venerdì, gennaio 30, 2004

Karma

Quando e se rifluisce nel presente il passato, la trasformazione è irreversibile: vorremmo che le cose, dopo la confusione tornassero a posto, e invece, non c’è più posto per quelle cose, o almeno, nel modo in cui erano prima disposte. Ma resta il problema di come trattare il passato: abbiamo impiegato quasi tutta la vita ad arginare l’onda d’urto della catastrofe (chi lo direbbe, oggi, che vi furono effettivamente delle catastrofi?), che tornare lì è difficile, se non nei sogni. Eppure quel senso d’impotenza disperata che ci prese, in questo o quel passaggio, non sono stati superati solo perché siamo ad essi sopravvissuti: semplicemente ci siamo incistati in essi, come crescendo a partire da un’infiammazione del tessuto. Ora il tessuto, ancorché invecchiato, vuole guarire e ritrova nel proprio corpo i calchi delle deformazioni, gli spazi vuoti che non furono altrimenti riempiti. Improvvisa, in un pomeriggio qualsiasi, ti prende un’angoscia che risale il vuoto lasciato da queste cisti ormai callose e tu non sai che fare, non ti riesce più incolpare qualcuno o qualcosa, coniugando al presente ciò che al presente non appartiene. Dovremmo chiedere comprensione, dovremmo far la pace con noi stessi, non per ciò che siamo, ma per ciò che fummo, per l’inerzia poderosa delle risposte sbagliate date tanto tempo fa...Forse anche questo vuol dire Karma...Coesistere con la stratificazione temporale di questi flussi inerziali e sperare che i nuovi flussi siano abbastanza vivi da rifluire all’indietro, in quei vuoti callosi...

 

Non mi parlò per tre anni

E’ miracolosa la sintesi di saggezza racchiusa in poche parole, come accade nei (pochissimi) testi classici taoisti. L’apparenza concettuale e linguistica di ciò che viene letto illude, però, del tutto: il circolo delle parole (o delle immagini) a cui noi siamo abituati nella nostra semiosfera, ci separa in modo irrimediabile dal senso espresso, da quella allusione vitale...Siamo tagliati fuori dall’inizio: per noi capire spesso è incamerare un’informazione, mentre invece qui si tratta di gesti concreti e della loro consistenza temporale: una parola, una vita...Dunque al massimo si tratta di fiutare cosa sarebbe la vita al di là della semiosfera, si tratta di stare per un attimo sul confine di essa...E’ già tanto per un civiltà che ha estroflesso i sogni e ne ha fatto paesaggio pubblicitario, addomesticata alienazione, anestesia della percezione, immaginare per se stessa un confine, un limite...

 

 

Insieme

Nella seconda parte della vita, diminuendo l’interesse, talvolta, per le opere esteriori, si apre uno spazio vuoto, un intervallo, una sospensione, una mancanza, prima riempite puntualmente e compulsivamente dal darsi da fare e ora occhieggianti sorprese dai bordi di una noia che non è affatto noia ma piuttosto spaesamento. E dunque: tutte quelle opere furono fatte anche per riempire quei vuoti? Vuoti che restano inalterati dal tempo e dalle opere, inossidabili, identici a quelli dell’adolescenza...Aver vissuto per qualcosa, ora appare una follia. Ora appare molto più sensato aver vissuto con qualcosa o con qualcuno. Non si trattava, insomma, di arrivare da qualche parte, ma di fare la strada insieme.

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sabato, gennaio 24, 2004

Cambiare

Si può forse ‘ cambiare ’ in modo impercettibile negli anni con l’esaurirsi dei motivi che ci hanno mosso alle azioni, si può invece ‘ cambiare ’ per successivi traumi di variabile intensità. L’abitudine a ricostruire le storie a partire dagli eventi esterni fa torto, in ogni caso, alle correnti sotterranee che di erosione in erosione ci hanno mutati, con annessi crolli locali, smottamenti, variazione dei fondali e delle direzioni delle correnti. Probabilmente gli eventi si sono strutturati nell’esperienza proprio a partire da quei movimenti sotterranei e il presunto trauma è il punto d’incontro di questo divenire apparentemente bipartito, in realtà unico, solo che per metà poco consapevole, o per nulla.

Certo è, che al punto d’incontro tra il sopra e il sotto, tra il dentro e il fuori, ci si sente letteralmente spaesati, non vi è più una storia che ci contiene.

 

Correnti.

Cosa fare della nostra rabbia antica, dell’infanzia, dell’adolescenza? Quasi è diventata irriconoscibile dietro le nostre facce mature, indurite dalla necessità e dalla responsabilità, addirittura talvolta sorridenti come può essere un sorriso sempre ’relativo’, cioè sempre a metà. Forse queste rabbie, come gorgoglianti correnti dal fondo, riemergono, nel bel mezzo di una serata, come inspiegabile irritazione...E ci si può sentire a proprio agio nell’attribuire immediatamente questa irritazione a chi o a cosa ci è più vicino. Ma questo moltiplica la confusione anche se offre un pretesto di scarica per la rabbia. La corrente antica in realtà ci vuole portare indietro, nei luoghi mai più frequentati, da cui proviene.

 

Zombie.

Al non-collaborazionista non appare più il suo Paese, occupato dallo straniero e irriconoscibile, ma solo di volta in volta appaiono delle persone concrete. Anche la lingua non è più la stessa, e i riferimenti delle parole suonano misteriose. Le persone che incontra, invece, sono quelle di sempre: bisogni elementari, tensioni, fatica, voglia di alleggerirsi, divertirsi. Queste persone concrete, insieme, non fanno una società. Quest’ ultima è in mano ai collaborazionisti che si muovono su di un altro piano: non vanno per strada e non s’incontrano per strada. O solcano i cieli, o si rintanano dietro i cancelli di uffici e ville, o sono in vacanza, all’estero. Intanto aumentano i vigilantes a difesa fino a che, si spera, la difesa sarà impossibile: è l’incubo testimoniato dai film di zombie, il ritorno del rimosso, i conti da pagare per la disuguaglianza sociale.

 

Concretezza

Quando s’incontrano delle persone, s’incontrano sempre delle persone concrete. Eppure per lo più questa concretezza sfugge, figure che si muovono nel variare delle scene. A questa percezione abitua il ritmo della metropoli...Purtroppo è la propria evanescenza, a proiettarsi su queste scene: la mancata o precaria consapevolezza di ciò può anche essere all’origine di un pensare astratto, duro, che non appartiene a niente e a nessuno, che non essendo concreto, non può che essere pensiero di potere, unilaterale.

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lunedì, gennaio 12, 2004

L’intimità nell’Ombra

L’importanza che da un paio di decenni si sta dando alla dimensione ‘immaginale’ della psiche, apparentemente si spiegherebbe come una filiazione di Jung, in realtà potrebbe dipendere dall’enorme peso economico che le immagini hanno assunto nella comunicazione sociale e nella socializzazione dei ruoli. Abbiamo, insomma, interpretato le grandi immagini archetipiche del mondo pagano, nei modi della nostra attuale società mediatica, abbiamo fatto del politeismo (della ricchezza della psiche greco-latina) la costruzione del nostro immaginario intrinsecamente pornografico. E ciò sembrerebbe confermato da ricerche sull’immaginario e la pratica della maschilità di questi ultimi decenni in occidente. Nessuno esente, data la portata antropologica del fenomeno. La difficoltà a far crescere l’intimità tra uomini e donne e l’inevitabile mancanza che questa comporta, diventano così un campo di ricerca esistenziale importante. Si sarebbe costretti allora a convivere con questo slittamento continuo tra un immaginario socialmente programmato e uno strettamente privato, risucchiato, questo si, dall’Ombra.

E invece.

Si dice che l’impossibilità di vivere uno ‘spazio pubblico’ spinga la simbolizzazione culturale ad una sorta di introversione: individualismo, esplorazioni private, racconti che coprono lo spazio di una sola vita o, al limite, di due vite, di una coppia, di un intreccio osservato da vicino e intensamente interrogato e attraversato. In questi casi , lungi dal sentirlo riduttivo ripiegamento, ciò che si esperisce appare proprio una ricchezza...E questa ricchezza ha di fronte, sullo sfondo, il cicaleccio della tv, della strada, della radio, del...non si sa più cosa, non si sa più chi....E non importa più.

 

Politico-somatica

La dissoluzione della cultura italiana non è avvenuta in un colpo: vi erano prepotenti segni già alla metà degli anni ’80. Ciò che oggi fa la differenza è la perdita della misura, del residuo scrupolo, del gusto accettabile. E’ anche questo il caso italiano: stato giovane, dal liberalismo fragile, dal fascismo endemico, dal comunismo a parole oppure isterico, dal cattolicesimo controriformista. Ma ora anche i cosiddetti ceti medi sono pesantemente toccati. Si sta in silenzio, l’insicurezza economica si somatizza, la speranza si fa compulsiva. Cosa prevedere? Forse l’incremento di farmaci psicoattivi... Al di là della psicosomatica: la politico-somatica...L’implosione dello ‘spazio pubblico’ fa regredire lo spazio sociale ad una sorte di sopravvivenza viscerale: nessun linguaggio, nessuna articolazione, solo spasmo, contrazione, bruciore, infiammazione...O massmediatica logorrea...

 

Il cane e lo sciopero.

Solo un’immagine: un cane stanco, col muso spalmato sull’asfalto, che solleva una palpebra di fronte allo sciopero ‘selvaggio’ dei tranvieri dell’ATM. Poi solleva l’altra palpebra, stupito e ammirato...Quel cane sorride.

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giovedì, gennaio 01, 2004

Michele Zaffarano

 

rimedi insufficienti all’intento

 

1: le carte in tavola

anche posto che per te non c’è stato mai nien
te da fare grandissimo amore che conosci tu
parli a persone non sono perfette non sai co
me sia non hai scelto il distacco qualunque es
so sia il distacco è poco ma sicuro nella vita u
n’ossessione è una cosa positiva il recupero il
capire in un lampo ti provoca impari a non pr
endertela per ciò che è successo è successo c
ercando ancora di cambiare le regole la solita
musica riesci ancora a capire il senso di amar
e un malato di amare chi morbo infectum est
con le buone le cattive non devi avere vergog
na hai scoperto che da sempre sei stata hai a
vuto una certa serenità i primi tempi non ma
ndavi giù il rospo non vorresti ma devi farlo d
ifenderti provocata hai provocato chiedendo
un po’ d’aiuto è veramente un peccato non a
pprofittare in maniera opportuna dei servizi
non dar retta alle provocazioni rovinavi in mo
menti come questi è veramente un peccato n

2: i monumenti sui margini

avrai anche descritto i tuoi vari discorsi scaric
andoli tutti per quanto tu adesso che scrivi av
rai scritto dalle pagine non è detto si riconosc
a una sola passione un’epica architettata figu
rando levigando dentro un quadro come quell

 

o avrai pure sezionato venduto impressioni vi
gorose ricavato i conti riesumato dismesso di
scusso un bel numero che sia davvero da scri
vere che poi a venirsi incontro è un conto un
bel numero da scrivere davvero da scrivere u

 

 

 

 

3: racconto prolisso

l’autentico oppure il lavoro il libro che non avr
esti mai aperto parole in forma di tratti sciocc
hezze racconti aneddoti il lavoro non ti sfiora
neanche il dubbio che il lettore finisca restan
do scoperto percorri un sentiero oppure rima
ni nell’ombra di casa non c’erano alberi il regr
esso fa parte di qualcosa come il corso di una
giornata particolare nessuna intenzione di riv
elare i fatti più intimi tu ti assenti in modo sc
oncertante parlavi di toglierti di mezzo se l’av
essi pensato davvero oppure soltanto per scri
tto per nulla per offrirti appunto astute sciocc
hezze quotidiane sarebbe durata per sempre
poi ti saresti sentita assorbire eliminare parla
ndo di te la scrittura il tempo il dubbio spesso
il lettore soprattutto gli invitati qualcosa di au
tentico da avanzare rivelano il tempo nel dub

4:

finamente lo trituri lo abbandoni fortemente
ne agiti la massa la mattina lo osservi lo filtri
precipiti ma anche da questo processo ti preo
ccupi di mitigare una corrente di prodotti me
diante i processi culturali in uso come fai per
i giorni che passano in un vaso di ferro che p

5:

le api pot pourri vaso marcio dell’arte assorbir
e dai fiori le cose che cambiano ma nulla è ca
mbiato centinaia di strati il tufo che aspetta
mentre sondi un piccolo aspetto morente il fu
oco che brilla ancora in gola è un rito lontano
ti porta lontano ti bruci le trame sottili l’argilla
sul fondo del mare la pomata assoluta gli olii
essenziali sono chiusi ma chiuso ti tieni l’elicri
so con l’anice stellato il cardano la cannella l’
incenso il fissante la radice arrossiranno sulle
tegole i mattoni sotto gli occhi del padrone d
opo qualche giorno rimane lo stanco sapore v
arrà questa pena le pene de lo inferno che pi
ù s’impregna più s’indurisce distante infelice
dopo tanto lavoro ai bambini tu mostri l’amar
o l’affanno dopo tanto lavoro ai bambini tu m

le ragazze sono più dialoganti

 

1:

non sei addormentata ti sei messa perfino in
balìa hai fatto finta non conosci preferisci ti a
ggeggi l’esterno l’interno i pistoncini superiori
ammettendo il rocchetto a ruotare il rocchett
o ruoti i pistoncini sono spinti sul basso dalle
molle indietro ti blocchi il rocchetto avanti si è
fatto è spesso di scaglie di cambi frequenti di
liquidi si vede la lotta il cilindro la carne feste
ggi traspari all’interno dei denti che spingono
lenti ora hai di che risvegliare non sono nem
meno puliti decine e decine le ipotesi tu speri
che io venga venissi dal tipo di vestaglia sgan
ciando il rocchetto sul perno di chiusura il luc
chetto si apre non sei addormentata ti sei anc
he esibita in un canto sublime hai deciso la m
eta del nostro prossimo viaggio ti lavi acqua c
alda acqua fredda aspetta ti offro ancora face
ndole uscire queste gocce che ho sparse nel
cielo si trasformano in stelle e striscioni e cuci
ture buona notte serrature nel cielo si trasfor

2:

fin da quando c’era fra noi che regalo mi dici
non riesci a capire che cosa mi spieghi ora las
cia riempire il tuo cuore del piacere dell’altro i
n questi giorni che piove speriamo anche tu ti
possa riempire il tuo cuore il piacere mi dici d
obbiamo passare non vuoi abbracciare non o
ccorre urtare a destra a sinistra ti dicevo però
sono poche le offerte le mani mi permetto di
farti domande più volte anziché abbandonarti
andiamo a vedere chiariamo le sfumature sta
notte non mi hai abbracciato non so se è gius
to se è una cosa bellissima un aspetto import
ante se agisci ti viene in mente vai avanti a gi
oire continui a piangere ti viene in mente vai

 

3: follicolante stregone

passare devi passare per l’introiezione sono t
ante le note inesauste di furia puoi usare anc
he un inedito passo dimostra che è utile l’inti
mità il dolore ripari e esperienze il tragitto co
nduce a costruirti un tu eclettico a sceglierti f
ulgido esempio di luce all’uscita del tunnel pr
epari le scene di pioggia non hai più quell’esp
licita resa politica per come ti esprimi per co
me dai forma non hai più un’esplicita resa pol

 

4: ab origine

hai ereditato i modi i simboli dell’ospitalità re
citi preghiere in cui invochi protezione agli dèi
ammutolendo il dominio degli uomini agli dèi
del mondo invisibile impermeabile inaddomes
ticabile è ferrea la legge qualora tu prenda in
realtà sottrai sparpagli le battute iniziali un an
imale si muove i cani si lanciano all’inseguime
nto impazziti per l’odore della selvaggina un t
rofeo assai simile alle teste leonine immagini i
nfinite fucine di carne di tuberi eletta dimora
di cibo invisibile una caccia invisibile allora ti i
nsegna a sopravvivere dipendi da nature salv
atiche possiedi dei beni sei occasione increme
nti ricchezza significhi cosa ti esponi a pericoli
poi offri il morto nemico a una specie di num
e tutelare del tuo nuovo coraggio poi offri un 
 

 

entrare qui tra i contrasti nelle cose è cosa tr
anquilla hai pensato di fare un gioco il buon s
enso vuol dire coscienza hai infine trovato la l
uce dominum laudate le tenebre restano con
te poi apri ti fai ritrovare per prima tornassi in
dietro dovrai infine cantare vittoria cammina
non puoi più permetterti di prenderti in giro p
ortare qualcosa di buono uno specchio non tr
oppo piccolo alla luce del più debole sole ti di
fendi da uno stato più forte l’ispirazione sfum
ando verso l’alto alla tempia le luci le ombre
ancora per meglio camuffare con le dita la tra
dizione la forma che più ti piace qualcuno che
tenta di aiutarti si alza per ammonirti un regn
o non basta allora ti aiuti risuoni troverai disc
ussioni infinite rischierai di cadere da una lam
pada elettrica da un perimetro di paradiso pe
r finire tra gente dai grembi fioriti dalle veget
azioni auricolari puntualissima insomma una
buona volta puntualissima insomma una buo
 

 

 

6:

hai capito di chi parlo poi ti senti accolta spog
liata si apre lo spazio dell’illustrazione il bello i
l cattivo tempo da dietro i paraventi le ragazz
e vestite da infermiere cenerentola biancanev
e nelle camere si canta si fa anche dell’altro ti
rappresenti le pietre scartate diventano pietre
d’angolo qualcosa riacquista la qualità perdut
a composta artificiosa immobile vorresti anch
e fare il nome di questa nuova ispirazione la
battaglia solitaria sul campo si prolunga sino
al cuore all’esterno la parola a venire avvicina
di molto alle divinità delle vecchie cartoline al
pane delle vecchie cartoline per chi sta il più l
ontano possibile esotico scatta la scintilla agg
rappati soddisfa dissoda l’interstiziale periferic
o ma come persona ti fai stimolante verità pe
rché ami in fondo le pellicole le emulsioni i sal
i d’argento le bacinelle la supposta oggettività
del mezzo soprattutto nel contemplare la cop
ula divina fra due esseri fra puro impuro l’urg
enza di comunicare spaesamento sorpresa s
marrimento incantamento una via diversa di f
uga il colore le stesse cartoline di paesaggi le
bizzarre esigenze della carne nuda stampiglia
ta sul pube nudo fra sex & sushi sulla carne n

Michele Zaffarano
























































































































































































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giovedì, gennaio 01, 2004

Biagio Cepollaro

Da Lavoro da fare, in progress.

VII.

 

sembra che il cerchio di un anno

si stia chiudendo e a fatica si tira

su la rete con nuovo

pescato: è stato

come essere trascinati

dall’arpione al largo

quasi portando la barca

allo sfascio

ma non fu una decisione:

forse davvero fu la nuvola

che al punto esatto di un tempo

interiore -che sfugge-

si trasforma in pioggia

 

cosa c’è nella rete: ecco è questo

che ora va pensato e detto

o semplicemente guardato:

il grosso pesce che si dibatte

è un modo di stare al mondo

che si è rivoltato contro:

ci vuole dire abbiamo fin qui

abitato la nostra mente in un modo

che ora ci uccide, ci dice: è necessità

sgombrare la mente chè quel che appariva

amico fin qui si è rivelato terribile

nemico che oggi sappiamo finalmente

cosa sono le afflizioni

della mente

 

e come un oggetto

di piacere si rovescia

nel suo contrario

ora ci spaventa questo vuoto

come nel sogno dell’ascesa

salire senza vetro

e salendo provare fisica

la vertigine per un mondo

non riconoscibile:

tenere la mente a bada

non è questione etica

ma di salute: non esiste

una conoscenza malata

delle cose

esiste solo la malattia

che le cose rappresenta

e impone come vere

 

ma tutto questo doveva venir fuori

perché oggi avessimo nel cesto

qualcosa di nostro

da portare

e poggiare sul tappeto

rosso spiegato davanti

a noi

 

bene, ora vediamo l’intreccio

quotidiano tra l’aria che fresca

soffia nella mente e il terrore

e il desiderio che allora

non riconoscemmo, terrore

e desiderio che si mostrarono

solo nell’inganno e nel travestimento

ma furono questi gli eletti

più prossimi alla ferita

e dunque più protetti

da occhi indiscreti: è come se

la vita faticasse a porre i suoi

diritti e fosse più semplice

ripetersi in coazioni che accettare

un dolore semplice ma ricco

di germi, di restare

insomma lì dove c’era stato

l’intoppo e con pazienza

chiedere alle cose

di cambiare e noi

con esse

 

 

 

II

 

e per tutto questo in piedi

davanti ad un mare sonnolento

che svolge distratto le sue onde

e minaccia senza volerlo

le coste o la presunzione

di chi ha edificato davanti

a lui come di fronte a paesaggio

in piedi noi chiediamo:

 

Signore del mare e dei pesci

abbiamo fin qui considerato

la spuma come se non avesse fondo

abbiamo solcato con vele

come se vele bastassero

a fenderti e a lasciarti richiudere

 

Signore del mare e dei pesci

oggi amaramente scopriamo

che non sei solo paesaggio

abbiamo perso la casa e i beni

abbiamo smarrito la strada

abbiamo temuto per la vita nostra

e dei nostri figli

ma solo nel grande pericolo

abbiamo potuto saggiare la natura

della mente

solo nel grande pericolo

abbiamo visto Te nel flusso

della mente

 

Signore del mare e dei pesci

non abbiamo altro da offrirti

che questi pericoli

le nostre facce stupide

i nostri ghigni orribili

e la nostra vergogna

di essere stati presi

e inchiodati da unico

colpo di cerbottana

dallo scherzo feroce

della nostra mente

dalla quale prendemmo

piacere che non era piacere

sapere che non era sapere

ma che è oggi a pezzi

nel cesto che poggiamo

davanti a te e per te

raccogliamo

 

Biagio Cepollaro

Da Lavoro da fare, in progress.

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giovedì, gennaio 01, 2004

Vincenzo Bagnoli

 

Eridano

il cielo è vuoto le nuvole bianche
sono una chiara cortina uniforme
i canti degli uccelli sparsi a caso
il giorno non cresce è disorientato
un mezzogiorno opaco a ogni ora

 
«Il cielo cosa dice»

cosa raccoglie e rappresenta il cielo
nuvole sparse cumulostrati
la copertura cieca della notte
la radiazione solare distante
la banda d’onda immobile l’azzurro

 
Il cane di Ivan Graziani

dell’adolescenza resta una macchia
di scotch sul muro dov’era la foto
staccata da una rivista le feste
di matrimonio di amici l'amaro
di lunghe fedeltà Alle canzoni
in fondo al buio Azzurro degli anni
e adesso non ci resta che tornare
per aspettare in silenzio un accordo
restare fermi a guardare il cielo
respiro sottile quello del cane
che attende sempre per tutta la vita
spento il colore per ore E ore
il vuoto della valle finalmente

Vincenzo Bagnoli



































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giovedì, gennaio 01, 2004

Su Massimo Sannelli

Da Saggio familiare

Archivio, Dicembre 03

 

Tutto pieno, e per compressione e osmosi, comunicante. Muove dalla materia biografica con i mezzi che non lo sono, biografici: il tono dell’astrazione –che raffredda, analitica- messo a diretto contatto con qualcosa –si suppone- incandescente, all’origine. E non solo, all’origine. Di qui il baluginare di una sentenza che per precisione emerge prima di riaffondare nel magma. Come per girare intorno alla matrice, per poterla intera guardare: perché se la si guarda e la si dice tutta, allora se ne è separati. Ed è propria questa separazione il problema e il motore di questo concentrico dire. Capire per mescolanza e complicazione usando i mezzi della semplificazione: la differenza tra mescola e soluzione. Meccanismo opposto a quello proiettivo: intravedere la separazione in un oggetto: qui le proiezioni non si staccano, tornano indietro e stabiliscono all’infinito rapporti nel soggiorno regressivo ai piedi della matrice. Fa chiarezza con i mezzi della confusione e così può ancora esitare sulla soglia, ancora per un po’ non si stacca, può non staccarsi. E questa non è beanza ma un’esplorazione in un luogo dove non c’è più avanti e dietro, dentro e fuori, scalciare nella dipendenza, renderla loquace.

Biagio Cepollaro

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