martedì, agosto 19, 2003

Andrea Raos.

Da: Aspettami,dice, Pieraldo Editore, 2003

 

*

Al più la riva morta, nessuna

costruzione a dare ostacolo,

direbbe che da qui provengo-

fluttuanti le erbe al fischiare

nel frastuono dei colli spianarsi,

                                   [altissima

sempre dietro delle case la volta,

                                   [la danza sua alta

saggiata dai sibili

di sirene costanti, magiche e brulle

dove calme le ruote dei treni per poco

a ogni notte che vi rotola, furba-

dove freddo per sempre

nei palazzi ogni sbalzo, ogni ferro

                                          [e legno.

Ci sono dentro, siamo in mille

clorati dai riflessi dell’acetilene.

 

 

*

La sapienza trasmessa dagli antichi

si sbriciola in miseria se respiro,

la fa vana la stasi ad ogni battito

avverata e prevista.

Come dimenticare che le ombre,

                                [le inquietudini

non celano che calma di rigore,

un silenzio già immenso?

La sapienza trasmessa dagli antichi,

pertanto,non deve essere pensata

che come una fuga verso avanti

                                  [di una torma

di animali sospinti dall’incendio:

evento non innaturale, non formale,

che accade molte volte in una vita

e milioni in ciascuna memoria

ed immaginazione –evento

vitale e mortale, comprensibile

e fondamentale

che fa dell’esistenza un’estinzione

non solo all’apparire in fieri.

 

Andrea Raos.

Da: Aspettami,dice, Pieraldo Editore, 2003

 

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lunedì, agosto 18, 2003

Domande che forse non si pongono abbastanza

Cosa significa ‘avanzare’, ‘cambiare in meglio’? Ognuno ha il suo criterio. E, magari, per ognuno questo criterio è cambiato nel corso del tempo. Ma è troppo chiedere, come comun denominatore, tra tutti questi criteri, l’incremento della felicità, del piacere di stare al mondo nonostante le inevitabili difficoltà, nonostante che il mondo, nel complesso e in questi anni, non faccia proprio una bella figura? Altrimenti cosa sarà mai avanzare se non un avanzare nel non porsi più queste domande?

 

Ma come fanno i marinai

Questo a volte mi sembra un periodo in cui non sia il caso di porre questioni generali. E’ troppo compromessa la situazione: insieme, feroce e volatile, banale e arrogante: le questioni generali non possono avere spazio. Ma porre i massimi problemi mi sembra, al contrario, necessario. E’ come se non questo o quel pensiero, ma il pensare si trovasse improvvisamente senza la terra sotto i piedi, come se un bel giorno un marinaio si svegliasse trovando delegittimato il mare.

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mercoledì, agosto 06, 2003

Narratori che scrivono e narratori da rotocalco

In un certo senso la narrativa italiana, come altre dimensioni culturali, ha avuto qualche difficoltà a rispondere alle insidie e alle complicazioni dei tempi. E la strada che poi i più hanno preso per superare , o tentare di superare queste difficoltà, ha creato problemi ancora più gravi. I pochi che hanno scommesso sulla scrittura, sul lavoro della scrittura, per costruire modelli di esperienza non semplicemente importati dalla televisione, dal cinema e dai rotocalchi, coloro, insomma, che hanno continuato a fare i narratori, si sono ritrovati in uno spazio ‘anomalo’. In un certo senso simile a quello che per tradizione era stato assegnato ai poeti: in termini di cura e intelligenza della parola, di cultura e di circolazione. Può capitare che il narratore che frequenta i poeti e con essi intesse il suo dialogo di crescita, sia anche il narratore che circola poco, al di sotto, insomma, del limite della decenza. Questa indecenza è complementare all’altra.

Insicurezze d’autore.

Si è troppo insistito, dallo strutturalismo in poi, sull’oggetto testuale e troppo poco sul soggetto autoriale. Questo per evitare la psicologia, l’intromissione indebita del sentimento e della parzialità: il risultato è stato che l’Ombra della soggettività, cacciata dalla porta del testo è rientrata dalla finestra della promozione e dell’autopromozione. Ormai non mi colpiscono tanto gli argomenti che avanza un autore quanto la percezione della modalità della sua autopromozione: non è disdicevole farsi avanti per far conoscere la propria opera ma è forse non condivisibile accettare che questo farsi avanti, finisca per celare la consistenza o l’inconsistenza dell’opera. Spesso capita che l’infantile protervia dell’autore ci dica che forse non vale la pena di proseguire nell’indagine, che ciò che la sua mente chiede alla scrittura non è una piccola luce sull’esperienza, ma solo un velo spesso che ricopra le sue insicurezze. Spesso capita che l’opera effettivamente gli assomiglia.

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mercoledì, agosto 06, 2003

O è andato ‘oltre’ oppure non è neanche partito

Di fronte e in mezzo al chiacchiericcio massmediale e mediatico in genere, può capitare che per osmosi questo rumore di fondo vada a mescolarsi col rimuginìo personale, col risultato che il rumore di ‘dentro’ non si distingue più dal rumore di ‘fuori’. Se l’esperienza del silenzio è carente, o almeno dell’ambiente mentale che accompagna la riflessione, possono venir fuori dei nuovi modi di esercitare questa sorte di ‘mente collettiva’: questi modi agiscono oggi, probabilmente e per lo più, la cosiddetta ‘comunicazione sociale’, che per molti versi utilizza le regioni del privato per farne proposta pubblica e, viceversa, tende, ormai istituzionalmente, a ‘privatizzare’ ciò che prima era pubblico. Una possibile riprova di ciò è il modo come da noi si tratta di temi cosiddetti ‘spirituali’: qui l’inversione è davvero totale e anche leggermente ridicola. Ma dispiace però dover notare come gli amici che negli anni passati avevano continuato ad immaginare la persistenza dello ‘spazio pubblico’, si siano ritirati nell’intimità delle proprie case, con amarezze e risentimenti che possiamo immaginare. Anch’io ho fatto così, tenendo a bada ,spero, questi sentimenti sgradevoli. Non ha più senso dire la propria, sembrano dire, in un paese in cui anche il principio di contraddizione non è un argomento contro la menzogna, il sopruso e l’arroganza. E, in fondo, è vero che la stessa presunta simbolizzazione culturale è come se dovesse fare di tutto per mascherare una propria origine ‘pensata’, quasi se ne vergognasse: è come se uno scrittore si vantasse in modo protervo di non aver mai letto un libro e di amare solo le sfilate di moda. Delle due una: o è uno scrittore che è andato ‘oltre’ oppure  non è neanche partito. Ma come fare a distinguerlo se a lui non vengono offerte molte alternative? Perché la mancanza di alternative taglia anche qui la testa al toro.

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mercoledì, agosto 06, 2003

Uno un po’ esperto.

Non appena uno diventa un po’ ‘esperto’ di qualcosa, soprattutto se è giovane, chiede che altri riconoscano la sua qualità, poi che riconoscano l’importanza di quel tipo di qualità, poi che paghino, in danaro o in gloria, per questo miracolo venuto a mostrare. L’ossessione identitaria è inevitabile. Auspicabile è liberarsi da essa. Il fatto è che essere semplicemente quello che si è appare ancora troppo poco, non abbastanza. In un mondo che procede nell’indifferenza e nella sussunzione di ogni cosa, differenziarsi è anche un movimento di difesa, che conferma però quel mondo proprio perché quella differenza è identità posticcia. E così cominciano ‘carriere’ e autoreferenzialità di ogni tipo. E’ una trappola a cui è quasi impossibile sottrarsi da giovani. Ma dopo?

Non lo capisco: non dice niente.

Chiudere un libro di poesie con la sensazione di non aver ‘capito’ mi induce in alcuni casi un senso di colpa. Mi chiedo se non sono stato in grado di trovare uno spiraglio, se c’è stata ingiustificata preclusione, se la mia formazione culturale è troppo lontana da quella dell’autore. Lo riapro, il libro, e riprovo. Al quinto, sesto tentativo serio mi arrendo all’evidenza: ho perso tempo.

La mia irritazione tende a trasformarsi in giudizio: ‘se non ti ho capito vuol dire che non hai detto niente’. Rifiuto poi questa conclusione e ricomincio a leggere e a tentare. Arriva, alla fine, un momento in cui davvero mi arrendo. Questo processo autorizza la sentenza finale? No. Cerco, se posso, se ne ho davvero voglia, l’autore al telefono. Propongo un incontro. Cosa giudico, valuto, soppeso? La ‘necessità’ di quel libro. Anche la necessità della mia distanza opaca da quel libro. O, al contrario, la mancanza di ‘necessità’, inevitabilità di queste cose. E se l’autore è morto o è indisponibile, introvabile? In questi casi il discorso è propriamente chiuso. A ripensarci, tutto questo assomiglia molto ad un rapporto (o non rapporto) con un altro.

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domenica, agosto 03, 2003

Fuori dal libro

 Una poesia scritta subito dopo l’uscita di un libro appare da un lato orfana, postuma, sopravvissuta, un’eco; dall’altro insidia con la sola sua esistenza il fantasma di conclusiva autosufficienza del libro. In realtà quella poesia, così simile e così diversa, ci dice ancora una volta che il flusso è stato arbitrariamente interrotto e lavorato da una forma preesistente, da un archetipo che abbiamo avuto bisogno di attivare anche per difenderci dal carattere dissipatorio della vita, il libro. Il libro porta con sé ancora la fatica della sua doppia composizione, mentale e materiale. Il ricordo di questa fatica forse rinforza l’idea di conclusività che l’accompagna, oltre alla chiusura propria della testualità che ha un inizio e una fine.

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domenica, agosto 03, 2003

Autori acerbi e più maturi.

 Ad una certa età può sorgere una qualche insofferenza a leggere testi che esibiscono tecnicismo e verbosità. E questo non per un ‘già-visto’ decretato tra la noia e il dispetto, ma perché è più facile che si senta il bisogno di ‘andare subito al sodo’. Che vuol dire? Forse, semplicemente, che non c’è più tempo e quel poco che resta non si è disposti a perderlo. Non si tollera più l’esibizione dell’autore ma si pretende che l’autore, oltre a dire ‘io’ in tutte le salse, dica anche ‘mondo’, dica qualcosa, insomma. Il passaggio dalla fase acerba di uno scrittore a quella più matura non avviene, se avviene, per ‘avanzamenti di carriera’, ma per quelle situazioni imprevedibili della vita che un uomo sa far fruttificare…Ci può essere un momento in cui si cambia oppure ci si irrigidisce. Cambiare può voler dire anche: rinunciare a qualche illusione di permanenza e di accumulo, diventare più dolci, respirare meglio e più consapevolmente.

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