sabato, dicembre 27, 2003

Provvisorietà dei racconti

Talvolta, nella apparente scontatezza della vita quotidiana, nel ventre molle della routine, non ci è difficile dare un racconto di noi stessi, di cosa siamo, di cosa vogliamo fare, di chi amiamo e cosa, o chi, temiamo. Anche quando, nella seconda parte della vita, questo racconto in cui ci riassumiamo ha perso l’iniziale carattere mitologico e assertivo, anche quando insomma la corazza narcisistica ordinaria si è un po’ incrinata, anche  allora, se abbiamo recuperato un contatto con gli stati d’animo dominanti nell’adolescenza, può capitarci di sentire in modo acuto la provvisorietà del nostro racconto. E viene a galla un silenzio che non è d’attesa e non è neanche di protesta o di rassegnazione. O forse, cominciamo a dubitare che lo sia: e già il racconto si disfa. Attendere, protestare, rassegnarsi. Cosa attendiamo, contro chi o cosa protestiamo, a cosa ci rassegniamo?

 

 

Inquietudine

Ha senso o meno attribuire l’inquietudine di una ricerca che continua anche nell’età di mezzo alle caratteristiche di una vita che ‘ha girato’ sempre intorno all’arte? A rigore, non avrebbe senso: per essere vivi non bisogna essere artisti, basterebbe avere il gusto di stare al mondo. E questo vuol dire che ogni giorno, letteralmente, si sporge su di un paesaggio fatto più di interrogativi che di certezze. Se si dovesse indicare il contrario di questa inquietudine, forse si dovrebbe utilizzare la parola ‘opacità’: le cose si fanno, le cose ci sono, ma non si sa esattamente cosa si fa e cosa effettivamente c’è.

 

Il programma

Ciò che ci spinge a leggere dopo la fine di un capitolo, ciò che ci spinge a continuare, è un dispositivo che permette l’identificazione del lettore e lo ‘tira’ da un capitolo all’altro. E’ un effettaccio, in verità, perché la curiosità dovrebbe non essere sollecitata dall’esterno ma nascere come naturale conseguenza dell’incontro tra il lettore e la materia narrata, il cui sviluppo dovrebbe essere intrinsecamente interessante. La continuità semplificata è l’intreccio, ma poi esistono continuità più complesse, quelle stabilite dal lettore spontaneamente. Bene, può succedere, come in questo secondo caso, con la vita: il ‘tirante’ può essere, non più la carriera, non più l’arte, non più le responsabilità, ma un rapporto d’amore. A tal punto da far pensare che nella prima parte della vita si è solo eseguito un programma, socialmente e biologicamente previsto, e che soltanto dopo, con l’esperienza delle cose, si comincia a scrivere il proprio programma.

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lunedì, dicembre 01, 2003

Massimo Sannelli,

http://sequenze.splinder.it

da Saggio familiare

 

***

 

1. Superato il limite dei trenta anni (superficie; la prima corazza), si vedrà che la mancanza di affetto prelude a un grande gioco, che pioverà; che la povertà è momentanea (e sostituita, già ora, da libri e fiori, e molte cose d’arte; e la mancanza di cibo, di cui non è testimone nessuno, e che nessuno nota, è transitoria); e che l’amore materno non è una gabbia – hanno detto – ma l’inizio di una tutela che si apre a poco a poco: mentre aumenta la visibilità della scrittura, e si avvicina la pioggia del gioco: infinitamente divertito, e detto sopra. Infine, che il senso di una casa a Genova sarà compreso, come ora non è; oppure è l’occasione per una fuga totale e migliore della prima, che era da Albenga a Genova, da Liguria stretta a Liguria larga.

 

 

2. La resistenza stilistica sfugge alle regole della scuola: dopo aver imparato tutto e letto tous les livres (simbolicamente), bisogna (e si deve) sognare l’abolizione della scuola. In secondo luogo: Di un amore finito si imparerà a dire, con garbo: è bastato, ora non basta. È già molto, molto, il “benigno riguardo”, di noi, sul passato. La sola “poesia onesta”, la nuda tra queste, ne esce fuori. In un improvviso, in scatto, la mancanza dei mezzi terminerà. Poco manca. Non si può scrivere d’altro che d’amore: qui compresa la prostituzione su, e di, Genova. Dove: alcuni atti “di libidine”, certamente; eppure: il gioco della scoperta e il dono. Se su volti che la droga ha devastato, e su denti falsi, si può attestare il desiderio, bisogna dire: la bellezza, fuori, attira perché non è quell’irregolarità, che è ambigua (i denti storti, il corpo minuto, quasi maschile, nell’amica che c’era) e non è ancora la bruttezza. Su questo “non è” si foggia, punto per punto, l’esperienza che queste righe registrano: l’infinità del desiderio e la sua frustrazione, sempre fortissima.

 

 

3. Stanno nascendo piccole poesie in un’altra lingua: un nuovo ciclo di élan, e diverso. Il loro stile si sposta su immagini altrettanto piccole: l’ape, il chiostro, l’emblema, il leone araldico. E che questo accada ora non è un caso; la vicinanza spaziale o mentale della douce France c’entra poco: conta, invece, la sua separazione da qualunque cosa sia, per ora, attuale e nostra. Dopo una notte di buio l’elettricità ritorna. Ma che non si dica, nel futuro, che eravamo inerti davanti alla (piccola o grande) rivoluzione politica che avveniva. Mentre lavoravamo per una creatività autonoma (chi parlava di cenere e polvere; chi di masse di capelli, rossi o altro; chi formava carteggi come libri) il discorso tendeva a dire: ecco quello che NON siete; ed era detto quasi con pietà, verso un nemico ignorante per sua colpa.

 (23 maggio-27 ottobre 2003)

Massimo Sannelli,

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da Saggio familiare

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lunedì, dicembre 01, 2003

FRANCESCO FORLANI                                    

Titoli di coda

(traduzione in italiano)

www.manuscrit.com

 

Per fare la  spesa, lo scrittore dedica, in media, quel  tanto  di tempo che sua moglie, la moglie dello scrittore, vorrebbe che lui vi  sacrificasse, ma, siccome le storie delle coppie confidano il segreto del proprio successo ad una contabilità imperfetta, colei che noi abbiamo definito la moglie dello scrittore è convinta che lui non faccia abbastanza per la casa. Perché il focolare domestico abbisogna di legno e di fuoco, di mani sapienti e forti, di occhi precisi, un misto  d’intuizione e d’organizzazione.

-         Proprio come leggere un libro – aggiunge.

Ecco perché l’ amata insiste nel dire che lui dedichi molto  più tempo all’acquisto  di libri che non  di detersivi.

 

Scegliere un libro è un’operazione non meno complessa di quella legata ai prodotti domestici – lo scrittore si rifornisce da Ed, un discount all’angolo della strada: e lo seducono quelle meravigliose bottiglie  di colore blu e bianco che campeggiano sui ripiani a prezzi molto  meno cari che altrove.

Data la fortuna per lo scrittore di abitare in via della Roquette, precisamente a metà di quella strada che parte dalla piazza della Bastille e che va dritta dritta  al cimitero del Père Lachaise, quella particolarità topografica gli aveva inspirato la frase:

        e che la si smetta una volta e per tutte di dire che l’anima è prigioniera del corpo. E’ il corpo, il vero sequestrato!

Del resto secondo la sua madre lingua si doveva dire “andare di corpo” e non “andare di anima”.

Comunque sia, per acquistare un buon libro c’è innanzitutto bisogno di una libreria. Ed evidentemente di un libraio.

Allo scrittore, gli piace annusare i libri, ed è dall’odore che ne riconosce l’autore. La libreria dello scrittore, Epigramme, e l’amico libraio, Christophe, si trovano nella prima metà della strada, quella che scende verso la Senna, proprio come il caffé des anges, le divan, la lavanderia del Poïo, e l’edicola di Thierry. Ragione per cui la sua vita – nella parola francese “ville”città, c’è “vie”, la vita – si svolge principalmente nella prima parte della rue de la Roquette.

 

Le sole volte che supera la frontiera data al proprio territorio – all’altezza della sinagoga – si giustificano per la consueta visita settimanale al celebre campo santo, quando rende onore agli eroi del suo immaginario. Perché, diciamolo pure, la contemporaneità è per lui troppo temporanea e troppo “conne” scema per farci un monumento; tanto più che , per la vita postuma  ha già provveduto all’acquisto di quattro metri per quattro, di terra,   in prossimità del muro dei caduti per la Comune di Parigi.

 

 

 

In una giornata così- è da poco passato mezzogiorno - sua moglie l’ha letteralmente espulso di casa permettendone il ritorno alla sola condizione di presentarsi con dodici rotoli di carta igienica, e non di una marca qualsiasi. Una griffe che si trova unicamente nel supermercato alla fine della strada, cioè cinquecento metri a salire oltre la linea di confine.

 

L’imbarazzo dello scrittore ogni volta che gli grava una tale incombenza è inenarrabile. Quanto  più che, tutto considerato, fare la spesa gli procura veramente un grande piacere. Scegliere, controllare, riporre, infilare, comprare, pagare, aspettare e farsi aspettare, digitare il codice, sollevare le buste, farsi aprire le porte vetrate ,  passare e in ultimo,  un’ora a truccare lo scontrino. Perché gli uomini che fanno la spesa acquistano i prodotti più cari, la qualcosa, lo si sa,  è per una donna, la propria, insopportabile.

 

Ma,  percorrere lungi tragitti con la carta igienica –confezioni insolenti che fanno capolino tra gli avambracci e che non entrano mai nelle buste– è veramente la più gran pena che si possa  infliggere a uno scrittore.

Con la carta igienica, si può incontrare chiunque. E non uno qualunque. Ogni volta  si tratta di un ex. L’ex migliore amico, l’ex fidanzata, l’ex moglie, l’ex sessantottino , lex dura lex sed lex, e per uno  come lui che  non aveva  mai voluto studiare diritto…

E’ mezzogiorno passato,  e dopo aver incrociato il servizio di sicurezza alla uscita del tempio giudeo e lanciato un’occhiata in un negozio d’ antiquariato, ripensa a un verso  di Eugenio Montale – spesso il male di vivere ho incontrato – ed è su  quelle note che varca la soglia del supermercato in questione.

Ne fuoriesce pochi minuti dopo, e , chiedendosi se valga la pena  tradurre i poeti , ritorna sulla via della Roquette.

 

A una cinquantina di metri di là scopre con un leggero trasalimento una insegna di legno - Solaris -, e giusto sotto la scritta, qualcosa di ancor più sorprendente: una libreria. Sospinta la porta, saluta il libraio sulla sinistra e incomincia a guardare gli  scaffali. Vi si respira un odore di chiuso, stantio, niente affatto sgradevole, e nel fondo c’è tutto ino scomparto riempito di ellepi’. Il suo ex, il rock è tutto li’:.Franck Zappa, Genesis, Pink Floyd, Jefferson Airplanes,. La triade Carole King, James Taylor, Jim Croce, Lou Reed, David Bowie, Celentano. E poi i gialli, l’esoterico René Guenon, Jules Evola, la collezione completa d’Athanor. E chiede. 

 

Il libraio, è un giovane molto disponibile, probabilmente studente, e con somma gioia lo scrittore vede, o almeno crede di vedere, proprio dietro alla sedia su cui è sistemato, due buste di plastica, contenenti la stessa esecrabile cosa che fino a qualche minuto prima era al centro delle sue riflessioni solitarie ed  esistenziali. Il giovane, che voltandosi s’era accorto dell’interesse del nuovo cliente verso la sua, di carta,lo guarda come  per dire: “non ci sono dubbi, è la migliore.

 

       - Per caso avete della letteratura straniera?- domanda.

 

- Ma certo, guardi li’ in fondo , accanto al settore dei saggi .A quale settore è interessato?

 

- Ehm,  letteratura italiana, per esempio.

 

-         Mi segua che le faccio vedere dov’è.

 

Lo scrittore lo segue, e nonostante il pacchetto voluminoso è riuscito a passare dietro alle colonnine di esposizione delle cartoline illustrate d’epoca. Si è inginocchiato, il ragazzo è ritornato alla lettura di un album di fumetti di Munoz, Sampajo,”Il poeta”, e davanti a sé fa una scoperta molto strana. Un numero impressionante di opere dell’Adelphi è allineata e coperta negli ultimi tre scaffali. Si tratta di libri molto belli ma soprattutto di quelli apparsi negli ultimi anni, le cosiddette novità. Lui si gira per richiamare l’attenzione del venditore e venire cosi’ a sapere, immediatamente,  quanto viene a volume. Ma facendo perno sui  talloni si ritrova davanti al totem bianco-celestino della carta igienica e arrossisce. L’associazione carta-libro-cultura-autore-culo-morbidezza – o forse   la posizione scomoda – gli procura un giramento di testa. Ma velocemente liberato, emancipato, dai cattivi pensieri riprende il controllo della situazione trovando il coraggio di porre la sua domanda.

 

 

 

- Quale ? gli  risponde il commesso.

- Sandor Marai, per esempio.

- Viene  dieci franchi, tutto è a dieci franchi.

- Ma, senta, l’hanno pubblicato due anni fa, il prezzo italiano è di trentamila lire che fa circa 100 franchi.

-  dieci franchi, Signore, sono molto lusingato  dalla sua franchezza, ma il padrone…

- Se è Lei che lo dice, pazienza, è solo che non volevo passare per un approfittatore, coi tempi che corrono, veda,  e poi, se il negozio non è suo, capisce…

-Ne sono molto lusingato .- risponde allora prima di immergersi di nuovo nel suo album.

 

Adesso a noi , mormora lo scrittore e avrebbe voluto gridarlo, prendendo d’assalto lo schieramento di libri italiani, conquistato oltre che dalla varietà, dall’ansia di scegliere bene, dal momento che non uno dei titoli presenti lo lascia indifferente. E meno che mai acquistare tutto, visto che avrebbe preso l’aria di un pezzente.

Lo scrittore, sentendosi nel suo elemento, e con  l’enfasi di un telecronista, quasi a mancargli il respiro, recita uno ad uno i nomi di quella straordinaria formazione: Bruce Chatwin, Sulla collina nera, Ingeborg Bachmann, Tre sentieri per il lago, Milan Kundera, Lo scherzo, Fleur Jaeggy, I beati anni del castigo, Thomas Bernhard, Danilo Kis, Alvaro Mutis, Annamaria Ortese…; per ogni nome declama i titoli. Come recitando una preghiera. Il ragazzo incuriosito dalle voci, si avvicina e chiede se tutto va bene.

- Sta bene?

- Sì, grazie, soltanto, sa, è come trovarsi d’un tratto in una miniera d’oro.

- Lei è italiano?

- Si capisce?

- Dall’accento.  E poi, il modo di parlare, très  italien.

- Comunque grazie, per oggi redo che possa bastare: mi accontento di questi tre, Sandor Marai, Nabokov e Kundera. A proposito, lo sa che questo libro Kundera l’ ha scritto in francese e  pubblicato ovunque salvo che in Francia, così.

- L’ ignoravo.

- Devo andarmene, però mi vedrà spesso.

- La ringrazio.(Mi lusinga molto.)

 

Lo scrittore è tra la folla che scende verso la Bastille, con in una mano  tre illustri colleghi che, per di più, gli parleranno nella sua lingua madre, e nell’altra… Accidenti! Ha dimenticato il prezioso carico nel negozio.

 

Ci ritorna, il ragazzo gli tende il pacco che avrebbe rimesso in equilibrio la giusta bilancia dei valori d’uomo, e prima di uscire, lo scrittore gli lancia:

 

-         A proposito, è un buon amico.

-         Chi?

-         Munoz.

-         Chi?

-         Lasciamo perdere, arrivederci e grazie

 

La moglie dello scrittore è già andata al lavoro. Lei gli scrive i biglietti su foglietti colorati, adesivi,  che dissemina un po’ ovunque nelle varie camere. Il gioco consiste a che lui ne raccolga il maggior numero possibile per conservarli  nella scatola da cioccolatini che si trova a fianco della scrivania. Ogni giorno gli scrive un biglietto diverso. Lo scrittore pretende di amarla. Perché la moglie dello scrittore è sempre la stessa.

 

 

Lo scrittore passa una settimana, completamente assorbito dalla lettura. Non conosceva Marai e il suo percorso gli pare molto interessante. Come la scrittura. Così riconciliato con il mondo delle lettere,  riesce a superare tutti i pasticci che la vita quotidiana gli presenta ogni giorno a mo’ di conto ed effettivamente si tratta principalmente di pagamenti delle fatture o di passare l’aspirapolvere. Le sue piante fidatissime reagiscono con  nuove foglie alle attenzioni che gli porta, e la moglie dello scrittore ha manifestato a più riprese  gioia di essere in sua compagnia. Va tutto a gonfie vele. .E senza un filo di vento.   

 

 

Questa mattina come ogni mattino da qualche settimana a questa parte si reca alla libreria in questione , tutelato dal clima di fiducia che regna tra lui ed il commesso a cui ha perfino regalato un libro del celebre fumettista argentino, suo amico,  Munoz con tanto di dedica.

 

- Molto lusingato.

 

Si è organizzato in un modo ai poter restare nel suo posto al meno una parte della mattina. Questa libreria non lo spaventava come altre che  ti sbattono in faccia tutta la tua ignoranza di lettore. A meno che non ci sia il tuo amico libraio, Fortunato Tramuta, il felice che trasforma, così lo scrittore l’ha soprannominato per questa sua capacità di iniziare ad un mondo, all’immaginario presupposto da un mondo del quale l’autore è un elemento, e non l’unico, perché l’alchimia riesca. Dunque Ali’, venuto dall’Azerbaigian per studiare all’accademia delle belle arti e diventato il libraio d’ arte più noto nel decimo arrondissement. Christophe, sempre dolce e generoso nell’affidamento dei segreti del mondo dei gialli, con una libreria interamente consacrato al mondo dei polar. Perché quella del libraio non è   una professione, né un’arte, ma  una missione, una vocazione. Il libraio è un farmacista, e si dovrebbe prevedere, nella previdenza sociale, un rimborso per quest’attività dedita alla cura del pensiero convalescente.

 

Ed ecco che lui va e ritorna e ogni volta, carico di libri, dalle copertine pastello, ocra, blu, rossa, oltrepassa la soglia della sua casa corridoio. Perché l’appartamento dove  abita con sua moglie, c’è un grandissimo corridoio dove a sinistra in fila si aprono il salotto e le camere.

 

- Vedi, i nostri sogni saranno sempre di sinistra, lei gli ha detto un giorno.

 

Certo, provava  fastidio, diciamolo pure, per l’aspetto economico della cosa.

Ha ormai comprato una cinquantina di volumi a un prezzo ridicolo , quasi  un dono del destino, e poi, è così, punto e basta.

 

Brodskij, Simenon, i romanzi, Landolfi, Sciascia, Milosz, Walcott, Cioran, i titoli che gli dicono qualcosa ma che in fondo non conosce e che giorno dopo giorno facevano breccia nel muro che voleva separati, vita e coscienza, come se lo scopo fosse riuscire a farne una sola, unica cosa.

 

Lo scrittore prosegue sul cammino certo dei segni che lo accompagnano. E cosi’ gli capita di comprare anche qualche disco. The lamb lies down on Broadway, dei Genesis, è un prodigio dell’arte barocca.

 

Esce di buon’ora questa mattina. Fa freddo fuori e anche se gli è difficile abbandonare sua moglie e il tepore del suo collo schiacciato sul suo petto, lui sa che deve recarsi in libreria all’apertura, ed acquistare l’ ultima parte dello stock, cinque libri, prima  che a qualcuno  venga in mente di fare la stessa cosa .

Gli piacerebbe, a missione compiuta, gustare una colazione a base di  caffè e cornetto,  di fronte, al cielo. Da lontano lo scrittore s’accorge di che la libreria è chiusa. Eppure vede un tipo - non è il commesso suo amico – più anziano abbastanza corpulento che prima solleva la saracinesca poi tira fuori un altro mazzo di chiavi per aprire la porta. Lo scrittore gli è dietro, quasi addosso.Una frazione di tempo e quello  si volta di scattoquasi a temere un’ aggressione.

 

-         Ah, è Lei. Fa cosi’ tanto tempo. Tutto a posto? Va bene?

 

Lo scrittore non si ricorda di lui. Lo confonde certamente con un altro. La luce invade la libreria. Un vecchio manifesto ingiallito con Orson Wells si stacca dal muro.  Lo scrittore resta immobile. La mano nella tasca appesantita dalle monete necessarie all’ultimo acquisto.

 

-         Prego, si accomodi, – gli dice l’uomo, il proprietario della libreria. A proposito, ho una bella da raccontarle. Si ricorda dei libri usati che mi ha venduto l’anno scorso, a un prezzo simbolico, s’intende, giusto per non buttarli, quei bei libri italiani, tutti colorati, se ne ricorda, e bene, cosa incredibile ma vera, insomma, sono riuscito a venderli tutti. O quasi.

 

Lo scrittore resta in silenzio ad osservarlo, qualche minuto. Immobile. Non dice niente. Ascolta, soltanto. Ma no, lui, lo scrittore non se ne ricorda.

 

Francesco Forlani

Titoli di coda

(traduzione in italiano)

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lunedì, dicembre 01, 2003

Su Marco Giovenale

Il dolore può essere ascoltato      

(Archivio, Settembre2003)

Marco Giovenale, http://slow-forward.splinder.it/

 

Tempo per macerare dopo la lettura: una poesia agisce a distanza e non sai bene cosa, come, qualcosa, nel tempo, prende forma. Non che si tratti di parlarne, piuttosto di rispondere, forse anche di ringraziare…Per cosa? Per aver fatto uso delle parole lasciandole, come avviene per una poesia, in sospeso, un po’ come un frutto da prendere o lasciare, un frutto che ti pende davanti, lungo il sentiero.

Perdita, lutto, percezione del tempo che intorno alla metà della vita s’impone. E non solo come un pensiero. E’ piuttosto un sapore. E non basta ad esorcizzarlo, questo sapore, la saggezza che nel tempo si è accumulata, non bastano i sostegni delle citazioni e del letterario: la cosa sta lì e di tutto l’armamentario se ne frega. Ecco: proprio quando gli strumenti della poesia sono in mano al poeta – quando c’è padronanza- si fa evidente il fatto che questo potere non salva. Sarà il tono uniforme, sarà l’amaro che resta sulla lingua, sarà la voce che elenca, enumera saltando tra qui e là, certo è che il fiato manca, che il saper fare smuore mentre dice, che l’essenziale è insalvabile: perduto, appunto. E’ che si vorrebbe mimare il momento della nostalgia: non è questo che uno si aspetta, quando si parla del passato? Si vorrebbe mimare l’indignazione del conservatore per un presente che tradisce e scandalizza, ma il moralismo non riesce. Smuore anch’esso: che la vita è sempre presente e dice ostinatamente solo di sé. Per vie traverse: tiene o non tiene, riportando discorsi, dicendo, chiedendo di sé: tiene o non tiene? Reggere, sostenere la perdita, la trasmissione che non traduce, che è essa stessa enigma per chi resta…Dunque, se ‘il dolore può essere ascoltato’, non è detto che sia lui a parlare. E di cosa parla allora o chi parla? Immagino qui non tanto figure ingoiate dal tempo, quanto la possibilità di figurare che si pone la questione del tenere o non tenere…Perché uno arriva sempre dopo, prima una nebbia –infanzia, giovinezza- ti tiene…E lo fa finché non manca. Allora nello spaesamento la lingua comincia a farsi ellittica e reticente: non si può dire chiaramente, si deve girare intorno senza poter andare al centro. Ora questa distanza di sicurezza è la complicità del poetico, o la prudenza del sogno, ma anche quanto di essi va ignorato: non tenere, piuttosto, con un certo vitale ottimismo nel bel mezzo della catastrofe. Elasticità dell’essere: tiene e non tiene, insieme.

Biagio Cepollaro

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