venerdì, marzo 05, 2004
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venerdì, marzo 05, 2004

Biagio Cepollaro

In occasione dell’uscita di Versi Nuovi,

Oedipus Edizioni, 2004

 

per ogni giorno

dovrei dire anch’io a quarant’anni ciò che a venti

non si poteva dire chè ti viene naturale all’inizio solo

quello che hai sentito dire il resto

che conta

nessuno te lo dice ci devi

sbattere per poi scoprire

che anche un applauso ti porta

fuori

strada che debole

è la via

e veramente oscura e chiesi

come fare

ad avere mente

ordinaria

sale la collera

lasciando indietro la testa

sale

per visceri aggrovigliate e muove una specie

di voce che fa della voce

grugnito

e dormendo si fa avanti la preistoria

io ci vorrei parlare

col rettile cervello non è male in lui gli fa male

solo il silenzio

ma come fare ordinaria

la mente e la domanda

su solco sbagliato

che non c’è solco né pista che non c’è disco

su cui girare e nulla gira

intorno né si muove a spirale non lo puoi

prevedere si muove

e basta

che il bene non è fatto

di volontà la storia che uno

decide

delle sue azioni sembra davvero se s’impegna

trattiene la mano non preme il pulsante ci dovrebbe essere

sempre rosso

telefono che puoi fare scoppiare la bomba dicendo tra venti

minuti arrivano missili hai giusto il tempo di armare

e forse spedirli da questa parte

tutta la vita a cercare di vivere

dentro

il giorno
è strano come crescendo

o invecchiando

è strano

come si vada dal grande

presunto al piccolo

come colui che chiese:

maestro, e ora che devo fare di tutto

questo

vuoto?

e il maestro rispose: gettalo via

oppure

fallo.

che il vuoto

non è veramente vuoto finchè lo tieni in mano con le mani

a coppa

allora gettalo

via che non ti serve

a niente che è ancora

qualcosa

e chiesi

come questo s’illumini e che il vivido

dello scorcio in un’ora

della casa

o la confusione al bar per chi paga

si faccia vivido come insomma il vivo

abbia luce

intanto continuo anche in pieno giorno a fare

buio

1998

Biagio Cepollaro

In occasione dell’uscita di Versi Nuovi,

Oedipus Edizioni, 2004


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lunedì, marzo 01, 2004

Florinda Fusco

INNO DI THÉRÈSE

sapere che, come essere pensante e finito,

 io sono Iddio crocifisso

Simone Weil

 

io le pelli stese

fare corone di arbusti da coprire le piaghe

generatione che genera operatione

il cibo il cibo e l’opera che genera

respira respira la gravità degli angeli

trattieni la fermezza del generare

generiamo dio? generiamo e ancora

noi? operatione la bocca il vestito di sangue

generiamo il tessuto grave cuociamo

il verbo che genera (il grido che ascolta)

generiamo David e i suoi salmi generiamo

il corpo che muove nello spazio l’orbita

che trattiene l’utero che spinge assume

l’operatione benediciamo il palmo aperto

che genera (incarnatione) benediciamo

i rinoceronti (i sette passi) Maria e le sue

figure i passi sul deserto generiamo linee

incrollabili onde radar che spingono il cranio

camminerò operatione sleghiamo le piccole

membra legate nel costato generiamo un fuoco

una larva che faccia luce sui crani generiamo

un Padre nuovo padre benediciamo redimiamo

la terra bucata le schegge le ferite nel polpaccio

infusione immissione l’umanità è assunta

generiamo un altro errore un altro Filius

una creatura che generi un Creatore uniamo

le bocche tutte le bocche generiamo

strepiti corriamo (inseguiamo gli angioli)

inseguiamo gli stendardi alti catturiamo

strozziamo scambiamo la gravità per potentia

scambiamo la beneditione per maleditione

generiamo la sapientia dei cadaveri arrotolati

che rotolano rotolano fino alle bocche

trovateci nella cella della potentia nella prigione

che spinge i crani nell’incomprensibile potestà nel

generiamo generiamo ancora lo schiavo

che dorme nella cella generiamo le ossa

un cielo nero che esplode (tra le sbarre)

i cerchi girano intorno corriamo l’umanità

la pietra la pietra che lega il collo alla nerità

grave operatione procediamo verso l’apertura

del cranio comprendiamo l’essere schiavo

l’essere re l’essere cristo generiamo la lingua

che strepiti la lingua che pronunci il verbo

il corpo coperto di pelle di asino Maddalena

che bagna le teste generiamo generiamo dalle

nostre pelli nuove regine generiamo la Sposa

della terra il martello che conficca i legni

nel corpo generiamo il cantico della nuova

sposa smaltiamo le sue unghie leghiamo

col ferro  i pezzi dei cuori infiliamoli nel suo

torace generiamo generiamo il ballo della sposa

dell’anello muto del cosmo che muove stabilisce

regge immobile genera

                                      nasci bambina mia

mater e filia bianca incoronata nasci lingua mia

feto mio nasci coi capelli di fiori nasci infuocata

mano filia mea il corpicino gracile i capelli legati

nasci

 

gira bambina mia salvezza mia con la tua

morte incorona la mia testa senza corona gira corona mea

faccia mea trucca questa faccia col celeste

della morte gira con la mia faccia truccata di morte

gira

 

gira e con la mano sinistra infiamma gira

e con la mano destra brucia alza con il piede destro

la leggerezza alza con il piede sinistro la rete di ferro

 

gira insieme

al tempo e batti coi fiori sulle prigioni gira e batti

con il martello sul corpo di dio

 

nasci tra le rovine chiare di

questa terra filia mea gira gira con la morte intorno al mio corpo                                                               

 

nota:

il materiale presente in questo libro è stato trovato da F. Fusco all’interno di una poltrona raccolta dalla medesima in una discarica urbana; il materiale ritrovato è in uno stato di deterioramento:

 

A)la ricostruzione filologica dei testi è ad opera di F. Fusco

B) il remake delle foto è ad opera di

C)la ricostruzione degli spartiti musicali è ad opera di

D)i brani di altri autori sparsi nel libro sono appunti che thérèse prendeva leggendo e si scriveva sul corpo

E)i brani in francese presenti nel diario di Thérèse sono tratti dal libro Crucifixon di Paul Audi (encre marine 2001), che come lei stessa scrive, aveva visto in una vetrina di una libreria a Parigi e senza sapere nulla né dell’autore né del libro stesso comprò immediatamente. Le citazioni di Audi implicano citazioni di citazioni, dato che Audi nel suo libro cita: il vecchio e il nuovo testamento, Aristotele, Bataille, Baudrillard, Beckett, Cioran, Corbeille Dagerman, Dauzat, Derida, Feuerbach, Henry, Hrabal, Joyce, Kafka, Kierkegard, Lawrence, Marx, Nietzsche, Pascal, Péguy, Petrarca, Rousseau, Silesius

 

Florinda Fusco

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lunedì, marzo 01, 2004

Gherardo Bortolotti

 

Da: Canopo   

 

una vita di opere 3

dopo cena, nel silenzio dell’assenza di una prospettiva, mentre trascorrono i primi minuti della digestione e, nello stomaco, tra le pieghe di adipe e gli strati di vestiario, sente la pesantezza del bolo venire corrosa, come una piramide perduta, nella furia dell’ennesima tempesta di sabbia, che corre sulla piana desertica smontando il vuoto che l’attraversa, si domanda, rivolto all’estraneità del muro che ha di fronte, in cui la sua tristezza legge i termini di un contratto con l’estinzione, organizzata secondo le volute dispersive dell’entropia e della consumazione della materia in calore, che completa l’incartamento della sua pratica presso il reale, se riuscirà, dopo l’attesa di un’occasione propizia, e del bando di un corso di formazione professionale, ad essere ammesso ad una vita di opere.

 

 

insieme per la vita 29

sediamo a tavola, servendoci dal piatto di portata, in questa domenica che ci vede riuniti, secondo una delle consuetudini che ci tengono insieme per la vita, per un pranzo di famiglia, al vertice di una piramide alimentare ciclopica in cui, come moloc deperibili, e prigionieri di una meccanica di necessità socioeconomiche tali per cui il nostro fabbisogno energetico quotidiano, che, in questo giorno speciale, viene aumentato dalla peculiarità della riunione, innesca la filiera di allevamenti, impianti chimici e stabilimenti di trattamento dei prodotti alimentari la cui distribuzione sul territorio, in ramificazioni di relazioni di proprietà e di transizioni, supera le nozioni geografiche del nostro piccolo, sovrapponendosi alla maglia usurata dei confini nazionali, ci eleviamo su milioni di carcasse di galline, vissute nelle strette cubature delle batterie industriali e decimate periodicamente, per l’avvicendarsi di epidemie endemiche.

 

 

la mia vita 14

seguendo la divergenza delle traiettorie paraboliche delle associazioni d’idee, delle parole e delle classi di percezioni, che spruzzano nello spazio sinestetico della mia coscienza, come il getto di una fonte appena sgorgata, mentre vengo, accolto tra le mucose irrigate della mia ragazza, scarico nel serbatoio del profilattico che indosso il fiotto spermatico in cui consiste, figuralmente, la metafora della mia potenza e perdo, lungo la curva di un contatto programmaticamente asintotico, la cognizione della coppia che concorro a formare e, come temporaneo piano di presenza, in cui alzare l’insegna della mia vita, assumo la terra brutale del piacere il cui astratto orizzonte, come la pietra molata di un cammeo, è solcato dalle striature di un sentimento di solitudine da cui riporto, come un monolite alieno, un gesto di amore.

 

 

la morte 18

nello spazio dell’estinzione, in cui la morte impone la propria iterazione ricorsiva che, come un virus programmato per la cancellazione di un file una volta cancellato un file, consuma l’orizzonte degli eventi in cui ci si trova proprio malgrado, ed in cui la geografia di ciò che esiste, secondo una proiezione dalla voluminosità del mondo alla piattezza del proprio sguardo, appare piana ed infinitamente percorribile, si partecipa a migrazioni continue tra le varie regioni dei significati della propria vita, cambiando, in funzione di un ciclo stagionale di ripensamenti, rimorsi, progetti e apparenti conquiste, la propria residenza nel grande paese dell’essere e attraversando le carovane di quelli che, allo stesso modo, vagano tra i termini della propria assenza, anteriore e posteriore, mentre la storia, come fa, li tace.

 

 

la vita dopo la morte 5

laddove si presentasse la necessità di una verifica anche solo di alcuni dei termini della propria esistenza e dissipazione, la telecamera del supermercato potrebbe fornire la lunga testimonianza delle azioni di chi, nell’innocenza professa della merce, visita gli scaffali e le corsie, isolando gli istanti nella vita dopo la morte di ogni singolo avvento, e raccogliendo il materiale grezzo per indagini statistiche sul comportamento di chi acquista, da cui derivare, secondo un doppio algoritmo di deduzioni, le strategie di marketing che rinforzano la posizione monopolista intrinseca di ogni agenzia commerciale e le linee di campagne di propaganda, con cui agire sulla psicologia delle folle, nei tempi in cui la graduale astrazione del quotidiano, come nella sonnolenza che precede l’incoscienza, distilla, dal cittadino e dai suoi umori, il consumatore.

 

 

vita, morte e miracoli 12

tra rappresentazioni di interni, che sembrano i diorami di una civiltà scomparsa, la cui tradizione di estensione del diritto, e della progressiva partecipazione al capitale, si è disfatta, per cristallizzarsi poi in queste ricostruzioni di appartamenti disertati e perfetti, seguono il percorso espositivo di un ikea, sotto le lampade in carta di riso ed i drappeggi di tende, tappeti e lenzuola, e scelgono, per arredare gli spazi che saranno testimoni di anni di vita, morte e miracoli, gli oggetti di un design il cui decoro, e la razionale distribuzione delle parti, apre l’orizzonte sereno e sinistro di una socialdemocrazia reale, in cui placare le ingiustizie nelle comodità del quotidiano, e la propria dimidiazione, per opera della meccanica dell’estrazione del plusvalore, nell’infinita perfettibilità del proprio salario.

 

 

insieme per la vita 23

in mezzo all’incrocio, sotto le decine di piani dei palazzi amministrativi, che si dispongono, secondo urbanistiche postmoderne, in questo quartiere decentrato, la cui costruzione, come la rinuncia di un bulimico all’ultima porzione, rispetta le proporzioni di una città ideale, e prolunga i viali alberati di una palingenesi sociale possibile, nella quale continuare a costruire insieme per la vita, osserviamo, in piedi, i cofani deformati delle macchine su cui viaggiavamo, che originano, dalla rovina del loro contatto, le due carrozzerie ad angolo retto attorno a cui siamo disposti, mentre le nostre ombre, in questa sera di inizio febbraio, si allungano sulle centinaia di frammenti di plastica, e di vernice, che una volta, nell’era precedente a questo incidente, completavano il design delle nostre automobili.

 

 

vita e verità 2

mentre ci si aggirerà amareggiati, tra gente che non si guarda alle spalle, ed i cui passi figliano dal nulla, completi, alla base del vuoto in cui sono stati, come se, davvero, non contassero lo scorrere dei giorni, le censure alla rai e l’incendio del medio-oriente, o la puntata a cui si partecipa, della fiction serale di tele capitalismo-avanzato, non avesse neppure limiti di trama, o di realismo da manuale, contro cui disfarsi, e terminare, william burroughs aspetterà in impermeabile l’ennesima intuizione di ciò che si dissocia, della dispersione schizofrenica dei sintagmi, sotto l’egida di gioia, fierezza e libertà, la cui deriva, simile allo sbocciare lentissimo di un soffione, ai vertici dei cui stami, alle cime delle fibre in vibrazione nell’aria del giardino, si trovano i punti distinti di una topologia di particolari irrilevanti, affascina più della vita e della verità.

 

la vita e le opere 8

bevi il tuo cappuccino e, mentre le piccole bolle della schiuma, che ricordano, ad alcuni, le calotte di città sottomarine, ancorate sul fondo oceanico in prossimità di una fossa abissale, viste nello sguardo diverso di un rilevatore di calore, o le cupole geodesiche di colonie terrestri su di un pianeta deserto, la cui distanza risulta inconcepibile per chi lo raggiunge, opache nel terreno brullo, contaminato dall’ossidazione del ferro e dalle scorie dell’evaporazione acquea, ed il cui riflesso, appena sopra la linea dell’orizzonte, certifica, almeno fino a quella distanza in parsec dal terzo pianeta del sole, la persistenza delle intenzioni di alcuni uomini, la cui vita e le cui opere non possono dimostrare se non la loro pervicacia, guardi, fuori dalla vetrina del bar, la successiva localizzazione dei passanti sul marciapiede, rispetto al palo della luce ed al cestino dei rifiuti.

 

la vita e le opere 22

sotto il tavolo, a cui ceni, tra le briciole del pane di ieri, mentre lo schermo televisivo, dall’angolo della cucina in legno massello, riporta l’immagine di carri armati, carichi di individui di cui non conosci le ragioni, ma che connotano, in una rapida filiazione sintagmatica di violenze, le logiche geostrategiche del torto, tra le rovine di ramallah, cisgiordania, estinte la vita e le opere, i tuoi piedi riposano accanto a quelli della tua compagna, il cui corpo incontri in intimità separate, discontinue frazioni, che le regole del vivere ti costringono ad accantonare, di un discorso che vi prende come argomento, ritenendo infondato ogni sospetto di differenza, inconciliabile, che separi, ancora prima del progetto di un incontro, le peculiarità biologiche delle strutture che vi tengono in vita e, solitamente, ve ne fanno godere

 

Gherardo Bortolotti

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lunedì, marzo 01, 2004

Su Francesca Genti

Archivio, giugno 2003

Quando la complicità con la lingua e la prospettiva degli adulti sono sospese, può venir fuori un raffinato modo di essere adulti, se non si è davvero infantili. E’ come nel rovesciamento carnascialesco, gioco di maschere che permette di dire la verità. Raccontare ciò che è accaduto, semplicemente, è possibile dopo aver scartato una serie di nobilitazioni fuorvianti per radicarsi nella forma della biografia: forma letteraria anch’essa ma alludente all’onestà di cui diceva Saba o che tentava Penna. Certo, una poesia onesta allora, nel Novecento, doveva passare per la psicoanalisi, ma oggi passa per quella specie di inconscio oggettivato che è il paesaggio della memoria consumistica degli ultimi venti anni. Inconscio oggettivato che ha fatto della cultura pop uno strato di seconda natura, di ambientazione naturalistica dell’esperienza contemporanea in Occidente. Il privato si circonda e si sostanzia di questi oggetti, la familiarità con essi è l’attuale familiarità con la natura. Non è il caso qui di parlare di natura ‘artificiale’: l’artificio è la natura. Questi, onestamente, sono gli oggetti di una possibile mitologia personale. Su questi oggetti sono depositate le tracce degli affetti, come in un’ infanzia che ha in sé incorporati i suoi simulacri e i suoi amati feticci. Ma non c’è stato altro. Di cosa ci si può ricordare e commuovere? Gli affetti si riversano dove possono, le immagini si muovono a partire da cartoni animati, dai biscotti, da una pubblicità…La vita si fa amare anche così, è l’unica…E intanto la cura per la simmetria, per la pulizia del dettato, è sintomo di un altro ordine, ancora tutto da vivere, e, sullo sfondo, del nostro caos.

Biagio Cepollaro

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lunedì, marzo 01, 2004

Realismi possibili, precari

A guardar bene, tra gli autori postati su questo blog, non pochi sono quelli che indicano delle possibili strade di realismo. Alla desolazione dei paesaggi, dei frammenti e delle scorie metropolitane, più o meno interagenti, come sfondi o come correlati oggettivi, si oppongono delle possibili narrazioni di esperienza. E in questi casi il realismo, anzi, i realismi, nascono dall’incontro tra retoriche molto accurate, sapienti, e la pesantezza brutale dello strapotere di quelle scorie di mondo, offerte a fotogrammi, o in dettagli ingranditi e iperreali. Tragiche o ironiche, queste scritture appaiono come modi per parlare ancora di sé, nella saturazione di ogni linguaggio e nell’interruzione di ogni tradizione che abbia a che fare con una certa dignità del soggetto che pensa e che dice: è sorte del Paese occupato la macinazione e la vanificazione di ogni pensiero critico, oggettivamente debole, quanto non già colpevole e avviato alla resa collaborazionista. Eppure quelle retoriche accurate, quelle invenzioni che fin qui hanno fatto la cultura, devono pagare il prezzo del loro isolamento: con la freddezza, l’astrazione, la dichiarazione di non praticabilità del mondo, fin dentro il godimento privato, che è appunto, privato del mondo…E sarebbero scritture ‘moderne’ se non fosse stato cancellato ogni progetto emancipatorio, sono quindi, nella restrizione degli orizzonti, scritture del presente, scritture precarizzate, come il resto. Oppure il mondo sparisce e al suo posto appare una dimensione altra, non praticata, né praticabile, dimensioni programmaticamente escluse dalla narrazione sociale, escluse perché inutili, e sono invece le possibili vie di fuga, di sopravvivenza, cioè, di soggettività non conformi. Spiritualizzazione dell’inconscio, arredamenti provvisori del lutto, atti di assoluta concentrazione percettiva, coerenza della distorsione, ricerca di una gaiezza, perfino, sfrontatamente irresponsabile eccetto che per la chiusura di un verso…Qui il mondo è alle spalle e di fronte, invece, vi è la cura per sé, cura che tirerebbe fuori, almeno simbolicamente, dalla precarizzazione della vita, un’epica, addirittura, a dispetto.

Realismi possibili anche questi, cioè, realismi precari.

2.

Detto altrimenti: un nuovo tipo di solitudine, forse. Li leggi e senti che dietro nulla li sostiene. Sono lì, alle spalle, la storia in pezzi, letteralmente ‘non credibile  ‘, neanche desiderosi di occupare un suo paragrafo, spersi, nel groviglio biografico, privo di mitologia  che possa avere una parvenza di speranza collettiva, sostenuti da un narcisismo tanto schietto quanto inutile, e da una passione taciuta, una passione di cui non si può parlare perché non vi è cittadinanza , in un Paese post-culturale…Tanto desiderosi di idiosincrasia quanto condannati ad essa, che fanno di necessità virtù e, in questo, ma forse solo in questo, simili a tutti i poeti di tutte le epoche…

 

 

 

Poesia del presente.

Esisterebbe dunque, in alcuni luoghi della poesia italiana contemporanea, il consolidarsi di un atteggiamento generazionale che sopravviene alla ‘fine della cultura ’ nel Paese occupato, colonizzato e gestito dai collaborazionisti. Una poesia non più postmoderna ma postculturale: tra la mimesi collaborazionista dei modi americani di inseguimento del pubblico e un narrare di un’esperienza ‘per quello che è ’, slegata cioè da intenzionali e riconosciuti radicamenti storici, fosse pure la storia ridotta a dieci o venti anni. Quest’  ultima sarebbe la poesia del presente, refrattaria ad ogni ideologizzazione, fatta in casa e da lì migrante per qualche isolato o rilanciata di server in server a dispetto dell’asservimento del lavoro flessibile e precarizzato. Tale poesia è spesso formalmente curata, anche se, in molti casi, evita esibizioni citazionistiche, tanto scrupolosa sul dettaglio quanto disinvolta e indisponente rispetto a qualsiasi metadiscorso.

2.

O anche, quando il mondo entra in casa. Il dire ne tiene conto come di una menzogna operosa che taglia il respiro. Allora si tratta di considerare anche le emozioni di legame sotto quella luce cupa e metallica: qui non c’è lo stupore per gli ‘effetti parola ’, come per gli ‘ effetti di luce ‘: quel che conta è una specie di sintesi che fa rapprendere in poco spazio il mondo e quel che resta.

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lunedì, marzo 01, 2004

La parola della poesia

Si sa che la parola della poesia è lenta.  Ma un conto è la lentezza, un altro l’assoluta mancanza di agevolazione, di sconto sul suo consumo…Nel linguaggio informatico si usa parlare di ‘interfaccia amichevole ‘ per indicare una certa facilità, anche per il profano, di utilizzare un sistema operativo o un programma…Per lo più in queste semplificazioni ci si allontana dal linguaggio macchina, cioè da quel mondo nascosto di ‘istruzioni’ che fanno il programma. Per la parola della poesia questa semplificazione non può essere proponibile. La poesia non è mai amichevole pur essendo fatta di retorica, cioè di arte della persuasione, persuasione interna, coerenza interna, dall’effetto imprevedibile. Ci si può affezionare ad una poesia ma la poesia non si affeziona a noi. Questa sua riservatezza è anche la sua inesauribilità. La parola della poesia non vuole arrivare al lettore, il suo problema non è di arrivare ma di ‘andare’, confrontare la sua mezza oscurità con la mezza luce che ci può dare.

2.

In fondo una parola che non scivola via per quale ragione ci dovrebbe prendere? Una parola che non si abbrevia, che non si banalizza, una parola vera e propria, con tutto il peso di secoli del dire, del detto, che emerge da quel deposito in cui il banale è imbarazzante…Viceversa sentirsi profondamente e continuamente imbarazzati per le parole che vengono dette oggi e scritte, che vengono urlate, come se fossero vere, come se fossero parole…

3.

L’ascolto che una poesia richiede, se è buona poesia, è talmente intenso che viene da pensare a quanto sia difficile oggi, che non c’è tempo, si dice, neanche per ascoltarsi tra coniugi. La riduzione del telegiornale a televideo può anche essere giustificata dalla scelta per l’essenzialità della notizia a fronte dello spettacolino mascherato da notiziario, ma nel dialogo umano non si può essere essenziali, qui vige il dominio della pausa, del tono, della capacità di tollerare il silenzio e la differenza. Dunque, come spesso succede, non si comincia neanche e si sostituisce alla realtà della relazione, l’abitudinarietà della procedura, quella che per lo più appare come normalità. Questa forma di opacità che accompagna i gesti si potrebbe considerare come la radicale assenza di poesia (non l’atteggiamento pratico, dal momento che la poesia è essenzialmente una pratica, di vita).

 

 

 

La dittatura mondiale

Uno che è abituato a pensare se stesso attraverso le immagini dell’arte non pecca di sublimazione più di chi mente su se stesso attraverso immagini apparentemente più oggettive e socialmente premiate, come la carriera –quando è possibile-, il conto in banca –quando c’è-, l’automobile –se è nuova e funziona-, la casa, la posizione... La menzogna su se stessi copre di obiettivi e di racconti , copre di senso, di storia, il grande vuoto che si spalanca quando bisogna giustificare una vita che sin dall’inizio viene prescritta rigidamente…Da questo punto di vista, ancora sottile, non ancora abbastanza grossolano, la dittatura mondiale che sta stringendo nella morsa il pianeta, sollecita i sudditi ad intenso e stressante collaborazionismo. Le difficoltà ci sono ma a queste bisogna aggiungere il costo psichico e antropologico di una menzogna senza piacere. Ed è già un eufemismo…

 

Merende

Per un giovane può accadere che, anche se questo non è proprio il migliore dei mondi possibili, comunque questo mondo può apparirgli come suscettibile di trasformazione a breve, o almeno, che per lui o lei sarà possibile tra non molto una certa soddisfazione di starci, nel mondo: sono cose diverse, ma sembrano sulla stessa linea, quella dell’ottimismo o del pessimismo. Si fa confusione, insomma, per pura vitalità, tra una speranza personale e una collettiva. Oggi accade sempre meno questo e perciò si dice – come i vecchi hanno sempre detto dai tempi antichi- che ‘non ci sono più ideali  ‘. Il fatto è che la speranza collettiva è sempre una speranza personale, un fantasma che in alcuni momenti della vita o della storia, sembra prendere corpo, nonostante il suo decadere in istituzione, pericolo massimo per ogni slancio vitalista. La burocratizzazione della speranza la uccide, l’espansione dell’ignoto si rattrappisce in manierismo, un ‘centro sociale ‘ non è più né centro (di che?) né sociale (per chi?)…Si parla allora di impresa sociale   che tradotto vuol dire: come si può salvare capre e cavoli? Il fantasma individuale aleggia e si confonde, urta, ancorché inconsistente, con la realtà degli altri, cioè con i fantasmi altrui più i bisogni elementari di sopravvivenza, concretissimi e male integrati con il resto… E sono cavoli a merenda…

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lunedì, marzo 01, 2004

E’ così se mi pare

E’ difficile essere ciò che si dice o si pensa, soprattutto se a testimoniare di questa eventualità è la prospettiva di un altro che inevitabilmente sovrappone ciò che dice alla nostra parola e ciò che è al nostro essere: è un groviglio da cui non si esce, quello della coerenza: manca il metro. E in mancanza di una misura comune, ognuno è lasciato a se stesso, alla sua sensibilità per la contraddizione o alla sua veggenza, forse. E se venisse in soccorso un criterio empirico, del tipo: la coerenza è testimoniata dal benessere, la contraddizione dal malessere? E no, anche qui: c’è gente che sta bene (fin che dura) proprio perché mente a se stessa…E allora? Allora niente.

 

 

Vivo in orbita

Dunque, come in un romanzo, credo di Gibson, sono in orbita, vivo nella mia stazione, a centomila chilometri dalla terra. Talvolta atterro, m’infilo in un’affollata birreria, tiro tardi, dico parole, raccolgo sguardi; i metropolitani mostrano sé, finalmente rallentati, desiderosi, per qualche ora, di rilassarsi, di giocare, di essere umani. Mi sveglio presto al mattino per andare a lavorare e per quasi tutto il tempo desidero tornare in orbita, riprendere dopo qualche ora il bus che mi riporta alla mia felicità in assenza di gravità e in presenza dei miei cari, cioè della mia donna e dei miei figli. E come tutti gli orbitanti ho attaccato alle pareti del mio alloggio dei grandi poster della Terra e della Città, Terra e Città come erano prima, prima dell’occupazione del nemico, prima dell’implosione dello spazio pubblico, prima, insomma, del Grande Esodo…

 

 

Orbitante,1.

Dall’orbita non è che le cose non si vedono, vi sono satelliti la cui capacità di risoluzione fotografica è impressionante: le cose si vedono e si possono anche ascoltare…Solo che in mezzo c’è il vuoto e poi l’atmosfera, più o meno inquinata, più o meno bucata…E poi per rivedere le stesse cose c’è una lunga pausa, bisogna fare di nuovo tutto il giro.

Come orbitante, in realtà, la terra mi incuriosisce poco: quando chi ci circonda è un numero discreto di esseri umani ogni genericità è impossibile. Così i discorsi degli altri o anche i propri, discorsi fluenti e interrotti, discorsi terrestri, d’occasione, sembrano strani e inutili.

 

Orbitante,2.

Ogni orbitante, come ogni terrestre, ha le sue fissazioni. La differenza  sta forse nel fatto che un orbitante ha tanto spazio intorno da sentire in modo inequivocabile una fissazione come tale. I terrestri, invece, possono confondere le acque, scambiare delle ossessioni per delle finalità edificanti, fare di tutto, o quasi, un nulla.

 

Orbitante,3.

Quando c’è festa qui, in orbita, la stazione è tutta illuminata e la navicella gira più veloce sul suo asse. Da fuori non si sente nulla, ma dentro c’è musica e risate di amici che hanno voglia di mescolarsi e di sentirsi simili. Poi quando tutto finisce e le luci si spengono le differenze tornano a sentirsi nella rigidità che precede la partenza. Se anche giù, sulla Terra, si facesse esperienza di questi distacchi (non tanto la distanza quanto il vuoto che separa) le feste forse non smorirebbero nel sonno e nella voglia di tornarsene a casa ma finirebbero davvero, punto luminoso tra un vuoto e un altro, differenza netta per un attimo sospesa.

 

Orbitante,4.

Se ce lo avessero detto che la piena maturità non sarebbe stata il culmine dell’integrazione…Dall’orbita sperimentiamo lo stesso sguardo adolescente che vedeva il mondo nel suo insieme, terre ed acqua, acqua e terre, e una lenta danza che si arrotola su se stessa…

 

 

 

 

Trash come orizzonte globale degli eventi

Alleggerimento dello spessore e della memoria di scrittura potrebbero caratterizzare in parte la più recente poesia, mentre lo scarto con ‘prima’ potrebbe risultare proprio da questo elemento postculturale. Cosa sarebbe accaduto? Un turbine devastante nella seconda metà degli anni ’90? In fondo le date coincidono con la maturazione della decisione di mollare tutto e sistemarsi in orbita, limitando quasi a zero il traffico terrestre, con l’occupazione e l’avvio del collaborazionismo… Oppure la devastazione è arrivata dal costume, dal trash come orizzonte globale degli eventi…Questa leggerezza smemorata postculturale nascerebbe dunque dalla resa alla mondezza, al trash, matrice pienamente matura da noi nei ’90, come il pop nei ’60? Scritture vissute come scarti non di altre scritture ma del processo di consumo di massa, mediatico, logorroico, bulimico: è il personaggio di Giorgio Gaber, ‘l’Obeso’…Proliferazione di dettagli, di marche, di nomi propri, di idiosincrasie che restano tali….

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