priorità sociale che si era arrogato, ma vede anche decomporsi il proprio mestiere in ulteriori celle, coincidenti con acuite settorialità.
b. Già Fortini aveva predetto come la reclusione degli intellettuali entro cerchi di specializzazione ne avrebbe eliso un’idea forte, cioè quell’«interpretazione politico-rivoluzionaria» consustanziale alla parola dell’intellettuale di sinistra, di lì a poco decaduta con il definitivo decadere dell’illusione socialista. E l’erosione dell’autoinvestimento politico si salda appunto con quella perdita di fiducia nella mutabilità radicale del sistema sociale: nel momento in cui la storia perde il suo telos, l’organismo neoliberista rafforza la propria autonomia, dando spazio a ipotesi di ritocco, non più di nuovo progetto.
c. Cruciale, in questo senso, la definitiva affermazione, proprio sul principio degli anni ’80, di una figura di crescente imperio culturale: quella del nuovo giornalista. Il quale, attraverso la pervasività del mezzo televisivo, e la saturazione delle immagini (di per sé oggettivanti), impone l’insieme delle proprie rappresentazioni di realtà, persuasive perché immediate e fondate su meccanismi di semplificazione capaci di renderle accessibili. Così, nel momento in cui i poteri economici sono sempre più oscuri e dunque immuni da critiche profonde, i giornalisti si legittimano come classe di mediazione per eccellenza verso la comunità sociale, che dalle sue parole non può più fare a meno, trovandoci facili tratti di auto-raffigurazione. «Intellettuali negativi» (così Bourdieu), i giornalisti si rispecchiano l’un l’altro come nuovi tecnici, in realtà acritici per gene, e sempre strumenti di un consenso.
3. L’intellettuale (l’uomo di cultura, o il letterato), non può che contemplare la propria esclusione da tutte le piazze mediatiche, che non ne prevedono la (potenziale) profondità di parola, di capacità critica. Più in generale, è fuori di dubbio che «il mondo contemporaneo non è adatto agli intellettuali come legislatori» (Bauman): il che non vuol dire che all’intellettuale-umanista non resti che l’esilio entro specialismi di mestiere, o una cinica ambizione di mercato, o infine il rimpianto di un ruolo attivo, collocato in un prius civile idealizzato. Viceversa, il disarmo dell’intellettuale-legislatore, se angoscioso per molti in quanto tramonto di un’immagine grandiosa del proprio lavoro, non coincide con il disarmo dell’intellettuale-umanista, il quale anzi può trarne quel giovamento all’intelligenza che sempre deriva da un acquisto di realismo critico. A una funzione, di radice illuminista, che ha esaurito il suo compito storico, ne può seguire un’altra, libera da carichi utopici ma più operosa, in qualche modo più silenziosa – laddove il silenzio introduca la parola. L’intellettuale di nuova specie, che potremmo definire intellettuale-critico (lato sensu), sa (o dovrebbe sapere) che la sostanza politica della scrittura è tutta interna alla scrittura stessa, alla sua articolata profondità, e al lavoro che occorre per raggiungerla. Se è vero che «gli intellettuali sono individui che hanno, come vocazione, l’arte di rappresentare» (Said), nel momento in cui pongono in atto la parola rappresentativa (formalizzata), o la parola critica, e insomma la tensione al reperimento di un senso, essi esercitano l’«unica possibilità di opporsi che [...] hanno», quella «di contrastare le immagini, i resoconti ufficiali, le giustificazioni del potere messe in circolo da media sempre più potenti» (ancora Said).
L’allenamento a una parola dotata di senso, non semplificabile, è primo passo di una spinta alla rappresentazione verbale, interpretativa in virtù del suo rifiuto della facilità, e dunque disomogenea ai poteri sociali ed economici, che la verità facile propugnano. A questo fine, è necessaria una duplice fatica: a) il rifiuto della specializzazione, ovvero la ricerca di quella plurivocità disciplinare che solo può rendere complessa e radiografica la parola; b) il complementare rifiuto dell’idealizzazione del passato, da problematizzare invece con piglio di storico, e convocare nell’atto verbale attraverso la dialogicità con le tradizioni – ciò che è di per sé infrazione del regime di orizzontalità e simultaneità dei nostri tempi.
Su queste basi, e qualora il reperimento di un senso complesso non sia concepito in vista di una (illusoria) mediazione con la comunità sociale tutta, ma di sue ricezioni parziali, però mobili, e dunque feconde, l’opera dell’intellettuale-critico, articolata in testo e perciò politica, può costituire oggi una via di resistenza etica, in se stessa propositiva di altra umanità.
da Bina, n°20, marzo 2004
Massimo Sannelli
Marco Giovenale