Karma
Quando e se rifluisce nel presente il passato, la trasformazione è irreversibile: vorremmo che le cose, dopo la confusione tornassero a posto, e invece, non c’è più posto per quelle cose, o almeno, nel modo in cui erano prima disposte. Ma resta il problema di come trattare il passato: abbiamo impiegato quasi tutta la vita ad arginare l’onda d’urto della catastrofe (chi lo direbbe, oggi, che vi furono effettivamente delle catastrofi?), che tornare lì è difficile, se non nei sogni. Eppure quel senso d’impotenza disperata che ci prese, in questo o quel passaggio, non sono stati superati solo perché siamo ad essi sopravvissuti: semplicemente ci siamo incistati in essi, come crescendo a partire da un’infiammazione del tessuto. Ora il tessuto, ancorché invecchiato, vuole guarire e ritrova nel proprio corpo i calchi delle deformazioni, gli spazi vuoti che non furono altrimenti riempiti. Improvvisa, in un pomeriggio qualsiasi, ti prende un’angoscia che risale il vuoto lasciato da queste cisti ormai callose e tu non sai che fare, non ti riesce più incolpare qualcuno o qualcosa, coniugando al presente ciò che al presente non appartiene. Dovremmo chiedere comprensione, dovremmo far la pace con noi stessi, non per ciò che siamo, ma per ciò che fummo, per l’inerzia poderosa delle risposte sbagliate date tanto tempo fa...Forse anche questo vuol dire Karma...Coesistere con la stratificazione temporale di questi flussi inerziali e sperare che i nuovi flussi siano abbastanza vivi da rifluire all’indietro, in quei vuoti callosi...
Non mi parlò per tre anni
E’ miracolosa la sintesi di saggezza racchiusa in poche parole, come accade nei (pochissimi) testi classici taoisti. L’apparenza concettuale e linguistica di ciò che viene letto illude, però, del tutto: il circolo delle parole (o delle immagini) a cui noi siamo abituati nella nostra semiosfera, ci separa in modo irrimediabile dal senso espresso, da quella allusione vitale...Siamo tagliati fuori dall’inizio: per noi capire spesso è incamerare un’informazione, mentre invece qui si tratta di gesti concreti e della loro consistenza temporale: una parola, una vita...Dunque al massimo si tratta di fiutare cosa sarebbe la vita al di là della semiosfera, si tratta di stare per un attimo sul confine di essa...E’ già tanto per un civiltà che ha estroflesso i sogni e ne ha fatto paesaggio pubblicitario, addomesticata alienazione, anestesia della percezione, immaginare per se stessa un confine, un limite...
Insieme
Nella seconda parte della vita, diminuendo l’interesse, talvolta, per le opere esteriori, si apre uno spazio vuoto, un intervallo, una sospensione, una mancanza, prima riempite puntualmente e compulsivamente dal darsi da fare e ora occhieggianti sorprese dai bordi di una noia che non è affatto noia ma piuttosto spaesamento. E dunque: tutte quelle opere furono fatte anche per riempire quei vuoti? Vuoti che restano inalterati dal tempo e dalle opere, inossidabili, identici a quelli dell’adolescenza...Aver vissuto per qualcosa, ora appare una follia. Ora appare molto più sensato aver vissuto con qualcosa o con qualcuno. Non si trattava, insomma, di arrivare da qualche parte, ma di fare la strada insieme.




