sabato, settembre 27, 2003

Ancora si.

Basta un niente, si sa, a gettare nella confusione ciò che sembrava ordine, a far nascere un ordine dal disordine, a spezzare una continuità temporale e di senso. Si sa quanto tutto sia soggetto a capovolgersi, oltre che a cambiare. Eppure saperlo non basta a difenderci dal non saper  ‘che pesci prendere’ quando dobbiamo assumere dolorosamente un sapere di noi, di chi amiamo o della storia che non ci piace.  Assumerlo non vuol dire che ci piace o ci piacerà un giorno, non vuol dire dimenticare o fare come se non avesse peso, vuol dire, al contrario, tener presente e malgrado ciò, dire ancora si.

 

E’ futuro: non può essere presente.

Può capitare che un evento passato si riattivi nella mente come accaduto da poco o forse si dovrebbe dire che un evento presente si sviluppa alimentandosi di elementi del passato: questa inversione lascia paralizzati. Un’azione infatti non può cambiare il passato e, d’altra parte, sembra non produrre presente perché la scena e i materiali di cui si alimenta, sono appunto, passati. Il presente che parla la lingua del passato, è un presente condannato al futuro: deve sparire in una nuova configurazione, in una nuova prospettiva di tutto il tempo, dell’insieme dei tre tempi.

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mercoledì, settembre 10, 2003

Marco Giovenale

da Il segno meno, Manni, Lecce 2003

 

 

[ Ragguagli sulla città ]

 

Delle ellissi

 

È il guasto intermittente dell’insegna

reality, giù.

 

Macchinarne lettura

che capisca l’alfabeto cosa

dice serve solo

a perdere ore dal fianco

esposto, scoperto in fine

che la bottega vendeva l’identico

sciuparsi degli occhi nello sforzo

 

Marco Giovenale

da Il segno meno, Manni, Lecce 2003

 

 

*

 

Il dolore può essere ascoltato. Così qui

possono esserci i lati, i trapezi a grani,

i graniti delle scale. I gerani rosa sui balconi.

Dove per possesso (della casa, mura

nude, casse

con i chiodi) all’infinito

litigano i leoncini, vedi come

li svelle il tempo, che affila

il verso della freccia - quanto

l’ossido che indica.

 

Un discorso di   tengono / non tengono

gli orti sui pendii, terrazze o no,

gli appezzamenti verde polvere di quelle

generazioni prima

quelle della guerra

avanti l’elettronica,

trasmesse cash.

 

Tradizione. Trading.

 

Marco Giovenale

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lunedì, settembre 01, 2003

L’intenzione realistica

A prima vista un’ intenzione realistica dell’arte può sembrare anche di per sé cosa buona. Ma, a parte la questione delle intenzioni e dell’inferno lastricato da esse, c’è da chiedersi cosa possa voler dire oggi tutto questo. Certo, si disse che la fotografia aveva posto in crisi un modo di dipingere, il figurativo, ma oggi? Oggi l’effetto di realtà prodotto da sistemi virtuali sembra escludere a priori una concezione ottocentesca (e forse anche novecentesca) di realismo. E non è strano che proprio nel momento in cui si proclama assottigliato il limite tra realtà e non –realtà, proprio nel momento in cui è sottile la distinzione, nell’universo dell’immateriale, tra il reale e il virtuale, non è strano, dicevo, che ricompaiono forme di realismo estremo che si compiacciono degli aspetti più degradati, ad essi adeguando contenuti e forme? Forse mai come in questo periodo un’intenzione realistica potrebbe venire brutalmente destituita di senso: a cosa mi serve un romanzo che mi racconta le storiacce che già conosco, che ho già visto –o intravisto- perfino ai tg? Non sono questi i mezzi che producono il realismo oggi, cioè la perfetta finzione dell’effetto di realtà, come il Grande Fratello? Se non fosse stato per Pasolini chi avrebbe raccontato le storie dei suoi ‘ragazzi di vita’, facendo scandalo? Ma oggi sembra che nulla di orrido ci è celato, anzi. E allora quell’intenzione realistica oggi si ribalta in una proposta irrealistica: dice male ciò che qualsiasi trasmissione televisiva un po’ pruriginosa dice bene, senza neanche richiedere lo sforzo della lettura. Paradossalmente sarebbe più realistica un’intenzione che non punti all’effetto di realtà: di fatto pare che la nostra vita solo a tratti conservi la consistente permanenza di ciò che è reale, per lo più sembra che sia, come dire?, una mescolanza di fantasticherie telematiche, stress, usura dei corpi e delle macchine, ansietà e smanie. E poi distrazioni, momenti di presenza a sé, e angoscia di diventare in qualsiasi modo qualcuno e, infine,  sonni più o meno con sogni. O no?

 

La dolcezza

La dolcezza, se non è una dote del carattere, può essere una qualità che si acquista col tempo. Ma quante cose bisogna aver capito, della vita, del mondo, di se stessi? Quanta comprensione occorre aver maturato per le proprie manchevolezze, per le proprie ‘menate’, per fare spazio alle manchevolezze e alle ‘menate’ degli altri? La durezza è di un pensiero acerbo, insicuro di sé e illuso sulla sua capacità di trasformare le cose, di orientare il corso delle cose: è la paura che diventa rigidità. La dolcezza può essere invece il coraggio di accettare di ‘lavorare’ a partire dal mondo così come è, dal modo in cui si è.

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