venerdì, novembre 28, 2003

Il collaborazionista

Il collaborazionista spesso è una persona insicura più che disperata. Il disperato cerca di sopravvivere e basta, il collaborazionista non è soddisfatto di questo, vuole partecipare alla gestione di una fetta, anche piccola, di potere, anche se si tratta di un potere corrotto, nato dall’invasione dello straniero, anche se buffonesco e ampiamente ‘sputtanato’. Il collaborazionista funziona anche come rivelatore del marcio latente in un paese: vi sono periodi in cui questa latenza non è più necessaria e ciò che era un borbottìo diventa proposta di legge o decreto.

 

Né Abele né Caino.

A guardar bene i comportamenti che non ci piacciono, di altri o i nostri stessi, si radicano sempre in qualche buco, in qualche paura, in qualche fantasia ‘preventiva’ rivolti ad un mondo minaccioso che ci ha feriti o sta per farlo. E’ quasi meccanica la furia che si abbatte dopo che c’è stato tutto il tempo e la non consapevolezza per accumulare quel fastidioso senso di debolezza e impotenza di cui pochissimi sono disposti a parlare, anche a se stessi. Non è che mancano le ‘ragioni’ perché la furia sia scatenata: in questa continua lotta di micropoteri  -all’interno anche della stessa persona- non si capisce più chi ha cominciato. Come in un racconto di Andrea Inglese: la storia di Caino e Abele risulta una manipolazione di Dio per lasciare che il mondo prenda la piega del male, mondo di caìni, mondo cane…Eppure se davvero le cose fossero così, come spiegare quelle oasi di benessere, di rivelazione nell’amore e nel piacere? Il fatto è che spesso si resta sulla soglia di questo benessere, come imbarazzati: l’equipaggiamento bellico è d’impaccio, ma disfarsene in un attimo non è possibile…E il paesaggio intorno non aiuta.

 

Finisce il bisogno comincia il desiderio

Quando bisogna incoraggiare un giovane scrittore? Forse quando in lui o in lei comincia a baluginare, insieme alla competenza, anche quel presagio dolente di chi ha intuito che il gioco dell’arte, il gioco del riconoscimento, chiedono anche il gioco di sottrarsi ad essi. Quando forse non avrà più bisogno del nostro incoraggiamento –anche se lui o lei ancora non lo sa.

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martedì, novembre 25, 2003

Puoi dire quello che vuoi.

In un paese occupato si dicono ancora le cose liberamente, ma un sottile senso di preoccupazione s’insinua: eppure non vi è esplicito decreto che annulli la libertà di pensiero, ma è come se fosse non la libertà in questione quanto il pensiero, il pensare stesso... Il pensare appare avvolto in un’aria sospetta, in qualcosa di cui non ci si può fidare. E si fa di tutto per vituperarlo: è aristocraticista, non è democratico, è utopista, è infantile, è conservatore, è ,insomma, una cosa contro cui correre ai ripari, come la cellulite. Una ginnastica passiva potrebbe servire: elettrostimolazione a basso voltaggio, eseguita non sulla scomodità di una sedia, ma nel rilassamento di un lettino. E di fatto si vedono corpi distesi, abbandonati ad una solleticante elettricità, che da cadaveri colpevoli, si rianimano in parossistiche scosse di glutei. Il ritmo di questa vita artificiale, pompata dal flusso degli elettroni, è troppo identico per riuscire nella simulazione del movimento umano, anche di quello più estatico. I cadaveri sul lettino, colpevoli di non andare in palestra ad autoinfliggersi la pena di essere ‘appendici’ della macchina, come nella prima rivoluzione industriale, sono costretti a conati di resurrezione. Succede come se Lazzaro ripetutamente e compulsivamente tentasse di risuscitare, senza riuscirci veramente. Anche il pensiero, elettrostimolato, invece di accendersi e risolversi in purissimo progetto di consumo, con l’andar del tempo, semplicemente arretra e si spegne.

C’è chi dice no, cioè, sì.

La forma più subdola di collaborazionismo è forse quella di chi si trova ad occupare una nicchia, sia pur piccola, di mercato, lasciata ad uso dell’opposizione. Ogni paese colonizzato ed occupato, sufficientemente evoluto, prevede una quota del suo mercato per le contraddizioni. Si assiste così al fiorire e sfiorire di iniziative e pubblicazioni, spesso autoreferenziali, che nell’assoluta inefficacia ma con discreta spocchia, prosperano grazie ad una grafica accattivante e ad un tipo particolare di feticismo linguistico, ‘oppositivo’, appunto.

Contento lui…

La vita corre più veloce delle parole. A volte se ne infischia delle parole: il suo accadere si rapprende o si espande in gesti che vivemmo ma che non volemmo nominare. Messi alle strette dalle circostanze, possiamo essere costretti alla nominazione, come quando dobbiamo dimostrare di avere un alibi. Eravamo lì con tanta naturalezza da non ricordarlo e, in un certo senso, presenti ma già più in là, col flusso della vita. Quando chiediamo a noi stessi di testimoniare, le parole prendono la rincorsa e definiscono. Guardiamo, nel dare una testimonianza, le cose con gli occhi di chi ci ascolta, ridotte all’osso: ‘siamo stati lì e poi là’. Non abbiamo detto niente eppure basta.

Forse chi scrive vive in questo modo le parole che troverà, parole che non entreranno mai a far parte di una testimonianza, e che erano lì, non ancora parole, allo stato liquido, nel flusso, appunto, di una vita che accade fino a che un intoppo la risospinge indietro. Tutta la letteratura sarebbe allora letteratura del riflusso? Libìdo in regressione, depressione illuminante solo a patto che vi si soggiorni giusto il tempo necessario per il rilancio in avanti, per la rigenerazione…

L’ansia di potere

L’ansia di potere si può vivere davvero in ogni campo e in ogni situazione sotto qualsiasi travestimento. Averla intensamente vissuta per un certo numero di anni fino alla nausea, può risultare liberatorio. Mollata quell’ansia, può cominciare una nuova giovinezza: c’è ancora tutto da imparare. Ancora da tutti si può imparare.

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lunedì, novembre 24, 2003

Brutalmente

Brutalmente una volta un amico mi disse che la cultura non c’è più (anche nei centri sociali pare che scarseggino sempre di più i ‘culturali’) perché la borghesia non esiste più e anche le classi sociali non esistono più. Che c’è invece un capitalismo senza borghesia che può funzionare anche quasi in assenza di civiltà: su quel ‘quasi’ pare si giochi ora la partita. Fino a che punto, dopo l’esperimento, breve e fallimentare, del nazismo, sia possibile contraddire le tradizioni che per secoli hanno scoraggiato lo schiavismo, il razzismo, la miseria crescente, diffusa ed ignorata… Fino a che punto sia possibile contraddire i principi della rivoluzione borghese del 1789…

 

Cosa fare

Di fronte ad una diagnosi a fosche tinte del mondo contemporaneo, viene da chiedersi cosa un singolo possa fare. Non molto. Non di più e non di meno di quel che potrebbe fare nel caso di una diagnosi soddisfatta del mondo. Un singolo è sempre un singolo e cioè: un fascio di relazioni di cui è più o meno consapevole, di cui si fa più o meno carico, e, in ogni caso, è solo un breve tratto di un intreccio che dura qualche decennio, prima di sparire nel tessuto da cui è emerso. La limitazione temporale aiuta a dimensionare i progetti. Purtroppo per lo più,  per almeno una metà della vita, questa realtà di decenni appare spesso senza fine e la conseguenza di ciò è un silenzioso o chiassoso delirio di onnipotenza...Di questo delirio forse ne fa le spese soprattutto la qualità dell’esperienza amorosa, come accade sempre quando l’astrazione e la paura prendono il posto del realismo e del coraggio dei sentimenti.

 

Lettura mancata

Talvolta, alle soglie di un testo letterario, capita di esitare: parole che vengono facili, si rincorrono, dall’inizio alla fine…Quando è proprio l’inizio l’enigma ed enigma è la fine: da dove comincia quel testo, da quale necessità, contesto, da quanta vita digerita, da quanta disonestà o semplice frutto di idealizzazione giovanile…E perché finisce, in seguito a che, a quale motivo che conclude o interrompe o comunque autorizza a porre il punto finale…E perché quel testo si annuncia come impegnativo: cosa impegna, quale impegno ha preso e rispetto a chi…L’esitazione può anche essere paralizzante. E di più non si legge, si resta al di qua.

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giovedì, novembre 20, 2003

Il Paese occupato

Col venir meno di uno ‘spazio pubblico’ in cui idealmente avveniva la circolazione, la cura, la trasmissione delle tradizioni culturali, queste stesse tradizioni potrebbero paradossalmente affidare il proprio presente e il proprio futuro alla determinazione dei singoli. Avverrebbe qualcosa di simile a ciò che avviene in un paese occupato dallo straniero: nell’oscurità dei traffici vi sarebbe anche il flusso centellinante dei saperi e delle culture…

 

Collaborazionismo ed implosione

Non è certo colpa dei pensosi se il loro Paese viene occupato da forze barbare e ostili, soprattutto se l’occupazione è avvenuta senza violazione fisica delle frontiere, ma per implosione interna di una civiltà insicura e fragile. Sarebbe colpa dei pensosi collaborare attivamente con l’esercito invasore oppure apertamente negare l’evidenza dell’invasione.

 

La città sottomarina.

Richiedere da sé pulizia mentale, economia di gesti, astensione dal dire e fare ciò che l’attuale senso comune ritiene ovvio, oggi è già un segno di non-collaborazionismo. In tale situazione la perdita di agibilità del mondo può essere compensata da un’attenzione più profonda al quotidiano e al vicino. La colonizzazione dell’inconscio, come si diceva un tempo, fa dei sogni privati una prima linea, un avamposto: come la città sottomarina dei resistenti che si vede nel film Matrix.

 

Le smorfie

Un paese colonizzato non incoraggia la libertà intellettuale. Al contrario incoraggia i suoi cittadini a far proprio un senso fatalistico di inferiorità morale e culturale che sottende la retorica degli occupanti. Il senso della semplice dignità è socialmente compromesso dalla spaventosa penuria di esempi, di pretesti identificatori. E dunque abbondano le sgradevoli smorfie di adulazione e di arroganza che valgono a significare la miseria molto più dei dati statistici relativi all’inflazione.

 

Dietro al cane con busta e paletta

Anche in un paese colonizzato, ignorante e profondamente corrotto, si può vivere una vita rigorosa. Ciò che non è possibile evitare è il senso dell’esilio, di un disgusto che lentamente ma implacabilmente si scioglie in indifferenza, non-appartenenza, fino a che il puzzo degli invasori si confonde con il paesaggio metropolitano, i suoi resti organici, umani e animali. Qui la speranza è verbo difficile da coniugare… Consola solo il pensiero che quel verbo da sempre si coniuga all’infinito.

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sabato, novembre 01, 2003

Biagio Cepollaro

I. Da: ‘la poesia: Vale!’

(dedicato ai ragazzi tra i 15 e i 18 anni)

Il testo integrale è in www.cepollaro.it

* (da Bellezza)

il bello è anche il buono come vuole Platone

o il buono è altra cosa: ad esempio talvolta

la Sara se non fa la stronza è bella

e anche buona; se no è solo bella

-e stronza.

* (da Felicità)

sarà tutto un salire, Vale, e avrai

vertigine di cima in cima

con i trampoli tra nuvole

con braccia aperte ad abbracciare

il mare.

*

cambiare cambierai ancora non una

ma mille volte anche dopo e ad ogni

passaggio che ti apre spazio

nuovo ti accoglierà una specie

di dolore ma è quello della vita:

è il suo sapore

* (da Futuro)

lo riconoscerai dal fatto

che ti sembrerà da sempre

conosciuto e a tua insaputa

da qualche altra parte

cresciuto accanto.

* (da Ingiustizia)

anche tuo fratello alla stessa tua

minima età

mi ha chiesto una volta

per strada: ‘perché

i poveri?’

c’è una teoria vecchia

più di un secolo

di certo marx, avrei

detto. o forse dipende

dal fatto – e oggi più

lo credo-

che veniamo da scimmie

ma dalle scimmie il passo

non è stato lungo abbastanza.

*

anche la tua amica è mondo

anche il legno del tuo tavolo lo è

e mondo è la chiacchiera

al telefono

il tuo silenzio e il tuo broncio.

non sarai mai fuori

dal mondo.

*

non dipende tutto dagli uomini

certo le cose possono anche meglio

andare ma c’è un limite

un’ostinazione dell’umano

come specie a ripetere

l’errore e a farsi male.

*

una sana visione

dell’economia ti risparmia

tempo e retorica:

scassare una vetrina

è solo impiccio per i vetri

perciò quel poco di buono

che si può fare tu fallo

e poi: stai lontana dai tetri.

*

c’è dell’infantile nella voglia

di potere che vedi negli adulti

in fondo è sempre il gioco

antico del ‘mio-mio’ ma dentro

c’è di più: c’è in quei vecchi armati

tacita l’orrida speranza che mondo

finisca con loro -tirando le cuoia.

* (da Io sono così)

quando ti chiedi chi sei ,Vale, pensa

alle nuvole: sono solo vapore

ma fanno il cielo o anche al cielo

che tutto copre senza domande.

* (da Male d’amore)

pensa che neanche lui sa com’è

e muovendosi verso di te

non ne azzecca una: è che

in due è difficile e ognuno

all’altro questo nasconde.

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sabato, novembre 01, 2003

Biagio Cepollaro

II. Da: ‘la poesia: Vale!’

* (da Miei)

quando s’incazza tua madre, Vale,

guarda in lei che risorge la sua

di madre: è la catena che ti toccherà

spezzare: prendi solerte

nota: appunta tutto

in memoria e taglia.

* (da Novecento)

(…)

‘come è piccolo il mondo e leggero nelle tue mani!’

Dino Campana

questo è l’ultimo verso di una poesia di Dino

Campana che s’intitola ‘Donna genovese’

è stata scritta all’inizio del secolo scorso

quando Genova era un’altra città e anche il mondo

era un altro mondo e tu ed io, Vale, neanche

c’eravamo. però lo leggiamo che dice:

l’amore fa diventare leggeri –come quando

torni da lui che meno ti pesa lo studio

da fare che appunto è più leggero

il mondo: pensa è leggero e tanto piccolo

da stare intero e muto nelle sue mani.

*

‘Come è alto il dolore.

L’amore, com’è bestia.

Vuoto delle parole

che scavano nel vuoto vuoti

monumenti di vuoto. Vuoto

del grano che raggiunse

(nel sole) l’altezza del cuore.’

Giorgio Caproni

questa è una poesia dal titolo ‘Senza esclamativi’ scritta

nel novecentosettanta da Giorgio Caproni che era uno

che andava al sodo delle cose e senza molto ottimismo

ci dice che anche nel migliore dei periodi della sua

vita –a ripensarci dopo- non fu che vuoto ad essere

vissuto che non resta niente poi alla fine proprio niente

e noi? noi che sentiamo di essere qualcosa mescoleremo

a questo qualcosa un po’ del suo niente? diventeremo

per questo più leggeri e saggi saremo più consapevoli?

*

(…)

‘tutto accogli e scruti

e respingi da te

come il mare. Nel cuore

hai silenzio, hai parole

inghiottite. Sei buio.

Per te l’alba è silenzio.’

Cesare Pavese

alla fine della seconda guerra e della sua

non lunga vita viene questa ‘Hai viso

di pietra scolpita’ di Cesare Pavese: alcuni

versi che ti dicono, Vale, come l’altro

può essere veramente altro e per noi buio

e come la natura si fa mistero ostile:

è verità sconosciuta e insostenibile quella

di più amare chi più da noi s’allontana.

*

‘Solo l’amore, solo il conoscere

conta, non l’aver amato,

non l’aver conosciuto. Dà angoscia

il vivere di un consumato

amore. L’anima non cresce più.

(…)

Pier Paolo Pasolini

è del cinquantasei questo ‘Pianto

di una scavatrice’ di Pier Paolo Pasolini: quando

l’Italia si trasformava e non c’era progresso

ma solo sviluppo e in questo il viluppo

di un passato inutile. vedi, Vale, come è il presente

il solo tempo dell’amare: che crescere è avanzare

nell’amore: altra strada non c’è che porre sé

in questione: divenire di umiltà e passione.

*

‘Amore, amore,

lieto disonore’

Sandro Penna

negli stessi anni questa poesia ‘amore,amore’ di Sandro

Penna, gay nei cinquanta, come un islamico oggi guardato

a vista. e invece lui -così lieve- a noi ci lascia la dolcezza

dei greci e l’aria: toglie l’onore un altro modo d’amore.

*

(…)

‘Signorina, noi siamo abbonati

alle Pulizie Generali, due volte

la settimana, ma il signor Praték è molto

esigente –amore al lavoro è amore all’ambiente’

(…)

Elio Pagliarani

tra il cinquantaquattro e il cinquantasette ‘La ragazza

Carla’ grande poemetto di Elio Pagliarani: nuovo nella forma

e nella sostanza: ci entrava la vita bassa nella poesia

con lingua davvero di ogni giorno: tutto illuminava

feroce l’ironia di quell’uomo umorale e vero sperimentale.

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sabato, novembre 01, 2003

Biagio Cepollaro

III. Da: ‘la poesia: Vale!’

* (da Poesia)

la poesia, Vale, è come una canzone

solo che è scritta sulla pagina

e senza musica che ti aiuta: è come

uno che dice una cosa

venendo chissà da dove

e andando da qualche parte

a te non chiede niente

e niente ti vuol dire

sta lì come un albero

o un temporale:

non se ne importa niente

di chi la sta a guardare.

*

il poetico non è quello

che tutti sanno

ma una cosa sempre

da inventare

il poetico è un rischio

che non c’entra con la rima

e con il metro: con tutto

lo puoi tentare

potendo fare e disfare.

*

la poesia che fai a scuola

è come quella dei bisnonni

pensa al nonno a come pensa

e pensa ai sogni di allora

le menate dei tempi: la patria

silvia il cor che rugge

la sfiga la speme l’intelletto

d’amore : non è che i nostri

son più fighi perché veri:

a parte la forma son quasi

gli stessi: cori e pensieri.

* (da Rivolta)

un giorno o l’altro taglierò la corda andrò

a londra o a parigi: farò il sacco con due mutande

e vivrò come capita in mezzo alle bande

con la Simo scappata di casa faremo il cazzo

che ci pare: giorno e notte sempre a fumare

(ci prenderanno al macdonald a lavorare?)

*

ci sono cose che non si possono

tollerare: ad esempio che per miliardi

l’acqua sia un problema che ancora a milioni

si muoia per fame: per questo incazzarsi

è giusto: è giusto, Vale, anche di brutto, lottare.

* (da Sapere)

non conta sapere, Vale, molte cose

fare i bulimici della cultura

conta fare di poche e buone cose

uno stile e una profonda scelta

di vita: il resto è letteratura

* (da La vita,dopo)

non si sa poi come e cosa davvero

uno diventa: c’è sempre una scusa

a giustificare una viltà o una mancata

scelta: si dirà per i figli o per lavoro

si dirà per la guerra o per la pace…

si dirà questo oppure no, si farà

davvero…

cinquant’anni di cose e stati

d’animo di risvegli e di attese

cosa si sarà capito, cosa no…

cinquant’anni, Vale, per la vita,

sono ancora niente.

*

la vita dopo non cessa di farti domande

solo che le risposte le devi proprio

inventare e quelle che già ci sono

servono a poco o a niente: ma quel niente

e quel poco occorre attraversarli

e consumarli tutti: sono di tutti sono degli altri.

postato da: cepo alle ore 02:26 | Permalink | commenti
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