La terza rivoluzione industriale letta in poesia
La terza rivoluzione industriale letta in poesia
Il rigore del bere
Il non-collaborazionista evita di fare discorsi intorno ai gesti. Al limite, fa un discorso che ha la caratteristica di un gesto. Ha misurato, lui, la lunghezza della vita e si comporta di conseguenza: i tempi corrono troppo velocemente, i costumi mutano di quinquennio in quinquennio: il paesaggio della storia non è affidabile, e, in fondo, non è neanche interessante. Certo, vale la pena di accogliere l’invito dell’amico a fare insieme questo o quello: il modo come farà questo o quello sarà un modo di condividere qualcosa con l’amico, come cenare insieme, o bere. Il rigore che queste cose , apparentemente informali, richiedono, sul piano della franchezza e dell’onestà, è già una garanzia.
La storia annoia
Soffrire per come vanno le cose nel mondo appare già una sorpassata passione romantica. In realtà lo spettacolo che di sé la storia sta dando, consumato intero l’orrore, se fosse poi possibile, è incredibilmente noioso. Accade di tutto, veramente di tutto. Eppure è come se non accadesse nulla. Questo effetto lo si deve anche alla retorica nullificante che accompagna il racconto che la storia offre di sé: è già, come qualsiasi effetto retorico, un effetto di potere, è già potere che produce disinteresse e indifferenza.
Blogger come eremita.
Scrivere per
Tono.
Il tono della voce è tutto: perfino nel caso di testi scritti si riesce ad avvertire il tono. Innanzitutto la distinzione tra ciò che si dice e la relativa motivazione: il tono smaschera, illumina, rivela…Uno che parla dicendo, al di là di quello che dice, solo ‘aiuto’, oppure ‘sono il migliore ’, oppure ‘adesso vi faccio vedere io ‘, può anche, in superficie, parlare dell’argomento più astratto e oggettivo, quel che salta all’orecchio interno, è comunque il tono, quella inevitabile miseria che segue all’incapacità di accettare con umiltà, rispettivamente, il bisogno, l’incertezza sul proprio valore, la frustrazione…Le lamentazioni frequenti per le risse in diretta televisiva dovrebbero cessare: quale migliore rivelazione e insegnamento potrebbe venire su chi parla, quali migliori occasioni per imbattersi nella verità e varietà dei toni? Discorso opposto per dispute dotte sul calcio: qui il tono, costumatissimo, è come una fitta vegetazione di foglie di fico…Si tratta di discorsi oggettivi, tecnici, accurati dal punto di vista analitico…Come dire: queste sono cose serie, mica politica?
L’amico che , quasi dieci anni dopo, ti invita a riprendere l’impresa interrotta, fa sorridere di autocompiacimento: si è spesso ben disposti a ‘ salvare ’ le azioni del passato, conservando selettivamente di esse, una memoria dell’entusiasmo. Ma le cose andarono diversamente e si sa. E il presente non può peccare di giovanilismo. Un non- collaborazionista è uno che non cede neanche alle lusinghe del suo passato. Le azioni sono quelle che sono. Il resto è il di più che uno ci mette perché non riesce ad ammettere, talvolta, la loro insufficienza, se non la loro inaninità. Nel Paese occupato, un’azione culturale risulta grottesca, un’azione tout-court è possibile, pur che sia rigorosamente iscritta in un’economia di gesti quotidiani, di umori, di vicinanza, di attimi come fiori.
Il non-collaborazionista limita al massimo la pretesa di efficacia delle sue azioni. E’ una precauzione soggettiva, dal momento che qualunque atteggiamento personale non modificherebbe la realtà del potere di fatto. Ma è importante per la sua quotidianità: gli evita la cecità per il vicino e gli lascia le giuste proporzioni per guardare il lontano. Nel Paese occupato qualsiasi progetto che voglia interagire con i mezzi di informazione di massa è ipso facto collaborazionista. E’ questa una posizione assoluta, rigida, ma non fa piacere, si creda, assumerla. E ciò, non per la natura degradata dei media, quanto per la sua causa: la natura degradata dello ‘spazio pubblico ‘ : situazione epocale, possibile esito, in condizioni di arretratezza, della globalizzazione del privilegio.
Sergio La Chiusa
da “Il superfluo”
***
sbandando sbattendo contro vetro
ali forsennate mentecatti fuori binario
o devoti al rito ruotano animaletti ronzanti:
chi sempre sugli stessi passi ritorna
chi cambia rotta desiderando o fuggendo
tu - invece - i gomiti piantati sul tavolo
gli occhi ciechi - punti questo mondo
chiuso - labirinto di frontiere trasparenti:
come sfamare idee di libertà se dalla
cella di cristallo sbirci solo destini in gusci
di noce o set di famiglie inscatolate a strati?
è un bel vivere - senza parole
sprecate - in quest’ampolla di vetro
dove il riflesso si confonde con la trasparenza
un sasso tra le dita solletica un delitto
(il vetro è fragile - ti dici - fragile)
***
stamani sulla balaustra escrementi di colombi:
scaglia corrucciato l’occhio al cielo, cerca un colpevole
e subito s’incaglia (è il vicolo cieco dei perdenti
il circolo dei cani che s’addentano le code)
solo silenzio infatti precipita dall’aria, o sbatacchiare
di battipanni a mezz’altezza o martelli pneumatici
che crivellano le strade - estraneità insomma
(nulla da acquistare e da rivendere - nulla)
***
rovista l’occhio rovesciato
su questo spazio privato
di rovina: un paesaggio
lunare il tavolo tarlato
o non visibile (senz’orli)
questa serra di memorie
dove torsoli e gusci e
noccioli oscillano ai refoli
ma resistono alla lusinga
della finestra al ventaglio
del possibile resistono
residui attaccaticci
tra i denti uno sbadiglio
inciampa sugli scarti:
vita stanca ridotta ad un gheriglio
***
solo alle lucertole ricresce la coda:
a noi - animali da salotto - benché mutilati per difesa
non resta che un ritratto
irriverente a farci compagnia
un quadro di famiglia
una bottiglia da svuotare
e questa manciata di ricordi
ad osteggiare il vuoto martellante dello schermo
(come se la nostra abbondanza non bastasse a svuotarci)
***
digiunare o affilare un coltello da cucina?
(il martello - lo sa bene - da anni picchia
nel cervello un chiodo che non s’inchioda
e la tenaglia da anni tira tira e non schioda il tarlo)
scintilla la lama sporca di sugo scintilla e abbaglia
da “Tapis roulant”
***
non è nostro il movimento
questo transito di tronchi il traballio
dei muscoli il tramestio del branco
il viaggio che torchia il vento in faccia
è lo stridio delle rotaie
il copertone che trita strada e sputa fumo
a portarci a spasso invetriati nell’ampolla
embrioni e reliquie su tapis roulant
***
in questa covata di gemelli
qualcuno sbircia da straniero
il saliscendi del bestiame
il viavai d’agnelli al mattatoio
il carico di musi incattiviti
le mattane mattutine
gli occhi fiacchi raccolti dalle sacche
nel vagone che porta alla mattanza
gonfiati come tonni
pressati gli uni contro gli altri
scendiamo a patti per tappare buchi d’aria
***
presenza esotica il silenzio
imbrigliato in questo caos
quasi un quadro metafisico
il sogno di un De Chirico
questo viaggio tra cantieri
dietro lamine di ghiaccio
inchioda gli occhi al vetro
il lavorante insegue le sue orme
in branco e si fa strada il tram
strepita sferraglia il nostro
mostro urbano raglia intossicato
- e dentro
pacifiche milizie nascondono
il naso nelle pagine raspano
squame al sonno saldati
ad un’asta di metallo
ad un ricordo scardinato
non si cercano neppure i lavoranti
la curiosità appartiene ad altra
specie - a specie viva e ancora
in forze - o al malato d’astinenza
che punta e punta seni e cosce
con un bel sogno a fior di labbra
da “L’occhio della gazza”
(dedicato a Pieter Bruegel il Vecchio)
La caduta dei ciechi
chi l’avrebbe detto che quell’inciampo
quella caduta del primo della fila
sarebbe stata per tutti una rovina:
abbiamo sentito l’abisso a uno a uno squarciarsi
sotto i piedi la spalla amica cedere sotto la mano
e il cielo e la chiesa e la campagna ferme nel silenzio
prima e dopo il precipizio
non badano alla frana dei corpi disarticolati
come noi neppure immaginiamo l’orrore delle uova
sgusciate che ci hanno ficcato al posto degli occhi
- non dovevamo fidarci di quella guida
cieca come noi solo più sicura presuntuosa -
La salita al calvario
chi di noi vedeva
che il cielo s’addensava sopra il Golgota
che i corvi andavano volteggiando sulle croci
non eravamo che un’unica massa di gitanti
era il vento o cos’altro a sbalzarci a sballottarci
come mille pagliuzze cartacce su su
che il sangue del giustiziato è miele per le api
così andavamo in tanti giocando azzuffandoci
come a una fiera di paese
e in mezzo - invisibile - un Cristo in miniatura
tra i tanti Cristi in miniatura
chi lo vedeva chi
il crocifisso dipinto e ridipinto e scolpito
e appeso su tutti i muri delle scuole se a volo
d’uccello non c’è primo piano e non c’è sfondo
Sergio La Chiusa
Marco Giovenale
http://slow-forward.splinder.it
Lo specchio piegato
[ in dialogo con L’intenzione realistica, di Biagio Cepollaro,
post del 1 settembre 2003 su http://www.cepollaro.splinder.it ]
Una riflessione, acuta, fatta più volte da Francesca Vitale (che è fotografa e artista ma anche critica d’arte) è la seguente: se è vero che per l’èra della fotografia una serie di punti nodali di indagine e ‘definizione’ è quella tracciata da Benjamin nel saggio su L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica e da Barthes ne La camera chiara, è altrettanto vero che sembra ancora largamente indeterminabile (criticamente non afferrata) l’epoca dell’immagine digitale.
Insomma: ‘manca una critica’ definit(iv)a, per l’arte digitale. Non se ne trova forse nemmeno descrizione esauriente. Il tempo che ci tocca attraversare è marcato non dalla riproducibilità quantitativa del reale, ma dalla sua manipolabilità assoluta – quantitativa e qualitativa. Una manipolabilità tanto praticata quanto invisibile (non descritta).
La mia idea, da molto tempo, è che in verità l’intera semiosfera umana vada realizzando, da prima del 1790 (anno della Critica della facoltà di giudizio), una sempre più dettagliata mappatura non del reale, bensì del (riflesso) percepire il reale.
Ossia: da secoli la conoscenza del mondo va intrecciandosi in maniera sempre più fitta con l’eco indefinita (grazie a oggetti definiti) delle stesse condizioni di possibilità della conoscenza.
Il variare di paesaggi e oggetti che l’occhio incontra e da cui è nutrito (e da cui il suo esperire ha occasione di nascita), è sempre più una freccia che indica sé. Il riflesso variare del paesaggio, in noi (percipienti), si descrive. Così: il senso che si genera da qualsiasi guardare emerge. Lottando con il non senso del nuovo che, appena emerso, non ha ancora codice (e però lo produce).
Allora si può forse dire che l’epoca della manipolabilità, o ‘del digitale’, è una ulteriore mappa (in scala vicina a 1:1) di quel variare. Tematizza in meccanismo (PhotoShop, campionatori, distorsori) quei connotati di iridescenza, inafferrabilità, che sono propri dell’esperire.
Non so se, detto questo, una ‘questione del realismo’ si possa porre, in arte o in qualsiasi altra sede. A ben guardare sembra che tutto il Novecento (e non solo quello) ci trasmetta con chiarezza una cosa: il carattere enigmatico e non prevedibile dell’oggetto estetico.
Una scrittura «che non punti all’effetto di realtà» è forse plausibilmente in linea con i codici appena descritti. Con il mutare (low-definition, o high) del movimento di aggiustamento della visione. Produrre oscillazione di visione tra “fuori fuoco” e “a fuoco” significa piegare lo specchio su sé: precisamente sull’impredicabilità del suo essere.
18 gennaio 2004
Giorgio Mascitelli
IL MANIFESTO PIU’ BREVE DEL MONDO
Il presente manifesto consta di punti programmatici uno e pertanto può ambire con legittime aspirazioni di successo all’ambito titolo di MANIFESTO + BREVE DEL MONDO. Essi punti programmatici recitano così:
Oggi una Monna Lisa cyberpunk è più bella di un automobile lanciato in folle corsa che è più bello di una Vittoria di Samotracia che è più bella di una Monna Lisa cyberpunk. E puoi capire che il gioco va avanti sempre così.
Chiose al manifesto più breve del mondo
Ora prendiamo tre personaggi emblematici del nostro tempo & della nostra società, tre personaggi dei quali un qualsivoglia quarto personaggio non emblematico possa dire “Caspita! Questi personaggi sono veramente il prodotto di un’epoca e di una società che rappresentano con tipicità tale, che anche il più tipico formaggio di una regione a forte vocazione tipologica sembrerà l’eccezione straordinaria, mostro d’un gongorismo caseario, e frutto dell’eccentrica fantasia di uno e uno solo”. Prendiamo tre personaggi tipici, diciamo un elettrauto, una commessa con contratto a tempo determinato di un’erboristeria, un estensore di manifesti artistici. Si supponga che per motivi loro, o magari anche per necessità, tutti e tre vogliano cimentarsi con il succitato gioco di cui al punto uno del presente manifesto. Posto di fronte al punto uno del presente manifesto, l’elettrauto dirà “Viva l’automobile, abbasso la Vittoria di Samotracia”, ma se resta fuori uno dei tre elementi è un altro gioco; posta di fronte al punto uno del presente manifesto, la commessa dirà “Viva tutti e tre, purché li si accompagni con la rispettiva adeguata tisana”, quindi van bene tutti e tre; posto di fronte o anche di profilo al punto uno del presente manifesto, l’estensore di manifesti artistici dirà “Abbasso tutti e tre”, ma se tutti e tre fanno schifo, possiamo giocare con tutti e tre, che è un po’ come dire che vanno bene tutti e tre. E qui sorge spontaneo dall’animo di tutti uno stringente interrogativo:
Che fare?
Io, per esempio, quando il pensier mio s’avventura su questi erti sentieri, mi mangio una sugosa pesca, se la stagione lo consente, o mi gratto il naso, e questo la stagione lo consente sempre. Ma naturalmente queste sono divagazioni, fanfaluche da somarelli, perché mangiarsi una sugosa pesca o grattarsi il naso, lo si può fare anche ponendosi altri interrogativi come “Ho pagato la bolletta della luce?”, “La tale ama me o quell’altro?”, “I processi di finanziarizzazione del capitale sono un mascheramento della caduta tendenziale del saggio di profitto oppure costituiscono una nuova forma di produzione del profitto connessa con la messa al lavoro di un qualche intelletto generale?”.
Tutte queste sono domande assai interessanti, che più o meno tutti ci siamo posti, ma qui la domanda è un’altra, quindi la risposta sarà un’altra. Occorre riflettere. Ora io rifletto per un certo tempo e la situazione si fa seccante perché ogni risposta che trovo ha un suo punto debole, non è una risposta.
E in casi del genere è bene aprire una parentesi.
Una sera ribolle sui miei fornelli un succulento intingolo che ho preparato con mille cure, con cui condirò i maccheroni concedendomi così questa piccola festa del palato; di tanto in tanto controllo che l’acqua della pentola dei maccheroni giunga ad ebollizione, quando ciò finalmente avviene apro la credenza per prendere il sale grosso, ma con mio sommo disdoro mi accorgo di non averne più. Il problema è serio perché data l’ora più che vespertina difficilmente troverò aperto qualcosa, provo però dal tabaccaio sotto casa mia. E’ già chiuso, ma soprattutto nel distributore automatico trovo svariate marche di sigarette, due marche di preservativi e una marca di cartine, ma niente sale grosso. Eppure i tabacchi hanno la licenza per il sale. Guardo nel resto della via e c’è un bar, dove sarebbero lieti di vendermi qualsivoglia liquore o vino ma non il sale grosso, un distributore automatico di videocassette, un’edicola notturna specializzata in pubblicazioni equivoche e un servizio a domicilio di consegna della pizza. In pratica posso fumare, scopare, drogarmi, ubriacarmi, vedere un film, masturbarmi o farmi servire una pizza, ma non cucinarmi la pasta. Resto per un attimo interdetto perché quando ero piccolo e in via Gluck c’era ancora l’erba, intesa come quella dei prati, mi avevano dato ad intendere che cucinarsi la pasta fosse un’attività più immediata di quelle citate sopra. Ma poi capisco di trovarmi in mezzo al regno del desiderio, o quanto meno in una sua filiale un po’ scalcinata, e si sa che nulla è più socialmente codificato del desiderio. Torno a casa a mangiare la pasta insipida. E qui si chiude la parentesi.
Ogni Vittoria di Samotracia, ogni automobile lanciato in folle corsa, ogni Monna Lisa cyberpunk che non si adegua alla regola di quella sorta di morra cinese di cui al punto uno del presente manifesto è destinato ad avere lo stesso grado di esistenza nel regno del desiderio del sale grosso dopo le otto di sera. E ciò per il semplice motivo che siccome nel regno del desiderio si può avere tutto, ciò che non si può avere non esiste.
Di fronte a questa constatazione, se uno se la prende a cuore, perché uno può anche non prendersela a cuore, ma questa è competenza di un’altra amministrazione, l’importante è non abbattersi. Se uno si abbatte, poi è peggio perché si lamenta anche di cose di cui dovrebbe rallegrarsi o che non c’entrano nulla. Esistono svariati esercizi mentali e fisici per non abbattersi, per esempio condurre una vita sana e all’aria aperta. Io diffido dell’abbattimento almeno tanto quanto dell’euforia. Non è questione del disporsi con coraggio e forza nelle situazioni difficili e di ripiegare tu stesso le vele quando il vento è troppo favorevole, come dice quel tale latino. E’ questione di riconoscere che se io mi do un certo tempo per attendere qualcosa, e il tempo scade e la cosa non è successa, io mi abbatto, ma quella scadenza non ha nulla di oggettivo: io magari grido “Ah realtà canaglia”, ma quella scadenza, spesso senza accorgermene, me la sono inventata io. D’altronde ogni momento è quello giusto, come affermano seppur in diversa guisa sia la pubblicità del caffè sia qualche teologo ateo. Noi non possiamo sapere di nulla quanto durerà, dunque neanche del gioco di cui al punto uno del presente manifesto.
A questo punto, avendo resistito all’abbattimento, si può dare corso a un piano satanico. Il piano satanico consiste precisamente nel fare le cose che ci sembra giusto fare non curandoci se rientrano nel gioco di cui al punto uno del presente manifesto. Ma per attuare questo proposito occorre assumersi l’idea che, così come non sappiamo nulla della durata di qualsiasi cosa, non possiamo nemmeno dire se le cose fatte da noi saranno utili o meno, non lo possiamo sapere. Io posso solo impegnarmi. Mi piacerebbe poter dire il contrario, ma questo è un fardello pesantissimo, anzi è il Grande Fardello. Tra tutti quelli che da un sacco di anni sono leggeri, saltano, zompano, danzano, è spiacevole fare la parte di quello che ha un peso sullo stomaco o un cerchio alla testa o qualcosa di ingombrante nelle tasche. L’unica consolazione è che assumo questo fardello non per una missione millenaria o in nome e conto di qualcun altro ( e ciò in ragione della sua stessa natura), ma perché l’ho scelto io per un mio modo di essere o perché ho tanto tempo libero. Insomma questo fardello non è un dovere.
Così opportunamente affardellati, si va per forza lentamente e ciò porta allo sviluppo della pazienza non come virtù teleologale, ma come atteggiamento eminentemente pratico. Questo significa che vado lento non perché c’è qualche esecrabile essere che va veloce, ma perché il passo per me utile o possibile è questo. Io non mi identifico come lento in opposizione a qualcuno veloce, sono lento e basta.
Forse tutto ciò potrebbe contribuire al mantenimento di una certa autonomia e addirittura rappresentare, ma non è affatto detto, una sorta di insubordinazione allo stato di cose presenti. E comunque sempre entro certi limiti
Chiosa alle chiose
Mi accorgo di aver parlato nelle chiose a questo manifesto di abbattimento, quando tutti i manifesti che si rispettano hanno sempre parlato di entusiasmo, e di aver in fondo esortato alla pazienza, quando tutti i manifesti che si rispettano hanno sempre parlato di impazienza: è come se avessi occupato i tre quarti di un elogio dei salumi trattando dei rischi del colesterolo. Evidentemente non tutte le ciambelle riescono col buco.
Giorgio Mascitelli